Piero Bigongiari ~ Poesie e “Autoritratto poetico” (1959)

 
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Questa campagna piovosa, piena di colori dolorosamente maturi, vicini a morire, quest’aria fredda, questo cielo bianco, sono i miei luoghi, il mio tempo. Quando al Cappellini indicavo questi colori indecisi del cielo, vicino alla sera, con l’albero ormai spoglio che ci si innalza tremando al leggero vento – sai? l’albero davanti alla mia casa – ha detto che noi siamo malati, che noi, lui … te … amiamo le cose anormali, vicini a cadere.
Lettera a Ciattini, Pistoia 13 novembre 1933
 

Era triste, forse piangeva

 

Eco in un’eco

 

Ti perdo per trovarti, costellato
di passi morti ti cammino accanto
rabbrividendo se il tuo fianco vacuo
nella notte ti finge un po’ di rosa.

Quali muri mutevoli, tu sposa
notturna, quale spazio abbandonato
arretri al niveo piede, al collo armato
del silenzio dei cerei paradisi

che in festoni di rose s’allontanano?
Eco in un’eco, mi ricordo il verde
tenero d’uno sguardo che dicevi
doloroso, posato non sai dove

di te, scoccato dentro il misterioso
pianto ch’era il tuo riso. Oh. non io oso
fermarti! non i muri che dissipano
di bocci fatui un’ora inghirlandata.

Odi il tempo precipita: stellata,
non so, ma pure sola Arianna muove
dalla sua fedeltà mortale verso
dove il passo ritrova l’altra danza.

 

 

Si è voltata, sono perduto

 

Evidenza ed oblio

 

Son calde ancora le colonne, i portici
dell’Annunziata sognano gli altari
rossi e fumanti dove deponesti
sposa raggiunta e sola rose in cesti
destinate perché il tuo sangue varî.

Tutto è finito già come riapri
le palpebre, le fragili verbene
scarlatte nello specchio dove ti agiti
altro cielo ti fingono se meno
di un sorriso ti sfugge e ti trattiene.

Come durabilmente in te equilibrio
d’immagini una lacrima è sgorgata
dal nulla fatto limite del mondo
di cui ti senti vece individuata,
nel brio degli occhi superficie al fondo.

Resti forse – la sera è blu e viola
come il tuo sguardo insonne di mentire –
oltre quei gesti sfebbrata dalle Orse
che ti videro a lungo impallidire,
cera spenta dal sangue che ti corse.

Pe’ vetri assiderati guardi invisibilmente, i tuoi gemiti aurati tradiscono il tuo niente;
evidenza ed oblio; illuminano i passi
i muri dell’addio come ancora trapassi
tra passato e futuro inesistente e vera.

 
 

Diventa chi sei. (Pindaro)

 

Rogo

 

Il tuo dolore sorvegliato
quasi fosse una speranza,
eccotelo negli occhi.

E le strade leggere dei morti
percorse da viventi leggeri come morti
a un tratto s’animano, vicino a casa,
dei colpi sordi tirati a un pallone
da due ragazzi di notte.

Che fanno i diademi nelle teche
o il mare lungo la tua città balneare
vuota di tutto fuorché del tuo dolore incomprensibile!
Io preso dalla vampa di questa città,
quasi un’orma si stampa in mezzo al fuoco:
le ombre ormai sono così consistenti,
leggeri sono solo i viventi, ma le parole
che cercano qualcosa da descrivere,
i loro sentimenti,
che cercano di riconoscere qualcosa,
i loro gesti,
sono perse, glauche, indefinibili
parole del Logos,
è la morte che parla, il silenzio che pesa nelle parole.

Che cosa facesti, non sai: che cosa fai.

Ma vero e non vero sono forse la stessa cosa,
l’unica frontiera è forse quella che non si può varcare,
e il resto appartiene al discorso urlato dai morti
iene attorno al rogo.

