Angelo Maria Ripellino ~ «Di me, delle mie sinfoniette», poesie, traduzioni (con un ricordo di Giacinto Spagnoletti)

 

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“… con l’infinito rimorso di non conoscere tutto, di non stringere tutto”(A. M. Ripellino)

 

Di me, delle mie sinfoniette

 

Vorrei che la mia poesia risonasse come un violino, comunque esso si chiami: violon, violìn, viool, hegedü, Geige, housle, skrzypce, skripka. Anche se storto, se guercio, e perciò chagalliano. Ma non dite di aver udito dalle mie labbra: «Ich bin ein russischer Jude». Perché, sebbene io sia imbrattato delle fuliggini della Mitteleuropa, nutrito di mille umori stranieri e come arrivato sin qui con un carrozzone dipinto di calderai, tuttavia nella barocca e ferale Sicilia nativa affondano le mie radici. Penso talvolta che questo sradicamento sia la sorgente di tutti i miei mali, della mia vita in bilico.

 

Torno giù a precipizio sovente dal continente all’isola amara, irrorata di luci di agrumi, ai giorni lontani in cui sereno viaggiavo con una modesta famiglia nel caldo di una casetta domenicale, come nel ventre di un ciprino carpio. Poi si versò una giara di olio in soffitta. L’olio colava per gli scalini. Ebber inizio le sciagure. Il letto si coprì di infausti cappelli. Ancor oggi essi ingombrano la mia poesia. Dell’infanzia insulare mi porto dietro un fagotto di emblemi: il ricordo di dolci comprati alla ruota del monastero, le stanze mortuarie con le salmodianti comari in nero, i presepi con arance e lumie, il basso continuo della tristezza, che pende dai nostri occhi come le cispe di un tracoma e una certa pagliacceria fanfarona.

Di libro in libro le mie liriche costituiscono un diario, nel quale la storia privata si intreccia coi fatti del mondo. Dai malumori, dai crucci, dai tentativi di gioia, dagli invaghimenti traspare come in filigrana la desolata demonia di un consorzio tutto in faccende di violenze e di guerra, tutto soprusi, che rendono ancora più grandi la nostra fragilità e malsanìa, l’implacabile senso di morte che vegeta dentro di noi. per dissipare i subbugli e il malessere, per sopravvivere alla torbidezza infernale dell’epoca, a questo brulichio di scontraffatte chimere, di spie, di segugi, di monatti, di teologi pazzi, non resta che ritornare a simmetrie cézannesche, a sequele di parole tangibili come oggetti, ed accendere mestiche di sfavillanti colori, brucianti girandole di analogie.

Nei riquadri delle mie liriche si assiepa, come in armadi onirici, una congerie di ciarpe, un Merz di cianfrusaglie, reliquie ancora lucenti di un esiziale Diluvio. Queste reliquie eteroclite di una tassonomia scombinata, e perciò grifagne, museali, divengono gli attrezzi di un giocoliere. Nomenclatura sono anche i miei personaggi affacciati come feticci alle finestre delle poesie: «bianchi musi di gesso», pagliacci, pupazzi di trucioli, larve febbrili ed altri campioni di un’arca che va alla banda.

Creatura a disagio, spaesata, il poeta intona nel folto dello sfacelo i tempi di una sua «sinfonietta», recita i numeri di una guitteria, stralunato, bramoso di cantilene e di Kitsch, e così appassionato di metafisica, da sembrar filisteo, come un archivista di Hoffmann. E per affiorare dalla baraonda della banalità, dal grigiore dell’interazione, non esista a travestirsi, assumendo nomi diversi, a cercare rifugio negli anacronismi, indossando maschere ormai inusitate di incantatore e pierrot, sussiegose marsine e bombette.

