Philippe Jaccottet ~ Al lungo lamento del mare, un fuoco risponde

 

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

 

Lei ha alzato gli occhi, è già tanto se osa parlargli, è perplessa; d’altronde niente è più difficile, che evitare di tradire la propria fierezza e il proprio segreto.

 

 

Tuttavia si decide, perché è troppo stanca, perché al termine della giornata una grande dolcezza la consiglia: «Abbiamo veramente perduto quel fuoco?», dice, come fosse ora più discreto parlare per immagini. «Forse può ardere solo a condizione d’essere breve, e, in questo caso, come faremo?». Potrebbe ricordarsi di quella nostalgica poesia che ripete senza fine: «Infanzia, che cosa c’era allora, che cosa c’è più?…». Così ogni luce sembra votata a non illuminare altro che il passato, rispetto o grazie ad un’ombra presente. Così il paradiso si ritrae, non smette di ritrarsi, per situarsi da ultimo, all’inizio del tempo, prima dell’inizio del tempo. «Che fare? Non voglio indugiare nella nostalgia. E quali sono questi nemici che non smettono di attaccarci da ogni parte, che tentano di distruggerci ancor prima della nostra morte? Forse che la morte ci tormenta sin dal primo giorno in cui siamo entrati con un forte grido nel suo impero? Rispondimi, e non continuare a sorridere con questo sorriso che non sembra indirizzato a nessuno! La vita sarebbe forse impossibile al di fuori delle soluzioni banali che abbiamo sempre disprezzato? Bisognava, ci sarebbe stato bisogno semmai di restar soli e di rifiutare quelle leggi solo apparentemente benigne, tuttavia crudeli, giacché sembrano usarci e distruggerci così rapidamente?».

Mentre parla, cercando le parole, con dei silenzi tra le parole, la sera ruota sull’intera distesa del mare, e i venti anche ruotano, come se nulla potesse proteggere quell’isola dai loro rumori, dalle loro violenze, dalle loro brusche fatiche. Talvolta la loro forza è così grande, e trasportano con le nubi un’umidità così pesante che la gente impallidisce e si mette la testa tra le mani. Ho visto, ad esempio, una donna vomitare sulla porta di un caffè, un’altra che si è dovuto farla stendere nel retrobottega di una macelleria. Gli spruzzi appannavano i vetri, le spiagge cambiavano forma, annerivano in un odore soffocante di alghe e di catrame.

Mi ricordai allora di come il nostro pastore parlava di Dio, in una stanzetta dove ogni oggetto era un insulto alla bellezza, una difesa irrisoria contro la pressione del mondo vero: come un subordinato avrebbe parlato di un padrone straordinariamente virtuoso e capace, che dispone sui suoi operai di pieni poteri; e come ne avrebbe parlato di fronte ad operai molto poco preoccupati del fatto che esistesse o no quel lontano personaggio, semmai semplicemente infastiditi da un suo eventuale arrivo, irritati in anticipo all’idea che egli potesse fare uno spiacevole appunto sul loro contegno, o magari sulla loro condotta fuori delle ore canoniche. Di quegli argomenti, della noia di cui erano impregnati e che comunicavano, non potevo ricordarmi senza disgusto. Se proprio occorreva parlare di Dio, che almeno lo facesse come ne avevano parlato i profeti, coinvolti, trascinati dalla sua potenza: se il più misero vento del sud poteva metter sottosopra il cuore, che cos’era Dio, se non un vento in grado di assorbire quel vento con il suo solo approssimarsi? E, perciò, com’era permesso parlarne con quel tono da maestro di scuola che pretende di evocare un famoso capitano tra uno sbadiglio e un colpo di bacchetta? O che fosse come ne parlavano i santi: cercando le parole, perdendo le parole, perdendo il respiro, comprendendo, o piuttosto sperimentando in fondo al loro essere l’impossibilità di parlarne, o la possibilità soltanto di cercare parole che fossero come frecce lanciate verso quel luogo che erano certi di non poter mai raggiungere…

