Bruno Barilli ~ «Una vita a rovescio che non riesco a ricapitolare»

 

Ritratto di Bruno Barilli, 1940 ca.
Ritratto di Bruno Barilli, 1940 ca.

 

«Forse esagero, e lo faccio volentieri.» (Taccuini, LX, 112)

 

 

Mastro Titta

Nato, nei due primi capoversi, sulle colonne de «Il Tempo» (6 gennaio 1920) come “introduzione” ad un articolo su Il concerto all’Augusteo, e quindi comparso con il titolo di Delirama in «La Ronda» II, dicembre 1920, è posto in apertura al Delirama del ’24 e in seguito ripubblicato in Il paese del melodramma e in Delirama, 1944. Il fatto che Barilli lo avesse riproposto sempre come scritto iniziale delle raccolte successive al testo del 1924 dice l’importanza che l’autore dava a questo fulminante e preciso quadro descrittivo di una Roma scomparsa. A sua volta il capoverso che aggiungiamo tra parentesi quadre, e che concludeva quell’introduzione, porta la scrittura, ben oltre la sua forza metaforica, in un contesto “polemico” e autobiografico, geniale e tagliente a dimostrazione di una scrittura polimorfa, camaleontica e sempre in costruzione.

 

Una volta qui a Roma c’era un uomo rosso, maestoso e dabbene, certo mastro Titta, che aveva l’incarico di separare le teste dai corpi. Egli compieva questo ufficio puntualmente con una sveltezza e una nettezza degne di grande memoria. Doveva egli, anche, appena fatto il colpo, acciuffare la testa mozza per i capelli e levarla su in alto con gesto teatrale in modo che il popolo, tutto, la vedesse grondare e i più vicini potessero mirare gli occhi che s’invetrano e si chiudono. Questo spettacolo, che aveva luogo, immaginiamo, sul crepuscolo, fra il litaniare di un branco di frati e lo scampanio lento delle quattro chiese Michelangiolesche che presidiano agli sbocchi la immensa piazza del Popolo, doveva servire d’ammonimento agli empi e di ristoro ai probi cittadini.

Nell’aria era diffuso un lutto scintillante, armonia promiscua dell’ora che il sole e la luna falcata, entrambi nel cielo, si guardano brevemente. I leoni di pietra della monumentale fontana egizia soffiavano fuori a scrosci impetuosi i lucidi ventagli di acqua nelle innumerevoli vasche dove fra un tumulto silenzioso d’acque guizzavano ormai gli argenti della sera. I lumi delle preganti Madonnine murali erano, sulle vie, già tutti accesi e gialli. La gente accorsa che aveva interrotto i proprii mestieri, acciecata dal baleno della scure e dalla vista del sangue tornava mogia, sospettosa e rabbuiata verso il centro e le botteghe. Allora sulla piazza deserta rimaneva il patibolo eretto. Solo a notte alta il pastore, seguíto da un fiume dilagante di pecore querule, passava su quel sangue, attraversando, col plenilunio, la città.

[Oggi la piazza del Popolo si può attraversare liberamente senza intoppi funesti e raccapriccianti, senonché è sorto più in qua l’Augusteo, prigione ardente e inquisitoriale del pensiero musicale dove Bernardino Molinari [direttore artistico dell’Augusteo, NdC] è costretto a volte, ripetendo il gesto del boia rosso, a levare in alto, trofeo sanguinoso della giustizia, che tutti i cinquemila spettatori la vedano, una stroncata, pallida, innocente e ricciuta testa d’abbacchio. In tal caso, ai chierici della critica non rimane che esercitare le funzioni del becchino, lavoro che noi si cerca di fare per il meglio e con la più umile pietà.]

da Delirama, 1924, con l’aggiunta del terzo capoverso da «Il Tempo» (6 gennaio 1920).

 

 

Roma sparita

Apparso in Il paese del melodramma come primo asterisco del Cimarosa, il brano nasce su «Il Tevere» (25 agosto 1928), sotto il medesimo titolo di Cimarosa. Come con il Mastro Titta, con il quale finisce per condividere, “a posa ultimata”, un climax vago e in parte nostalgico, l’estrapolazione di questa Roma scomparsa prende vita autonoma da un ininterrotto rimaneggiamento e scomposizione di materiali nati come critica musicale, i quali però non riguardavano solo Cimarosa.

 

Tempi belli, ben fatti e magnifici – il popolo ricciuto di Roma, pieno di devozione e di tornaconto, viveva adunato sotto le mura del Vaticano. Ovunque visioni eccelse, e antiche rovine. I terrapieni sacri reggono alte sul cielo le Palme sante e la Chiesa. La capra invereconda bruca lassù. I vescovi mitrati e splendenti sbucavano dai portali ecclesiastici seguiti dalle processioni osannanti e angeliche, proprio come nei quadri degli altari.

