Clarice Lispector ~ “Uma história de tanto amor” e “Uma esperança” [3]

 

Lasa Segall, Fugura com pássaro, 1955
Lasar Segall, Figura com Pássaro, 1955

 

 

Una volta ho detto che scrivere è una maledizione. Non ricordo di preciso perché l’ho detto, e sinceramente. Oggi lo ripeto: è una maledizione, ma una maledizione che salva.
(…) È una maledizione perché si impone e trascina con forza come un vizio penoso da cui è quasi impossibile liberarsi , poiché niente lo sostituisce. Ed è una salvezza.
Salva l’anima prigioniera, salva la persona che si sente inutile, salva il giorno che si vive e che mai si capisce a meno che non si scriva. Scrivere è cercare di capire, è cercare di riprodurre l’irriproducibile, è sentire fino in fondo il sentimento che altrimenti rimarrebbe solo vago e soffocante. Scrivere è anche benedire una vita che non è stata benedetta.
Che peccato che io sappia scrivere solo quando la «cosa» arriva spontaneamente. In questo modo mi trovo in balia del tempo. E, fra uno scrivere sincero e l’altro, possono passare anni.
Sto ripensando con nostalgia al dolore di scrivere libri.

(Scrivere, 14 settembre 1968)

 

 

Uma história de tanto amor

 

C’era una volta una bambina che osservava così intensamente le galline da riuscire a leggere la loro anima e i loro intimi turbamenti. La gallina è ansiosa, mentre il gallo prova angosce quasi umane: sente la mancanza di un amore vero in quella specie di harem, e oltre a ciò deve vegliare quasi tutta la notte per non perdere il primo dei più remoti chiarori e cantare il più sonoramente possibile. È il suo compito e la sua arte. Tornando alle galline, la bimba ne possedeva due tutte per sé. Una si chiamava Pedrina e l’altra Petronilla.

 

 

Quando la bimba sospettava che una di loro avesse il fegato malato, l’annusava sotto le ali, con la naturalezza di un’infermiera, e considerava l’odore il sintomo massimo della malattia, poiché l’odore della gallina viva non è uno scherzo. Allora chiedeva una medicina alla zia. E la zia: «Tu non hai proprio niente al fegato». Allora, dal momento che era la sua zia prediletta e di lei si fidava, le spiegava per chi era veramente la medicina. La bimba pensava bene di somministrarla tanto a Pedrina quanto a Petronilla per evitare misteriosi contagi. Era quasi inutile dar loro la medicina perché Pedrina e Petronilla continuavano a passare le giornate raspando in terra e mangiando porcherie che facevano male al fegato. E il puzzo sotto le ali continuava a essere sempre lo stesso. Non le passò per la testa di usare un deodorante perché nello Stato di Minas Gerais, dove il gruppo viveva, non si usava, così come non si usava la biancheria intima di nylon, bensì di cambrì. La zia continuava a darle la medicina, un liquido scuro che la bambina sospettava essere acqua con qualche goccia di caffè, e scoppiava l’inferno quando cercava di aprire il becco delle galline: tanto l’uomo quanto la gallina hanno miserie e grandezze (quella della gallina è di deporre un uovo bianco di forma perfetta) inerenti alla propria specie. La bambina viveva in campagna e vicino non c’era una farmacia dove rivolgersi per un consulto medico.

Un altro inferno scoppiava quando la bambina trovava che sotto le penne arruffate Pedrina e Petronilla erano magre, nonostante mangiassero tutto il giorno. La bambina non aveva capito che ingrassarle significava affrettare il loro destino di finire in tavola. E ricominciava il lavoro più difficile: quello di aprire loro il becco. In quella immensa fattoria di Minas Gerais la bambina divenne una grande esperta intuitiva di galline. E crescendo si sorprese non poco quando seppe che in gergo il termine gallina aveva un’altra accezione. Senza notare la comica serietà che la cosa assumeva:

«Ma è il gallo, sempre agitato, che le cerca! Loro non fanno proprio niente! e lui è così veloce che quasi non si vede niente! È il gallo che cerca di amarne una e non ci riesce!»

