Wole Soyinka / Pieter Hugo ~ Giona, il baobab e altri alberi

 

Pieter Hugo, Junior Ofokansi, Chetachi Ofokansi, Mpompo Ofokansi. Enugu, Nigeria, 2008. C-Print 102x102cm.
Pieter Hugo, Junior Ofokansi, Chetachi Ofokansi, Mpompo Ofokansi. Enugu, Nigeria, 2008. C-Print 102x102cm.

 

Persino il baobab si era raggrinzito col tempo, eppure mi ero immaginato che questo baluardo sarebbe stato eterno, al di là delle crescenti prospettive di un’infanzia svanita. La sua circonferenza si era ridotta col tempo ed i rami ora davano solo una piccola ombra. C’era un nome per la torre campanaria della scuola, una descrizione perlomeno, un posto nella famiglia delle cose fisiche – veniva senza sforzo – l’Unico Bambino del Lontano Campanile. Solo che ora anche la distanza tra il campanile e la torre campanaria si era ridotta. Bianco come un pilastro di sale, il campanile della chiesa domina ancora alberi di mango, l’albero di orombeje sul sagrato, e anche il cenotafio, che, benché situato fuori delle mura della chiesa, sembrava appartenere alla stessa famiglia allargata della Chiesa di San Pietro. A volte il campanile della chiesa si profila contro la strada scoscesa che porta a Iberekodo, dando gomitate agli arrugginiti tetti nani lungo i suoi fianchi. Aké, Ibarapa, Itoko, poi oltre la collina Mokola, il quartiere Hausa, prima di Iberekodo vero e proprio. L’alveare di capanne brune, case dai bordi rosa e arancione, si arresta bruscamente prima della cima e cede il posto al muro ordinato e agi ampi cancelli della scuderia del capo. Nascosti nella collina ai due lati della strada ci sono i mercati-gemelli di Ibarapa, mercati notturno e diurno, la notte a destra, il giorno a sinistra. Nulla di questo è cambiato.

 

Ma le cose più intime sì. Baobab, campanili, campi da gioco e sentieri. Persino Giona. Al catechismo il maestro guardò fuori dalla finestra cercando ispirazione, indicava un vicino gruppo di rocce ma e scartò. Sull’altro lato dell’edificio della scuola, invisibile per noi, c’era un roccia che era stata levigata dai nostri piedi. Pareva che coprisse la terra: perlomeno da dove finiva l’aula della prima fino al cimitero fuori della canonica nell’estremità più alta, nel punto più lontano dal cancello principale.

 

Pieter Hugo, Nigeria
Pieter Hugo, Patience Umeh, Junior Ofokansi, Chidi Chukwukere. Enugu, Nigeria, 2008

 

«Sapete dove la scuola va a modellare la creta? La balena che inghiottì Giona era più grande di quella roccia».
I più diligenti annuirono in segno di assenso. «Sì. le balene sono enormi».
«Più grandi delle case».
«Anche delle navi».
«Più grandi degli aeroplani».

Avevamo sentito qualche volta il ronzio di un aeroplano, addirittura avevamo visto la sua macchia muoversi nel cielo. Una mano spinse un pezzo di carta verso di me. Lessi:
«La casa di i padre è più grossa di una balena».
Ero veramente indifferente ma risposi, «Bugiardo!»

Non volli leggere la sua risposta, sentendomi già abbastanza schiacciato. Quella era la mia roccia. La mia privatissima roccia. E ora la maestra di catechismo l’aveva trasformata nella proprietà comune di questi altri falsi, queruli spacconi. Si era intrusa in una dimora privata, una tra molte. Diversa da quel luogo di vita, sonno, cibo che apparteneva in pari misura a Saggio, Cristiana Folle, fratelli, vaghi parenti o «omo odo» – una vaga espressione per qualcosa di mezzo tra servo e membro di famiglia – Giona era il mio segretissimo habitat. E adesso l’insegnante di catechismo aveva trasformato Giona in una cosa della Bibbia.

