John Barth / Diane Arbus ~ L’infanzia di Giles ragazzo-capra

 

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Diane Arbus, Child crying, New Jersey, 1967, Etherton Gallery

 

Mi chiamo George; delle mie gesta si è parlato a Tower Hall, e la cronaca della mia infanzia è apparsa sulla Rivista di Psicologia Sperimentale. Io sono l’individuo cui davano allora il nome crudele e ingiusto di Billy Bocksfuss; avessi davvero avuto il piede forcuto, non sarei ora ridotto a trascinarmi claudicando con l’aiuto di un bastone, né a farmi portare a spalla dagli altri, per andare a scuola quando piove! Sì, fu proprio per non avere uno zoccolo come si deve che, a quattordici anni, fui io a essere preso a calci invece che a darne; e a giacere storpiato sulla torba maleodorante, mentre vedevo il mio primo amore spassarsela con un bruto angora. Pietà per quel capro, che con la sua cornata mi fece volare da un mondo in un altro, per le sue dure corna che fecero cambiar genio alla mia bella, mi esiliarono dal pascolo e mi spedirono zoppicante giù per la strada che percorro tuttora. Questa fronte priva di corna, vergogna e ludibrio della mia infanzia di capretto, lui la incoronò della vergogna umana: dissi addio alla mia esistenza di capra scornata e mi lanciai, cornuto studente umano, verso le Porte della Promozione.

 

 

Io ero, insomma, il Ragazzo-Capra di Ag-Hill. Chi mi ha fatto il brutto scherzo di mettermi al mondo? e in quali mani, sotto che sguardi, in quale angolo dell’Università ho tratto il mio primo vagito? era scritto che non avrei chiamato nessuna donna mamma, nessun uomo papà. Herr Doktor Professor Spielman [1] mi allevò: Massimiliano Spielman, il famoso psico-proctologo matematico, ai suoi tempi capo della minoranza nel Senato Accademico; quello stesso magnifico Max che diede il suo nome alla legge della ciclologia e in gioventù guidò la battaglia del suo dipartimento per ottenere non so quale esame suppletivo dopo gli orali. Ahimé, il suo ardore di crociato scottò troppe dita: invece di ottenere il titolo di professore emerito a conforto della vecchiaia, fu mandato a spasso un anno prima di andare in pensione con un’accusa speciosa di turpitudine intellettuale… per quanto sua unica colpa, come egli sostenne fino all’ultimo, fosse stata quella di accennare durante una conferenza che soltanto la sua scienza poteva sigillare il fondo della natura umana.

 

Diane Arbus, Child in a Night Gown, Shelter Island, New York, 1957
Diane Arbus, Child in a Night Gown, Shelter Island, New York, 1957

 

Caduto in disgrazia e senza un soldo, fu costretto ad accettare il primo lavoro che si offriva, per campare; fu così che passò i suoi ultimi anni come capraio anziano nelle fattorie del Collegio di New Tammany. Un’ignominia: eppure anche da quell’occupazione Max seppe trarre il massimo profitto. Il suo capolavoro, L’Enigma degli Sfinteri – vent’anni di lavoro, opera che completò interamente ad eccezione dell’indice – lo diede a mangiare alle capre, capitolo per capitolo; come ebbe a dirmi anni dopo davanti a un boccale di birra scura e a una fetta di formaggio di Mont d’Or, anch’io ne avevo mangiato: la seconda appendice, un poema in numeri scritto per dimostrare con metodo matematico la sua fede nella fondamentale rettitudine della natura studentesca. Amareggiato, ma troppo coraggioso per cedere alla disperazione, si era completamente isolato dalla società dei suoi simili, dedicando al gregge tutto il suo genio. Per tutto l’anno viveva in mezzo a noi: in una stalla d’inverno, sui pascoli nella bella stagione. Attribuitelo, se vi piace, al patema occupazionale di ogni sperimentatore, il fatto è che arrivò ben presto a provare per gli oggetti del suo studio più amore di quanto avesse mai provato per i suoi pari del senato accademico. Divenne vegetariano, lasciò crescere quel po’ di barba che aveva, mutò tocco e toga per un mantello di capra di angora, e rimpiangeva solo che gli acciacchi non gli consentissero di andare a quattro zampe.

