Gheppio

gheppio

 

Montale, Lorenzo de’ Medici, Boccaccio, Pascoli, Leopardi, Shakespeare, Pierro, Hopkins e un piccolo falco

 

«In vero egli era un certo sparverugio (sparviere) / che somigliava un gheppio, tanto è poco». Lorenzo de’ Medici, La caccia col falcone

 

Nella poesia di Montale L’estate, dalla raccolta Le occasioni, l’istante sembra far intravedere il volto sconosciuto e imprevedibile della realtà. Mentre scompare il descrittivismo puramente naturale, rimangono gli attimi dove le cose si caricano di un’attesa misteriosa: arbusti e uccelli inutili l’uno all’altro, la vista cieca di una nube, l’inarrestabile rinnovarsi di una sorgente, la fanciulla Aretusa che fuggendo da Alceo come un lampo «forse» appare nel luccicare di una trota in risalita e poi altre minuzie vive e altrimenti invisibili incagliate nella cruna della vita. Tra loro domina, per posizione iniziale ma senza regalità e risoluzione, il gheppio o meglio la sua «ombra crociata», presenza fugace e inavvertita, «ignota», con la sua piccola vita fra le tante che servono per farne una. Immerso in tanta invisibile (in)significanza il volo del rapace passa radente e lascia una traccia nella poesia moderna, segnando il suo ritorno alla normalità delle cose dopo essere passato nella tradizione dalla dannazione di animale legato alla morte alla simbologia di forza piena e brutale, essenza pura e eccessiva del bello, in Gerald Manley Hopkins.

 

L’estate
L’ombra crociata del gheppio pare ignota
ai giovinetti arbusti quando rade fugace.
E la nube che vede? Ha tante facce
la polla schiusa.
Forse nel guizzo argenteo della trota
controcorrente
torni anche tu al mio piede fanciulla morta
Aretusa.
Ecco l’òmero acceso, la pepita
travolta al sole,
la cavolaia folle, il filo teso
del ragno su la spuma che ribolle –

e qualcosa che va e tropp’altro che
non passerà la cruna…

Occorrono troppe vite per farne una.

 

Il percorso della percezione specifica e simbologica del gheppio affonda le sue radici in una mitologia popolare che aveva fatto del rapace un essere dal destino minore, costretto ad attingere la propria sopravvivenza tra gli scarti del mondo naturale, piccolo avvoltoio che vigila dall’alto, pronto a ripulire la morte. Nell’immagine iniziale di Lorenzo de’ Medici, tratta dall’opera giovanile La caccia col falcone, c’è tutto il confronto immediatamente significativo interno al mondo degli uccelli: un piccolo Sparviero (Accipiter nisus) può somigliare (se «tanto è poco») ad un gheppio, il quale appare così come forma ridotta del Falco. Questa diminuzione è attestata nella lingua italiana, che chiama il gheppio anche «accertello», alterazione di «accipitrello», da accipiter, piccolo e modesto uccello di rapina.

Quel contrasto, contrapposizione estetica prima che confronto di grandezza, appariva nel Filocolo del Boccaccio en passant, sottilmente e quasi con la sufficienza che si dà agli accessori:

 

«Vidi… levarsi uno sparviero bellissimo e un gheppio»

 

Si noterà come nel linguaggio comune sparviero ha acquisito dignità di cacciatore nobile, furtivo, leggendario, mentre gheppio pare ingobbirsi un po’ tra le sue dure e goffe vocali. L’immaginazione letteraria e popolare però inganna e per l’ornitologia il vero Falco tra i due è proprio il gheppio!

Al contrario, quel destino minore, che faceva capolino nel trattatello di falconeria del Lorenzo il Magnifico e nel Boccaccio, è ancora presente in Giovanni Pascoli il quale schiaccia il rapace al confronto con un’aquila, con l’idea negativa di piccolo avvoltoio.

 

«L’aquila / dice: “Vanne a far carne sì ch’io desini”. / Va il gheppio, vola e porta su… la fetida / stantia carogna d’un topaccio.»