Non c’è divario tra i miei saggi, i miei racconti, le mie liriche: allo stesso modo diramano le loro radici nell’humus del teatro della finzione pittorica, allo stesso modo ricorrono alle duplicazioni e ai camuffamenti. Un’ebbra molteplicità di rimandi e reminiscenze ricerca e nutre il tessuto della mia scrittura: ombre jiddish, immagini di Klee e di Magritte, motivi di Mahler e di Janáček, splendori barocchi, truculenze boeme, vampate di zolfo vi convergono come in un gran Baraccone dalle luci malate, contorto da smorfie di clownerie, sconquassato da raffiche di ipocondria e di rimpianti. Al sottovoce, al sommesso, al da camera di altri poeti contrappongo un ardente ordito fonetico, agganci ed incastri di suoni, l’attività dei bisticci, delle omofonie, l’arroganza della Paronomasia.

Ho sempre vagheggiato di trovare un punto d’incontro fra la lezione dei moderni lirici slavi, tedeschi, francesi, si cui mi sono imbevuto e i congegni, le «meraviglie» del nostro Barocco. Per me una lunga fune si tende dalla Martorana alla cupola del San Nicola di Praga. quando scrissi «La Fortezza di Alvernia», mi sentivo attratto dalla lirica del Duecento, da quella più aspra e scagliosa e sdegnata. Amo il giuoco, gli espedienti di musica, la pagliacceria, i capricci verbali, le acutezze, i «concetti», – ma tutto questo non deve girare a vuoto: tutto questo mi serve a esprimere la mia sofferenza e il malore del mondo. Voglio schivare l’informe, il trasandato, il tritume, le sbavature, la lutulenza, curando sino allo spasimo la compattezza, lo spessore della mia scrittura.

Anche se finge altezzoso disdegno per le «inutilezze verbali», quest’epoca ha fame di poesia. Chi ha detto che l’automatismo, le calcolatrici, l’impostura robotica escludano i sogni, la Zauberei, la caligine? Detesto la logora parola «contestazione», ormai guscio svuotato. Ma è certo che il poeta, anche se ne riflette diagonalmente l’aspetto e l’indole, è sempre in dissidio con la società e i giorni in cui vive. Non ho messaggi né slogans né precetti da sciorinare. Ma far poesia in ogni caso vuol dire difendere la sempre insidiata libertà dell’uomo.

Chi può dire che cosa di noi resterà in questo affannoso incalzare di instabili guise, in questa altalena dannata, in questa gara di oblio, quando saremo gettati nel profondissimo buio, oltre il muro di cinta della Città Terrena, come nel «Labirinto del mondo» di Comenio? Ci si può solo sforzare di sopravvivere, non cedendo alle formule e al balbettio delle mode, restando se stessi, anche se con apparenza di anacronismi. Ma niente illusioni. Qualche tuo volumetto resterà in cima a un perduto scaffale della Biblioteca del Cosmo. E forse un unto, barbuto, infelice glossatore andrà un giorno a scovarne il titolo nel giallo dello schedario.

 

a.m.r.

 

 

poesie

 

Verrai ogni tanto a visitarmi sottoterra
come una bionda Persefone
in mezzo alle larve baritonali.
Ricordi: già ne parlammo a Wiesbaden.
mi promettesti che quando prenderò alloggio dall’orco
di tanto in tanto verrai
per un breve soggiorno
a consolare la mia malinconia,
il mio desiderio della terra,
a narrarmi degli amici.
E non importa se figli
ti prenderanno per matta, pensando
che ciò che è morto va dimenticato
e che è assurdo questo lugubre turismo.

 

* * *

 

Il mio corpo era un groviglio di piaghe
di buchi, di ulcere, di croste necrotiche,
un insieme di scorie, filacce,
pomate distese su crepacci,
il mio corpo era tutto scavato
da solchi e scoscendimenti,
quando il barone Cyclette,
piegandosi sulle gambe,
mi ordinò moto, sforzi, fatica,
flessioni, piroette, come nei Campi Elisi.
Costui aveva pietre luccicanti invece di occhi
e le sue mani brillavano di mie monete.