Non pubblicò più niente per il resto dei suoi giorni, ma le sue ricerche non furono mai così audaci e minuziose come all’inizio di questo periodo. Dopotutto le capre (tanto per citare un passo dai suoi diari) «non si vergognano di mostrare quell’aspetto della loro bellezza che tanto mi preme di scandagliare; a loro modo consapevoli che un tutto perfetto è la somma di parti perfette, fanno garrire al vento le loro bandiere…»

Aveva un solo nemico fra i caproni, un vecchio Toggenburger bruno di nome Freddie, tiranno del gregge; quando costui scorgeva Max chino ad ispezionare una qualsiasi femmina, lo scambiava per un rivale e lo caricava. Max era catapultato a testa avanti contro l’oggetto della sua indagine, e la femmina, ritenendosi assalita, finiva per perdere ogni fiducia nel suo guardiano. Come tollerare tale capovolgimento di rapporti fra ricercatore e oggetto della ricerca? altrettanto offensiva appariva la coincidenza che si chiamasse proprio Fred il capo del dipartimento di linguistica di New Tammany, che con le sue manovre al senato accademico aveva impedito l’approvazione del disegno di legge sulle “Qualifiche Rectificate” e contribuito alla caduta di Spielman. Max vide in ciò un segno del destino, e si vendicò.

Diane Arbus, Untitled, 1952
Diane Arbus, Untitled, 1952

Affrontare apertamente il Toggenburger, non osava; ma una notte d’ottobre, mentre i caproni stavano belando la loro voglia come di consueto (e su tutti dominava il belato del perfido Freddie), fece entrare una vivace capretta nella stalla suo avversario: qualche momento più tardi, anche Max strisciava dentro la stalla, con un paio di forbici inalberate: e Zac! – triste, no? – il vecchiaccio fu castrato a mezza monta. Da allora, tutta la sua ferocia svanì; divenne grasso e docile, né disse verbo quando il suo guardiano, qualche settimana dopo, lo scornò. Dal primo trofeo Max ricavò un amuleto, su cui ritorneremo fra poco; quanto alle corna, ne ricavò una sorta di buccina, di cui si servì in seguito per radunare il gregge: i suoi studi proseguirono senza altri problemi. In realtà, sia perché le bestie capivano, “a modo loro”, che Freddie era spacciato ed erano grati al giustiziere, sia perché, in un gregge di capre, corna e testicoli, chiunque li porti, impongono rispetto, da quel giorno i caproni si ritirarono davanti a Max, mentre le caprette facevano balzi al suo richiamo.

I mesi che seguirono furono forse il suo periodo più felice: Max fondò le scienze della proctoscopia analogica e della cosmografia psico-simbolistica, inventò l’indice recrimetrico per «distinguere, con metodo aritmetico e definitivo, le capre dalle pecore», ebbe i primi barlumi e condusse le prime indagini su quella che sarebbe divenuta la legge di Spielman, suo ultimo e più significativo contributo alla comprensione del fenomeno universitario. Quella chiave di volta posta al sommo del tempio del suo genio, quel vertice dell’epica ricerca di Risposte, come suona già chiara al nostro orecchio, quasi banale; eppure che balenante, profonda invenzione fu mai allora! In tre parole Max Spielman sintetizzava tutti i campi in cui finora aveva pascolato separatamente, dimostrando che l'”enigma degli sfinteri” e il mistero dell’Università sono un’unica cosa. L’ontogenesi ripete la cosmogenesi… non equivale forse a dire che la proctoscopia ripete l’agiografia? che il nostro Fondatore sul Colle del Fondatore e la più inesperta matricola sul suo primo mons veneris non sono che padre e figlio? che il giorno, il mese, l’anno della mia vita, la mia vita intera e la storia del Campus Occidentale non son che ruote entro altre ruote? «L’ontogenesi ripete la cosmogenesi»… non riesco ad udire queste parole senza risentire il dolce accento Moisiano del mio custode. Ben conosceva, il vecchio Max, il destino delle grandi ipotesi, ma la dura esperienza lo aveva portato a diffidare anche troppo della saggezza dei suoi colleghi, e il suo stesso isolamento gli impedì di capire l’importanza del WESCAC. Sosteneva che per cinquant’anni la sua teoria della Corrispondenza Ciclica sarebbe stata anatema nel Campus Occidentale: ebbene, non ne erano passati venti che essa veniva proclamata dogma del Cancelliere, trasferita su schede perforate dal Programmatore Capo, e divorata dal WESCAC.

