Gunnar Ekelöf ~ Da «Elegia di Mölna»

 

ekelöf

…Era della famiglia dei grandi maestri: Gunnar Ekelöf, i monaci zen giapponesi, gli antichi arcieri, gli uomini di medicina australiana.
Lars Gustafsson, Tennisspelarna

 

Ave viator!

 

Sul molo di Mölna

Seduto su una panca nel passato
a scrivere su un foglio del passato.
A foglie rosse nevica settembre,
a foglie gialle scola e sgoccia ottobre.
A fianco, un Matto arlecchinesco mima [5]
lo strabico a novembre, e intanto intona,
per un sordo, la sua canzone muta.

Era un tempo di corse di sciancati,
di chitarrate con le dita tronche.

Quest’estate l’Ospizio Mutilati [10]
ha affittato il passato
per qualche settimana d’illusione
ai suoi reclusi. Come gore infette,
gli antichi templi d’echi pullulavano
di exempla edificanti e minacciosi, [15]
larve abortive, lemuri malfatti,
forme grigie stecchite, stiracchiate,
saltabeccanti. I giochi fra di loro
parevano balletti, accoppiamenti
di burattini, mossi goffamente. [20]
Oggi è tornato vuoto, e la tristezza
che c’era prima, o una tristezza nuova.
Che me ne importa. La mia vita è immota.

Un istante fuggevole mi ha rubato il futuro…

 

La canzone delle onde

Fruscio di vento sciabordio di onde[25]
Fruscio di onde sciabordio di vento
Frusciare di onde e vento fresco su guance e fronte:
la solitudine e tu,
crociera senza termine: [30]
allora eterno che trapassa in oggi,
un oggi eterno che trapassa in ieri.
Il tempo, rattenuto e accelerato:
sole infilzato
sulla guglia del manicomio [35]
Silos e torri
Fruscio di vento sciabordio di onde
onde e quei venti cangianti
a folate e rintocchi
prossimi, poi lontani [40]
Echi, richiami
quasi le nuvole fossero un orlo di ghiaccio
sonoro, sdrucciolevole, echeggiante
gridi di procellarie
in giro all’orizzonte[45]

Vento e sciabordio d’onde

 

Il viaggio di ritorno

Declino di sole rovente
traverso l’illividirsi
del verde, convulso avvinghiarsi
di ponti sul canale, assottigliarsi [50]
rifluire sommergersi
sotto il risucchio dell’elica
Inchini di giunchi,
pagaiare di papere in fuga
E quelle ombre ebeti, [55]
la lenza in mano, a meditare mute
su un tappo risucchiato,
sul ballo di una latta arrugginita
con i cascami
d’orge erotiche estive: [60]
corazze di amorini…

Corno

Soffia nel corno il ferry di Caronte,
s’infila fra salici chini
e passa sotto il ponte.

Fruscio di vento sciabordio di onde [65]
fruscio di onde sciabordio di vento
schizzi dalla risacca
freschi su guance e fronte [70]
la solitudine e io:
quello di prima o diverso,
io, non io?

Cominciano le metamorfosi

Prossimo, adesso, scorso:
tempo che avventa [75]
annate in un istante
con un codazzo di foglie ingiallite
o che si è irrigidito
impigliato nei rami
di ontani nero fradici
Già Clito dal soprabito…
Città superba[80]

 

(…)

Z i a G r i g i a

(seria, con una verruca pelosa sul mento)

 

Quanto è cresciuto dall’ultima volta!

 

Z i a V e r d e

(con i capelli di un’inverosimile tinta all’henné)

 

Me lo ricordo ancora, benedetto,
tanti anni fa, quand’era alto così.

 

Z i a L o s c a

(con un curioso sorriso tutto di sbieco)

 

Come vaaaa? [150]
Bene, grazie. D’incanto.
Splendidamente, sul serio.
Anzi, male, malissimo.
(Fa lo stesso, qualsiasi cosa io dica).
Da molto il tempo mi volta le spalle. [155]
Mi ha abbandonato, e anch’io l’ho abbandonato.
(Un istante fuggevole…)
E senti, ti ricordi
le porcellane incrostate di valve
(quanto hanno atteso nella stanza chiusa), [160]
la scatola di Tula, piena di petali
di rose secche, dal profumo rancido,
i parati rigonfi, il ferro da ricci
dimenticato, le candele storte
come reliquie ingiallite sotto il ritratto [165]
di Madame Mont-Gentil, uccello esotico
dei thé-conseils…
Sì, certo. Mi ricordo.