Perché dopo, la paziente, placida presenza, fino ad allora innominata, divenne Giona. Permanentemente. Il suo mistero divenne complicato in un mondo di incredibili storie bibliche, mentre prima era rimasto intaccato pur con la feriale attività del mischiare creta sul suo vasto corpo, usando l’acqua piovana che si era raccolta in numerosi buchi ovali. Chi li aveva fatti, chiedevamo, ma non che fossimo veramente curiosi. Però le lezioni di modellatura non sfiorarono mai la vita intima che io e Giona vivevamo durante i fine settimana, perché la scuola andava a casa mentre io restavo in canonica e potevo andare a piedi ad arrampicarmi sui suoi ripidi fianchi, sprofondando lungo la sua ampia schiena in una profonda immobilità. C’erano altre rocce in cortile, rocce con macchie di bambù, levigati declivi lungo i quali tutti noi scivolavamo strillando. Giona era nuda, solitaria e privata. Finché la maestra non la trasformò in una favola. Inghiottito e rinchiuso nella pancia di una balena! Non pareva del tutto improbabile ma apparteneva a un mondo di favole, quello dell’immaginazione, della lampada di Aladino e dell’Apriti Sesamo. Mentre prima… Ebbi l’esperienza della morte di una straordinaria confidente, la perdita di una presenza di pienezza, di sussunzione.

 

Pieter Hugo, Nigeria
Pieter Hugo, Chris Nkulo and Patience Umeh, Enugu, Nigeria, 2008.

 

L’albero di guaiava era un’altra residenza in cui acquattarsi, ma non il generoso albero lussureggiante accanto al rubinetto comune, sovrastato dalla piazza del pastore. Quest’altra residenza era un po’ distante vicino all’edificio dell’asilo. Era protetto da pietre e bastoni perché i suoi frutti di solito erano più vicini a terra e, in tutti i casi, non produceva molti frutti. Ma aveva ampie foglie carnose color verde scuro e uno dei suoi rami arrivava quasi fino a terra per il gran peso. Questo albero di guaiava aveva affinità con la stagione delle piogge, nulla di veramente tangibile tranne che non pareva lui se non nella stagione delle piogge. Sotto le nubi incombenti compiva la doppia prodezza di esistere eppure ritrarsi in un mondo interiore di benevoli spiriti del fogliame, umido e tuttavia ripieno di croccante vitalità, silenzioso eppure saggiamente comunicativo. Era anche senza tempo. Lo era anche Giona in un certo senso, ma la guaiava aveva questa indefinibile sicurezza nel divorare il tempo, facendo sì che cessasse di esistere. Io uscivo di soppiatto dalla casa la mattina e improvvisamente era il crepuscolo, eppure non ricordavo altra azione oltre a quella di stare tra i rami. Guardavo Joseph o Nubi camminare per il sentiero bordato di pietre. Nubi naturalmente in seguito era stata battezzata, come tutti i non-cristiani che entravano nella nostra famiglia. Dopo d’allora, la dovemmo chiamare col nome di battesimo, Mary. Era solita salire per l’ampio sentiero e svoltare dapprima verso lo stagno dove sapeva che spesso giocavamo, tirando ciottoli piatti perché rasentassero la superficie coperta di limo o stando semplicemente a guardare gli anatroccoli. Camminava detergendosi la fronte con la punta libera del suo telo, chiamando il mio nome. Lei apparteneva a un altro mondo, che peraltro diventava abbastanza reale quando con perizia mi strappava dal mio elevato rifugio.

«Tu assaggerai il bastone stasera, vedrai».
Feci tutta la strada incespicando per stare al passo con lei. Finalmente mi guardò con un po’ d’interesse.
«Non puoi smetterla di tremare?»
«Non ho freddo».
«Chi ti ha chiesto se avevi freddo?»
«Mi hai detto: non puoi smetterla di tremare?»
«Idiota. Odè. È piovuto questo pomeriggio. Chiunque avrebbe potuto raffreddarsi».
«Ma io no». Era anche piovuto. Ora mi ricordavo di essermi rifugiato nell’aula abbandonata. Lei mi toccò i vestiti.

 

Pieter Hugo, Nollywood, Nigeria
Pieter Hugo, Malachy Udegbunam with children. Enugu, Nigeria, 2008

 

«Non ti sei bagnato comunque. Questo avrebbe peggiorato le cose. Comunque non capisco lo stesso perché non sei tornato a casa dopo che ha smesso di piovere, invece di andare a sederti su quell’albero».
Finalmente capii. «Potrei dire che sono rimasto intrappolato dalla pioggia, no?»
«Che idiota! Ha smesso di piovere più di due ore fa. È per questo che la Mamma mi ha mandata a cercarti. Tutti noi pensavamo che fossi a casa per tutto quel tempo».
«Ma io avevo detto a Joseph che andavo nel cortile della scuola».
«Gliel’ha detto. Ma hai fatto così tardi. Peccato che non ha la febbre. Ad andar bene ti tocca stare nell’angolino».

