Carmina Priapea, 79 – 85

 

Servo nero che porta recipienti di acqua, Mosaico, Calidarium, Casa di Menandro, Pompei,
Mosaico Calidarium, Casa di Menandro, Pompei

 

79. Priapo, se ti pesa il membro,
– te lo rimprovera nei Versi
il Poeta Nostro, – no, non devi arrossire:
nessun poeta è più peso di Lui.

 

LXXIX – Priape, quod sis fascino gravis tento, / Quod exprobravit hic tibi suo versu / Poeta noster, erubescere hoc noli: / Non est poeta sarcinosior nostro.

 

 

80. E “non è lunga abbastanza” e “non è abbastanza grossa”!
Ma se la maneggi non pensi possa crescere ancora?
Oh, povero me! Le sue misure sono una delusione per le ragazze licenziose,
ma sfido chiunque ad averla più grossa!
Sarà stato meglio Tideo, a credere a Omero,
pugnace di carattere e piccolo di corpo.
Questa novità e questo pudore mi porteranno un danno;
e sempre più spesso le devo vincere.
Ma, finché c’è vita, c’è speranza!, e tu, rustico custode,
stammi vicino, sii propizio al mio nervo, teso Priapo.

 

LXXX – At non longa bene est, at non stat bene mentula crassa / Et quam si tractes, crescere posse putes? / Me miserum, cupidas fallit mensura puellas: / Non habet haec aliud mentula maius eo. / Utilior Tydeus, qui, si quid credis Homero, / Ingenio pugnax, corpore parvos erat. / Sed potuit damno nobis novitasque pudorque / Esse ; repellendus saepius iste mihi. / Dum vivis, sperare licet: tu, rustice custos, / Huc ades et nervis, tente Priape, fave.

 

 

81. Un tempo contadino salariato, ora coltivatore di un campicello,
io Perspecto, dedico a te, o Priapo, questo tempietto.
Con questa mia offerta, se posso, o santo, facciamo un patto:
che tu voglia essere fedele custode del campo,
se qualche farabutto violasse il campicello nostro,
tu … ma che parlo a fare, tu sai cosa ti spetta.

 

LXXXI – Vilicus aerari quondam, nunc cultor agelli, / Haec tibi Perspectus templa, Priape, dico. / Pro quibus officiis, si fas est, sancte, paciscor, / Assiduus custos ruris ut esse velis, / Improbus ut si quis nostrum violabit agellum, / Hunc tu… sed tento— scis, puto, quod sequitur.

 

 

82. Quale novità mai? Cosa annuncia questa ira divina?
Nella notte silente un tenero giovinetto giaceva
stretto a me nel letto, ma Venere è rimasta quieta e l’inerte
vecchio pene non ha alzato
virilmente la sua testa.
Soddisfatto, Priapo, tu che sotto le chiome
degli alberi sempre stai, il capo santo cinto
di pampini, tutto rosso come rosso il membro?
Orbene, o Trifallo, spesso con freschi fiori
così, alla buona, ti cingemmo il capo
e con grida scacciammo il vecchio corvo e l’agitata
taccola ché non beccassero a sangue la testa sacra.
E allora addio, Priapo, nefando traditore dell’uccello,
addio, non ti devo più niente.
Giacerai in mezzo ai campi, livido di muffa,
e la cagna schifosa e il lurido maiale
come a un legno si gratteranno ai tuoi fianchi.
E tu, cazzo scellerato, mia disgrazia,
sconterai la pena secondo la legge giusta e severa.
Puoi anche lamentarti: a te mai più
si offrirà ragazzo capace di muovere con arte
le chiappe né la giocherellona ragazza ti aiuterà
con la mano leggera e le bianche cosce a premerti sull’inguine.
A te toccherà una vecchia con due denti,
amica di un Romolo già vecchio, che nasconde
tra le cosce sotto una pancia disfatta
un antro coperto di pelle flaccida,
al primo freddo invaso da muffa e ragnatele.
Questo ti toccherà, perché tre, quattro volte
ingoi la profonda fossa il viscido tuo
cazzo. Malato giacerai, moscio come serpe,
e passa e ripassa, quella caverna, tre, quattro volte,
disgraziato, dovrai riempire. A niente
ti servirà tutta la tua superbia, finché
il membro molle immergere dovrai nello sguazzante fango.
E ora com’è, flaccido? Temi l’impotenza?
Va’ pure, per una volta te la sei cavata. Ma quando
il ragazzo d’oro tornerà e sentirai
i suoi passi nel sentiero, il mio nervo
si risveglierà per la libidine e un inquieto turgore
lo farà rizzare, senza smettere di eccitarsi,
fin quando Venere giocosa non m’abbia sfiancato le molli reni.