 

* * *

 

Verde pastello con zafferano
splendeva la mia urina.
Speravo che non mi tradisse,
che non mutasse colore
che non diventasse verde
come una morta laguna.
Ho fede nella mia urina
che mi parla di cose segrete
che avvengono dentro il mio corpo,
essa mi porta notizie,
e quando è discreta,
non grondante come acquazzone
ma timida come una bambina,
allora mi rasserena.

 

* * *

 

Non si accorgeranno nemmeno
di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto
in questa fiera di gattigrù delle lettere:
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pennivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuole bere.

 

* * *

 

Come rassegnarsi al termine della morte,
quando si hanno ancora tante e tante
cose da dire, da gridare forte,
quando ti senti ancora un clown parlante,
un augusto ornato di pagliette,
alle cui spalle incalza un cane nero,
uno spogliamorti, un guastafeste.
Devi darti da fare caballero,
perché ancora risuoni un’alborada
in questo capriccio spagnolo
e nella tenzone più desolata
non smettere il tuo buffo assolo.
Senza troppi riguardi
ti faranno cadere,
ma tu spolvera la tua bombetta, non cedere.
Imperversa, imperversa, prima che sia troppo tardi.

 

* * *

 

traduzioni

 

Velimir Chlébnikov, «E-e! Y-ym»

 

E-e! Y-ym! tutto in sudore
incita il bue dalle grigia corna,
e l’aratro si tuffa come una lontra in una tana melmosa,
gelatina primaverile masticavano e mangiavano i denti dell’aratro.
Il toro era fiero della piega paffuta sul collo,
e ricalcò le sue corna su quelle della giovane luna.
Le rane pregavano, gonfiando bolle,
un grasso sacerdote sedeva dinanzi,
gli occhi d’oro sporgenti,
e leggeva il libro del tempo.
Le tartarughe allungavano il collo, come stupíte.
La mitragliatrice degli odori si battevano,
chi è più ricco di miele sarà il vincitore.
E davano lezioni d’altra guerra,
e la mitragliatrice primaverile degli odori,
e la sera come un gran sacerdote del crepuscolo.
Con battaglie di odore i fiori si battevano,
volavano pallottole fragranti,
ed era armonioso e possente il canto delle rane
in onore del tempo sereno.
Uomini, apprendete la nuova guerra,
con spari d’aria dolce,
trincee di fiori nuziali,
sparatoria ed ordini pugnaci d’un cielo tutto miele.
E si levavano come breviari
le bolle liturgiche
delle ranocchie,
devote al tempo tranquillo.
Dove il verde sfrontato pasticcia
negli occhi dei cittadini il suo verde,
come un sacerdote che spruzzi
acqua santa
dal grande palmo rossiccio
sugli infermi di un’infermerìa,
in cui siano tifosi e recidivi.
Se il più anziano di loro,
colui che più grida: o! o! e! –
domani morisse,
mentre le foglie stanno sui rami
come verdi macaoni,
senza nemmeno ammicare.

 

Aleksandr Blok, Umiliazione

 

Nei neri rami degli alberi spogli
alla finestra un giallo tramonto invernale.
(Porteranno al supplizio i condannati
in un siffatto tramonto).

Rosso damasco di divani stinti,
nappe impolverate di portiere…
In questa stanza, nel tintinnìo dei bicchieri,
mercante, baro, studente, ufficiale…

Questi nudi disegni di rivista
non l’ha mai sfiorati mano umana…
Ma la mano d’un rettile ha premuto
il sudicio pulsante di questo campanello…

Risuonano sui morbidi tappeti
sproni, risa smorzate dalle porte…
Questa casa è davvero una casa?
E fra gli uomini è questa la sorte?

Sono io contento del mio incontro d’oggi?
Perché sei bianca come un fazzoletto?
Perché sulle tue spalle denudate
batte l’enorme gelido tramonto?