 

Questo presunto aspetto necrofilo è entrato così forte nella lingua che con fare gheppio si è inteso “morire” o, per altri, il produrre quei gesti, contratti e riflessi, premonitori della imminente dipartita di un moribondo.
Questa triste figura è presente in un ancora sconosciuto e acerbo Giacomo Leopardi, il quale aveva composto nel 1817 i Sonetti in persona di ser Pecora fiorentino beccaio, in difesa di Pietro Giordani e Vincenzo Monti e contro Guglielmo Manzi che li aveva attaccati in un libello. Leopardi scrisse questi sonetti con insolito spirito giocoso e ironico, in una cascata di ridondanti immagini, all’inizio dei quali si stagliava cupo il gheppio. Così al Sonetto IV:

 

E’ fa gheppio. Su l’anca or lo stramazza,
L’arrovescia; e lo sgozza e l’accoltella.
Ve’ ch’ancor trema e palpita e balzella,
Guata che le zampacce in aria sguazza
Qua, ché già l’sangue spiccia e sgorga e sprazza,
Qua presto la barletta o lo scodella;
Reca qualcosa, o secchia o catinella
O ‘l bugliuolo o la pentola o la cazza:

Corri pel calderotto o la stagnata,
Da’ di piglio a la tegghia o a l’orinale;
Presto, dico, il malan, che ti disfaccia.

Di molto sangue avea quest’animale:
Mo fagli fare un’altra scorpacciata,
E di vento l’impregna e l’abborraccia.

Istrígati e ti sbraccia:
Mano speditamente a lo schidone:
Busagli ‘l ventre, e ‘nzeppavi ‘l soffione.

 

ж

 

Eppure, se a lungo in letteratura e nell’immaginario popolare (è vero che il gheppio è stato cacciato fino ai nostri giorni perché ritenuto incomprensibilmente dannoso!), la scienza ornitologica ha marcato chiari confini terminologici e di comportamento. Tra la denominazione scientifica di un animale e l’osservazione di un suo comportamento infatti vi è una stretta relazione. Linneo riscrisse la nomenclatura del mondo animale attraverso l’uso di due termini, dove l’uno indicava il genere e l’altro la specie. Così un termine generale riguardava più organismi viventi accomunati da elementi morfologici simili, mentre un altro specifico era relativo ad un particolare comportamento distintivo. Il naturalista svedese chiamò il gheppio con il nome latino di Falco tinnunculus, dove il genere “Falco” (che riunisce i falchi veri e propri, cosiddetti dall’apertura alare a forma di falce, diversa da quella sfrangiata e a ventaglio degli Accipitridi) si lega alla specificazione di “piccolo suonatore di campane”. Ora, è vero che il gheppio predilige posarsi in vecchi edifici di pietra, ruderi, torrioni e talvolta anche campanili, ma se Linneo si riferisse al tintinnio delle campane o allo stazionare su una torre campanaria, non possiamo dire. In realtà il termine lo si trova già in Columella, autore latino di agronomia del I secolo d.C., un periodo storico che esclude il riferimento al campanile come costruzione architettonica cristiana. Il greco antico usa il termine κέρχνος che significa “dalla voce roca, fioca”, denominazione curiosa che trova un richiamo in latino quando con orator tinnulus  s’intende l’oratore dalla voce stridula, monotona, cantilenante.

 

Se ogni lingua perciò aveva già un modo proprio di denominare i vari componenti del mondo volatile, ben prima che Linneo operasse una classificazione scientifica abbinandola ad un’altra di tipo più empirico e frutto dell’osservazione sul campo, gli strumenti del poeta o dell’uomo comune rimangono sempre diversi perché attingono il sapere dalla consonanza del proprio sentire o del proprio esperire con la visione della cosa in sé. Visione che può contenere elementi fantasiosi e immaginari.

In italiano di per sé il nome “gheppio” appartiene più ad una visione fantasiosa che scientifica ed è un’anomalia descrittiva, perché, derivando dalla radice greca di avvoltoio [(αϊ)γύψ], rimanda addirittura a quella famiglia di grandi rapaci, come il Gipeto, il Grifone, il Capovaccaio e l’Avvoltoio monaco, che in realtà sono di dimensioni molto grandi, non propriamente agili e soprattutto necrofagi, attendono cioè che la preda divenga cadavere, a differenza dei gheppi, rapaci di dimensioni medio piccole, che fanno della caccia, del lancio, della mobilità e agilità la loro caratteristica specifica. Nel poemetto pascoliano il nome si legava logicamente alla sua radice linguistica pur essendo un’associazione scientifica errata.

Con il discrimine latino tinnunculus, che più che “abitatore di campanili” dovremo considerare alla fine come “colui che tintinna, risuona, strepita in continuazione”, sorge una visione, diciamo così, nordica distinta da una che porta al Mediterraneo e al sud dell’areale di distribuzione europeo del gheppio. Le lingue nordiche mettono sempre in evidenza l’abitudine del rapace di dimorare e nidificare in luoghi o edifici alti e rocciosi, da qui il tedesco Turmfalke, il danese Tåarnfalk, lo svedese Tornfalk e l’olandese Torenvalk. Nessuno di questi è propriamente un campanile ma più precisamente un torrione dove l’uccello si apposta e nidifica.