 

LXXXII – Quid hoc novi est? quid ira nuntiat deum? / Silente nocte candidus mihi puer / Tepente cum iaceret abditus sinu, / Venus fuit quieta, nec viriliter / Iners senile penis extulit caput. / Placet, Priape, qui sub arboris coma / Soles, sacrum revincte pampino caput, / Ruber sedere cum rubente fascino? / At, o Triphalle, saepe floribus novis / Tuas sine arte deligavimus comas / Abegimusque voce saepe, cum tibi / Senexve corvos impigerve graculus / Sacrum feriret ore corneo caput. / Vale, nefande destitutor inguinum, / Vale, Priape: debeo tibi nihil. / Iacebis inter arva pallidus situ, / Canisque saeva susque ligneo tibi / Lutosus affricabit oblitum latus. / At, o sceleste penis, o meum malum, / Gravi piaque lege noxiam lues. / Licet querare: nec tibi tener puer / Patebit ullus, imminente qui toro / Iuvante verset arte mobilem natem, / Puella nec iocosa te levi manu / Fovebit apprimetve lucidum femur. / Bidens amica Romuli senis memor / Paratur, inter atra cuius inguina / Latet iacente pantice abditus specus / Vagaque pelle tectus annuo gelu / Araneosus obsidet forem situs. / Tibi haec paratur, ut tuum ter aut quater / Voret profunda fossa lubricum caput. / Licebit aeger angue lentior cubes, / Tereris usque, donec, a miser miser, / Triplexque quadruplexque compleas specum. / Superbia ista proderit nihil, simul / Vagum sonante merseris luto caput. / Quid est, iners? pigetne lentitudinis? / Licebit hoc inultus auferas semel: / Sed ille cum redibit aureus puer, /Simul sonante senseris iter pede, / Rigente nervos excubet lubidine / Et inquietus inguina arrigat tumor, / Neque incitare cesset usque dum mihi / Venus iocosa molle ruperit latus.

 

 

83. Rose a primavera, frutti in autunno, spighe
in estate; ma orrida peste è l’inverno.
Non sopporto il freddo e sempre temo che questo dio
di legno a sfaticati contadini serva ad appiccare il fuoco.

 

LXXXIII – Vere rosa, autumno pomis, aestate frequentor / Spicis; una mihi est horrida pestis hiems. / Nam frigus metuo et vereor, ne ligneus ignem / Hic deus ignavis praebeat agricolis.

 

 

84. Viandante, questo son io, secco pioppo
scolpito da una rozza mano, a difesa
di un campicello – ecco, vedi qui a sinistra la casa e
l’orticello del suo misero padrone? -,
me ne sto a guardia della mano furtiva d’un ladro.
Per me ghirlande colorate a primavera,
spighe rossastre col sole torrido,
dolce uva col verde pampino
e l’oliva maturata al freddo rigido.
La delicata capretta dai miei pascoli
va in città con le mammelle gonfie di latte,
dall’ovile il grasso agnello rende
la mano sonante di denaro, e la vitella,
sotto gli occhi della madre muggente,
il sangue cosparge dinanzi al tempio.
Allora, o viandante, prostrati a questo dio
e ritrai le mani, ti conviene:
altrimenti, questo è il membro pronto a impalarti!
Come dici? «Dio lo voglia». Eccoti servito!
Giunge il contadino che strappa l’uccello mio
di legno, ora clava adatta alla sua furia.