Un giorno la famiglia decise di mandare la bambina a passare tutta la giornata da un parente che abitava molto lontano. E quando lei tornò, non esisteva più quella che in vita era Petronilla. Sua zia le diede la notizia:

«Abbiamo mangiato Petronilla».

La bambina era un essere capace di tanto amore: una gallina non ricambia l’amore che riceve, tuttavia la bambina continuava a volerle bene senza aspettarsi niente in cambio. Quando seppe quello che era successo a Petronilla, sentì un odio profondo per tutta la gente di casa, meno sua madre, a cui non piaceva la gallina, e i dipendenti, che avevano mangiato carne di manzo. Suo padre, invece, a malapena riusciva a guardarlo: era lui quello a cui più di tutti piacevano le galline. Sua madre capì ogni cosa e le spiegò:

«Quando mangiamo gli animali, succede che gli animali prendono a somigliarci, perché si trovano proprio dentro di noi. Di tutte le persone della casa noi due non abbiamo Petronilla dentro di noi. È un peccato».

Pedrina, che segretamente era la preferita della bambina, fece pure lei una brutta fine, e dopotutto era sempre stata un essere fragile. La bambina, vedendo un giorno che Pedrina stava tremando sotto il sole cocente dell’aia, l’avvolse in un panno scuro e poi la schiaffò così ben infagottata in cima a una di quelle stufe di mattoni che si trovano nelle fazendas di Minas Gerais.Tutti l’avvertirono che stava solo affrettando la morte di Pedrina, ma la bambina si era intestardita e la mise ugualmente, così avvolta nel panno, sui mattoni caldi. Quando la mattina seguente Pedrina fu ritrovata dura e indubbiamente morta, la bambina, solo allora, piangendo senza freni, si convinse di aver affrettato davvero la fine dell’essere amato.

Quando fu più grandicella, la bambina ebbe una gallina chiamata Eponina.

L’amore per Eponina, questa volta era un amore più realista e non romantico; era l’amore di chi ha già sofferto per amore. E quando giunse il momento di mangiare Eponina, non appena la bambina lo seppe comprese che quello era il destino fatale di chi era nato gallina. Le galline sembravano avere la premonizione del proprio destino e non imparavano ad amare né i padroni né il gallo. Una gallina è sola al mondo.

Ma la bambina non aveva dimenticato ciò che sua madre le aveva detto a proposito del mangiare gli animali che si amano: mangiò Eponina più di tutti gli altri della famiglia, mangiò senza fame, ma con un piacere quasi fisico, perché adesso sapeva che in quel modo la gallina si sarebbe incorporata in lei appartenendole più che in vita. Avevano cucinato Eponina nel suo sangue. Di modo che la bambina, secondo un rituale pagano che le fu trasmesso da corpo a corpo attraverso i secoli, mangiò la sua carne e bevve il suo sangue. In occasione di quel pasto provò gelosia per gli altri che pure mangiavano Eponina. La bambina era un essere fatto per amare: quando divenne ragazza ci furono gli uomini per questo.

 

 

 

 

Lasar Segall
Lasar Segall, Menino cum lagartixas, (1924)

 

Uma esperança

 

Qui in casa si è posata una speranza. Non quella classica che tante volte poi si svela essere illusoria, nonostante non cessi per questo di sostenerci. Ma l’altra, ben concreta e verde: l’insetto[1].

Si è sentito il grido soffocato di uno dei miei figli:

«Una speranza! e sulla parete proprio sopra la tua sedia!». La sua emozione rivelava che anche lui univa in una sola le due speranze, ha già l’età per queste cose. Ma la sorpresa era piuttosto mia: la speranza è una cosa segreta ed è solita appoggiarsi direttamente su di me, senza che nessumo se ne accorga, e non sulla parete sopra la mia testa. Piccolo tramestio: ma era inequivocabile, lei era proprio lì, e più magra e verde non poteva essere.

