Carmina Priapea, 40 – 52

 

Luciano Minguzzi, da "Carmina ludrica romanorum. Carmina priapea, catalogo 1986

Luciano Minguzzi, da “Carmina ludrica romanorum et carmina priapea, catalogo 1986

 

40. Chi non conosce Teletusa, tra tutte le ragazze della Suburra,
che s’è resa libera con i suoi guadagni?
Proprio lei, o mio Dio, ti cinge l’uccello con una corona dorata…
ma guarda un po’ le puttane chi considerano il sommo dei numi!

 

XL – Nota Suburanas inter Telethusa puellas, / Quae, puto, de quaestu libera facta suo est, / Cingit inaurata penem tibi, sancte, corona: / Hoc pathicae summi numinis instar habent.

 

 

41. Chiunque venga qui, faccia il poeta
e mi dedichi versi giocosi.
Chi non lo farà, se ne vada tra i poeti pensatori
con le emorroidi grosse come fichi.

 

XLI – Quisquis venerit huc, poeta fiat / Et versus mihi dedicet iocosos. / Qui non fecerit, inter eruditos / Ficosissimus ambulet poetas.

 

 

42. Lieto, il contadino Aristagora, per l’uva che ben matura,
ti porta, o Dio, delle mele fatte di cera.
Tu sarai anche contento, o Priapo, della copia,
ma fa’ che il melo porti frutti veri.

 

XLII – Laetus Aristagoras natis bene vilicus uvis / De cera facta dat tibi poma, deus. / At tu sacrati contentus imagine pomi / Fac veros fructus ille, Priape, ferat.

 

 

43. Cosa vuoi pensare voglia questa ragazza che mi riempie di baci
qui a mezza altezza, se non la mia asta, che pure è di legno!
Non c’è bisogno di essere un indovino, credetemi,
«Dentro di me l’asta conoscerà tutti i giochi di Venere».

 

XLIII – Velle quid hanc dicas, quamvis sim ligneus, hastam, / Oscula dat medio si qua puella mihi; / Augure non opus est: «in me» mihi credite, dixit / «utetur Veneris lusibus hasta rudis».

 

 

44. Non pensiate che tutto quel che dico
sia detto per gioco o per ruzzare.
Fatemi acciuffare dei ladri, tre o quattro che siano,
tutti, non dubitate, lo prenderanno in bocca.

 

XLIV – Nolite omnia, quae loquor, putare / Per lusum mihi per iocumque dici. / Deprensos ego ter quaterque fures / Omnes, non dubitetis, irrumabo.

 

 

45. Il dio dal cinci sempreretto vide un tale
arricciarsi i capelli con un ferro rovente,
per assomigliare a una ragazza negra.
«Ehi, buco», gli fece «parlo con te,
brucia e arriccia quel che ti pare,
ma, perdonami, non è meglio una ragazza
con i suoi capelli che i peli di un cazzo?».

 

XLV – Cum quendam rigidus deus videret / Ferventi caput ustulare ferro, / Ut Maurae similis foret puellae, / «Heus» inquit «tibi dicimus, cinaede, / Uras te licet usque torqueasque: / Num tandem prior est puella, quaeso, / Quam sunt, mentula quos habet, capilli?»

 

 

46. O ragazza, non più bianca di un negro
ma più morbosa di tutti i finocchi messi insieme,
più corta del pigmeo che teme le gru,
più feroce e pelosa di un orso,
più larga di una mutanda dei Medi o degli Indiani,
rimani pure o va’ in malora.
Sappi, anche se mi vedi ben fornito:
mi occorrerebbe una decina di fascine
per scopare gli antri del tuo inguine
e pulire la fica dal formicolio dei vermi.

 

XLVI – O non candidior puella Mauro, / Sed morbosior omnibus cinaedis, / Pygmaeo brevior gruem timenti, / Ursis asperior pilosiorque, / Medis laxior Indicisve bracis, / Manes hic licet, ut libenter ires; / Nam quamvis videar satis paratus, / Erucarum opus est decem maniplis, / Fossas inguinis ut teram dolemque / Cunni vermiculos scaturientes.

