Napoli ~ Walter Benjamin

 

 

Alberto Chiancone, Nel porto di Napoli, 1915-1930

Alberto Chiancone, Nel porto di Napoli, olio su cartone, 30×20,3 cm

 

Napoli [*]

 

Quando si dice Napoli, che cosa vi viene subito in mente? il Vesuvio, credo. Spero che non vi dispiacerà molto se io invece non ve ne parlerò affatto. Naturalmente sarebbe tutt’altra cosa se si fosse realizzato il mio massimo desiderio – un desiderio terribile, che comunque una volta mi è venuto – di assistere a un’eruzione del Vesuvio. Sono rimasto lì in zona per otto mesi ad aspettare. Sono salito fino in cima al Vesuvio e ho guardato all’interno del cratere. Ma la cosa più eccitante che mi è capitato di vedere a Napoli è stato un bagliore rossastro che di tanto in tanto solcava il cielo quando a tarda sera sostavo nella terrazza di un locale situato nei pressi di Castel Sant’Elmo, che è il punto più alto della città. “E di giorno?”, mi domanderete voi. Ma credete forse che a Napoli, uno abbia ancora il tempo per voltarsi a guardare il Vesuvio? Si è già contenti di riuscire a sfuggire all’andirivieni delle automobili, delle carrozzelle e delle motociclette e di emergere a nervi saldi dal frastuono degli strilloni, dei clacson, degli strepitanti tintinnii dei tram e del grido strascicato dei ragazzi che vendono i giornali. Non è affatto facile procedere in condizioni del genere. Proprio la prima volta che arrivai a Napoli si stava inaugurando la metropolitana. “Magnifico!”, mi sono detto, “così potrò andare immediatamente dalla stazione in albergo con le valige.” Allora però non conoscevo ancora bene Napoli. Quando il convoglio del metrò sbucò fuori dal tunnel, c’erano scugnizzi napoletani che non solo stavano aggrappati a ogni finestrino e a ogni porta, ma avevano anche invaso ogni posto sia a sedere che in piedi. Per loro era un divertimento il fatto che la linea metropolitana fosse stata inaugurata due o tre giorni prima, poco importava se per loro o per le persone per bene intente a sbrigare i propri affari. Risparmiavano i pochi soldi necessari e poi si divertivano ad andare avanti e indietro fra una fermata e l’altra. Per cui le vetture erano stracolme di viaggiatori, cosicché la gente che aveva fretta non poteva arrivare a destinazione.

 

 

Antonio Chiancone, Funicolare

Alberto Chiancone, Funicolare (bozzetto), olio su tela 70×80 cm, (1939-1940)

 

I napoletani non riescono a concepire la vita se non insieme a una folla brulicante. Ve ne voglio dare un esempio: quando i vecchi pittori tedeschi dipingevano un’Adorazione, si vedevano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, magari con qualche servitore, avvicinarsi al Bambin Gesù recando dei doni. I napoletani invece s’immaginano l’Adorazione dei Magi al centro di un vero e proprio assembramento di gente. Ne parlo perché proprio queste raffigurazioni sono divenute celebri in tutto il mondo. I presepi più belli, infatti, provengono per l’appunto da Napoli. Ogni anno il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, in questa città c’è un’incredibile sfilata di statuine, e i presepi napoletani fanno a gara nel rappresentare la varietà e la verità della vita. In tal senso essi non hanno sicuramente più nulla a che vedere con gli antichi ebrei: ai napoletani interessava soprattutto rappresentare fedelmente e coloritamente quello che vedevan tutti i giorni, e perciò questi presepi, modellati sui costumi e sui fatti della popolazione più semplice, sono più il riflesso vivente della città di Napoli che dell’Oriente. Certamente gli acquaioli, gli ambulanti, i prestigiatori esistono sia qui che là. Ma i rivenditori di maccheroni e di molluschi, i pescatori che ritroviamo fra i popolani che costituiscono i presepi sono figure tipicamente napoletane. Potrete immaginare da soli che questa folla di personaggi non è composta solamente di angeli o di cittadini esemplari. Ma se volete sapere che faccia hanno a Napoli le persone davvero pericolose non dovete pensare a dei feroci banditi dalla barba nera, sul genere dei Rinaldo Rinaldini. No, i peggiori furfanti di Napoli hanno l’aria di onesti borghesotti, e spesso esercitano mestieri assolutamente innocenti. Non sono malandrini indipendenti, ma membri di una società segreta che riconosce come propri affiliati soltanto un manipolo di autentici ladri e assassini, mentre gli altri membri servono a proteggere i veri malfattori dalla polizia, a nasconderli in casa propria, a informarli anticipatamente in caso di pericolo e a segnalar loro l’occasione per nuovi delitti. in cambio ottengono una parte della refurtiva. Questa associazione di criminali con le sue molteplici ramificazioni è detta camorra.