Il Milord traversava a cavallo la piazza di Spagna. E il brigante, dai lacci scarlatti, guatava, titubante e acceso, tra il fogliame folto delle fratte cresciute intorno al Colosseo, le donne forastiere arrivate in diligenza, che, liberando dalla portiera le loro gonne di tulle a canestro, saltavano nel polverone, spargendosi in ogni direzione sfrenate, bianche, leggere e innocenti come il latte appena munto.

Al calar del sole, l’ora del Rosario suonava lentamente. Qua e là un credente, un uomo erculeo, cadeva supplice ai piedi di qualche cappella solitaria, e tutta la antica Ciociaria si prosternava, mentre l’acqua delle fontane spiegava più forte i suoi grandi ventagli e le immense coppe squassavano rumorosamente nei laghi sottostanti la loro vestaglia liquida.

Si accendevano le nicchie contornate di lumicini a olio e cominciava il supplizio dei Santi nelle cui ferite miracolose sembrava ribollire sottovetro e sgranarsi a tratti dirottamente il sangue. Nere, sotto la cupola del firmamento, le due chiese sorelle del Foro Traiano sembravano dormire laggiù l’una addosso all’altra su quel fumido e deserto avello di romanità che era la piazza affondata nel buio.

Tra le pietre calde e gli oscuri massi di architetture crollate, sfavillavano a miriadi, aerei come dei fuochi fatui, gli occhi dei gatti selvatici, abitatori di quel Foro ardente.

Nella notte tutta risciacquata c’era un silenzio calmo e magnifico entro il quale le stelle sventolavano con un luccichio ansioso e solenne. In quella quiete che trae seco le ombre, i sospiri e le benedizioni, le famiglie scamiciate finivan di cenare sulla porta delle taverne e, scendendo su lor un sonno greve come quello che colse i centurioni sul sepolcro di Cristo, li vedevi cascar l’uno dopo l’altro colla faccia sulla tavola, o rovesciarsi sulle scranne, mentre in fondo, tra gli splendori del rione, si schiudeva all’improvviso brillante come uno speco biblico l’ingresso al teatro dell’opera buffa.

da Delirama, 1944

 

Campigli, Barilli
Massimo Campigli, Ritratto di Bruno Barilli, 1928

 

Bottesini

Abbozzato sulle colonne de «Il Tempo» (23 dicembre 1920) per recensire Il contrabbassista Koussevitzky all’Augusteo, compare su «il Resto del Carlino» (7 febbraio 1923) e a dicembre su «La Ronda». Viene ripubblicato in Il paese del melodramma e in Delirama, 1944 senza varianti. Così, come scrivono i curatori di Sv, Luisa Avellini e Andrea Cristiani, questa «diffusa attività di correzione fatta di espunzioni, integrazioni, segnalazioni varie (… documenta) che nel passaggio dalle colonne del quotidiano alla pagina di prosa d’arte gli elementi che rimandano scopertamente all’occasione della serata mondana vengono a cadere, mentre sono recuperati solo gli spunti di più libera e divagante fantasia».

 

Fu uno dei più geniali fra gli artisti del secolo verdiano, e fra i virtuosi il più fantastico. Egli riuscì a spiritualizzare la grottesca meccanica del suo istrumento, soffiando su tutti gli ostacoli col fiato di un mistificatore prodigioso.

All’apogeo, questo artista sommo traduceva vivamente Paganini sul contrabbasso.

Figlio d’un’epoca nella quale i padroni della terra non erano degli ingegneri, ma dei signori magnifici che una gerarchia intellettuale innalzava e illuminava, incontro a lui si mosse graziosamente il favore di quel tempo generoso e romantico.

Fino all’ultimo giorno egli mangiò il pane della gloria, poi fu dimenticato.

Con Giovanni Bottesini scomparve l’ultimo esemplare del contrabbassista virtuoso. Non lasciò eredi. La sua superba arte istrumentale gli morì a lato come una sposa che non vuol sopravvivere.

Là dove egli era giunto, per un colpo mancino del genio e con la più stravagante complicità della natura, nessuno potrà arrivare mai più, né farsi da presso per capirne e spiegarne il miracolo.

Il suo posto solitario sta distrattamente al di là di ogni limite.

Ai suoi tempi il Gusto aveva una funzione, il Genio un carattere e l’arte una tradizione. La politica, questa scienza divenuta flagello, taceva subordinata e sottomessa. I grossi affari di Stato lasciavano appena un’ombra di fastidio sul volto dei ministri e qualche granulosa traccia di tabacco sui loro panciotti. Del resto, le palle di cannone si contavano sulle dita, ed erano così pigre che, contrariate da un vento forte, cambiavano direzione e finivano qualche volta per tornare indietro.

In quel mondo spiritoso e volubile come la fiamma aggressiva e vacillante del gaz, l’astrazione esatta non era preveduta: il baratro spettrale della luce elettrica non s’era ancora spalancato dinanzi agli uomini.

In teatro si leggeva il libretto al fumo di una candela e, sulla scena, la pece greca poteva rappresentare, senza opposizione, la collera degli elementi.

