Carmina Priapea, 53 – 65

 

Solin, Salona
Iscrizione muraria a carattere osceno scherzoso, Salona (Solin, Croazia) [*]

 

53. Bacco s’accontenta di qualche grappolino d’uva
mentre gli alti tini a malapena trattengono il mosto
e ai capelli di Cerere, quando scarseggia la grande aia
di messi feconde, si appende una piccola corona.
Segui, o dio minore, l’esempio dei grandi:
anche se poca cosa, accontentati di queste mele.

 

LIII – Contentus modico Bacchus solet esse racemo, / Cum capiant alti vix cita musta lacus; / Magnaque fecundis cum messibus area desit, / In Cereris crines una corona datur. / Tu quoque, dive minor, maiorum exempla secutus, / Quamvis pauca damus, consule poma boni.

 

 

54. Se scrivi CD e vi aggiungi un’asta,
avrai disegnato chi ti vuole spaccare in due.

 

LIV – CD si scribas temonemque insuper addas, / Qui medium vult te scindere, pictus erit.

 

 

55. Da non credere, persino la falce – che vergogna! –
i ladri m’han tolto dalle dita.
No, non è tanto la rabbia e la vergogna che m’addolora,
ma la giustificata paura per le altre mie armi.
Ah, dovessi perderle, lascerò la patria e quello
che una volta era, o Làmpsaco, tuo cittadino diverrà un Gallo.

 

LV – Credere quis possit? Falcem quoque – turpe fateri — / De digitis fures subripuere meis. / Nec movet amissi tam me iactura pudorque / Quam praebent iustos altera tela metus. / Quae si perdidero, patria mutabor, et olim / Ille tuus civis, Lampsace, Gallus ero.

 

 

56. Cosa fai, ladro? Ridi pure?
e il ditino a presa di culo mostri a me se ti minaccio?
Peccato, misero che sono, sia di legno
quello che mi fa apparire così terribile!
Lascerò il piacere al mio lascivo padrone
di metterlo in bocca ai ladri al posto mio.

 

LVI – Derides quoque, fur, et impudicum / Ostendis digitum mihi minanti? / Eheu me miserum, quod ista lignum est / Quae me terribilem facit videri. / Mandabo domino tamen salaci, / Ut pro me velit irrumare fures.

 

 

57. Una cornacchia, sepolcro tarlato e cadente,
massa di putrido dai secoli dei secoli,
– sarà stata pure la nutrice
di Titone, di Priamo e di Nèstore,
sì! ma lei già vecchia e loro bambini, –
è qui davanti a pregarmi ché qualcuno la fotta:
come mi chiedesse di tornare ragazza!
Ma se ha i soldi, per me è vergine.

 

LVII – Cornix et caries vetusque bustum, / Turba putida facta saeculorum, / Quae forsan potuisset esse nutrix / Tithoni Priamique Nestorisque, / Illis ni pueris anus fuisset, / Ne desit sibi, me rogat, fututor. / Quid si nunc roget, ut puella fiat? / Si nummos tamen haec habet, puella est.

 

 

58. A quel ladro che viene qui per farmi fesso,
gli vengano i vermi nel suo culo da finocchio,
e la ragazza che fotte le mie mele,
non trovi più nessuno che la fotta!

 

LVIII – Quicumque nostram fur fefellerit curam, / Effeminato verminet procul culo; / Quaeque haec proterva carpserit manu poma / Puella, nullum reperiat fututorem.»

 

 

59. E non dire che non t’avevo avvisato:
entri ladro, esci stuprato.

 

LIX – Praedictum tibi ne negare possis: / Si fur veneris, impudicus exis.

 

 

60. Se tu avessi tante mele quanti versi, o Priapo,
a te son dedicati, saresti più ricco dell’antico Alcinoo.

 

LX – Si quot habes versus, tot haberes poma, Priape, / Esses antiquo ditior Alcinoo. 37.

 

 

61. Contadino, cos’è questo piagnisteo continuo,
perché una volta davo tante mele
e ora, son due autunni, che non ne faccio più?
Non è come credi, non mi pesa la vecchiaia,
non son stato colpito dalla dura grandine,
e neppure un freddo tardivo ha bruciato
le gemme appena sbocciate.
Né il vento, la pioggia o la siccità
m’hanno fatto alcunché di cui lamentarmi.
Non lo storno o la taccola ladra,
la vecchia cornacchia o l’anatra che starnazza,
né il corvo assetato m’han danneggiato.
Piuttosto, i miei rami son stanchi
di sostenere i versi di un pessimo poeta.