 

Dato che ormai siamo arrivati a parlare dei difetti dei napoletani, proviamo a vedere come essi ne escono in rapporto agli altri italiani. Esiste un’antichissima lista dei sette peccati capitali distribuiti secondo le sette principali città d’Italia. Avete già sentito parlare dei sette peccati capitali? Sentirete subito di quali si tratta. Ci arriviamo subito. Gli italiani, infatti , li hanno spartiti per tutta la loro terra. Non ne è rimasta indenne nessuna grande città: la superbia pare sia toccata a Genova, l’avarizia a Firenze, la lussuria a Venezia, l’ira a Bologna, la gola a Milano, l’invidia a Roma, mentre per Napoli è stata la volta dell’accidia. La quale prospera magnificamente in questa città. Non che i poveri che non hanno niente da fare, stiano sdraiati al sole a poltrire e poi, quando si svegliano, vadano a mendicare qualche soldo al porto o nei punti di maggior richiamo turistico. A volte tuttavia succede che qualcuno di questi poveri diavoli trovi del lavoro. E in tal caso i napoletani cosa fanno? Rinunciano ai due terzi dei loro guadagni per ingaggiare qualcun altro al quale far fare il lavoro al proprio posto. Loro preferiranno poltrire al sole con cinque lire piuttosto che guadagnarne quindici. E dipende proprio dall’indolenza il fatto che a Napoli ci sia una passione per il gioco del lotto quale non si riscontra da nessun’altra parte. Naturalmente non parlo del gioco di figure per bambini che da noi viene detto “Bilderlotto”: il lotto, in Italia, equivale a quella che noi chiamiamo lotteria. Ogni sabato alle quattro la gente si raduna davanti al locale in cui avviene l’estrazione. E ritenta nuovamente la fortuna ogni volta, anche se è stata abbindolata dalle cartomanti con le loro predizioni e anche se la sua fiducia nei numeri della fortuna è pura superstizione.

 

Il clima non è forse l’unica spiegazione della svogliatezza dei napoletani. Quest’ultima, del resto, riguarda solamente il lavoro fisico, che loro non amano affatto. Invece, non appena si tratta di darsi al commercio o di combinare degli affari, essi sono perfettamente nel loro elemento. I napoletani sono degli eccellenti commercianti, e il Banco di Napoli, fondato più di cinquecento anni fa, è uno dei più antichi d’Europa. Comunque quel che intendevo dire è che, se i napoletani non amano affatto il lavoro fisico, non è solo perché da loro, a causa del clima, per buona parte dell’anno si può fare a meno di un tetto sopra la testa, e non solo perché si avrà sempre una parte dell’enorme profusione di frutti e prodotti del mare che si trovano ammassati in strada, ma anche perché il lavoro, specialmente in fabbrica, è particolarmente duro. Difatti l’industria a Napoli è ancora oggi molto arretrata, benché la città stia per raggiungere il milione di abitanti. Qui non è questione di fabbriche che abbiano reparti nuovi, puliti e luminosi come quelli che abbiamo in ,olte parti della Germania, per lo meno nelle grandi città. Basta aver visto le desolate baracche di Portici, di Torre Annunziata, di Biscragnano, di Nocera, o semplicemente di uno dei tanti sobborghi della città, aver percorso sotto il sole cocente una delle interminabili strade polverose che conducono fino ad esse e aver tentato di districarvisi, per capire che molte persone preferiscono addirittura l’ozio più gramo al lavoro in fabbrica in condizioni del genere. A Napoli si producono tutte le forme e grandezze immaginabili di pastasciutta. Questi prodotti vengono esportati specialmente in India e in America, dato che gli altri paesi del Mediterraneo producono e smerciano le stesse cose. A parte questo, esiste in particolare anche una grande industria tessile; che però produce solo tessuti a bassissimo costo. Per di più, quest’ultima non è stata creata dai napoletani, ma nella maggior parte dei casi è venuta da fuori. C’è poi un articolo di cui ci si accorge – sin dal primo giorno di presenza a Napoli – che esso viene fabbricato in loco a furia di trovarne in tutte le vie: i mobili, e soprattutto i letti. Le altre merci, invece, sono piuttosto raggruppate in alcune vie in cui si trovano dai dieci ai venti negozi che vendono tutti la medesima cosa. Si dovrebbe ritenere che in questo modo i commercianti s’intralcino l’uno con l’altro; ma si direbbe che non sia così, perché altrimenti non si ritroverebbe la stessa identica situazione anche in altre città. Ci sono ad esempio delle vie particolari invase quasi unicamente da articoli di pelletteria, e altre in cui due negozi su tre vendono libri antichi. In un’altra ancora sono ammassati i venditori di orologi.