Anche la matematica soffriva allora l’umidità; e la meccanica, che viveva in buona lega con il legname, scricchiolava faticosamente e si schiantava ai primi geli rimanendo ostruita e ferma sotto le stagioni.

Allora eran permesse soltanto le invenzioni buffe; le burle che facevan crepare dal ridere eran di moda; c’era per la musica e per la danza del fanatismo e del furore; l’Italia da Venezia a Napoli era un solo carnevale, del tutto innocente.

Dunque, non per caso, un bel giorno il nostro pubblico si trovò fra i piedi anche Giovanni Bottesini con il suo contrabbasso.

Quest’uomo che viaggiò il mondo tutta la vita e lasciò dovunque tracce profonde di costernazione e di stupore, era grande di statura e aveva un aspetto lunare e corroso, sciupato e assonnato, insomma un artista dal sangue guasto e dalle abitudini dissolute.

Entrava in fretta all’ultimo minuto sul palcoscenico fradicio e semibuio del teatro ducale, sbirciando, col collo torto, di tra le coulisses, il loggione stipato di gente, mentre il servo di scena gli levava l’immensa pelliccia. Allorquando, dinoccolato, si presentava tirandosi dietro, bonariamente, quell’enorme topaia, tutti, del pubblico, ridevano e lui con tutti, a crepapelle.

Faceva volentieri della parodia; cominciavano prima i grugniti del contrabbasso; dopo si passava nel regno dei calabroni e ti pareva che tutta l’aria e la luce brulicassero di pungiglioni. Allora quasi intontito tra il ronzare, nel torpore e nell’afa sovraccarica di idrofobia, egli, il suonatore, rotolava, a poco a poco addormentato, giù per la tastiera attaccandosi per miracolo, alla quarta corda. Oh, quel russare profondo, voluminoso, inaccessibile, sembrava confondersi con i trasalimenti assonnati dell’asse terrestre o con il lamentoso e artritico scricchiolío di una stiva tappata e troppo carica!

Adagio, adagio, pigliava poi via, serpeggiando, con un tramestío obliquo, cieco e dilungato, come rettile mostruoso che s’inselva.

Fin che si buttava, piegato in due, a suonare con voglia, sferzando l’istrumento come per rompere una crosta dura. Dal credenzone spiritato uscivano, allora, i suoni più volubili, scivolando via stretti in successioni di accordi e in glissandi veloci, leggeri e lucenti come i raggi che trafiggono le nubi.

Gli arpeggi, le corde doppie e i pizzicati azzeccati saltavano all’aria in una prodigiosa mescolanza, formando una grandiosa e barocca architettura che crollava precipitosamente, circondata e distrutta con furia da una sequela di tonfi mistificatori.

Il suo era un cantare tutto invaghito e pieno di spasimo che somigliava, sulla prima corda, a quello del violoncello, solo che il suono intonato era reso un po’ enigmatico quasi da una maschera fosca che non desse di riconoscerlo.

La sua arcata dolce, interminabile, tenace, pacifica e distesa, e il suo stile nobile, pieno di sentimento e di santità tant’opra facevano da persuadere e indurre il trappolone puntiglioso e refrattario a parlare con voce ammansita, soave, incalorita, fremente; e a sciogliere nel velluto d’un pianissimo, una per una, le note sospirate e perplesse della più adorabile malinconia.

Niente lo accontentava. Istrione, disseppellitore di effetti sempre più rari e pericolosi, egli si rifaceva sotto, mettendo, di nuovo, tutto a soqquadro per stanare, scuotere e risvegliare il mostro sedentario.

Superando le difficoltà, così, a scalinate; sfasciando piramidi di ottave; sollevando, in burrasca, il suo lento pachiderma fino alle stelle; con uno scrollare avventato, astioso e gigantesco egli frullava l’arco tozzo e formidabile, come una tramontana tempestosa, fra il groviglio dei cordami.

Echeggiava allora, fuggendo, sull’intrico temporalesco, un debole e lontano scampanío di bronzi, insistente e ferale, e a quello ecco rispondere, d’acchito, strangolata e vicina, l’anima sprangata e sordida del contrabbasso.

Muovente dai silenzi stagionati, una voce gobba e sepolta di ventriloquo si affacciava domesticamente fra le corde cantarellando con una insolenza ironica delle variazioni grottesche sul motivo del carnevale di Venezia: la modulazione oscena s’alzava audacemente di tono, poi ricadeva in mollezze veneree dondolandosi, al fondo, sull’arco del contrabbasso.

Quel che succedeva a questo punto in teatro è indescrivibile. Il pubblico aristocratico della corte si torceva sulle poltrone in preda ad un’ilarità stridula. Gli applausi e le richieste di bis scoppiavano lungo le file scomposte, ad ogni battuta. Le dame seminude e portentose, che facevan corona nelle logge dei nobili, tirate in ballo senza preamboli s’ingegnavano di salvare il pudore, ridendo inorridite dietro i ventagli.