 

Lo stare in una posizione alta, solitaria e da dove potersi avventare sulla preda la si trova anche in Shakespeare, nella commedia romantica La dodicesima notte. O quel che volete (II. V., v. 1138) e a noi serve a inserire un termine che è considereremo di transizione tra una specificazione settentrionale e una meridionale.
Nella storia di Shakespeare Tobia, eccentrico e turbolento sovvertitore delle buone regole, mette in atto un vero e proprio inganno ai danni del maggiordomo Malvolio, facendogli credere attraverso una lettera falsa che la nipote Viola ne sia innamorata. Malvolio abbocca alla burlesca missiva, un vero «piatto di veleno», così come il gheppio si sarebbe avventato sulla sua preda: slancio, veleno e preda formano una concrezione di immagini che risaltano l’essere rapace ma anche la sua tempestività e prontezza.

 

MALVOLIO: [legge]: “Là dove adoro, comandar poss’io; ma, pugnal di Lucrezia; m’ha ferito senza sangue il silenzio al cuore mio: M, O, A, I governa la mia vita”.
FABIANO [a parte]: Un enigma pretenziosamente ingarbugliato.
TOBIA [a parte]: E’ una ragazza straordinaria, vi dico.
MALVOLIO: “M, O, A, I governa la mia vita”. Sì, ma prima vediamo un po’, vediamo un po’, vediamo un po’.
FABIANO [a parte]: Che piatto di veleno gli ha ammannito!
TOBIA [a parte]: E con che slancio il gheppio vi si getta sopra!
MALVOLIO: “Là dove adoro, comandar poss’io”. Eh sì, ella potrebbe comandarmi, poiché la servo ed è la mia padrona: ebbene, questo è evidente ad ogni comune intelligenza. Non c’è difficoltà in questo, e la finale… che cosa dovrebbe significare quella disposizione alfabetica? Se potessi adattarla a qualcosa che mi si riferisce… M, O, A, I…

 

Il testo di Shakespeare (1601) recita: «And with what wing the staniel checks at it!», dove “staniel” è forma arcaica di stannel, (da cui anche standgale, standgall, stanchel, stand hawk, stannel hawk, steingale, stonegall), che letteralmente sta per “stone yeller”, colui che chiama dalle rocce. Nell’inglese moderno tuttavia il temine usato, kestrel, non rimanderà più alle torri, a campanili o a castelli diroccati, ma si legherà alla lettura francese, vero trait d’union tra la specificazione nordica e quella mediterranea. Per tornare al richiamo del canto o verso dell’uccello, a quel tintinnio ripetuto cui, seppure indirettamente, il “suonatore di campane” rimanda, bisogna scendere infatti un po’ più a sud, in Francia, in Spagna, in Portogallo e nelle forme dialettali del meridione d’Italia.

 

La voce del gheppio [*] è un trillante ripetuto ki, ki, ki addolcito da una doppia nota più musicale ki-li. Niente che ricordi una campana quanto forse quella voce roca e monotona di cui diceva il greco antico. Ma è la ripetizione del suono più che il timbro a creare la denominazione: la lingua francese chiama il gheppio Faucon crécerelle, lo spagnolo Cernícalo vulgar, il portoghese, oltre Francelho, usa anche Penereiro vulgar, e in alcuni dialetti del sud Italia si dice cristariéllo (napoletano), cestariéllo (calabrese) o castarièddu (siciliano). Tutti questi termini, compreso l’inglese krestel, sono di derivazione franco normanna e risalgono a cresselle (poi crécelle) che indica il “vaglio”, il telaio con rete metallica che separa materiali incoerenti dalle sementi e che nell’essere agitato produce un monotono e ripetuto suono. Lo stesso riferimento, ma per una via autonoma, al “crivello” e al “vaglio” ha lo spagnolo (dal latino cerniculum) e il portoghese (da “peneira”).