Solo le labbra col sangue aggrumato
sulla tua icona d’oro
(davvero questo chiamavamo amore?)
si rifrangono in una linea folle…

Nel giallo, enorme tramonto invernale
è annegato (sontuosamente) il letto…
Siamo ancora ansimanti dagli abbracci,
ma tu già fischi di nuovo e di nuovo…

Non è allegro il tuo fischio sepolcrale…
Di nuovo, ascolta, un borbottìo di sproni…
Come una serpe sazia e polverosa,
il suo stràscico striscia sul tappeto…

Tu sei audace! Sii ancora più impertèrrita!
Non sono tuo sposo, né fidanzato, né amico!
Configgimi dunque nel cuore, mio angelo d’ieri,
il tuo pungente tacco alla francese!

6 dicembre 1911

 

Vladimír Holan, But never doubt I love

 

Un sorcio di chiàvica sul petto di Ofelia annegata,
afflitto dai suoi lividi e dall’odore precutàneo,
frignando squittisce, sospira, pesta, parla col naso
ed emette elegiache fiutate
lungo le sferiche abbreviature delle salive
in un gorgoglio geloso della corrente del fiume,
quando d’un tratto scorge sul ventre della naufraga una mosca carnaria.
Corre subito là e comincia a strapparne
la ràncida pelle facilmente cedevole,
rode e lacera e succhia, morde, preda e digruma,
assapora sommerse folate,
dilania e svelle esilissime vene sgomente,
bruca per diritto e traverso,
e beve a sorsi da botri nascosti
sotto brandelli infermicci, crespe cispose
e sfrontate nuvole di membrane e di cutícole,
luccicanti come il suo schioccare,
preme in avanti la carne verso tutti gli estremi della coscienza
e si raddensa tutto e appesantisce nel suo sporgente spellare…
Ma come si fa offeso e diffidente
e invetria in agguato il proprio occhio sinistro,
quando in questo straziante dileggio della vita
gli appare intero il corpicino infantile…

 

 

 

 

Giacinto Spagnoletti, Ripellino, sulla “scialuppa della fantasia”

 