Bottesini, appoggiato al suo carcassone di legno, s’inchinava, intanto, da trionfatore.

da Delirama, 1924

 

Riccardi, ritratto di Barilli
Eleuterio Riccardi, Ritratto di Bruno Barilli, 1928 ca.

 

L’uomo senza cervello

Nasce su «Il Tempo illustrato», 28 gennaio-4 febbraio 1943, ma alcuni capoversi erano già in «Il Tevere», 22 ottobre 1926, con il titolo Lupi ale porte.

 

Dopo quattro-parole al microfono, avvertimmo immediatamente che a quest’uomo mancava qualcosa – qualcosa di essenziale – come dire la vita stessa – l’essenza personale.
Quella voce non era la sua, e nemmeno quella d’un altro. Una voce che non si identifica. Una voce più morta che viva. Quella voce in partenza da zero, era la voce di Nessuno.
Prolifico come un coniglio – (l’uomo senza cervello) – i suoi innumerevoli figli parlavano sempre di lui, e con quanta ammirazione – lo glorificavano addirittura.
E lui si sforzava di esistere, ma non ce la cavava.

Più tardi gli telefonai:
«Mi hanno assicurato – gridai – che Voi esistete davvero. Ma non sarà una diceria? – Che voi mangiate, bevete, camminate come gli altri – e ragionate, pare, abbastanza distintamente – o guarda… io credevo che voi foste qualcosa nell’aria – un castello, una parvenza, uno scherzo, un’ipotesi, una simulazione del cosmo – che so io – una fuga di gaz…
«E invece insistono a dirmi che siete vivente, parlate e scrivete e fumate attivamente, e che è possibile visitarvi e vedervi anche da vicino, in certe ore del giorno.
«Potrei di grazia chiedervi il permesso di venire adesso da voi? Vorrei toccarvi con mano».

Aspettai mezz’ora al telefono.
Niente. Silenzio di tomba.
Niente, nessuna risposta. Niente, né sì, né no.
Che strano affare – pensai. – Non credevo di averlo offeso. Oppure, sarà un guasto della corrente, pensai.
Di qui ebbero principio e seguito le mie più inquiete congetture.

Cosa chiude nel buio eburneo del suo cranio l’uomo senza cervello non si sa: forse un ninnolo portafortuna, un moccolo che si spegne, un punto interrogativo o un canarino defunto?
Ci abitueremo anche a questa razza di gente, e va bene. – Ma intanto osservate, quale aspetto mostruoso ha la testa di un uomo che non l’adopera – studiate quel pezzo decorativo, profumato come un vaso di fiori che esce su dal colletto del nostro reticente «factotum» – compiacetevi di constatare di un bipede-automa, e come serve puntualmente, in cima, da posa-capelli, e di faccia da «cliché» autorevole.

Studiate, osservate pure, ma non fatevi scorgere per carità – costui conosce il lato esilarante della propria avventura, e se Dio salvi giunge a notare il vostro interessamento indiscreto, comincerà a dirigere su voi una scala-campionario di sorrisi puntati con gli spilli – poi vi si stringerà addosso minacciosamente, aggrottando le sopracciglia e mordendosi a sangue il labbro interiore.
Se la vostra impertinenza tien duro, badate! quest’uomo «deficit» vi aspetterà a notte fonda, con un pugnale fra i denti, sotto i bui porticati che danno alla campagna.

da Delirama, 1944

 

 

Lupi alle porte

 

Da noi la fortuna di certi individui che si dànno da fare nel campo dell’arte procede precisamente dalla loro mancanza di talento. È ben difficile che gli italiani si adattino a riconoscere la grandezza di un loro compatriota; ci si trova sempre nella necessità di fargliela riconoscere per mano d’usciere.
Siamo in piena confusione, si sentono dire le cose più strampalate. L’uomo senza testa è più prolifico del coniglio; nell’edificio dell’arte non si capisce davvero quale sia il soffitto e quale il pavimento; tutto gira e non si sa più dove posare il piede. La vita moderna non domanda più nulla al pensiero, all’ispirazione, al genio.
Che cosa chiuda nel buio ebano del cranio colui che non pensa mai, non si sa: forse un ninnolo, un porta-fortuna, un moccolo che si spegne?
Ci siamo abituati a questa razza, va bene; e pure, osservate, quale aspetto mostruoso ha la testa di un uomo che non l’adopera, studiate, quel pezzo decorativo, profumato come un vaso di fiori, che esce su dal colletto dei nostri factotum, compiacetevi di constatare quali servizi renda questo pezzo incomparabile nell’equilibrio di un bipede-automa, e come serva puntualmente da posa-capelli e da cliché autorevole. Studiate, osservate, ma non fatevi scorgere. Costoro conoscono il lato esilarante della propria fortuna e se, Dio salvi, giungono a notare il vostro interessamento sportivo, cominceremo a dirigere su voi una scala-campionario di sorrisi puntati con gli spilli, poi vi si stringeranno addosso minacciosamente, aggrottando le sopracciglia e mordendosi a sangue il labbro inferiore. Se la vostra impertinenza tien duro, badate, vi aspetteranno a notte alta, con un pugnale fra i denti, sotto i bui porticati che dànno alla campagna.