 

 

AUTORITRATTO POETICO (1959)

 

Appartengo a una generazione che ha abbondato in dichiarazioni, implicite o esplicite, di poetica: fino al punto che oggi, che la mia poesia ha una storia piuttosto lunga, oso con molta minore sicurezza abbandonarmi a previsioni o a sguardi d’insieme. Quanto più la poesia parla, e decide, tanto più si sente inibito quel tramite di poesia che è il poeta; tanto più la volontà cede alla bona voluntas che permea la fantasia; sulla quale bona voluntas; la riflessione aprioristica può poco, anzi, direi, viene da essa bellamente messa alla porta.
La mia, come la poesia della mia generazione, è nata strettamente condizionata dalla situazione storica, in cui primamente si rese conto di esistere. In anni difficili, questo è certo, tra una dittatura che si poneva sorda ma anche ottusamente convulsa a quelli che sarebbero stati i suoi ultimi atti, ma coinvolgendo purtroppo la responsabilità della nazione, e una guerra tragica e combattuta con le armi rivolte nella direzione opposta a quella in cui le avrebbe volute impugnare e in cui, in una luce sinistra di furore civile, riuscì nel pieno della guerra a impugnarle. La mia, e la nostra, Stimmung si rilevava da anno che il cielo, anche il cielo primaverile, sembrava chiuso intorno a una non più umile Italia: quando le parole avevano un corso civile forzoso che si rifletteva, in chi voleva mantenere la proporzione di valori, in duro silenzio. Fu l’epoca dei prigionieri in patria. E fu in questo straordinario, ma drammatico silenzio che nacque la parola della terza generazione, quando aperta a una sorta di intenerimento interiore, quando orgogliosamente chiusa a una civiltà esterna ch’essa rifiutava in blocco. Nella parola passava un’eco del corrompimento che la stasi insinuava, ma come l’uva messa a maturare sui graticci acquista un sapore persino troppo dolce. La storia sembrava non passare più, il senso stesso della storia sembrava bloccato, negli anni ’30-’40, irretita in irrelate mitologie, o scoppiando come un acquazzone fuori della nostra portata: così vedemmo la guerra di Spagna e le sue assurdi stragi, col naso schiacciato ai vetri.
D’altronde, dal significato al significante, nella parola ferma del ’36 vorticava in realtà una serie di sensi, nell’arresto, contrastanti, un’energia semantica che le dava, oltre a quel carattere intransitivo – d’attesa, d’attendamento nel deserto -, un colore particolare, difensivo, turbato, direi mimetico del discorso interiore di cui essa seriava, per punto tentare di estrometterlo, gli esiti. L’ispirazione era soprattutto un turbarsi e un trascolorare, giunti al tetto del significato, dei sensi dal basso: l’arresto era insomma in una direzione verticale. Quello che aveva fatto durante la guerra del ’15 la parola nuda, e quindi aperta, e presto tutt’uno col cosmo di cui si poneva come il delirante fermento, di Ungaretti, tra le pause, rispetto al verso che ne era non tanto l’architettura in arrivo quanto la struttura sillaba per sillaba facentesi, ora, se non mi sbaglio, tentava di compiere la parola coperta, la parola d’ordine del sentimento esistenziale della generazione del ’36 nel discorso di cui essa sentiva l’energia complessiva, che non riusciva però a transitare nell’interno di essa, essendole venuto a mancare quel carattere portante e transitivo a causa appunto di questo, necessario, turbamento semantico. Come la parola nuda di Ungaretti suggeva dall’esterno, la parola coperta del ’36 suggeva dall’interno. Erano le cose che ancoravano al fondo la parola: questa, parola al colmo, già surrogava quella che avrebbe dovuto essere, appunto nel discorrere dell’energia, la sua funzione distesa. E il linguaggio era come un mare semantico in burrasca.
Ma, devo dire, se un merito ebbe questa prigionia in patria, fu quello di avvicinarci alle cose oltre la fenomenicità di un linguaggio in cui esse stavano troppo larghe: aspettai nella parola la crescita della cosa, chiudendo a una tale ‘parola in attesa’ la possibilità di una circolazione fiduciaria che non m’interessava più, che anzi, moralmente, dovevo rifiutare. Naturale, anche, che questa ‘indicibilità’ delle cose portasse a un pericolo: quello cioè di ritenere per loro propria natura ineffabili le cose, e dunque intoccabili; e che infine nascesse un elegiaco rimpianto su un mondo perduto. Credo di aver reagito a questo pericolo, e proprio vedendo il mondo perduto come un mondo lontano, ma preservato nella compiutezza dei suoi atti dalla sua stessa