 

Alberto Chiancone, Acquaiola

Alberto Chiancone, Acquaiola, olio su tela, 80×60 cm, 1977-1979

 

Da tutti questi negozi le merci traboccano riversandosi all’aperto. I libri sono esposti, in piccole casse, davanti alle librerie. I letti e i tavoli invadono già per metà la via. Le calze e i vestiti sono appesi agli ingressi degli edifici e ai muri. Una buona parte del commercio napoletano, invece, fa ameno dei negozi e si accontenta della semplice via. Mi ricordo ad esempio di un tizio che stava in piedi sulla sua carrozzella sistemata all’angolo di una strada. Attorno gli si accalcava la gente. Il sedile della carrozzella era stato alzato, e dal fondo il venditore estraeva la sua mercanzia senza smettere di vantarne la qualità. Non riuscivo assolutamente a vedere di che merce si trattasse, poiché l’oggetto scompariva immediatamente in un piccolo involucro di carta rosa o verde, prima ancora che si riuscisse a vederlo. Lo teneva sospeso in aria e, in un batter d’occhio, era venduto per pochi soldi. Mi domandavo se non si trattasse probabilmente di biglietti della lotteria o di dolcetti contenenti delle monete o delle formule magiche. Quel tizio aveva un’aria misteriosa come da mercante delle Mille e una notte. Alla fine mi accorsi che il mistero, nella faccenda, non era la merce, ma la destrezza del mercante nel disfarsene con tanta rapidità. Che cosa contenevano i piccoli involucri di carta colorata? Che cosa ci metteva dentro, quell’uomo? Nient’altro che del dentifricio! – Un’altra volta che m’ero alzato di buon’ora vidi arrivare un ambulante che cominciò a estrarre dalla sua valigia, uno a uno, tutti gli oggetti in essa contenuti. Ma, a vederlo, ci si sarebbe immaginati di trovarsi a teatro. Estraeva davanti al suo pubblico – uno appresso all’altro – ombrelli, scampoli di stoffa per camicie, scialli e così via, ma con aria diffidente, come se dovesse prima di tutto fare una stima della propria merce; poi, come ammirato e persino sorpreso dalla bellezza delle cose che aveva sotto mano, cominciava a scaldarsi, dispiegava uno scialle e chiedeva per esso cinquecento lire, cioè all’incirca ottenta marchi. Poi lo ripiegava tranquillamente, ribassando il prezzo a ogni piega e, quando esso si ritrovava piccolo piccolo nel suo braccio, lui se ne usciva con l’ultimo prezzo: cinquanta lire.

 