Mai avrebbe potuto prevedere la sua fama attuale, per chiaroveggente che fosse nei suoi ultimi anni, né il prevederla avrebbe attenuato la sua misantropia. Benché rifiutasse, e con ragione, la tardiva offerta del consiglio d’amministrazione di passargli l’onorario di emerito, vi è pure qualche segno di addolcimento, forse persino di rimpianto per i suoi simili, negli ultimi semestri. Chi, di quanti hanno citato la famosa massima «Il capre è più umane che il uomini, und il uomini è più caprini che il capre», è in grado di comprendere davvero la profonda ambivalenza? È vero che Max teneva un harem di caprette (ma le sue tendenze in tal senso sono state molto esagerate, come pure le sue prodezze) e che aveva dato loro i nomi delle socie più in vista del circolo delle mogli dei professori, ma non c’era ombra di sarcasmo nella voce che convocava alla sua stalla Helen, Maude o Shirley; e il rispetto che aveva per Mary V. Appenzeller, la mia diletta mamma capra, ogni ragazzo potrebbe desiderare che lo si portasse alla propria signora madre. Ma il segno più evidente che Max nutriva ancora un po’ d’amore per gli uomini è proprio ciò che più spesso veniva messo a suo discredito: mi riferisco alla mia comparsa all’ovile e al fatto che fossi allevato con gli altri capretti del gregge del Campus Occidentale.

 

Diane Arbus, Flower Girl, 1964
Diane Arbus, Flower Girl, 1964

 

Adesso so che non sono figlio di Max e di Mary: tanto mi disse quando venni a sapere che ero un uomo. Se lo ricordino bene quelli che compiangono la mia infanzia: scoppiai a piangere nell’apprendere sia l’una sia l’altra verità. Com’era bella e lieta la mia vita di caprettino! la buona Mary Appenzeller trascurava il resto della famiglia per nutrirmi: grazie alle sue splendide poppe, a quelle due fonti gemelle che zampillavano al minimo tocco, passai da un’infanzia robusta a un’adolescenza che i maschi umani possono solo sognarsi. Unico coprifuoco era la stanchezza, unico allarme il timore di non dormire a sufficienza. Mangiavo quando dove e come mi piacesse: rovi, stoppie, ginestre; panelli di semi, scorze di salice e polloni d’ogni specie. Quand’ero in libertà, le ghiande mi bloccavano; quando ero legato, le barbabietole mi facevano andare. Non essendovi regole da infrangere Max non mi picchiava mai; pensava al mio fieno e mi accarezzava sulla testa; lo amavo oltre misura. Come tutti i miei compagni di stalla avevo paura del fuoco, dei rumori forti e dei caproni più grossi, però solo quando mi trovavo in presenza di tali motivi di terrore, mai prima o dopo, così che l’ansia mi era tanto ignota quanto il sapone. Quando ero di buon umore scorrazzavo dove volevo, cozzavo coi miei fratelli e belavo nel trifoglio; nei momenti di rabbia prendevo a calci la stalla, i compagni o Mary Appenzeller, chiunque fosse a tiro; o mi si lasciava fare, o ricevevo subito dei calci di ritorno. Non imparai a parlare e a far di conto prima dei dieci anni, ma a cinque correndo a quattro zampe battevo qualunque ragazzo umano di dodici; sapevo saltare di roccia in roccia come un camoscio, rompere uno steccato con la testa, distinguere 690 varietà di piante e mangiarle tutte meno 83. La mia educazione morale non richiedeva sermoni (né era solo questo a renderla totalmente diversa da quella degli umani): chi trascura i propri appetiti ne risente gli spasimi, questo imparai; chi si avventura incautamente rischia di farsi incornare; chi sporca la stalla deve dormire nel sudiciume. Stai vicino a chi è cortese con te, imparai, stai alla larga da chi ti fa del male; resta nel tuo recinto; prendi di quello che ti offrono quanto puoi e finché puoi; non lasciare il certo per l’incerto; picchia se sei capace, prendile se non lo sei, ma non rinunciare al gregge. Semplici lezioni, istinto e saggezza insieme, che procurano a chi le osserva pomeriggi di pascoli incantati e notti senza sogni. Per tredici anni questi insegnamenti hanno fatto da siepe al pascolo della mia anima; ruzzavo senza pensieri. Nel mio quattordicesimo anno scivolai fuori dal cancello – il primo di una lunga serie – mi guardai indietro, e vidi che ciò a cui dicevo addio era la felicità.