piena totalità strutturale. Ho amato sempre poco lamentarmi, ho preferito agire. Dinanzi a quel mondo in vitro il mio animo non stava fermo: il mio animo mi era come rapito, risucchiato dalla stupenda funzionalità del mondo: dove la strage e l’amore avevano ugualmente sede. Fu lì, in questo ‘strappo’ dell’anima, che la mia generazione apprese il modo particolare del proprio stoicismo: se non accettava una determinata accezione della vita, non rifiutava certo una vita di cui si sentiva troppo colma; che non sapeva contenere, che qualcuno versava distratto nella tazza dell’anima senza misura. Era una vita che, invece di storicizzarsi, sentivamo fluire dentro come un fiume calmo e totale, al di là di ogni disperazione storica o soggettiva: era una vita esistenziale, che si accordava al ritmo delle stagioni, di cui le cose si tingevano trascolorando. Fu qui che trovai Ungaretti, e la sua lezione venne a fortificare il mio particolare ti po di resistenza: «E come portati via / Si rimane» aveva scoperto a Locvizza il 28 settembre 1916. Io scoprivo un’altra guerra, più subdola, quella di una stasi storica che faceva sì che involontariamente, nel segreto dell’anima, venisse a capovolgersi la scoperta ungarettiana: come, rimanendo qui, mi sentivo portato via. Era quel rapimento verso le cose, verso gli oggetti e l’avventura: che per forza nacquero sotto specie simbolica, a salvaguardare però l’autentico dramma dello ‘strappo’ dell’anima. Fu questo il neosimbolismo iniziale della mia generazione: che nell’affidarsi a qualcosa, dovette affidarsi a qualcosa che era per metà oggettivo e per l’altra metà peccava di un a priori simbolico, onde la compiutezza del mondo, e quindi la sua storicità, fosse mantenuta, e fosse pertanto mantenuta la sua forza d’attrazione. Fu lì che ci scoprimmo figli dell’autentica tradizione novecentesca, da Campana a Rebora fino a Montale, con, in mezzo, la lezione centrale di Ungaretti. Ricordo che il Sentimento del tempo fu il mio livre de chevet, e che temperai, lavorando su Leopardi, la disperazione umana, correggendo Leopardi con Manzoni. La storia prevedeva una via lunga. Ma a chi mi accusa, e accusa con me la mia generazione, di aridità e, peggio, di distacco, vorrei additare certe primitive poesie, che ho rifiutate, che subito rifiutai, ma che, allora consegnate a un amico bolognese, costui stampò a mia insaputa su «L’Orto» di Bologna, e dove il cosiddetto interesse umano raggiungeva tonin persino populistici.
In verità cominciava la tentazione orfica della mia generazione, cioè la lotta che io, e almeno il mio primo amico, e conturbenale della giovinezza, sentimmo di dover combattere per estrarre lentamente, quasi sottrarre, dalla spiegazione orfica della terra la memoria storica dell’uomo. Io ricordo, e sono anni preistorici, una, per me famosa, battitura del grano, a Ponte a Greve, dove allora Luzi aveva un poderetto, durante la quale, nel polverone dei mannelli del grano imboccati nella trebbiatrice, e nell’odore terrestre della pula che si diffondeva nella misteriosa e segregata campagna, ai limiti della nostra prima giovinezza, io ricordo un foglio sul quale, da una parte, egli scrisse una sua poesia, e dall’altra, io alcuni miei versi. E un incunabolo, per me, di quella ‘allegria’ orfica: una prova delle scoperte a specchio del mondo che allora ci tramandavamo come vere e proprie parole d’ordine che, nel destino dei contenuti, decidevano del corso di quel fiume esistenziale, non in cui eravamo immersi, ma che si spostava in toto, sì che rimaneva nel mondo solo il suo passare. Eravamo il fiume, non la riva.
Ne La figlia di Babilonia quanti segni di queste tracce che le cose lasciavano nello spostarsi integrale di quel cielo che era la mia anima, nella quale per attrito le cose erano luce, colore, avventura, suono; ma lo spazio della cosa era in realtà un tracciato sulle pareti sconosciute dell’anima, un sottrarsi, nel divenire, dell’essere che ferendo quel divenire gli ricordava anche un rapporto, una proporzione non mantenuti. La mia poesia nacque per un’avvertita dismisura, come è stato detto, nei rapporti tra l’uomo e le cose, e si pose appunto come dato in quella dismisura, quasi a colmare il livello della vita oggettiva, così subito dichiarando la drammatica situazione che faceva propria. Furono anni difficili, e insieme esaltanti, e intanto scoppiava la guerra: ch’io, oggettivamente inerme, mi sentii di affrontare soggettivamente armato d’una pietas storica che i simboli e le allegorie