 

LXI – Quid frustra quereris, colone, mecum, / Quod quondam bene fructuosa malus / Autumnis sterilis duobus adstem? / Non me praegravat, ut putas, senectus, / Nec sum grandine verberata dura, / Nec gemmas modo germine exeuntes / Seri frigoris ustulavit aura, / Nec venti pluviaeve siccitasve, / Quod de se quererer, malum dederunt. / Non sturnus mihi graculusve raptor / Aut cornix anus aut aquosus anser / Aut corvus nocuit siticulosus, / Sed quod carmina pessimi poetae / Ramis sustineo laboriosis.

 

 

62. Dormite tranquilli, cani: sta Sirio
con la diletta Erigone a custodia dell’orto.

 

LXII – Securi dormite, canes: custodiet hortum / Cum sibi dilecta Sirius Erigone.

 

 

63. Ti pare poca cosa che qui, dove ho preso casa,
si debba sopportare un’estate così assetata
da riempire di crepe la terra per la calura?
E ti sembra niente che la pioggia m’inzuppi fino al midollo,
la grandine mi batta sui capelli
e il ghiaccio congeli la dura barba come un cristallo?
Ti sembra poco lavorare tutto il giorno
e poi passare la notte, tutta la notte, a far la guardia?
Mettici poi che mani rozze da un rozzo legno
m’han fatto senz’arte né parte, ultimo
dio tra tutti gli dèi, da tutti
chiamato custode di legno delle zucche.
Aggiungi poi questa piramide tesa come un fascio
di nervi libidinoso, segno visibile d’impudicizia.
C’è una ragazza, quasi quasi ti dico come si chiama,
che è solita venire qui a farsi fottere dal suo uomo:
ripassate tutte le posizioni che Filènide elenca,
ne prova di nuove, per poi uscire più smaniosa di prima.

 

LXIII – Parum est mihi quod hic fixi ut semel sedem, / Agente terra per caniculam rimas / Siticulosam sustinemus aestatem? / Parum, quod hiemis perfluunt sinus imbres / Et in capillos grandines cadunt nostros / Rigetque dura barba vincta crystallo? / Parum, quod acta sub laboribus luce / Parem diebus pervigil traho noctem? / Huc adde, quod me fuste de rudi vilem / Manus sine arte rusticae dolaverunt, / Interque cunctos ultimum deos numen / Cucurbitarum ligneus vocor custos. / Accedit istis impudentiae signum, / Libidinoso tenta pyramis nervo./ Aad hanc puella, paene nomen adieci, / Solet venire cum suo fututore; / Quae tot figuras, quot Philaenis enarrat, / Novisque fictis o non invenit.

 

 

64. C’è un tipo, molle come il midollo d’un’oca:
viene qui a rubare sperando che la pena sia l’amore.
Rubi pure: farò finta di non vedere.

LXIV – Quidam mollior anseris medulla / Furatum venit huc amore poenae. / Furetur licet usque, non videbo.

 

 

65. Sacrifichiamo qui il maiale, preso dal suo caldo porcile,
che col grugno distrusse i gigli in fiore.
Priapo, non vorrai mica farmi fuori tutto il bestiame!
preoccupati che la porta dell’orto sia chiusa per bene.

 

LXV – Hic tibi qui rostro crescentia lilia morsit, / Caeditur e tepida victima porcus hara. / Ne tamen exanimun facias pecus omne, Priape, / Horti sit, facias, ianua clausa tui.

 

 

 

NOTE AL TESTO
54. CD + asta è la raffigurazione oscena del membro maschile… come si può trovare in un lupanare o in qualsiasi luogo turpe.
55. «Lampsace, Gallus ero;»: Priapo era originario di Làmpsaco, città della Misia, e i Galli erano i sacerdoti della Dea Cibele che si eviravano durante le cerimonie religiose in suo onore.
56. «digitus impudicus»: il gesto del dito medio alzato è attestato anche in Marziale, Epigrammi, VI, 70, 5 e II, 28, 2. e Svetonio, Divo Augusto, 45.
57. «Tithoni Priamique…» : Titone, Priamo e Nestore, celebri per la loro longevità e qui citati a marcare la ancora più longeva età della vecchia supplicante, erano rispettivamente il marito di Aurora, il re di Troia e il re di Pilo.
59. Alcinoo, era il re dei Feaci, i cui giardini erano ricchi di frutti in ogni stagione.
62. «Cum sibi dilecta Sirius Erigone» : Erigone, figlia di Icario, si suicidò non appena scoprì che il padre era stato ucciso. A sua volta, la cagna Maera, che aveva condotto la padrona nel luogo della morte, si gettò in un pozzo. Gli dei trasformarono i due rispettivamente nella costellazione della Vergine e del Cane maggiore, di cui Sirio è la stella α.
63. Il greco Filènide doveva essere un poeta specializzato in poesia erotica.

 

[*] «Hospes adhuc tumuli ni meias ossa prec[antur] | nam si uis (h)uic gratior esse caca | Vrticae monumenta uides discede cacator | non est hic tutum culu(m) aperire tibi»

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