Quando il Metodo entrò dalla porta, dalla finestra, uscì l’Ispirazione, la quale non ha mai avuto, del resto, abitudini troppo sedentarie. Nei tempi passati accadeva spesso d’imbattersi in lei, larva fuggitiva attraverso il clamore dei carnevali italiani. Ma poi su questa terra le sue visite si fecero rare e caute. Essa fissava tra le lunghe ciglia, ostinatamente, con uno sguardo febbrile e strano le sue vittime, e il suo seno pietroso s’alzava e s’abbassava affannosamente come per il tormento di una resurrezione fittizia. Faceva le sue apparizioni mute e inavvertite, in ogni luogo, a tutte le ore. A qualcuno avvenne, incontrando i suoi occhi nello specchio di un caffè, di fare un balzo e alzandosi di rovesciarsi fuori, sulla strada, tra la folla, all’inseguimento di lei che dileguava rapidissima sotto il sole. Nell’alba fredda, dietro i vetri appannati e rosei essa apparve talvolta allo studioso; o nella notte d’inverno, su una scalinata monumentale, in mezzo un gruppo di mendicanti accoccolati, presso un falò che illuminava la facciata della chiesa romana, l’Ispirazione, coperta di stracci, apparve e guardò con un invito pieno di mistero il viandante solitario. Più tardi, quel giorno, di primo mattino, sotto il lampione ancora acceso, il corpo gelido e inerte di un uomo rannicchiato entro un mantello venne trovato nelle vicinanze deserte. O, chi, non ha nella memoria, mentre tramontava il sole, d’averla veduta, questa sirena, scivolare e volare via veloce feerica sulle spallette del vecchio ponte, scomparire nell’aria, riapparire immersa e trascinata dalle acque del fiume, con a capigliatura disciolta e tutta accesa da un ultimo bagliore? Non fu dunque per lei che Schumann si precipitò nelle onde spumeggianti del Reno?

È veramente un guaio!
Chi ha talento e non lo tiene ben nascosto è un uomo perduto. Chi ha una brusca forza emergente viene messo a calci fuori dell’uscio. La società lo espelle, lo bandisce, e se prima, giovanissimo, scalcagnato e lercio, ma gonfio di innocenti fantasie egli gusta una certa sua feerica beatitudine, dopo, quando scocca l’ora del pessimismo e l’esistenza diventa cromatica e reumatica, quando la magrezza lo riduce al più bizantino necessario e gli dà il carattere e lo stile di una definizione concisa e aspra, l’artista si fa lupo e mostra, digrignando, i denti al passante domenicale che costeggia la soglia della sua tana; la lupa e i lupicini gli stanno dietro scarni, inselvaggiti e ostili anch’essi.
Lo Stato che piglia gusto ad allevare simili bestie ha aperto all’uopo molti istituti che si chiamano Conservatorii di musica. Non tutti gli animali escono di là feroci: ci sono tante pecore, montoni e cani che sbucano amichevolmente da quelle porte; ma qualche lupo autentico, feroce, fra i più robusti scappa sempre fuori dalle mani degli educatori, e si dà alla macchia saltando i banchi della scuola e quelli del mercato. La società solidale bandisce allora la grande, grossa e divertente caccia all’antica, con cani, squilli di corni, grida e spari innumerevoli. Le fiere denunciate dai boscaiuoli, sbandate, messe in fuga affannosa, inseguite dai battitori, trovano a ogni svolto, dietro ogni tronco di albero lo spiedo di un cacciatore o la trappola in agguato, e parecchie vengono uccise, o catturate e messe in gabbia. Poche riescono a sottrarsi alle persecuzioni. Fra queste alcune finiscono per trovar rifugio in qualche sottoscala di casa colonica, dove s’adagiano malate ed estranee; la loro occupazione sarà ormai quella di morire adagio adagio senza farsi male. Le ultime rimaste incolumi, più fortunate, riescono a saltare e a forzare le palizzate della grande casa editrice Ricordi e C. che è la più esposta ai loro assalti ed entrano a precipizio.
Una volta là dentro il loro aspetto e la loro qualità muta: nel recinto magico e quasi inviolabile una metempsicosi si opera in loro: esse ci appaiono improvvisamente come esseri sovrumani, creature eteree, gassose, satinate e leggere che sàlgono nell’atmosfera lietamente sino a toccare il cielo con un dito. Pochi musicisti, così, quasi incollati al firmamento, rimangono muti e sospesi in quelle altitudini inaccessibili, deserte, luminose e attendono in conserva per mesi e anche per anni il giorno del giudizio quasi universale. Sotto i loro piedi si apre tumultuoso e informe il baratro; essi scivolano aggrappati pericolosamente e volteggiano con dei raccapriccianti capovolgimenti astrali, come dei jongleurs fra i raggi oscillanti e sottili del loro proprio sistema celeste.
Corifei meteorici, volanti negli spazi dell’immaginazione, essi naturalmente si nutrono non più di carne e di sangue come prima, ma di aria, d’incenso, di mosche e di speranze. Ma giunge la Notte del giudizio: essi possono cadere e, se cadono, cadono e bruciano traversando tutto il cielo come le stelle filanti. Un solo fischio, un fischio soprannaturale nel silenzio della notte, il guaito funereo di un cane, il lamento sinistro di un neonato, la stecca recisa e micidiale d’un cantante può staccarli di colpo dalla cupola degli spazi e farli precipitare, fantocci lontani in combustione che s’inabissano e si consumano in una dispersione silenziosa e quasi totale. I pantani tenebrosi dove guazzano i coccodrilli, accolgono i loro resti miserevoli.