avevano, proprio essi, allevato, per la salvezza oggettiva ch’essi avevano aiutato, col loro involucro, a svilupparsi dall’interno, come un seme, se cade alla sua giusta stagione nella buona terra, è destinato ad aprirsi. La mia buona terra, tragica terra di sangue dove allignava una realtà maggiore della sua attesa allegorica, fu la guerra. Il seme si apriva: ferito, sconvolto. Era una realtà tutta fuori di sé, in una stagione inclemente. La crisi della guerra vide militare il simbolo orfico a contatto di gomito col dato oggettivo, in una confidenza nata dalla tragedia. Rogo per questo è un libro difficile: Rogo è un libro di guerra, di guerra per la verità oggettiva, anche se le date delle poesie vanno dal ’45 al ’52: durante la doppia, e anzi multipla, guerra non potei che tacere se gli avvenimenti mi presero nelle loro spire. Ci fu in quegli anni un tanto, oltre che di tragico, di ingannevole che sembrava mettere in forse anche i pensieri più certi. La «memoria / semispenta» dell’ultima poesia è la memoria orfica che più non travasa segreti verso l’hic et nunc. Vi sono in quel libro di poesie d’amore, poesie in cui attraverso parole d’amore mi lampeggiava nella fantasia la cieca possibilità che la verità fosse a fiore del caso, appunto per quel che di magnetico l’essere planetario aveva messo in luce, rompendo la feroce prigione della stasi. Dicevo che »la verità non è che la coincidenza / di qualcosa con qualcosa di simile e diverso», e che «si può amare anche il disgusto»; dicevo che «È facile dire quello che non si è / ma quello che si è, è solo degli altri / che non possono dirlo». Intervennero «gli altri» anche se a bocca murata; e ora vedo che quel libro fu un grande ragionamento, un tentativo di rendersi conto che l’uomo deve non tanto, come si suol dire, accettare la storia, che sarebbe ancora un volersene investire dall’esterno, ma sentirsi soggetto di storia, cioè arricchire la storia non nel senso di piegarla ai propri fini, bensì in quello di interpretarla, dandole un’anima. Ma la di là del flusso oscuro, orficamente recuperabile, dell’esistere, sta l’essere, sta cioè la storicità dell’essere: il momento in cui l’uomo si trasforma da oggetto a soggetto della storia; il momento in cui la memoria si dilunga nella vicenda umana come in una natura ricuperata, totalmente solidale. La vita oggettiva è là, ma il poeta, soggettivamente, non è che quel . L’hic et nunc non è che il modo percepito di quel ; cioè la coscienza di quel legame che è allo stato attivo, e qui, essendo ugualmente allo stato attivo, è però in un’attività, appunto, trasposta. Non trasformata; trasfigurata vuol dire trasposta. Se il poeta non trasforma, ma conserva obiettive situazioni, e solo ne stringe più velocemente i nessi, e vede le cose riempirsi della loro inerenza planetaria. È la storia, la voce dell’uomo; alla naturalezza del poeta, che è situazione valida sempre, occorre aggiungere questa perenne convalida dell’esistenza che è il suo avvertirla fatalmente unica. Al continuum esistenziale insomma l’unicum storico. Che dà luce drammatica all’essere. Se il tempo, che cova le passioni, e quasi dà loro forma, anche le estingue. Dunque bisogna che le passioni, oltre che «descrivere» il tempo, come l’oggetto formato descrive lo stampo in cui il fonditore l’ha colato come ancora materia incandescente, anche posseggano una materia ch’io vorrei chiamare l’infinito possibile del tempo. È la natura delle passioni, la natura dell’essere: una natura oggettiva, di cui il poeta non si appropria, di cui bensì, meglio diremmo, il poeta si espropria attraverso la poesia. Dunque il poeta non è mai fermo, non tocca mai lo stesso oggetto, non immerge, come l’uomo che è proprietario del poeta, mai la mano nella stessa acqua. È qui che l’uomo si sente appunto soggetto di storia: in quanto solo quello che l’uomo tocca, togliendolo dall’indeterminato, legandolo al tempo, e insomma soggettivandolo, si oggettiva. Senza voler penetrare più oltre riflessivamente nella mia storia – e come potrei se non per mere ipotesi? -, mi pare che con la guerra, e il lungo dopoguerra, e la restituzione delle libertà agli istituti umani, anche la mia poesia ha cercato di restituire il reale, quel reale salvaguardato e messo in moto fino alla ricerca degli archetipi, alla realtà: sì che la dialettica tra vita e interpretazione avvenga coinvolgendo una integrità di atti che, se hanno come corrispettivo una vita soggettiva, presuppongono d’altra parte un linguaggio altrettanto