Antonio Ligabue vs Ligabue Antonio

 

Antonio Ligabue, Autoritratto, 1955, Olio su tavola, cm 53 x 40, Firenze, Galleria degli Uffizi

 

Antonio Ligabue, Autoritratto, Galleria Uffizi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Ligabue

 

 

 

Antonio Ligabue, Ritratto con autoritratto

 

 

 

«Più volte internato in manicomio, della vita Ligabue ha sempre rappresentato l’aspetto più drammaticamente doloroso. Inizia a dipingere negli anni Venti, ma viene riconosciuto per le capacità artistiche solo due decenni più tardi; nel 1961 tiene la prima personale alla galleria Barcaccia a Roma. Questo Autoritratto è percorso da una malinconia abissale che s’impone allo spettatore, mostrando una resa totale davanti ai colpi della vita.» (Renata Siciliano)

 

Un libro:
Renato Barilli et al., Antonio Ligabue: tra primitivismo e arte colta, Milano : Mazzotta 1986

 

2 commenti su “Antonio Ligabue vs Ligabue Antonio

  1. dietroleparole ha detto:

    Quanto è più evidente “la malinconia abissale” nel volto fotografato… sembra nudo senza lo schermo dell’arte, disarmato di quella energia che sembra tutta esaurita nel tratto. Trovo proprio belli questi confronti che proponi.

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    • mayol56 ha detto:

      Grazie Anna.
      Degli ultimi proposti soprattutto la Woodman, ma anche Ligabue al di là del diverso linguaggio, ha posto il proprio corpo al centro dell’arte. Nell’artista fotografa americana addirittura si mette in atto un’ossessiva e infinita ripetizione della propria immagine che finisce per depontenziare l’autoritratto stesso come genere, e il corpo diviene un soggetto confuso e compenetrato nella natura e nello spazio abitato. In Ligabue invece si mantiene ancora uno sguardo drammatico su se stesso; forse questo dipende dalla propria storia personale e dalla sua collocazione in una dimensione tutta novecentesca o comunque “primitiva”. Tuttavia in entrambi non vi è celebrazione del proprio sé e a noi arriva anche un’involontaria ironia – l’ambigua ironia del folle Ligabue! – o una curiosità svuotata del voyeurismo – la centralità raffigurativa della Woodman rimanda sempre ad un al di là dell’immagine stessa.
      Riguardo alla fotografia e quanto dici, credo che il nodo sia proprio in quello che poni: il “di più” della fotografia. Infatti, se quando un artista si auto ritrae, ci domandiamo: «perché lo fa? cosa deve rappresentare e testimoniare? cosa si attesta? la sua malinconia abissale? la sua aura di artista?», nella fotografia, che sia commissionata oppure casuale e “istantanea” come sa essere la fotografia, o infine opera di un altro artista (fotografo), entra in gioco proprio lo smascheramento, inteso come l’atto che riporta l’Altro, così come l’artista aveva visto se stesso, alla drammatica figura che lui porta nella realtà senza che questa possa avere “veritiera” rappresentazione. Per questo le due immagini si pongono sempre “tra il Sé e l’Altro” ed è un gioco di specchi che non coincide mai.

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