da «Il Tevere», 22 ottobre 1926.

 

 

 

Amerigo Bartoli, Amici al caffè, 1930.
Amerigo Bartoli, Amici al caffè, 1930.
Da sinistra a destra: Emilio Cecchi, Vincenzo Cardarelli, Carlo Socrate, Ardengo Soffici, Antonio Baldini, Pasqualina, vedova di Armando Spadini, Giuseppe Ungaretti, Mario Broglio, Armando Ferri, Quirino Ruggeri, Roberto Longhi, Riccardo Francalancia, Amerigo Bartoli, Aurelio E. Saffi, Bruno Barilli.

 

Marco Vallora – Bruno Barilli o l’autoritratto infinito

 

La prima cosa di lui che ci viene incontro, tra panciotti quadrettati di tweed e l’uncinato nasone da rapace, è questa sua faccia inventata, lunare, stropicciata, una faccia che è già un destino, e insieme un aforisma, una strappata, pirotecnica pagina della sua prosa. “Direbbesi uscita da una tela di Magnasco” suggerisce Baldini, ed è proprio quella faccia, vendicatrice e stranita, che lo fa “sguardare dalla gente timorata come un personaggio piovuto dalla luna, con le mani in tasca”. Quanto c’è di luna, di lunare, in Barilli! Comme la lune propone infatti un suo titolo, perché “comme la lune j’ai mes quartiers, mes moitiés et mes plènitudes”. Per definirsi rapina dunque distrattamente la terminologia astronomica; così come – quasi scivolando impercettibilmente in una trance medianica – si mette a borbottare in francese, ora che la lingua italiana gli sembra una verginotta troppo pudica e timida, “quasi sempre tappata in casa”, come avverte maliziosamente Giovanni Macchia. E lui invece, trasognato viaggiatore, si mette subito in istrada a farsi sedurre dalle più metaforiche baldracche.
“Et j’ai l’air de voyager – mais je suis immobile, toujours immobile – ce sont les nuages qui voyagent.” Certo, questo lo scrive da vecchio, quando l’illuminato diorama della sua vita si è ormai rannuvolato e “non c’è più luce abbastanza per riconoscersi nello specchio”. Ma gli autoritratti gli vengono sempre folgoranti: “Sono un pennuto, senza penne – magro sguarnito come una gabbia – e ora vicino a me si sente in trasparenza un certo stanco odor d’uccelliera”. Questo da vegliardo. Ma già paradossalmente, quando esordiva come scrittore, inviato speciale di molti giornali, nei Balcani della guerra oppure nel periplo dell’Africa (Il sole in trappola), il mitico B.B., prosatore par excellence di ossimori – era un viaggiatore immobile, un turista da stanza, un nomade dell’anima, straniero dentro di sé.
Incontra Antonio Baldini, a Parigi, che spasima come un bracchetto, in giro tutto il giorno a cercar ispirazione per le sue corrispondenze: “A Parigi, caro mio” gli obietta Barilli, “non si tratta di correre, basta stare seduti al caffè, respirare l’aria, guardare la gente”. Lui vive letteralmente al caffè, come vuole la leggenda, se n’è misericordiosamente ricordato anche Fellini per un suo film, non possiede nemmeno una casa: scrive dovunque, su taccuinetti minuscoli, oppure sui freschi polsini del suo sparato di critico accreditato, bellissimi fiori notturni che si schiudono nel buio della sala gonfia di musica. Puntualmente armato delle sue aeree forbicine, con cui ritaglia, rimonta, assembla maniacalmente i suoi articoli, modulando genialmente le cellule generatrici della sua incantevole prosa; oppure sminuzzandosi la barba che spunta proterva, rasoio elettrico avant lettre, che pioviggina pelucchi generosamente anche sul cibo, meticolosamente mischiando dolci insieme a minestre, tisane con formaggi. Un dandy della miseria, protervamente in candido frac: sino a sposare una principessa danubiana, proprio come vivendo un’operetta.
La sua vera ottica, il suo posto privilegiato pescava nel buio del teatro folgorato di luci, era la sua poltrona di commentatore musicale: “Nel cuore io ho un teatro”. Parlare per lui, di ispirazione non ha senso, non ha scritto racconti o romanzi, esigeva comunque una provocazione: “C’è chi, a sentire la musica, balla: noi scriviamo. È un fatto macchinale, ascoltando con tanto d’orecchi scriviamo sotto dettatura. Lavoriamo in poltrona, nel buio d’un teatro”. Oppure nel nero d’un cinema: lavorava anche lì, trapiantando fogli, foglietti, taccuini. Un giorno, durante uno di quei bassi western che pridiligeva – il cinema pullulante di ragazzini – un vecchio signore intimidito intravvede l’ultimo posto libero accanto a questo trapestio notarile di scribano fuori ufficio, alla Totò: “Disturbo?” “Non c’è mai riuscito nessuno!” replica, lapidario.
Ma non è che si studi di diventare una leggenda: non recita mai. Tutt’al più – lui che ha studiato composizione e direzione d’orchestra a Monaco, sotto le cure del celebre Felix Möttl, accanto al poco amato condiscepolo Furtwängler, lui che ha sognato di diventare grande operista, e due opere “sulla strada dell’immortalità” ha composto, Medusa e Emiral – ebbene, s’adatta entusiasta a fare la comparsa nei film muti, magari il regista amico Frateili, sodale del caffè Aragno, dove insieme a Cardarelli fonda praticamente la “Ronda”.
Cero, anche le sue “rubriche spiritiche” sono frammenti, prose d’arte: ma non c’è odore di stantio, di elzevirismo in ghetta, in lui: lui è amico di Ortega y Gasset, di Ramón Gómez de la Serna, è tra i fondatori della surrealista “Bifur”, apprezza Ensor, ha incontrato Joyce, e non gli è nemmeno troppo piaciuto: “C’est de la matière cérébrale qui coule d’une affreuse blessure”.