 

Ma il poeta non si cura delle ferree e comunque opinabili leggi della etimologia.
Albino Pierro, in una sua poesia in dialetto metapontino, evoca una delle caratteristiche più conosciute del gheppio: lo stare fermo in aria «a spirito santo», in sur place, battendo le ali con il corpo verticale e la coda aperta, posizione che sfrutta il vento contrario o le correnti ascensionali per mantenersi fermo nell’aria. Non a caso un altro nome del gheppio, nei dialetti italiani, è quello di fottivento (fotvènt in romagnolo e futtibèntu in sardo) che descrive perfettamente lo stazionare sospeso in aria.

 

‘A cristarelle
A piombe supre ll’ìrmice,
nd’u céhe,
adàvete adàvete,
na
cristarelle ci s’avì mpuntète
cch’i scille sbahanchète;
u vente come ll’acque ni sciaquàite
i pinne com’a ll’èrve di nu scògghie.
Ié le uìja chiamè,
ni uìja dice: «Tègne tante grille,
nd’ ‘a carta, cch’i surìgghiue»;
ma ll’occhie si ni ìvene a scafè
facce-fronte u balcone
addù ci ndrubbichève
‘a cristarella méje
ca m’avì morte.
A piombo sopra gli èmbrici, / nel cielo, / in alto in alto, / un gheppio ci si era fermato / con le ali spalancate; / il vento come acqua gliele sciacquava / le piume come l’erba di uno scoglio. / Io lo volevo chiamare, / glielo volevo dire: «ho tanti grilli, / nella carta, con le lucertole»; / ma gli occhi se ne andarono a scavare / dirimpetto al balcone / dove ci seppellii / il gheppio mio / che mi era morto.

 

ж

 

È con Hopkins, in una delle sue poesie più famose, “Il gheppio” appunto, (ma qui non è Kestrel o Staniel, ma Windhover, dal “volteggiare fermo nel vento”), che il rapace raggiunge l’apice della sua forza evocativa non più legata al canto o alle sue abitudini nutrizionali e nidificatrici, quanto ad un magma interiore, un fuoco che erompe e mostra la bellezza bruta e pericolosa, la fierezza e la valenza del proprio essere, «la maestria della cosa». Hopkins in un colpo riporta dignità al nostro rapace, non più simbolo di morte ma essenza pura di atto e valore insieme.

 

Il gheppio – (The Windhover)
A Cristo nostro Signore
Colsi stamane il favorito del mattino, del re-
ame del giorno il delfino, il Falco attirato dall’alba screziata, cavalcando
la ruotante liscia aria sotto di lui salda, e incedendo
in alto, come tolse la briglia d’un’ala crespa
nell’estasi! poi via, via, avanti nell’impeto,
come tallone di pattino rade lieve in curva: slancio e planata
contrastarono il gran vento. Il mio cuore in segreto
fremeva per un uccello, – la vittoria, la maestria della cosa!
Bruta bellezza e prodezza e atto, oh, aria, fierezza, piuma, qui
fuse! E il fuoco che da te allora erompe, un bilione
di volte quanto più incantevole, più pericoloso, o mio cavaliere!

Non é meraviglia: per un solo passo l’aratro nella zolla
Splende, e blu brulle braci, ah mio caro,
cadono, si escoriano, e squarciano oro vermiglio.

 

I caught this morning morning’s minion, king- / dom of daylight’s dauphin, dapple-dáwn-drawn Falcon, in his riding / Of the rólling level úndernéath him steady áir, and stríding / High there , how he rung upon the rein of a wimpling wing / In his ecstasy! Then off, off forth on swing, / As a skate’s heel sweeps smooth on a bow-bend: the hurl and gliding / Rebuffed the big wind: my hearth in hiding / Stirred for a bird, – the achieve of, the mastery of the thing! //
Brute beauty and valour and act, oh, air, pride, plume, here / Buckle! AND the fire that breaks from thee then, a billion / Times told lovelier, more dangerous, O my chevalier! //
No wónder of it: shéer plód makes plóugh down síllion / Shine, and blue-bleak embers, ah my dear, / Fall, gáll, themsélves, and gásh góld-vermílion.

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In conclusione, è bene far parlare con le immagini il gheppio stesso, qui in un bellissimo video: [*]

2 commenti su “Gheppio

  1. dietroleparole ha detto:

    Hai scritto un vero trattato in onore di questo nobile animale. Il video è tenerissimo. Auguri! Anna

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    • mayol56 ha detto:

      “Sempre sia il mio cuore aperto ai piccoli
      uccelli che sono il segreto del vivere
      qualsiasi loro canto meglio del sapere
      e gli uomini che non li sentono sono vecchi” (Edward E. Cummings)
      I miei auguri a te, Francesco

      Mi piace

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