Nubi era furba, almeno questo si stava chiarendo. Aveva già provato quel trucco? Timidamente, mi informai.
Lei ridacchiò. «Dimentichi che le medicine della Mamma non sono molto gradevoli».
«Ma tu hai provato a far finta di avere i brividi quando vedo che sto per ricevere delle frustate dalla Mamma. Comincio a tremare appena capisco che è lì che aspetta solo di scoppiare. Ti stupirai, ma è veramente lei che dice: hai la febbre? Non ha mai capito che si può cominciare a tremare per il pensiero di quel pasan*».

«E così rispondi di sì?»
«Naturalmente, idiota. Tu non faresti così?».
«Ma hai sempre a febbre,» insistetti io. La febbre era un’altra delle parole magiche. Se la Cristiana Folle diceva che avevi la Febbre, avevi la Febbre. Visto che cucinavamo su un focolare aperto mi ero sempre chiesto se, appoggiando il palmo alla fronte di chiunque tra noi in quella cucina non ventilata, non si sarebbe scoperta la Febbre. Saggio, avevo osservato a volte, non era così colpito dalla Febbre.
Nubi ammise che non aveva mai completamente capito la Febbre. Ma faceva comodo averla, e lei ce l’aveva sempre al momento giusto.
«Pensi che ho la Febbre?» Sentivo vagamente che era possibile perché avevo corso per stare al passo con lei. Mi toccò la fronte.
«Non c’è modo. Penso che assaggerai quel bastone».

 

 

* Frusta.

 

 

 tratto da:
Wole Soyinka, Aké : gli anni dell’infanzia : romanzo ; Milano : Jaca book, 1984 ; Collezione Jaca letteraria ; 21 – Trad. di Carla Muschio ; Titolo uniforme : Aké · [ISBN] 88-16-50021-2 ; Classificazione Dewey · 823 (11.) Narrativa inglese
Wole Soyinka, pseudonimo di Akinwande Oluwole Soyinka, nasce a Abeokuta, Nigeria, il 13 luglio 1934. Drammaturgo, poeta, scrittore e saggista tra i più importanti esponenti della letteratura dell’Africa sub-sahariana, nel 1986 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Ha studiato nel suo paese natale, a Ibadan dove ha svolto ricerche sul teatro, e a Leeds, in Inghilterra. Dopo aver lavorato al Royal Court Theatre di Londra come drammaturgo, nel 1960 è rientrato in Nigeria, dove ha iniziato ad insegnare letteratura e teatro e ha fondato il gruppo teatrale “Le maschere 1960”. Nel corso della guerra civile nigeriana, viene messo in carcere dal 1967 al 1969 per un articolo in cui chiedeva un cessate il fuoco. Da quell’esperienza nasce il romanzo L’uomo è morto. Perseguitato e condannato a morte dalla dittatura, emigra negli Stati Uniti.
Pieter Hugo nasce a Johannesburg, Sudafrica, il 29 ottobre 1976. Fotografo ritrattista ha sempre cercato di documentare le varie comunità africane. Nolliwood è una raccolta di ritratti sull’industria cinematografica nigeriana.

3 Comments

    1. grazie Marian, questo è l’intento della “collana” (forse non sempre riuscito, chissà!): come un autore ha raccontato un episodio della propria vita e le immagini che un altro artista aveva “visto” in quel momento (Céline/Lartigue, Bellow/Kubrick ad es.) o nello stesso luogo (Sapienza/Scianna, von Rezzori/Calinescu) o nei medesimi mondi paralleli (Grahame/Carroll) o addirittura per contrasto (Appelfeld/Sander, Terni/McCurry, Gao Xingjian/Liu Xia) ecc.. Grazie per l’attenzione

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      1. L’ho apprezzato, è interessante come prospettive e mondi apparentemente paralleli e tanto diversi possano comunicare fra loro in modo tanto efficiente. Dovrò dare un’occhiata alla collana in questione, mi interessa molto.
        Grazie a te per la condivisione! Buona domenica.

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