oggettivo, cioè tutto percorso dai suoi termini primi fino a quello di cui l’uso constata il perpetuo divenire. A questa riconversione dell’eccezione linguistica in norma corrisponde, se non erro, un’accettazione della storia totale in quella individuale. E se l’uomo è meno solo, è che l’uomo sente cresciuta dentro di sé quella natura che implica la solidarietà, di cui egli tiene le fila e come la responsabilità, tra tutte le parti dell’esistente. Ma sul mio stesso scrivere qui, l’unghiata del quotidiano lascia il segno, che può modificarne la luce, dandogli comunque quel senso di precarietà, quella condizione infine che rende più vicino anche quello che in un pensiero, nella sua incontrovertibilità, c’è di incontrollabile e, se aprioristico, di dato non dall’oggetto ma dalla qualità normativa che è propria dell’operazione stessa del pensare.
Le passioni tuttavia non hanno mai nulla di aprioristico, ma aprioristico è il significato che vogliamo dar loro: quando si dice di voler estrarre il succo di un’esperienza, un poeta vi dirà subito che non si può spremere un’esperienza fino a lasciarla secca del suo umore naturale, un poeta vorrà salvare appunto l’integrità dell’esperienza, lasciare che si delinei integralmente. Ed ecco dove il poeta, mentre insieme conosce, non sa; e si limita a vedere, quando la mente «alle sue vision quasi è divina». L’artificio nell’arte è il modo stesso della conoscenza. Quando dico che il poeta conosce e non sa, intendo che la conoscenza trova nella rappresentazione, oltre che il limite di perscrutabilità, anche la messa in moto, e la mimesi, dell’imperscrutabile. O meglio, nella rappresentazione è una conoscenza in atto, ma totale e inscindibile dai termini stessi dell’esperienza che l’hanno provocata. E dunque l’esperienza stessa, mentre provoca, anche limita l’ipotiposi della conoscenza.
Se oggi qualcuno parla degli «oggetti tragici» che la mia poesia implica, io non saprei additarne meglio l’origine che richiamandomi a quel senso di giustizia obiettiva che subito mosse, dandogli anche quel che di dinamicamente irrequieto, la scoperta di quel mezzo attivo che è la poesia dinanzi alla constatata ingiustizia del vivere universale. Ingiustizia, intenso, se trasferiamo sul piano morale la perfetta rispondenza di un organo alla funzione, è questo non tener conto che al di là dell’utilità della macchina, la sorte dell’uomo e insomma della vita oggettiva evade bene dal meccanismo di cui pure è parte in causa; ed evade proprio nell’evidenza del proprio essere che non è solo un effetto, bensì, esso stesso, una causa dell’universo. Insomma il passare per me da una comprensione più strettamente individuale a una più largamente individualizzata, mi ha portato, in un contemporaneo allargarsi di interessi, a rispettare nell’esistenza quella sua insita facoltà di soluzione. È la sorte dell’uomo drammatica, ed è il proprio dell’uomo ricercare quel senso di giustizia che muove tanto la primavera a sciamare come una nube temeraria nell’universo quanto un cuore amante a delirare, ma anche ad accettare il tramutarsi della passione in conoscenza. Credo che nessun uomo è compiuto in se stesso, bensì che ognuno solo attraverso gli altri e l’altro da sé possa raggiungere compiutamente se stesso: la poesia è dunque questo ricupero, nell’invenzione oggettiva del mondo, di qualcosa che il mondo stesso è capace di restituire, se il poeta gli dona, togliendolo alla sua inerzia, questa intima, totale capacità di resa. questa credo sia l’unica, vera storicità di una poesia: poesia non di commento, ma d’invenzione, sorpresa dunque ogni volta, e ogni volta messa in forse, dal suo stesso esistere, dalla sua tentazione esistenziale. Un bagaglio leggero sarà affidato all’uomo del Novecento, questo nuovo nomade di un mondo in movimento: ma aprendo il bagaglio, doveché si trovi, dovrà quest’uomo ritrovare, insieme all’odore tentatore del cosmo, quello sottile della sua casa. Uomo destruens insieme ed instruens, nella velocità dei raccordi ritroverà costui i profondo carattere attivo della parola che appunto deve, per convincere, sopratutto significare.

 

1959

 

 

 

I testi sono tratti da:
Piero Bigongiari, Tutte le poesie. 1: 1933-1963 ; a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi ; presentazione di Carlo Bo ; Firenze : Le Lettere, 1994 ; Collezione . Pan ; [ISBN] 88-7166-180-X – Classificazione Dewey : 851.91 (19), Poesia italiana. 20. sec

 

 

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