Per una volta, prima di accennare a un poeta, il grande poeta russo degli anni venti, Velimir Chlébnikov, le cui poesie rimasero a lungo abbandonate “come vecchi aratri invasi dalla vegetazione”, sarebbe giusto parlare del suo traduttore, Angelo Maria Ripellino, ben noto in vari paesi d’Europa quale esperto di letteratura russa, non meno che come poeta, critico e saggista. L’incontro del pubblico più vasto con questo studioso, che nel giro di pochi anni rinnovò la slavistica italiana, è di per sé un fatto memorabile, almeno per chi scrive, perché avvenuto nella circostanza di un premio letterario. Già! Quando si discute di premi, per facile indignazione si additano solo le miserie correnti, dimenticando quali siano stati e possano essere i fatti positivi.
Nel ’65 la giuria del Premio Viareggio cercava un vincitore per la sezione saggistica, e due terzi dei suoi componenti erano già orientati verso un’opera di alta qualità critica. Dati i meriti e la figura dell’autore, la casa editrice aveva evitato di sprecare altre copie di propri volumi usciti nel frattempo, limitandosi a mandare a cinque o sei membri della giuria (su ventuno) il libro di Ripellino, Il trucco e l’anima (Einaudi), che, senza colpa di nessuno, concorreva al premio, diciamo in sott’ordine. Ma la curiosità di conoscerlo fu più forte della tentazione di ignorarlo. E fu proprio la lettura a rivelare questo straordinario saggio-romanzo, in cui Ripellino rievoca con gusto di ritrattista, e una fantasia minuziosa degna di un pittore fiammingo, tutta un’epoca del teatro russo moderno, da Stanislavskij a Mejerchòl’d, da Vachtàngov a Taìrov. Nessuna meraviglia se i pareri di vari giudici, dalla sera alla mattina, mutarono, ma la sorpresa maggiore fu di Ripellino, chiamato a Viareggio a ricevere il premio.
Lo incontrai nel tardo pomeriggio di quel giorno afoso di luglio nella hall dell’albergo. Alto, bruno, un ciuffo dei neri capelli quasi incollato sulla fronte, il viso scavato da un male cattivo, gli occhi vividi di entusiasmo e tuttavia increduli, sembrava uscito da una delle illustrazioni del suo libro.. Ricordava quei missionari della scena e della poesia russa, ormai leggendari, ai quali il rimbombo della vita esterna doveva giungere per vie segrete e inafferrabili. Aveva lavorato cinque anni alla sua opera, senza risparmiare le forze; era molto ammalato. Partì il giorno dopo per un sanatorio nei dintorni di Praga, la seconda città della sua vita, per rimettersi in salute.
Anche questo episodio rientra nella rete magica e sofferta del suo lavoro. Da quel soggiorno in Cecoslovacchia, a Dobrís, trenta chilometri da Praga, nacque un voume di versi, La fortezza d’Alvernia, un diario esaltante, un poema della vita che fugge e che bisogna riacciuffare a ogni costo. [1] L’altro aspetto del poema, tutto in simbiosi con la cultura letteraria e figurativa dell’autore, veniva sottolineato dal Congedo dinale: “Nell’imbastire questo diario, questo teatro d’ombre – scriveva Ripellino – pur ingegnandomi di sovrapporre agli avvenimenti il mio gioco, la libertà inventiva, io non riuscivo a soffocare il basso continuo della sofferenza e, pur aggrappandomi alla semisommersa scialuppa della fantasia, scivolavo talora in accenti mélo, coltivavo consapevolmente il Kitsch che mi attorniava, quel particolare Kitsch da fortezza, che è il souvenir delle lacrime, la cartolina illustrata della speranza”.
Ecco stabiliti alcuni punti di contatto col linguaggio del poeta Ripellino, estremamente metaforico e immaginoso. Tale fusione di grottesco e di drammatico, di bizzarria esasperata e di ingenua freschezza, si ritrova nel libro Poesie di Chlebnikov, applicata a un’opera fra le più difficili, complesse e torturate della lirica contemporanea. Ripellino non era nuovo a queste fatiche di traduttore. Basterà ricordare lo straordinario vigore con cui furono restituiti i testi capitali della moderna poesia russa, nell’antologia pubblicata da Guanda nel ’54, le versioni di Blok e di Belyi, quelle della nuova poesia sovietica; ma soprattutto i suoi “incontri” più personali che hanno rivelato nel ’57 le poesie di Pasternak e nel 1966 la lirica di Vladimir Holan. Tuttavia Chlébnikov va considerato un esempio a parte, e davvero disperante per le sue intrinseche difficoltà. Lo riconosce il traduttore medesimo nel lungo saggio introduttivo (quasi un libro a sé), che reca come titolo Tentativo di esplorazione del continente Chlébnikov. Ma chi ha letto la storia della letteratura russa del principe Mirskij non ha certo dimenticato alcune conclusioni: “Chlébnikov non è letto, e probabilmente non sarà mai, altro che dai poeti e dai filologi, sebbene sia forse possibile estrarre dalle sue opere un’antologia a usum prophanorum.

 