«Ma quasi non ha corpo», ho protestato

«Ha solo l’anima», ha spiegato mio figlio e, come ci sorprendono i figli, mi sono resa conto con sorpresa che si stava riferendo ai due tipi di speranza.

Avanzava lentamente sui fili sottili delle lunghe gambe fra i quadri della parete. Per tre volte ha cercato, renitente, di salire fra due quadri, e per tre volte è tornata sui suoi passi. Ce ne metteva per imparare la strada.

«È stupida», ha commentato mio figlio.

«Lo so», ho risposto un po’ tragica.

«Adesso cerca di cambiare direzione, guarda, poverina, come esita».

«Lo so, è proprio così».

«Mamma, sembra che la speranza non abbia gli occhi, è guidata dalle antenne».

«Lo so», ho continuato con tono più infelice ancora.

Siamo rimasti lì a guardarla non so per quanto tempo. Vigilavamo su di lei come in Grecia o a Roma si vigilava sulla fiamma del fuoco del lare perché non si spegnessero.a

«Mamma, si è dimenticata che può volare, e pensa di poter camminare così piano».

Camminava davvero così piano, che fosse ferita? Ah, no, altrimenti in un modo o nell’altro sarebbe uscito del sangue, con me è sempre successo così.

È stato allora che, fiutando tutto ciò che è commestibile, da dietro un quadro è uscito fuori un ragno. Non un ragno, ma mi sembrava il ragno.

Avanzando sulla sua invisibile tela sembrava spostarsi impalpabilmente nell’aria. Voleva la speranza. Ma la volevamo anche noi e, oh Dio! noi non saremmo arrivati al punto di mangiarla. Mio figlio è corso a prendere la scopa. Io ho detto debolmente, confusa, senza sapere se purtroppo era arrivata l’inevitabile ora di perdere la speranza:

«È che non si ammazzano i ragni, mi hanno sempre detto che portano bene…».

«Ma farà a pezzi la speranza!» ha risposto mio figlio con ferocia.

«Devo parlare con la domestica e dirle di spolverare dietro i quadri», ho detto percependo la frase come fuori posto, e sentendo una certa stanchezza nella mia voce. Poi ho fantasticato un po’ su come sarei stata succinta e misteriosa con la domestica. Mi sarei limitata a dirle: «Per cortesia, facilita il cammino della speranza».

Il bambino, ucciso il ragno, ha fatto un gioco di parole fra l’insetto e la nostra speranza. L’altro mio figlio, che stava guardando la televisione, ha sentito e ha riso divertito. Non c’era ombra di dubbio: la speranza si era posata in casa, anima e corpo.

Ma com’è bello questo insetto: sembra appoggiarsi più che vivere, è uno scheletro verde, e ha una forma così delicata che spiega perché io, che adoro toccare ogni cosa, non ho mai cercato di prenderla.

D’altronde, una volta, adesso mi viene in mente, una speranza ancora più piccola di questa si era posata sul mio braccio. Non avevo sentito niente, tanto era lieve, è stato solo vedendola che mi sono resa conto della sua presenza. Sono rimasta imbarazzata per la sua delicatezza. Non ho mosso il braccio e ho pensato: «E questa, adesso? Cosa devo fare?». In realtà non ho fatto niente. Sono rimasta estremamente quieta come se un fiore fosse nato in me. Poi non ricordo più cos’è successo. Sì, penso che non sia successo niente.

 

note:

 

[1]In Brasile «speranza» è il nome con cui si indica volgarmente la cavalletta verde.

 

 

 

 

Uma história de tanto amor apparve sul Jornal do Brasil il 10 agosto 1968. Uma esperança uscì invece il 10 maggio 1969.

 

Traduzione da:

 

Clarice Lispector, La scoperta del mondo, 1967-1973 ; traduzione di Mauro Raggini -Milano : La tartaruga, 2001 – Collezione • Saggistica • [ISBN] 88-7738-332-1 • Traduzione di A descoberta do mundo – Classificazione Dewey • 869 (19.) Letteratura portoghese – pp. : 114-117 e 185-187

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...