Carmina Priapea, 66- 78

 

Alma-Tadema, Saffo e Alceo
Sir Lawrence Alma-Tadema, Saffo e Alceo, 1881

 

66. Tu che per non vedere quello che di me fa grande,
scantoni l’angolo come conviene alla donna pudica,
non mi fai meraviglia, ma la paura di guardare
è pari al tuo desiderio di averlo in pancia.

 

LXVI – Tu, quae, ne videas notam virilem / Hinc averteris, ut decet pudicam, /: Nil mirum, nisi quod times videre, / Intra viscera habere concupiscis.

 

67. Alla prima di Penelope fai seguire la prima di Didone
e la prima di Remo segua quella di Caco;
cosa viene fuori?, se ti pesco nell’orto,
o ladro, è quello che mi darai: la pena va scontata!

 

LXVII –Penelopes primam Didonis prima sequatur / Et primam Caci syllaba prima Remi, / Quodque fit ex illis, tu mi deprensus in horto, / Fur, dabis: hac poena culpa luenda tua est.

 

 

68. Se qual semplice contadino che sono ti paio ignorante,
chiedo venia: colgo mele e non leggo libri.
Ma da ignorante son costretto ad ascoltare il mio padrone
che legge e va a finire che imparo anch’io parole di Omero.
Ecco lui chiama psolòenta keraunòn che per noi è cazzo,
e quello che è culo, lui chiama kouleon;
se una cosa non è pulita la chiama merdalèon,
e il membro dei froci è certo merdoso.
Ne vuoi altre? Se il cazzo troiano alla fica spartana
fosse dispiaciuto, non ci sarebbe stato un poema a cantarlo.
E il membro del Tantàlide? Se quello non fosse stato famoso,
il vecchio Crise di che si sarebbe lagnato?
Lo stesso medesimo cazzo privò il compagno della sua tenera amica,
e quella che era di Achille pretese fosse sua.
E lui cantava un lamentoso carme sulla Tessaglia
alla cetra, più teso della sua stessa cetra.
Da questa ira prese le mosse la nobile Iliade,
quello fu l’inizio del sacro carme.
Tema dell’altro canto fu il vano errare dell’ingannevole Ulisse;
a dire il vero, anche lui fu mosso da amore.
Qui si legge della radice da spunta il fiore d’oro:
la chiama mòly, ma cazzo vuol dire mòly.
Vi si legge anche che Circe e Calipso figlia di Atlante
chiesero di mostrare il suo grande vasellame.
E la figlia di Alcinoo rimase a bocca aperta
perché a malapena un ramo frondoso un tale arnese nascondeva.
Ma quello aveva fretta di ritrovare la sua vecchia
e il suo pensiero era tutto per la tua fica, o Penelope,
e tu rimanesti illibata, sebbene vivessi in mezzo ai banchetti
e schiere di fottitori riempissero la tua casa.
Per sapere chi era tra loro il più valente,
queste parole rivolgesti ai Proci che t’insidiavano:
«Nessuno meglio di Ulisse tendeva il nervo,
fosse per la forza dei suoi lombi, fosse per la sua abilità.
Ora che è morto, tendete voi l’arco e che io sappia
chi tra voi sia il più uomo, uomo come lo era il mio».
Stando a questa premessa, Penelope, penso ti sarei piaciuto:
ma ahimé a quei tempi non ero ancora nato!

 

LXVIII – Rusticus indocte si quid dixisse videbor, / Da veniam: libros non lego, poma lego. / Sed rudis hic dominum totiens audire legentem / Cogor, Homeriacas edificique notas. / Ille vocat, quod nos psolen, ψολόεντα κεραυνόν, / Et, quod nos culum, κουλεόν ille vocat; / σµερδαλέοσ certe si res non munda vocatur, / Et pediconum mentula merdalea est. / Quid? nisi Taenario placuisset Troica cunno / Mentula, quod caneret, non habuisset opus. / Mentula Tantalidae bene si non nota fuisset, / Nil, senior Chryses quod quereretur, erat. / Haec eadem socium tenera spoliavit amica, / Quaeque erat Aeacidae, maluit esse suam. / Ille Pelethroniam cecinit miserabile carmen / Ad citharam, cithara tensior ipse sua. / Nobilis hinc nata nempe incipit Ilias ira: / Principium sacri carminis illa fuit. / Altera materia est error fallentis Ulixei: / Si verum quaeras, hanc quoque movit amor. / Hic legitur radix, de qua flos aureus exit, / Quem cum µωλυ vocat, mentula µωλυ fuit. / Hic legimus Circen Atlantiademque Calypson / Grandia Dulichii vasa petisse viri. / Huius et Alcinoi mirata est filia membrum Frondenti ramo vix potuisse tegi. / Ad vetulam tamen ille suam properabat, et omnis / Mens erat in cunno, Penelopea, tuo: / Quae sic casta manes, ut iam convivia visas / Utque fututorum sit tua plena domus. / E quibus ut scires quicunque valentior esset, / Haec es ad arrectos verba locuta procos: / «Nemo meo melius nervum tendebat Ulixe, / Sive illi laterum sive erat artis opus. / Qui quoniam periit, vos nunc intendite, qualem / Esse virum sciero, vir sit ut ille meus». / Hac ego, Penelope, potui tibi lege placere, / Illo sed nondum tempore factus eram.