1809

Era il giorno in cui tutti riprendemmo
a respirare, e la città esultava.
Il tempo era stupendo, e le signore [170]
giravano in scialletto come a una festa in giardino
(contribuiva certo anche il calore
intenso della gioia). I molti iniziati
cantavano, riuniti a Castenhof,
con le finestre aperte; qualcuno ti ha teso una coppa [175]
di champagne per brindare alla libertà. Tu l’hai presa
e l’hai vuotata, sebbene il tuo cicisbeo
fosse il tutore del re…

Ti ricordi
le porcellane incrostate di valve
(quanto hanno atteso nei fondali verdi), [180]
una zucca intagliata, il guscio d’una testuggine
marina, l’amaca indiana dal ricco drappeggio
e il canto degli schiavi su ponti fradici,
macabro all’aria aperta, ravvolti nel rombo
delle vele?[185]

1786

Sì, mi ricordo una notte
con latitudine nord di circa un grado
e cielo terso, supremamente imponente.
All’orizzonte la nota luminescenza
che emanano miriadi di organismi
proliferanti in mare. Camminavo [190]
col secondo in coperta, e d’improvviso
scoprimmo a oriente una stella grandissima
che cresceva in misura a vista d’occhio.
Avvertii il capitano, che salì subito,
convocò tutti gli uomini in coperta [195]
e ordinò d’interrompere ogni cosa,
ammainare le vele, legare il timone.
Un istante, e la stella o la meteora
esplose in mille raggi, o mille razzi,
fischiando sopra la nave alla velocità del pensiero, [200]
coprendo l’orizzonte in un bagliore
tanto accecante da lasciar vedere
un capello attaccato in cima all’albero.
Subito dopo insorse un uragano
tanto violento da farci temere [205]
il naufragio, e un diluvio torrenziale
capace di riempire in pochi istanti
con i rovesci sul ponte tutti i barili
per l’acqua. Non durò più di una mezz’ora,
il fenomeno. Aria e cielo si schiarirono, [210]
riapparvero le stelle, riapparve il vento.
Si alzarono tutte le vele, la sentinella
fu rimpiazzata e mandata a dormire
e la nave riprese l’aspetto di prima.
Ma nella notte tersa tornava a levarsi, [215]
debole a tratti e forte, quasi a ritmo
di cori alterni, il canto degli schiavi
chiusi in stiva.

Allo stesso modo avverto
questi morti gravarmi sul diaframma:
l’aria che inalo s’intasa di morti, [220]
la sete che bevo si spezia di morti,
e morti sono a me mangiare e fame.
Muoio la loro vita, e loro vivono
la mia morte.

Ma poi, ricorderai
un pomeriggio estivo d’afa indicibile: [225]
colpi distratti di maglio dall’officina e chissà dove per strade deserte
un carro a sferragliare sul selciato
ma come entro uno scroscio di silenzio.
Tutti se ne erano andati in gita in campagna. [230]
E su di te piombò ruzzolando la sfera rossa,
l’alta sfera di febbre, accecante e infiammata,
intollerabilmente veloce un istante, e l’istante seguente
di esasperante lentezza. La croce sghemba del sole
sulla finestra strisciava spietata per terra [235]
avvicinandosi al letto. Intanto il carro
correva sferragliando sul selciato
senza fermarsi mai.
Se ne erano andati
tutti, fuori porta o in campagna.

Sì, ricordo
il prato sotto le querce, pieno di funghi, [240]
le querce immense,
le ceste preparate da fête champêtre,
premio per l’hic haec hoc e l’avoir être;
i nostri giochi, quasi sempre a pegno,
con Arrasmiha a presiederli, a fianco [245]
di Camilla, finito di mungere.

Ti ricordi dei tigli, i vecchi tigli?
Monsieur Petter e la cugina ai cancelli,
a quei cancelli altissimi,
il chiacchiericcio in soffitta, [250]
l’ampia soffitta,
delle volpi,
le piccole volpi,
rovina delle vigne.

Il suo braccio sinistro è steso sotto [255]
la mia testa, il suo braccio destro
mi cinge.

Ti ricordi i ginepri sopra il colle,
i ginepri alti e dritti?
Li allineavi in manovre, come soldati. [260]
E ti ricordi i macigni, i macigni enormi?
Avevi dato un nome a ciascuno di loro.