 

 

note:
[1] Spielman, con riferimento al ted. spiel (gioco, recitazione, ecc.). (N.d.T.)

 

 tratto da:
John Barth, Giles Ragazzo-capra o il Nuovo Programma Riveduto ; Milano : Rizzoli, 1972 ; Collezione · La scala ; Traduzione di Luciano Erba ; Titolo originale : Giles Goat-Boy or, The Revised New Syllabus ; Classificazione Dewey · 823.91 (17.) Narrativa in lingua inglese. Sec. 20
Tratto dal sito della Minimumfax.
John Barth nasce il 27 maggio del 1930 a Cambridge, nel Maryland, insieme a una sorella gemella, Jill: circostanza tutt’altro che trascurabile nella carriera dello scrittore, se è vero che in più di una sua opera si fa allusione a coppie di gemelli, e che i suoi libri, a quanto sostiene, tendono per un certo periodo a susseguirsi in coppie affini (due romanzi “nichilisti”, due voluminosi romanzi storici sui generis, due raccolte di racconti sperimentali, e così via). Scrive inoltre Barth cinquant’anni più tardi:
“I gemelli condividono la curiosa esperienza di […] acquisire la capacità linguistica e altre abilità di base à deux, usando nel frattempo un linguaggio che precede e insieme supera il discorso articolato. Il discorso, nella prospettiva di due bambini gemelli, è per gli Altri. Noi gemelli consideriamo il linguaggio come i parlanti di un dialetto specifico considerano la lingua ufficiale: serve a rapportarci con gli estranei, fra noi non ne abbiamo bisogno. Per questo è ragionevole aspettarsi che un gemello che diventi narratore di professione non dia mai il linguaggio per scontato: lo tiene sempre presente, ci giocherella, lo mette in primo piano, ne è consapevole in un modo quasi innaturale”.
Nascerebbe in parte da qui, insomma, la ricercatezza tecnica e stilistica della scrittura di Barth, che nel corso di tutta la sua carriera non smetterà mai i panni del virtuoso della parola – continuando nel frattempo a rivendicare, però, la necessità di un “virtuosismo appassionato” che si sostanzi del calore profondo dell’esperienza umana.
Cambridge è il capoluogo della cosiddetta Tidewater Country, la regione di paludi costiere del Maryland alla foce del fiume Chesapeake, zona di alte maree e bassa popolosità, provincia culturalmente ed economicamente poco avanzata; l’unico e solo “luogo dell’anima” di Barth, che tornerà a rappresentarla in tutte le sue opere.
Il primo ambito in cui il giovane Barth cerca di distinguersi, dopo aver frequentato una mediocre scuola media locale, è quello della musica. Lasciata Cambridge, si iscrive alla prestigiosa Juilliard School di New York: batterista jazz dilettante, sogna di diventare arrangiatore. Ma pochi mesi nell’ambiente scoppiettante del jazz nero gli bastano per rendersi conto di non avere nessun vero talento in quel campo. Torna nel Maryland, dove si iscrive senza troppa convinzione alla facoltà di giornalismo della Johns Hopkins University di Baltimora: è il suo ingresso nel mondo delle lettere, che non abbandonerà più.