“Io tengo ad essere un uomo, non un poeta” sottolineava, e: “La letteratura non è per me che un incidente che dura da quarant’anni”. Voleva essere un musicista, non gli riusci: troppo pochi si sono ancora resi conto che è un grandissimo, un imprescindibile della letteratura novecentesca. Lui il Novecento lo teneva un po’ in sospetto, “modernità = margarina”, preferiva osservare nei suoi Capricci di un Vegliardo: Solo il consanguineo Verdi, in fondo, gli andava a genio, Verdi che ti fa intravvedere “tutto un Oriente in un cocomero”, sì, anche il leggero Settecento e un po’ “Papà Rossini, questo misto di pigrizia e di genio”. Ma Verdi, come suggerisce De Robertis, lo prediligeva “come una torre di dove ferire”; per sparare contro “l’immenso orologio gorgogliante nelle profondità croniche della filosofia” che è poi Wagner, oppure Debussy, “con le sue povere mani fredde, passive, emaciate e gialle come due vecchi guanti”.
La musica di Verdi è invece “litigiosa e violenta, teatrale e spaziosa”. Spaziosa: Barilli ha sempre bisogno di far respirare, anche la sua stessa prosa. Si sprofonda in poltrona ed ecco che la sua scrittura s’addensa, s’agita temporalesca, fermenta ed esplode come un frutto maturo, “parte”, come un fuoco d’artificio. Delirama è del resto il titolo di uno dei suoi primi testi. La sua intelligenza è esplosiva, la sua scrittura acrobatica, radiante. Fuoco, cenere, vulcano, sono metafore che tornano volentieri, come le case londinesi, che “hanno un aspetto d’incendio – fuoco nel fumo – come roghi che annegano nel buio circostante”. Ma questo è un autoritratto della sua scrittura! Tutto Barilli, in fondo, è un enorme, frammentato ritratto di sé, anche se da vegliardo incomincia a smarrirsi, a dimenticarsi nella “mirabolante psicologia degli specchi”. “Non potevo più soffrire, nello specchio di contro, la faccia della mia faccia.”
Tutto brucia, nella sua scrittura, e s’accende per un attimo, bagliore notturno, già investito dal colore violaceo della morte. Ed è un bruciare sordo, sommesso, un marcire candìto. Genialmente Cecchi parla di “architetture alla Monsù Desiderio, spruzzate di luce sugli orli”. Ma è lo stesso Barilli, sotto maschera del contrabbassista Bottesini, che allude a questo mondo “spiritoso e volubile, come la fiamma aggressiva e vacillante del gaz”. Perché anche Barilli, come il contrabbassista Bottesini – che traeva dal “mostro sedentario” del suo strumento, del suo “credenzone spiritato” incomparabili spettacoli virtuosistici – anche Barilli “suona” la lingua italiana e ci regala indimenticabili incendi di parole.
Certo, è inevitabile paragonarlo al genio di Savinio critico musicale, per esempio quando ci dice che “le parole nella musica si spappolano come riso nella minestra”, oppure che “il Fidelio significa che anche la morte ha il suo giorno di nascita”. Ma se Barilli pensa letteralmente “per immagini”, Savinio, invece, immaginava per pensieri. Il suo era un discorso razionale, un programma poetico mascherato di bellissime invenzioni barocche. A Barilli, invece, non importa quasi nulla del pensiero, “io non so ragionare”, “non so come si faccia a dimostrare qualcosa”. Anzi: “les idées sont dei bastoni nelle ruote”, ridacchiava sarcastico. Preferiva “la testa assolutamente vuota da esporre alla polvere recata dai venti”, meglio se si tratta di una polvere incendiaria, così da dar subito fuoco alla miccia incontrollabile dell’immaginazione.
Tanto “la fiamma, quando si spegne, prende tutti i colori”. Ma non è che un’illusione di luce. Il “cofano radiofonico del cranio” ormai sta per spegnersi; nel “buio perentorio” ormai non bisbigliano che maligne “citazioni crude”, interminabili, tormentose interrogazioni. “Désormais son sang se refroidissait d’avoir trop boulli et brûlé. Un souffle s’échappa de sa bouche, sifflant comme le dernier jet de vapeur d’une marmite qui par manque de liquide va crever et se fondre sur la braise.” Inaridirsi di brace: e il narcisimo – persino – ha un soprassalto spiritoso di understatement. Tutto defluisce via, come in un trucco, o in un tombino: “Tutto è perduto ormai: i tacchi, la sciarpa, il cappotto, insomma tutto se ne va, di contrattempo in contrattempo, fino ai miei ultimi bottoni. Ma questo problema dei bottoni si prolungherà oltre la mia vita?”.
Finito: ma per un secondo, s’accende ancora la fosforescenza tragica della sua sarcastica intelligenza. Mario Lavagetto ha posto la poetica di Bruno Barilli sotto l’immagine emblematica del “galleggiare”. Certo: ma non dimentichiamo nemmeno quest’altra sigla, del sollevarsi, dello svettare, del rimanere per un attimo alti sopra la terra, come in un’estrema e disperata acrobazia da funambolo. Del reso il visitatore entusiasta del Paese del Melodramma, che non sopportava il Novecento, s’infiammava soltanto per i Ballets Russes, “tribù di esseri discinti, trasportati e aerei”. Ancora una volta: un autoritratto.
da “leggere”, Marzo 1989, numero 9, pp. 26-28