Mi ricordo.
Il tempo ha le sue vigne, come il mondo.
Ma le vendemmie sono sempre a rischio [265]
e imprevedibili.
E poi ricordo ore, le lunghe ore,
mi ricordo i minuti,
lenti a passare, lenti a sopportare.
Mi ricordo i secondi, gli istanti caduti [270]
e gli istanti inchiodati. Mi ricordo
il Tempo
ce l’ho dentro di me
ce l’ho dentro come fosse un feto
pietrificato, [275]
formato, ma non nato.

 

(…)

La canzone del fuoco

 

O [595]
fruscio di fuoco e sciabordio di braci
crepitio di braci schizzi di fuoco
Vampe e mulini a fuoco
roteanti, cangianti
segnali segreti [600]
occhiate allusive
intermittenze di fanali rossi
vortici a cogliere
ciocche di vampe
lingue a lambire [605]
le guglie e le torri

Fruscio di braci schizzi di fuoco
Crepitio di fuoco schizzi di braci
intermittenze di mulini a fuoco
cani di fuoco a pisciare [610]
contro tronchi di fuoco
Diavoli in volo su per le scale a pioli
librate in testa a un pubblico incurante
dei rischi del fuoco
gli stessi che ci hanno ammerdato
nei secoli dei secoli [640]
Che conto hanno tenuto
del fuoco? Il fuoco che soffre
il fuoco che suda e che strina?

Lo credono tremendo
e tuttavia è stupendo [645]
e l’inferno, è stupendo
ma chiaro fino in fondo
L’inferno dimora degli altri
è un tristo mondo di carbonizzati. [650]
Merde!

Fruscio di fuoco sciabordio di braci
Fruscio di braci sciabordio di fuoco
Fiamme e quei roteanti
mulini semaforeggianti [655]
occhiate allusive di fuoco
lampi ramificati
un graticcio di tralci
dorati sulla retina
Fuoco da tutti i pori [660]
Pelle rovente, pelle sanguinante / oro –

No, buttatemi in mare [680]
senza bandiera o palla di cannone
annientarsi riunirsi lentamente
No, prima bruciato, e la cenere
buttata in mare
per annegare allora anche nell’aria [685]
Trasportato dal fumo sopra i campi
La mia parte più lieve si è posata
dentro la stratosfera. La parte media
cadrà come concime sui giardini
mentre la più pesante cala a fondo [690]
a confluire al centro delle cose
e la sottile vola come spore
e accende nuove vite. Enfin c’en est fait,
La Brinvilliers est en l’air
de sorte que nous la respirerons! [695]

No, vivere, se pure
su un piano subumano
Meglio un frammento minimo di vita
di questo orrore che non si conosce

(…)

Congedo

 

Ma quanto a te, non sei un vendicatore,
uno dei molti, e nello stesso tempo
uno dei pochi
né eletto né elettore[795]
né divisore
né comun denominatore
La tua formula è il tratto
fra il qualchevolta e il mai,
la porti scritta in fronte:[800]
lo stesso, eppure un altro.
La tua innocenza è massima nell’onta;
ne emerge indistruttibile.
La tua voce ha maggiore risonanza
quando sei silenzioso. Fai il tuo viaggio[805]
da passeggero,
non come controllore,
potente d’impotenza
certo dell’incertezza.
Né come ferroviere[810]
né come cantoniere
ti tocca intervenire
in questa parallela
eternità dei binari.
E girano le ruote,[815]
e esultano idioti
in ogni stazione
Il treno corre spedito
senza condurre in più miti
climi[820]
Sole sempre infilzato
il tempo, rattenuto e accellerato,
senza che il cerchio si tramuti in centro,
senza che il bianco si tramuti in nero

Tormentosa, ostinata riflessione[825]
fino a sdoppiarti, la meditazione,
in un allora e un adesso,
in due, e in un te stesso.
L’attesa è terminata:
la forma grigia al tuo lato[830]
in fin dei conti sei tu.