 

LXXXIV– Ego haec, ego arte fabricata rustica, / Ego arida, o viator, ecce populus / Agellulum hunc, sinistra et ante quem vides, / Erique villulam hortulumque paperi / Tueor malaque furis arceo manu. / Mihi corolla picta vere ponitur, / Mihi rubens arista sole fervido, / Mihi virente dulcis uva pampino, / Mihi glauca duro oliva, cocta frigore. / Meis capella delicata pascuis / In urbem adulta lacte portat ubera; / Meisque pinguis agnus ex ovilibus / Gravem domum remittit aere dexteram, / Teneraque matre mugiente vaccula / Deum profundit ante templa sanguinem. / Proin, viator, hunc deum vereberis / Manumque sursum habebis. Hoc tibi expedit, / Parata namque crux stat ecce mentula. / «Velim pol !» inquis? At pol ecce vilicus / Venit, valente cui revulsa bracchio / Fit ista mentula apta clava dexterae.

 

 

85. Ragazzi, questo posto lacustre e la casetta
coperta di vimini e fascine di carici, io,
secco querciolo dirozzato alla bell’e buona, guardo
perché di anno in anno sia sempre più prospero.
E me onorano e pregano come un dio i padroni
di un simile tugurio, padre e figlio ancora bambino,
l’uno, sempre attento a curare tutto intorno,
perché erbacce e rovi non infestino il tempietto,
l’altro con la piccola manina piena di abbondanti doni.
Nella rigogliosa primavera mi ornano di variopinte
corone e spighe morbide ancora verdi con le tenere
reste e gialle viole e l’immaturo bianco papavero,
zucche sbiadite e mele dal soave profumo,
rossa uva maturata all’ombra dei pampini.
Non dite in giro, vi prego, che il capretto barbuto e l’ungulata
capra macchiano di sangue la mia arma.
Per tutti questi onori, Priapo, dona
protezione all’orto e alla vigna del padrone.
E voi, ragazzi, astenetevi da ingiuste rapine:
c’è un vicino, ben più ricco e poco attento a Priapo,
rubate a lui, questo è il sentiero che lì vi conduce.

 

LXXXV – Hunc ego, o iuvenes, locum villulamque palustrem / Tectam vimine iunceo caricisque maniplis / Quercus arida rustica formitata securi / Nutrior, magis et magis fit beata quontannis. Huius nam domini colunt me deumque salutant / Pauperis tuguri pater filiusque adulescens, / Alter assidua colens diligentia, ut herbae / Asper aut rubus a meo sint remota sacello, / Alter parva manu ferens semper munera larga. / Florido mihi ponitur picta vere corolla, / Primitus tenera virens spica mollis arista, / Luteae violae mihi lacteumque papaver / Pallentesque cucurbitae et suave olentia mala, / Uva pampinea rubens educata sub umbra. / Sanguine haec etiam mihi (sed tacebitis) arma / Barbatus linit hirculus cornipesque capella. / Pro quis omnia honoribus nunc necesse Priapo est / Praestare et domini hortulum vineamque tueri. / Quare hinc, o pueri, malas abstinete rapinas: / Vicinus prope dives est neglegensque Priapus, / Inde sumite, semita haec deinde vos feret ipsa.

 

 

 

NOTE AL TESTO
80. «Dum vivis…: solitamente i due versi finali sono letti autonomamente.
Tideo, eroe del ciclo tebano, figlio di Eneo e particolarmente violento. Ferito mortalmente in uno scontro con Melanippo, gli fu gettata vicino la testa di quest’ultimo che morse con forza.
81. Attribuito a Tibullo.
82. Attribuito a Tibullo.
83. Attribuito a Virgilio.
84. Attribuito a Virgilio.
«Velim pol!»: Pol intercalare che deriva da Polluce.
85. Fa parte della Appendix virgiliana.

 

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