 

 

Quasi una bibliografia:

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Delirama, con un disegno di Armando Spadini e uno scritto di Emilio Cecchi ; Roma : s.n., 1924 (ora in Sv)
Emiral : dramma lirico in un atto / parole e musica di Bruno Barilli ; Milano etc. : G. Ricordi & C., ©1924
Il sorcio nel violino ; con prefazione di Emilio Cecchi ; Milano : Bottega di Poesia, 1926 (ora in Sv)
Il paese del melodramma ; Lanciano : Giuseppe Carabba, 1929 (ora in PdM1)
Parigi ; con sedici disegni di Milena Pavlovich Barilli ; Lanciano : Carabba, 1938 (ora in PdM1)
Il sole in trappola : diario del periplo dell’Africa (1931) ; Firenze : Sansoni, 1941
Delirama ; Roma : Editoriale Romana, 1944 (ora in Sv)
Il viaggiatore volante ; Milano : A. Mondadori, 1946 (ora in Vv)
Capricci di vegliardo ; Milano : Edizioni della meridiana, 1951 (ora in Cv)
Lo stivale ; con un’avvertenza di Enrico Falqui ; Roma : Gherardo Casini, 1952 (ora in S)
La loterie clandestine ; avec une eau-forte de Mino Maccari ; Roma : L’Arco edizioni d’arte, 1975 (vedi ora: a cura di Nicola Ferrari ; Genova : San Marco dei Giustiniani, 2015)
Lo spettatore stralunato : cronache cinematografiche ; prefazione di Attilio Bertolucci ; Parma : Pratiche, 1982

*

CvCapricci di un vegliardo e taccuini inediti (1901-1952) ; a cura di Andrea Battistini e Andrea Cristiani ; Torino : Einaudi, 1989
PdM1Il paese del melodramma ; a cura di Luisa Viola e Luisa Avellini ; Torino : Einaudi, 1985
PdM2Il paese del melodramma ; con un saggio di Fedele D’Amico ; Milano : Adelphi, 2000
SvIl sorcio nel violino ; a cura di L. Avellini e A. Cristiani ; introduzione di M. Lavagetto ; Torino : Einaudi, 1982
SLo stivale : viaggio dalla riviera adriatica alle città liguri, da Venezia alla costa amalfitana, dalla Sicilia a Milano ; Padova : F. Muzzio, 1999
VvIl viaggiatore volante : dalla guerra balcanica del ’12 alle ramblas di Barcellona. Un viaggio in Europa ; Padova : F. Muzzio, 1999

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