 

N o t e di Ludovica Koch
v. 1, «seduto»: il protagonista è chiamato in un abbozzo col significativo nome bergsoniano di John La Durée, e definito come un io proteico, che «cambia forma in continuazione e impercettibilmente». Da lui promanano come spettri o reminiscenze, tutti i personaggi del poemetto.
v. 5, «un matto…»: la prima proiezione è immaginata come un giullare o un fool shakespeariano, colorato come il turbine di foglie autunnali.
vv. 8-9: ritornello di una vecchia canzone infantile.
v. 10, «l’Ospizio…»: un episodio reale degli anni di guerra, metamorfosato in un’isola simbolica, sospesa nel tempo e nella norma. Ai temi più centrali nell’intera produzione di Ekelöf appartiene la concezione del soggetto come un formicolare claustrofobico e contraddittorio di innumerevoli io informi e deformi, inscatolati gli uni negli altri: «È un mondo ognuno di noi, popolato / d’esseri ciechi in oscura rivolta / contro l’io che si pone loro a sovrano. / Ogni anima imprigiona mille anime / ogni mondo nasconde mille mondi / e quei mondi ciechi e inferiori / sono reali e viventi, seppure incompiuti / vero come sono vero io» (…) (En värld är varje människa, in Färjesång, 1941).
v. 24, «un istante…»: citazione, modificata e trasformata in Leitmotiv del poemetto, da Edith Södergran (1892-1923), caposcuola della lirica espressionista in Scandinavia: «Il capriccio di un attimo / mi ha rubato il futuro / messo insieme per caso (…)» (Min framtid, in Landet som icke är, 1925).
v. 61, «corazze…»: perifrasi rococò per i preservativi a galla sull’acqua lurida. Si introduce così, con la didascalia Corno, una serie di citazioni (vv. 62, 79, 80) dagli straordinari pastiches bacchici, accompagnati da arie mozarteggianti, di Carl Michael Bellman (1740-1795). La Stoccolma di Bellman, sfarzosa e sordida, arcadica e brutale, sensuale e macabra, traspare contro gli squallori indifferenziati della modernità, con effetto analogo al Tamigi di Spenser e di Elisabetta contrapposto al fiume presente, sporco di «empty bottles, cigarette ends / or other testimony of summer nights. The nymphs are departed» in The Waste Land, vv. 176-180. Cfr. Anche v. 208, «Unreal City» e qui, v. 80.
(…)
v. 147: «Zia Grigia», «Zia Verde» e «Zia Violetta» sono personaggi di raffinato tratto liberty, nei libri illustrati per bambini di Elsa von Beskow (1918). Qui, si sovrappongono a ricordi personali d’infanzia.
v. 159, «le porcellane…»: pezzi cinesi recuperati da una nave naufragata, e quindi con concrezioni di conchiglie, del tipo visibile in molti musei.
v. 161, «la scatola…»: russa, d’argento inciso.
v. 166, «Madame…»: Anna Catharina Hedenberg, intellettuale e dama di corte alla fine del Settecento, antenata materna dello stesso Ekelöf: qui, soprattutto personaggio emblematico del liberalismo e della cultura internazionale illuminista. Il 1809 è la data della rivoluzione borghese, della cacciata del re e della costituzione.
v. 174, «Castenhof…»: ritrovo elegante della Stoccolma settecentesca.
vv. 179-185, «le porcellane»: qui la stessa curiosità esotica, le stoviglie incrostate di conchiglie, induce associazioni molto diverse: non più la vita dei salotti, ma la spietata avventura colonialista e il traffico degli schiavi.
vv. 186-218, «mi ricordo…»: la nuova incarnazione dell’io parlante è il rappresentante di un altro Settecento, pragmatico e brutale. Il giovane tenente in servizio su una nave schiavista e testimone di uno straordinario fenomeno meteorologico è, storicamente, il fratello di Madame Mont-Gentil; e simbolicamente un’immagine oppressiva e mutilante del tempo.
vv. 223-224, «muoio…»: citazione da Eraclito, 95: «Immortali mortali, mortali immortali, vivono la morte di quelli, muoiono la vita di quelli».
vv. 225-240, «un pomeriggio…»: alle identificazioni con i protagonisti di libri di viaggio e di lontane memorie succede ora una paramnesia infantile, forse indotta dall’esperienza luministica appena rievocata: il terrificante bagliore di un delirio febbrile, solitario e irraccontabile.
vv. 240-244, «il prato…»: altra reminiscenza infantile, stavolta idillica, ferma, letteraria e fuori del tempo.