 

 

47. A chiunque di voi, che viene qui a cena
e non si impegna nel dedicarmi dei versi,
auguro che la moglie o l’amica ricoprano di carezze il loro amante,
e che solo lui dorma la notte intera
arrapato dalle afrodisiache rucole.

 

XLVII – Quicunque vestrum, qui venitis ad cenam / Libare nullus sustinet mihi versus, / Illius uxor aut amica rivalem / Lasciviendo languidum, precor, reddat / Et ipse longa nocte dormiat solus / Libidinosis incitatus erucis.

 

 

48. Quando vedete umida la parte di me,
che mi rende un Priapo,
credetemi, non è rugiada né brina,
ma ciò che da sola cola se penso a una ragazza lasciva.

 

XLVIII – Quod partem madidam mei videtis / Per quam significor Priapus esse: / Non ros est, mihi crede, nec pruina, / Sed quod sponte sua solet remitti, / Cum mens est pathicae memor puellae.

 

 

49. Ehi tu, dico a te che leggi sul mio intonaco tutto attorno
versi scherzosi ma non proprio casti,
non ti offendere se sono osceni: il nostro aggeggio
non è tipo da aggrottare le ciglia!

 

XLIX – Tu, quicumque vides circa tectoria nostra / Non nimium casti carmina plena loci, / Versibus obscenis offendi desine: non est / Mentula subducti nostra supercilii.

 

 

50. C’è una tipa, ti piaccia o no, o Priapo, una vera
smorfiosetta, che mi prende per il naso:
«te la do», «no, non te la do»,
e c’è sempre una scusa per rimandare.
Che poi, se me la darà,
Priapo, ti cingerò l’uccello per quanto è lungo
con due ghirlande uguali.

 

L – Quaedam, si placet hoc tibi, Priape, / Fucosissima me puella ludit / Et nec dat mihi nec negat daturam: / Causas invenit usque differendi. / Quae si contigerit fruenda nobis, / totam cum paribus, Priape, nostris / Cingemus tibi mentulam coronis.

 

 

51. Che problema c’è? Perché stupirsi
se son tanti i ladri che preferiscono il mio orto,
quando, chi cade nelle mie grinfie, paga pegno,
scavato dentro fino ai lombi ricurvi?
Qui il fico non è migliore di quello dei vicini,
l’uva non è pari a quella che coglieva la bionda Arete,
non vi sono mele che pareggino con quelle del Piceno,
o pere da farti correre tanto pericolo,
o la susina gialla più della cera novella,
o il sorbo che frena la sciolta di corpo.
I miei rami non portano more fuori dal comune,
la noce oblunga, chiamata l’avellana,
la mandorla splendente col suo fiore purpureo.
Non mi faccio vanto di avere più cavoli e bietole
di quanti si trovino in altri orti,
o il porro che ricresce sempre dalla sua testa.
E non credo che qualcuno venga per le mie zucche
ricche di semi o per il basilico,
per i cocomeri, sparsi nel terreno,
o per la lattuga dalle foglie grasse,
né per rubare di notte la rucola piccante,
la menta odorosa con le salubri rute,
o le cipolle pizzichine e l’aglio fibroso.
Se tutto questo abbonda nel mio orto,
non è da meno negli orti dei vicini.
E voi, ladri bastardi, degli altri non vi curate,
e continuate a venire nell’orto da me coltivato.
Ma perché stupirsi che andiate dove c’è il castigo,
è quello che minacciamo a spingervi qui.