Alla Johns Hopkins Barth riceve la sua vera educazione letteraria – in gran parte, peraltro, da autodidatta: lavora nella sezione Classica e Orientale della biblioteca di facoltà, e girando fra gli scaffali finisce per passare più tempo a leggere i volumi che a rimetterli in ordine. Oltre a Joyce, Kafka, Faulkner, gli autori previsti dai programmi regolari dei corsi, fa così la conoscenza delle grandi opere della tradizione narrativa occidentale e orientale: dal Satyricon di Petronio al Decamerone di Boccaccio, da Rabelais a Cervantes, dalle Mille e una notte alle saghe persiane e sanscrite. Barth resterà completamente affascinato dall’attività demiurgica dello storytelling, della narrazione pura (“Non sono un esperto di letteratura o di filosofia”, dichiara in uno dei suoi saggi, “ma un semplice narratore di storie. Ovvero, un bugiardo professionista”), e svilupperà una vera e propria ossessione per la più leggendaria di tutte le narratrici, Sheherazade, che torna come personaggio in più d’uno dei suoi libri.
Nel 1953, appena laureato, ma già sposato e padre di tre figli, Barth comincia a insegnare presso la Penn State University; senza titoli di dottorato né pubblicazioni a suo nome, però, la carriera del giovane professore appare quanto meno incerta. Nel 1956, mentre la famiglia si destreggia alla meglio fra le ristrettezze finanziarie, il suo primo romanzo, L’Opera Galleggiante, trova finalmente un editore. Il successo arriva subito: il libro è tra i finalisti del prestigioso National Book Award. La stessa sorte avrà Fine della strada (1958), romanzo “gemello” del primo, con cui condivide il tema del triangolo amoroso, ma in chiave più tragica e cupamente ironica (nel 1970 ne verrà anche tratto un mediocre film, che è rimasto l’unico tentativo di trasposizione cinematografica della narrativa barthiana). La genialità di Barth nel riuso parodistico di generi e cliché letterari offrirà subito dopo una delle sue prove migliori con Il coltivatore del Maryland (1960), ottocento pagine di brillante rivisitazione della forma-romanzo inglese del Settecento.
Dal 1965 al 1973 John Barth insegna alla State University of New York a Buffalo. Sono gli anni della guerra del Vietnam e della contestazione studentesca, che lo scrittore vive in prima persona, appoggiandone le basi ideali ma non i metodi più aggressivi:
“Per ragioni caratteriali più che ideologiche, durante il periodo della guerra in Vietnam non presi parte – pur simpatizzando coi loro intenti – alle grandi manifestazioni pacifiste nelle nostre città. Per quelle meno grandi nelle nostre università provai molta meno simpatia, specialmente per i sit-in, le occupazioni, gli atti di vandalismo e di distruzione. […] La guerra era un errore, le scelte a cui costringeva i giovani americani di pochi anni più grandi dei miei figli erano orribili, la sua distruzione della legittima funzione dell’università riprovevole: ma le università in quanto tali non erano né il nemico, né un simbolo appropriato del nemico”. Nel 1966 Barth pubblica Giles ragazzo-capra, un altro romanzo-fiume ambientato stavolta in un’immaginaria mega-università, metafora del mondo intero in epoca di Guerra Fredda. È un nuovo passo nella direzione della parodia autoreferenziale tipica del postmoderno; la sua opera più significativa in questo senso, quella più arditamente sperimentale, è La casa dell’allegria, una “raccolta di racconti per carta stampata, nastro magnetico e voce dal vivo”, che esce nel 1968 e lo consacra come uno dei padri della letteratura postmoderna, ricevendo un’altra candidatura al National Book Award. Il premio vero e proprio Barth lo vincerà con il successivo Chimera (1972), una raccolta di tre racconti lunghi che hanno per protagonisti rispettivamente la sorella di Sheherazade e gli eroi greci Perseo e Bellerofonte: di nuovo un raffinato e geniale gioco di aggiornamento di materiale letterario preesistente.