Anche per Ripellino, allora, si dovrà dire la stessa cosa, come poeta. Intanto il suo linguaggio sembra allontanarsi a distanza vertiginosa dalla corrente espressione lirica del nostro Novecento. I modelli di Ripellino non saranno mai ravvisabili neppure nei nostri poeti satirici e crepuscolari, anche se, un certo fumismo e soprattutto una malinconia che si ritorce su se stessa diventando ironia, sembrerebbe accostarlo a Guido Gozzano, di cui potrebbe ripetere ad esempio l’autodefinizione, “questa cosa vivente / detta guidogozzano”. Scherzi e lazzi funambolici che ritroviamo pure in alcune delle sue liriche, che talvolta hanno inizi d’una funebre tristezza. Come questo brano di Sinfonietta:
“Le parole sparute che io scrivo / non hanno virtù di salvarmi come i talismani e i pentàvoli. / Mi servono solo a costruire / senza stregoneria né miracoli / la mia meschina eredità, la mia buffa / nicchia di allocco impagliato / […] / Diranno i nipoti: il signor Gobelino, / questo archivio di preziosità e anacronismi, / portava calzoni rigonfi come cipolle, / un cuore dipinto sul suo balchòn di pierrot, / un cilindro sghimbescio di music-hall. / E, anche se affranto da mille malori, / danzava la vita come un cavallo ammaestrato / […] / perché costretto a lottare per ogni filo di fiato”.
L’unico ricordo che mi assilla, quando ripenso all’amico scomparso, è quella sua buffa affermazione: “Vedi, sto cantando il prologo dei Pagliacci“.
La vita era stata durissima con lui fin dai primi anni della gioventù. Malato di tisi fu sottoposto alla resezione di un polmone, eppure mandò a termine i suoi studi di slavistiva divenendo l’assistente prediletto di E. Lo Gatto. Più tardi, mentre continuavano le traversie della salute, accettò uno dei lavori più gravosi, la critica teatrale su “L’Espresso”. Gravosa soprattutto per chi, come lui, quasi tutte le sere doveva uscire di casa per recarsi a teatro.
“Solo recentemente queste recensioni che suscitavano regolarmente un certo scalpore, sono state raccolte in un volume dal titolo Siate buffi, che suona come un messaggio. “Il teatro è presente come una stella polare in tutta la stagione letteraria di Ripellino”, scrive A. Fo, curatore del volume. E in effetti, se si ritorna indietro al 1965. si fa per la prima volta in Italia la conoscenza dei registi del teatro russo del nostro secolo. Il libro premiato al Viareggio s’intitolava, come ho detto, Il trucco e l’anima. E oggi, nell’introduzione a Siate buffi osserva Agostino Lombardo che “egli non si pone a giudice “anche se il giudizio naturalmente emerge), ma racconta, mima, rimette in scena lo spettacolo cui ha assistito”.
Si tratta di un’operazione che non ha eguali nella nostra critica drammatica, giacché l’assunto di una tale partecipazione è innanzi tutto poetico. Ripellino, di fronte a uno spettacolo (sia esso un dramma di Shakespeare, un vaudeville o la rappresentazione di un circo) bada essenzialmente a scoprire con una scrittura sempre estrosa, barocca, aperta a tutte le possibili variazioni, metafore, neologismi, il valore delle proprie emozioni. Un confronto con le cronache teatrali di Cardarelli ci può illuminare. Tanto Cardarelli quanto Ripellino sono poeti, e poeti di prima linea, ma il primo era e si sentiva un critico drammatico “avventizio”, e ammetteva volentieri di non appartenere alla categoria di “quei melanconici che considerano la critica teatrale un apostolato”. Mancava in lui (e lo sappiamo dagli scritti postumi raccolti ne La poltrona vuota, 1969) il teorico della drammaturgia, che insiste su temi e modi propri di concepire il teatro. La scrittura critica di Ripellino ha origine tutte diverse. La sua scuola è quella che trovò già punti di riferimenti precisi nel teatro russo d’avanguardia.
C’era dunque una vocazione lontana, cui rispondeva puntualmente l’autore di Praga magica, ogni volta che si risvegliavano in lui quegli interessi. In questi casi non era soltanto l’occhio di Ripellino a scoprire magicamente il quadro offertogli dalla scena, ma anche la sua intelligenza allenata ai sovrani trucchi letterari della scuola formalista russa (e ricordiamo soprattutto Jakobson), ferma restando quella sottile fiamma visionaria proveniente dal poetismo ceco e dal modernismo polacco, i virtuali eredi del surrealismo francese.
Ho citato di sfuggita il volume <Praga magica, l’unico best-seller di Ripellino, sul quale ormai la critica e i lettori sono d’accordo nel considerarlo il più puntuale e disteso contributo alla conoscenza della civiltà e della civiltà che essa rappresenta. Costò all’autore quattro anni di intensa ricerca, dal 1968 al 1972. Notavo che il mio amico non cessava di lavorarvi accanitamente, e molti nostri appuntamenti in quel periodo subirono ritardi. Il rigore scientifico della documentazione, la straordinaria varietà delle fonti, il gettito quasi ininterrotto delle citazioni che fanno di Praga magica una summa della cultura boema (dall’architettura alla musica, dalla pittura alla poesia, dalla scultura alla narrativa) non toglie nulla al fascino di una scrittura eccentrica, scintillante, dotata di una tastiera linguistica che dà ora suoni arcaici e popolareschi (con tipici inviti come “State ora in orecchi, che sentirete ecc.”) ora stridori inauditi e virtuosismi da giocoliere surrealista, ora enfatici rintocchi da mélo, ora filze di neologismi destinati a rimanere in vita per lo spazio di un secondo.
Questo “Dittamondo praghese”, scritto – come l’autore dice – “nell’insicurezza e nei mali, con disperaggine e con pentimenti continui, con l’infinito rimorso di non conoscere tutto, di non stringere tutto”, tiene più della rapsodia che del trattato o del Baedeker; è, insomma, il diario di un poeta-pellegrino che abbia frugato nel limo profondo di una città amata, alla ricerca di fantasmi, di storie incredibili vecchie e nuove, ma con l’amaro presagio, poi divenuto certezza, di non potervi più tornare.
Ripellino morì nel 1978. Come s’è capito, aveva lottato con i suoi mali fino allo spasimo, senza riuscirvi. L’ultima volta che lo rividi, accanto a Ela (fine traduttrice dal ceco, che egli aveva sposato giovanissimo), mi parve estremamente emaciato, pallido, con gli occhi a cui era preclusa ormai la vista per via di un diabete maligno che lo aveva costretto poco prima all’amputazione delle dita di un piede. Fu una scena per me non solo dolorosa, ma suggestiva in senso totale: un poeta si allontanava dalla vita, collocandosi soltanto nel ricordo dei suoi autori preferiti: Cechov, Chlebnikov, Pasternak.

