Wanda Wulz vs Wulz Wanda

 

Wanda Wulz, Io + gatto, 1932, Stampa su gelatina ai sali d’argento, cm 29,4 x 23,3, New York, Metropolitan Museum of Art

 

Wanda Wulz, Io+gatto, 1932

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

marion-wulz-portrait-of-wanda-wulz-in-motorcyclist-s-gear

 

Marion Wulz, Portrait of Wanda Wulz in Motorcyclist’s Gear

 

 

 

Se guardo l’autoritratto fotografico di Wanda Wulz, “costruito” nel 1932, sono attraversato da due sentimenti: il senso di familiarità per un’immagine che possiedo da sempre e l’artificiosità del risultato, surreale e inquietante, ma anche intriso di costruzione artigianale e giocoso nell’effetto prodotto. L’immagine del proprio volto, leggermente ironico e graffiante, cui si sovrappone in una precisione direi topografica e “mostruosa” il muso del gatto nero maculato di bianco, è una di quelle immagini che tutti noi abbiamo visto, forse senza conoscerne l’origine e la funzione, e che ci ha accompagna nella collezione immaginaria di volti e miti moderni, inteso in senso barthesiano. Un po’ come il volto di Marylin o quello del Che, dove ormai non importa più di tanto se l’autore è Warhol o se il fotografo del Guerrilliero Heroico risponde al nome di Alberto Korda: l’immagine deborda l’autorialità e diviene autonoma, persino “nemica” dell’artista perché si associa in un vortice autoreferenziale non al fare dell’autore ma riproduce senso da se stessa.
Come il Warhol di Marylin (e non la “Marylin di Warhol” in tutto simile ai barattoli della Campbell’s) o il reporter del funerale delle vittime della nave Coubre (“rapinato” dei suoi scatti dall’editore Gian Giacomo Feltrinelli che si fece regalare quello scatto), anche la foto Io + gatto non ci dirà mai niente dell’autrice e il suo sorriso ironico, celato dai baffi di un gatto sornione e misterioso, è divenuta matrice di autoscatti dilettanteschi, costruzioni di abominevoli figure per metà animalesche e per metà ritratti umani ad uso identitario. Il fatto è che la costruzione tecnica dell’immagine della Wulz, geniale nel 1932 e così vicina allo spirito surrealista, non riusciva nella precisione fotografica a superare l’escamotage tecnico e ha sempre avuto bisogno di essere associata, come un rebus o una sciarada, alla sua soluzione, al disvelamento del suo trucco o del suo mistero: “Sono Io più l’animale che vorrei essere o l’animale che più mi somiglia”.
Riprova di questo destino di identificazione mancata, perché non riconosciuta, è un’altra fotografia di Wanda Wulz, altrettanto famosa, usata questa volta come veicolo “pubblicitario” – e si badi a livello internazionale, non solo nella versione italiana! – di un libro di David Grossman (Che tu sia per me il coltello). Anche lì si è tentato un “furto” e questa volta ne fa le spese il volto stesso della fotografa o del suo soggetto fotografico, perché la donna bellissima che adagia lateralmente lo sguardo non è, come spesso è indicata, un autoritratto ma è il “Ritratto di Mali Da Zara” (poi Mali Falck) e l’autrice è la sorella Marion.
 

Un libro:
Visages, paysages : photographies de Giuseppe, Carlo, Wanda et Marion Wulz, Milano, Electa, 1985

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