 

 

69. Quando ti verrà in mente la dolcezza del fico
e sarai tentato di allungare la mano,
getta un occhiata qua, ladro, e valuta
il peso della mentula che dovrai ricacare.

 

LXIX – Cum fici tibi suavitas subibit / Et iam porrigere huc manum libebit, / Ad me respice, fur, et aestimato, / Quot pondo est tibi mentulam cacandum.

 

 

70. Un fittavolo, un poveraccio, mi ha preso in giro
venendo qui con la sua focaccia di farro per il sacrificio:
una parte la nascondeva sotto l’inguine
e finita la funzione, se n’è andato quatto quatto.
Ed ecco giungere la cagna del vicino,
forse attratta dall’odore del fumo,
che per mangiare l’offerta sacrificale
tutta la notte mi ha leccato il membro teso.
Ora io dico: guardatevi bene dal porre
qualcosa qui, che non venga un branco di cani famelici,
altrimenti, quando venerate me e il mio nume,
troverete un guardiano spompato.

 

LXX – Illusit mihi pauper inquilinus, / Qui cum libo aderat molaque fusa, / Quorum partibus abditis in ignem, / Sacro protinus hinc abit peracto. / Vicini canis huc subinde venit, / Nidorem, puto, persecuta fumi, / Quae libamine mentulae comeso / Tota nocte mihi litat rigenti. / At vos amplius hoc loco cavete / Quicquam ponere, ne famelicarum / Ad me turba velit canum venire, / Ne, dum me colitis meumque numen, / Custodes habeatis irrumatos.

 

 

71. Se mi rubi le mele a me affidate,
imparerai quanto io soffra a perdere quelle delizie.

 

LXXI – Si commissa meae carpes pomaria curae, / Dulcia quid doleam perdere, doctus eris.

 

 

72. Proteggi con cura, o Priapo, queste mele:
minaccia i ladri col tuo uccello rubizzo.
Non mi stuzzicare, perché se tu vieni a rubare
le grosse mele, troverai un magro braccio.

 

LXXII – Tutelam pomari, diligens Priape, facito: / Rubricato furibus minare mutinio. / Quod monear non est, quia, si furaberis ipse / Grandia mala, tibi bracchia macra dabo.

 

 

73. Perché mi guardate di traverso, male femmine?
È vero, la mentula ora non sta ritta sull’inguine,
ma da un inutile moscio pezzo di legno qual’è ora,
vi tornerà utile, appena lo prenderete dentro di voi.

 

LXXIII Obliquis, pathicae, quid me spectatis ocellis? / Non stat in inguinibus mentula tenta meis. / Quae tamen exanimis nunc est et inutile lignum, / Utilis haec, aram si dederitis, erit.

 

 

74. A mezza altezza cercherà ragazzi e ragazze
il mio uccello, altrimenti un po’ più alto quelli che portano la barba.

 

LXXIV Per medios ibit pueros mediasque puellas / Mentula, barbatis non nisi summa petet.

 

 

75. A te, Giove, è consacrata Dodone,
a Giunone Samo e Micene,
al re del mare le onde del Tenario,
tutela Pallade le rocche di Atene,
Pitio ha Delfo, ombelico del mondo,
Diana ha Creta e i colli Cinzi,
Fauno il Menalo e le selve arcadiche;
Rodi è felice sotto la protezione del Sole,
e Gadi e l’umido Tevere sotto quella di Ercole;
grata a Mercurio, dio veloce, è la nevosa Cillene,
e l’infocata Lemno a Vulcano lo zoppo,
le nuore d’Enna onorano Cerere,
Cizico, piena di conchiglie, la dea rapita Proserpina,
e Cnido e Pafo, Venere la bella
…….