Potete avere idea di che cosa possa essere un mercato, a Napoli, se pensate che questo tipo di ambiente si incontra a ogni angolo di strada. Il mercato del pesce è il più strano di tutti. Stelle marine, granchi, calamari, lumache, seppie e tanti altri frutti di mare la cui sola vista vi farebbe accapponare la pelle vengono qui trangugiati come delle leccornie. Posso confessarvi che per me non è stato per nulla facile andare a pescare – con il cucchiaio – il mio primo pezzo di seppia nel brodo rosso e pepato in cui esso nuotava. Ma sono sempre stato dell’idea che, all’estero, non bisogna soltanto aprire gli occhi e parlare la lingua del posto, se la si conosce. Bisogna piuttosto cercare di adattarsi il più possibile alle usanze del paese nell’abitare, nel dormire e nel mangiare. E se lo si è fatto per un po’, allora si trova che la seppia è deliziosa. Perché non dovrebbe esserlo? I napoletani sono degli ottimi inteditori in fatto di gastronomia. L’uso di presentare i pesci e la carne prima che vengano cucinati, che in Germania viene praticato soltanto nei grandi ristoranti, a Napoli lo trovate nella locanda più miseranda. La provvista che il gestore ha fatto per la giornata è esposta dietro a ogni finestra. Enormi scorpacciate si fanno poi il 7 di settembre. In questo giorno infatti Napoli celebra Piedigrotta, un’antica festa romana della fecondità mantenutasi fino ai giorni nostri. E come fanno i più poveri, quel giorno, ad avere anch’essi insieme alla propria famiglia qualcosa di buono nel piatto? Per tutto l’anno pagano al proprio droghiere un conto settimanale maggiorato di una ventina o di una trentina di soldi sovrappiù, e in cambio essi ottengono la loro porzione di arrosto di capra, il loro pezzo di formaggio e il loro vino. Così a Napoli ci si assicura per la “festa nazionale” come, da noi, ci si assicura sulla vecchiaia e sugli infortuni.

 

Per il resto, quello che avviene a Piedigrotta oltrepassa ogni possibile immaginazione. Pensate, che in una città di un milione di abitanti tutti i ragazzi e le ragazze si propongono, al cadere della notte, di fare una sarabanda infernale andando avanti e indietro per le strade, fermandosi alle porte delle case, nelle piazze, sotto i ponti e sotto i portici, senza smettere fino al mattino. Pensate, inoltre, che quasi tutti hanno una di quelle orrende trombette colorate che si possono comprare in giro in bande, con l’unica intenzione di pescare le persone per bene, sbarrar loro la via, stringerle in cerchio e poi strombazzare loro nelle orecchie finché quelle povere vittime non cadano a terra stordite o non riescano a scappare. È vero, però, che in compenso esistono dei posti in cui si fa di tutto per offrire all’orecchio esperienze gradevoli e piacevoli. Infatti, in questo stesso giorno si svolge a Napoli una sorta di gara canora tra quelli che compongono canzoni. La maggior parte delle canzoni che si sentono cantare dalla mattina alla sera per le strade, accompagnate dalla fisarmonica o dal silofono, vengono presentate per la prima volta proprio durante la festa di Piedigrotta, e le più belle sono premiate da una giuria di esperti. A Napoli, saper cantare dà alle persone quasi altrettanto prestigio che il saper far la boxe in America.

 

Alberto Chiancone, All'osteria

Alberto Chiancone, All’osteria, olio su tela, 50×70 cm, 1977-1983

 

Ma non ci sono soltanto le grandi feste. In questa città succede qualcosa quasi ogni giorno. Ogni quartiere ha infatti un suo Santo protettore, e a ogni ricorrenza annuale si fa festa sin dalle prime ore del attino. Anzi, si comincia qualche giorno prima, cioè da quando si sistemano gli alberi maestri in cui verranno fissate le lampadine verdi, rosse e blu, quando si tendono da un capo all’altro delle vie le ghirlande di carta. Questa carta colorata assume un’enorme importanza nell’aspetto delle vie; il suo splendore, la sua mobilità e la sua rapida usura si accordano perfettamente con la vivacità e con l’umore mutevole degli abitanti. A ogni angolo balzano all’occhio scacciamosche rossi, neri, gialli e bianchi, altari di carta lucente e multicolore e le rosette di carta verde apposte sui pezzi di carne cruda e sanguinante. La gente che viaggia – e le strade qui ne sono sempre piene – fa presto a sapere in quale quartiere si stia facendo festa, e naturalmente si reca proprio là. Ci ho incontrato gente di tutti i tipi: dal mangiatore di fuoco che sul marciapiede di un’ampia via si sistema imperterrito al centro delle sue ciotole infuocate passando dall’una all’altra per ingoiare del fuoco, al disegnatore di silhouettes che, sistematosi nel vano in ombra di un portone, colloca i suoi modelli in piena luce per ritagliarne fedelmente il ritratto in un cartoncino nero al prezzo di una lira. Senza parlare degli indovini o degli atleti, gente che potete trovare anche da noi nelle fiere annuali. Voglio invece accennarvi a uno strano tipo di pittore che ho trovato solamente a Napoli. All’inizio, il pittore non l'ho visto, e ho visto invece soltanto una folla al cui centro sembrava come esserci un punto vuoto. Mi sono avvicinato. E nel mezzo di tutta quella gente assembrata stava, inginocchiato, un tizio poco appariscente intento a disegnare sul selciato con dei gessetti colorati la figura di un Cristo e, sotto di lui, una testa di Madonna. Non aveva fretta. Si vedeva che voleva fare il suo lavoro accuratamente; rifletteva prima di usare il gessetto verde, o il giallo o il marrone. Dopo parecchio tempo s'è alzato e s'è messo accanto alla sua opera attendendo in silenzio un quarto d'ora o forse una mezz’ora, finché a poco a poco le membra, la testa e il tronco delle figure non sono state ricoperte di monetine gettate dagli ammiratori. Dopodiché ha raccolto il denaro, e il disegno è scomparso ben presto cancellato dai passi della gente.