Nel 1973, dopo un breve periodo da visiting professor alla Boston University, Barth torna a vivere nel Maryland con la seconda moglie, Shelly. Vengono affidati alle sue cure i corsi di scrittura creativa alla Johns Hopkins University di Baltimora, incarico accademico che abbandonerà solo nel 1995, per la pensione.
All’intensa attività di insegnante Barth continua ad affiancare la produzione narrativa: il romanzo LETTERS (1979) è forse la sua opera più ambiziosa, in cui ricompaiono, in veste di autori di un lungo scambio epistolare, i protagonisti di tutte le sue opere precedenti. Seguono tre romanzi (Sabbatical, The Tidewater Tales, The Last Voyage of Somebody the Sailor) , una raccolta di racconti (On with the Story) e un’opera semi-autobiografica (Once Upon a Time): i temi – con infinite, pirotecniche variazioni – restano nella maggior parte dei casi gli stessi: la baia del Chesapeake, l’oceano, i viaggi in barca a vela, una coppia di innamorati non più in giovane età, una pletora di allusioni ai personaggi della narrativa di ogni tempo, da Sinbad a Ulisse a Don Chisciotte all’amata Sheherazade; ma sempre di più il tema principe della narrativa barthiana è l’atto stesso del narrare. In ogni storia si apre una nuova storia, autore e personaggi si confondono: John Barth è il campione della cosiddetta metafiction, che alla linearità del realismo oppone una ricchezza pluridimensionale – e a volte molto cerebrale – di piani narrativi. In questa vena anche l’ultimo – finora – suo romanzo, Coming Soon!!! (2001) tutto basato sulla competizione fra un anziano e celebre insegnante di scrittura e un suo brillante allievo alla Johns Hopkins University.
Dagli anni Sessanta a oggi Barth è stato inoltre autore di un gran numero di articoli, introduzioni, interventi critici in occasione di seminari e convegni: due dei suoi saggi, “The Literature of Exhaustion” e “The Literature of Replenishment”, rispettivamente del 1967 e del 1979, sono considerati fra i fondamentali scritti teorici del postmodernismo.
Al momento, Barth continua ad abitare nel Maryland (nel piccolo centro di Chestertown, a pochi chilometri dalle sponde del “suo” Chesapeake) e ha appena terminato una nuova raccolta di racconti, Ten Nights and a Night, che negli Stati Uniti uscirà per Houghton Mifflin nel 2004.
Diane Arbus, nata Diane Nemerov, nasce a New York il 14 marzo 1923 da genitori di origine ebraica, benestanti proprietari di una celebre catena di negozi. A 14 anni s’innamora di Allan Arbus, commesso in uno dei negozi di famiglia, che sposerà appena compiuti i 18 anni e da cui avrà due figlie. Con il marito, che nell’esercito ha praticato la fotografia, i coniugi Arbus aprono uno studio, dedicandosi alla fotografia di moda. Nel 1958 lascia lo Studio Arbus e diventa allieva della fotografa Lisette Model presso la New School. Sotto la guida della Model inizia a maturare la sua vocazione personale, la sua attrazione per i freaks e le particolari realtà: a loro dedicherà gran parte della sua estetica e ricerca. La Arbus non si limita a fotografarli ma cerca di instaurare sempre una relazione umana. Pur ricevendo l’appoggio di Richard Avedon e Walker Evans, le sue foto provocano scandalo e rifiuto. Ciò nonostante il Museum of Modern Art (Moma) di New York, nel 1965 e nel ’67, espone alcune sue foto. In seguito alla depressione che da alcuni anni la logora, si toglie la vita il 26 luglio 1971.

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