vv. 245-246, «Arrasmiha…»: due personaggi femminili della letteratura svedese classica (Arrasmiha da un testo romantico, C. J. L. Almqvist, Drottningens juvelsmycke – «Il gioiello della regina», 1834, – strano e suggestivo romanzo storico di sfondo rococò; e Camilla dal capolavoro del genere arcadico, il poema Atis e Camilla di Gustav Philip Creutz, 1761) accompagnano le funzioni dei bambini nel picnic come emersi dalla biblioteca di un’antica casa di campagna.
vv. 248-249, «Monsieur…»: ancora reminiscenze letterarie: si tratta stavolta di Ulla Winbald, «ninfa» ed eroina picaresca della poesia conviviale, brillante e grottesca di Bellman (Fredmans epistola, «Le epistole di Fredman», 1770-1791), sotto due soprannomi abituali. I «cancelli» chiusi alla popolazione comune sono quelli dell’esclusivo (nel Settecento) giardino reale, Kungsträdgården.
vv. 253-258, «le piccole…»: due citazioni, l’una dopo l’altra, dal Cantico dei Cantici. La cultura scolastica era fatta di Bibbia e di classici.
vv. 274-276, «un feto…»: un fenomeno impressionante e rarissimo della letteratura medica, il lithopedion o feto calcificato nell’utero, viene usato come simbolo di una percezione oppressiva e soffocante, necrofiliaca del passato. Cfr. anche Mauvais sang di Rimbaud: «J’ensevelis les morts sans mon ventre», e, qui, i vv. 218-224 e la filastrocca del mulino.
(…)
vv. 596 sgg., «fruscio…»: la “canzone del fuoco” è l’esatto pendant della “canzone delle onde” ai versi 46 sgg., con gli stessi effetti onomatopeici, la stessa mutevolezza visiva, le stesse sagome sacre di guglie, alberi e torri all’orizzonte. Cfr. anche The Fire Sermon in The Waste Land.
v. 598, «mulini…»: le fabbriche, i «dark Satanic mills» di Blake. Si noti la ripresa del motivo del mulino.
vv. 680-693, «No, buttatemi…»: l’allucinazione dell’inferno, l’esaltazione del fuoco lasciano il posto a una sorta di “testamento” dell’io parlante, che consegna solennemente se stesso morto ad acqua, aria, fuoco e terra. Al ricordo di Shelley, annegato e bruciato, si accompagnano forse immagini di supplizi ereticali.
vv. 696-697, «no, vivere…»: alla claustrofobia succede l’agorafobia, la nausea del nulla immaginato, che spinge a vagheggiare perfino forme rudimentali di vita.
v. 699, «questo orrore…»: formula classica (cfr. p. es. Catullo, 2, 12, ecc.).
(…)
v. 795, «né eletto…»: la tecnica conoscitiva orientale del «né, né», tesa a ritrovare sotto la contraddittorietà dell’esperienza l’unità profonda dell’Essere, e da Ekelöf usata a lungo con obiettivi essenzialmente eraclitei (per toccare, in mezzo alle antinomie della dialettica «il terzo lato della vita», il lato dispari), dà qui come altrove, spunto a una filastrocca ipnotica sloga-senso, capace di cogliere gli assestamenti fluidi della lingua sotto le cristallizzazioni semantiche.
v. 801, «lo stesso…»: cfr. vv. 70-71. Eraclito, fr. 108 «uno è per me diecimila».
vv. 813-815, «parallela…»: in tutta l’opera di Ekelöf, la fuga parallela delle rotaie è simbolo delle antinomie della dialettica.
v. 830, «la forma…»: spingendo coraggiosamente all’estremo la duplicità del soggetto, emerge – come in pittura, fra bianco e nero il grigio – «il lato dispari» della personalità, capace di comprendere gli altri due. I colori sgargianti del Matto 8v. 5), brandelli non assimilati di esperienza, turbinano e si confondono in quel grigio in cui Kandinsky e Klee vedono il movimento infinito delle coppie complementari dei colori. Cfr. anche The Waste Land, vv. 359-363: «Who is the third who walks always beside you / … / Gliding wrapt in a brown mantle, hooded».

 

 

 

tratto da:
Gunnar Ekelöf, Elegia di Mölna ; Palermo : Acquario ; Parma : U. Guanda, 1986 ; Collezione • Poeti italiani e stranieri ; 4 – • Trad. di Ludovica Koch • Con il testo orig. • [ISBN] 88-7746-237-X • Traduzione di En Mölna-elegi. – Classificazione Dewey • 839.7174 (19.) Poesia svedese. 1945-

 
 

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Gunnar Ekelöf (Stoccolma, 15 settembre 1907 – Sigtuna, 16 marzo 1968)

Un commento su “Gunnar Ekelöf ~ Da «Elegia di Mölna»

  1. Alessandra ha detto:

    Molto interessante, un autore che non conoscevo… mi ha veramente colpita.

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