 

Ogni festa comunque si conclude con i fuochi d’artificio sul mare. A dire il vero, bisognerebbe dire di concludeva. Per lo meno all’epoca del mio primo soggiorno napoletano, nel 1924. Successivamente, le autorità municipale si sono rese conto delle somme enormi che ogni anno andavano in fumo nell’aria della notte, e hanno dato ordine di ridurre un po’; i fuochi d'artificio. Ma, nelle notti di quel periodo, lungo la costa che va da Napoli a Salerno era tutto un fuoco d’artificio da luglio a settembre. Globi rossastri comparivano ora nel cielo di Sorrento, ora in quello di Minori oppure in quello di Salerno, mentre in quello di Napoli non s’interrompevano mai. E ogni parrocchia cercava di far sfigurare quella vicina facendo a gara nel produrre nuovi effetti di luce.

 

Così vi ho parlato un po’ dei giorni normali e un po’ dei giorni di festa a Napoli, e il fatto più sorprendente è che essi finiscono per mescolarsi tra loro, tanto che anche nei giorni normali le strade hanno un’aria di festa, risuonando di canzoni, riempiendosi di gente sfaccendata e presentandosi con la biancheria stesa e agitata dal vento come una sfilza di bandiere, e che anche la domenica mantiene qualcosa dei giorni infrasettimanali, dato che ogni piccolo droghiere può tenere aperto fino a notte fonda. Probabilmente per conoscere Napoli alla perfezione ci si dovrebbe poter tramutare in portalettere per un anno intero. Allora vi si scoprirebbero più scantinati, mansarde, retrocortili e angoli nascosti che in tante altre città messe insieme. Eppure nemmeno un portalettere riuscirebbe mai a conoscere Napoli perfettamente. Ci sono decine di migliaia di persone che ci vivono senza mai ricevere posta, senza neppure avere una casa dove abitare. La miseria è grande sia in città che in tutta la regione. Di qui proviene la maggior parte degli emigranti italiani. Dal ponte di una nave americana decine di migliaia di passeggeri hanno già dato un ultimo sguardo d’addio alla loro città natale, che nel momento del commiato appare ancora una volta così bella, con le gradinate che salgono a perdita d’occhio, i cortili incuneati l’uno nell’altro, le chiese che si perdono nel mare di case. Ed è proprio con quest’immagine che anche noi oggi lasceremo la città.

 

[*] Titolo originale: Neapel. Testo destinato alla Radio di Francoforte e annunciato dal “Südwestdeutsche Rundfunk-Zeitung” per il 9 maggio 1931 “dalle 10.20 alle 10.50”.

 

 

 tratto da:
Walter Benjiamin, Burattini, streghe e briganti. Illuminismo per ragazzi (1929-1932) ; a cura di R Thiedemann e H: Schweppenhäuser ; edizione italiana a cura di Giulio Schiavoni ; Genova : il melangolo, 1993 ; Collezione . lecturae, 6 ; Titolo uniforme Rundfunkgeschichten für Kinder ; [ISBN] 88-7018-211-8 ; Classificazione Dewey . 838.912 (20) Miscellanea tedesca 1900-1945
 
Alberto Chiancone (Porto Santo Stefano, 26 dicembre 1904 – Napoli, 11 dicembre 1988).

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