 

LXXV – Dodone tibi, Iuppiter, sacrata est, / Iunoni Samos et Mycena ditis, / Undae Taenaros aequorumque regi. / Pallas Cecropias tuetur arces, / Delphos Pythius, orbis umbilicum, / Creten Delia Cynthiosque colles, / Faunus Maenalon Arcadumque silvas; / Tutela Rhodos est beata Solis, / Gades Herculis umidumque Tibur; / Cyllene celeri deo nivosa, / Tardo gratior aestuosa Lemnos; / Hennaeae Cererem nurus frequentant, / Raptam Cyzicos ostreosa divam, / Formosam Venerem Gnidos Paphosque. / ………………………

 

 

76. Sebbene sia ormai vecchio e di bianchi
capelli la mia testa come la barba è ornata,
posso perforare ancora chi mi capita a tiro,
sia esso Titone, Priamo o Nestore.

 

LXXVI – Quod sim iam senior meumque canis / Cum barba caput albicet capillis: Deprensos ego perforare possum / Tithonum Priamumque Nestoremque.

 

 

77. Mi fate gonfiare veramente lo stomaco,
voi che continuate ad alzare una folta siepe
a impedire ai ladri di penetrare fin qui.
Così invece di aiutarmi, mi fate un danno: è come
sviare gli uccelli dalle reti del cacciatore.
Se mi ostruite la strada, com’è possibile
far espiare nelle natiche la colpa al ladro?
Proprio io, che prima una, due, tre volte
ero solito rompere il culo ai ladri,
ora me ne sto nullafacente giorno e notte.
Eccomi punito anch’io… che è veramente il colmo,
io, un tempo il dissoluto per eccellenza, mi finisco di seghe,
in assoluta astinenza, chi l’avrebbe mai detto? –
come il suonatore di cetra infibulato.
Ma voi, se non volete che io muoia come un vecchio ormai inetto,
smettetela, vi prego, di fare i diligenti
e non mettete la fibula proprio a Priapo.

LXXVII – Immanem stomachum mihi movetis, / Qui densam facitis subinde saepem, / Et fures prohibetis huc adire. / Hoc est laedere, dum iuvatis; hoc est / Non admittere ad aucupem volucres. / Obstructa est via, nec licet iacenti / Iactura natis expiare culpam. / Ergo qui prius usque et usque et usque / Furum scindere podices solebam, / Per noctes aliquot diesque cesso. / Poenas do quoque, quot satis superque est, / In semenque abeo salaxque quondam, / Nunc vitam perago — quis hoc putaret? — / Ut clusus citharoedus abstinentem. / At vos, ne peream situ senili, / Quaeso, desinite esse diligentes / Neve imponite fibulam Priapo.

 

 

78. Ti neghino dei e dee il pane ai denti,
cunnilinguo della mia vicina amica,
proprio lei, prima ragazza forte e sincera,
che svelta e a passi rapidi veniva a me,
ora, misera, giura a stento poter deambulare,
tanto gliel’hai allargata.

 

LXXVIII – At di deaeque dentibus tuis escam / Negent, amicae cunnilinge vicinae, / Per quem puella fortis ante nec mendax / Et quae solebat impigro celer passu / Ad nos venire, nunc misella Landice / Vix posse iurat ambulare prae fossis.

 

 

 

NOTE AL TESTO
67. «Pe-Di-Ca-Re», praticare la pederastia. Si veda il carme VII.
68. «ψολόεντα κεραυνόν» et al.. Iniziano una serie di giochi di parole e ironici travisamenti. ψολόεντα κεραυνόν significa «fulmine ardente» ma qui si fraintende in psolè, l’organo maschile; κουλεόν è la «guaina», ma diventa il culo e σµερδαλέοσ «terribile» è «ciò che è merdoso». Più sotto anche µωλυ, erba utilizzata da Ulisse per neutralizzare Circe diviene il sesso. Seguono una serie esilarante di “rilettura” delle vicende dell’Iliade e dell’Odissea: si riconoscono le storie di Paride e Elena; Agamennone e Achille con Criseide e Briseide; gli incantesimi di Circe e la storia di Nausicaa. Infine il termine vasa sta per genitali
75. «Dodone…» et al.: si elencano una serie di santuari con le divinità cui sono dedicati: Dodona a Giove, Samo e Micene a Giunone, Creta a Diana, Lemno a Vulcano etc. etc.. Tuttavia il carme è interrotto.
76. «Tithonum…»: i tre, celebri per la loro longevità, erano già stati elencati nel carme 57.

 

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