LI – Quid hoc negoti est quave suspicer causa, / Venire in hortum plurimos meum fures, / Cum, quisquis in nos incidit, luat poenas / Et usque curvos excavetur ad lumbos? / Non ficus hic est praeferenda vicinae / Uvaeque, quales flava legit Arete, / Non mala, truncis adserenda Picenis, / Pirumve, tanto quod periculo captes, / Magisque cera luteum nova prunum / Sorbumve ventres lubricos moraturum. / Praesigne rami nec mei ferunt morum / Nucemve longam, quae vocatur abellanam, / Amygdalumve flore purpurae fulgens. / Non brassicarum ferre glorior caules / Betasve, quantas hortus educat nullus, / Crescensve semper in suum caput porrum. / Nec seminosas ad cucurbitas quemquam / Ad ocymumve cucumeresque humi fusos / Venire credo sessilesve lactucas / Nec ut salaces nocte tollat erucas / Mentamque olentem cum salubribus rutis. / Acresque caepas aliumque fibratum. /Quae cuncta quamvis nostro habemus in saepto, / Non pauciora proximi ferunt horti. / Quibus relictis in mihi laboratum / Locum venitis, improbissimi fures. / Nimirum apertam convolatis ad poenam, / Hoc vos et ipsum, quod minamur, invitat.

 

 

52. Ehi tu che non tiene a bada la tua manaccia ladra
dall’orto a me affidato:
non vede l’ora il tuo guardiano
di allargartelo a colpi alterni,
avanti e indietro, come una porta.
Poi sarà il turno delle due sentinelle
che stan di lato muniti dei loro bei pendagli.
Lavorato a puntino e ben trapanato,
sarà la volta del mai sazio somaro,
non meno munito di me.
E allora, chi ha giudizio, eviti dolorosi guai
sapendo che l’attende una fila schierata di cazzi.

 

LII – Heus tu, non bene qui manum rapacem / Mandato mihi contines ab horto: / Iam primum stator hic libidinosus / Alternis et eundo et exeundo / Porta te faciet patentiorem. / Accedent duo, qui latus tuentur, / Pulcre pensilibus peculiati; / Qui cum te male foderint iacentem, / ad portam veniet salax asellus , Et nil deterius mutuniatus. / Quare, qui sapiet, malum, cavebit, / Ccum tantum sciet esse mentularum.

 

 

 

NOTE AL TESTO
 
40. «Nota Suburanas… » : la Suburra ai piedi dell’Esquilino era un quartiere malfamato, occupato dai mercati di giorno e battuto dalle prostitute di notte.
41. «Ficosissimus…» : efficace termine che si presta a interpretazioni scherzose e ammiccanti. Letteralmente ficosus sta per “pieno di verruche e porri”, ma estensivamente è anche “portatore di emorroidi”, attribuite all’intellettuale sedentario e al pederasta.
43. «Utetur Veneris lusibus» : testo incerto; altri leggono «utetur veris viribus», “darà prova di vera virilità”.
46. «Pygmaeo…» : secondo una credenza antica, i Pigmei, individui dalla bassa statura (dal greco πυγμή, “cubito”, distanza dal gomito alle dita), erano un popolo delle regioni interne dell’Africa in continua lotta contro le gru che devastavano loro i raccolti. Le gru erano guidate da Gèrana, trasformata in uccello da Giunone per la sua superba considerazione di se stessa come una dèa (Ovidio, Metamorfosi, VI, 90).
«Erucarum… decem maniplis» : nella sua trivialità e crudezza, rimane incerto il significato dell’immagine. Intendendo “una grande quantità di rucola (eruca)”, ci si riferirebbe alle supposte proprietà afrodisiache dell’erba; mentre, interpretando una lettura errata per erica (al genitivo plurale ericerum), il riferimento sarebbe all’uso di fascine della pianta selvatica per ramazzare. D’altronde però i verbi tero e doleo su cui il termine si regge rimandano più allo strofinare, al pulire e allo schiacciare, con procurato dolore, il formicolio dei vermi che alla necessità di una procurata stimolazione sessuale. Si veda anche il seguente XLVII, 6, dove le proprietà afrodisiache della rucola sono esplicite.
51. «flava… Arete» : Arete era moglie del re dei Feaci, Alcinoo.

 

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