 

note
[1]Ora in A.M. Ripellino, Poesie prime e ultime, Nino Aragno editore, Torino 2006.

 

 

Il testo Di me, delle mie sinfoniette è tratto da
Angelo Maria Ripellino, Scontraffatte chimere, a cura di Giacinto Spagnoletti, Pellicanolibri, Roma 1987
che si trova anche in
-, Poesie, 1952-1978, a cura di Alessandro Fo, Antonio Pane e Claudio Vela, Einaudi, Torino 1990.
Le poesie di A. M. R. sono anch’esse tratte dal citato Scontraffatte chimere, divise da Spagnoletti in «liriche più elaborate» (Ultime) da altre che sono «pure e semplici constatazioni di fatto» (Osservazioni) e poesie di datazione più remota (Retrospettiva).
Le traduzioni invece sono riprese rispettivamente da
Velemir Chlébnikov, Poesie, Einaudi, Torino 1968
Aleksandar Blok, Poesie, Se, Milano 1987
Vladímir Holan, Una notte con Amleto ; Una notte con Ofelia, Einaudi, Torino 1993.
Infine il testo Ripellino, sulla “scialuppa della fantasia” è tratto da
Giacinto Spagnoletti, I nostri contemporanei, Spirali, Milano 1997.

2 Comments

  1. “Ma soprattutto vorrei che la critica fosse gaiezza: tentativo di agghermigliare la gioia della parola, che è sempre mimica, danza, sorriso, come Belyj assicura, – anche quando il discorso prende il crespo del lutto, propende al tragico. E che non fosse mai pedantesca, accigliata. Non di rado mi accade di bisbigliare a me stesso ciò che Sklovskij scrisse a Jakobson in una mirabile lettera, quando Romàn era a Praga: – Tu sei imitatore. La verità è che sei un clown, ma dimmi: perchè fai l’accademico? Sono tediosi, vecchi tre secoli. Sono incessanti, immortali”. ( da “Letteratura come itinerario nel meraviglioso”)

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