Mi sembrava, forse a torto, che una qualche disattenzione verso Dio fosse da preferire a quel placido e glaciale uso del suo nome, tra quelle quattro mura che certamente non poteva abitare, come un fuoco non brucia in un recipiente chiuso. Che aprisse dunque un passaggio, quest’uomo che si era votato al servizio dell’Assoluto, in quelle pareti dalle tappezzerie troppo soavi! Questo andava fatto, e strappare, mortificare, distruggere; spingere quelle anime troppo tranquille, persino troppo serie, in un passaggio in cui si sarebbe riversato, con tanta più impetuosità quanto più fosse stato stretto, il soffio dello Spirito. Come mai questi uomini, se hanno la certezza di Dio, non sono pieni di gioia da scoppiare, come può accadere, se sanno per esperienza profonda e indubitabile che qui solo compiono un esercizio di eternità, com’è possibile che abbiano quest’aria timidamente rattristata da beccamorti? O altrimenti, sforzandosi di riconquistare le masse, e particolarmente i giovani, pieni di energia, che prendano quell’aria da capo scout, da rappresentante del buon umore? Come se tanto la loro serietà quanto la loro giovialità fossero ugualmente forzate, come se questi difensori giurati della vita interiore avessero finito per ridursi ad un uniforme.

 

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

 

Non si è mossa dal suo posto, accanto alla finestra, è così giovane, così totalmente spontanea che il suo pensiero, la sua parola non è mai artificiale; così da preferire spesso il silenzio a parole che potrebbero ferire. Ma oggi, ne cerca ancora di altre, non senza sforzo, non senza esitazione; poiché, dopo aver parlato, si volta per nascondere gli occhi che stanno per piangere, e ciò che vede in quel momento, sono le brevi piogge sulle acque, e le rapide brume sopra la terra che nascondono quasi interamente il porto, le prime luci alle finestre delle case basse. Anche lui osserva quel frammento di mondo, come se vi cercasse soccorso contro le minacce del tempo, contro la doppia spada del tempo. «Abbiamo visto brillare quel mondo, dice ancora, tu lo sai. Le brume, gli scogli, le foreste non ci separavano l’uno dall’altro più di quanto non fossero separate da noi. Ciò che ho chiamato fuoco, no, non posso dire che sia mai stato fuoco per me, nemmeno per te. La nostra nascita fu rischiarata dalla luna e per tanto tempo ci ha fatto preferire il brivido delle gelide acque sull’erba ai tuoni del giorno. Ma ciò che significava per il mio spirito la parola fuoco, era piuttosto, credo, qualcosa che vive intensamente senza che nessun turbamento la distolga, qualcosa che si nutre del suolo per meglio sollevarsi verso la leggerezza delle vette, rischiarando, animando ciò che la circonda». «Il nostro fuoco è stato un albero», risponde lui alla fine, come trascinato dalla dolcezza di quelle parole erranti. Lei non lo seguirà sul terreno delle immagini, ove troppo facilmente l’oggetto evocato cancella l’oggetto da afferrare; non vuole correre il rischio di mentire. E di colpo l’aria si è fatta più fredda, una sorta di terrore vecchio quanto il mondo abita questo freddo al quale non bisogna più lasciarsi andare.

«Che cosa mi manca, me lo dici? Non vedi che sono cambiata, che sono rattristata, turbata, provata?». Capisco bene, ciò che cerca di afferrare, ciò che vorrebbe trovare. Non è senza una qualche relazione con il mio ricordo di pastori che ripetono come una tiepida lezione ciò che all’inizio fu proferito nella tempesta. Dio infinitamente lontano, e certuni dicono con sollievo che è morto. Dio che ormai è un ricordo di Dio, senza forza, senza autorità, non tanto come sembrò esserlo Cristo alla sua nascita, poiché nella stalla fece inginocchiare dei re, ma come davvero potrebbe esserlo l’ultima bestia o l’ultima pagliuzza in una stalla, un insetto che non si era notato e che ad un tratto mostra un riflesso d’oro sulle sue elitre di prete. Che cosa vuol dire tutto ciò, tutte queste immagini di antiche divinità seppellite nei deserti, nelle ceneri, nelle acque; queste tiare buttate nella spazzatura insieme a crani di cavallo; queste chiese piene di fieno e di botti, e queste enormi campane di bronzo che in fondo ai fiumi vanno a raggiungere i cannoni di conquiste da tempo dimenticate o abolite? E se il tempo riesce ad averla vinta persino sui nostri dèi, o almeno sulle maschere che noi gli offriamo per non essere accecati, non minaccerebbe ancor più rapidamente la nostra gioia profana? E che cosa sono, dunque, in definitiva, questi fuochi, di cui nessuno può negare che siano stati accesi, più o meno improvvisamente, con maggiore o minore intensità ed estensione, nel corso delle epoche? Da dove traggono la potenza che, a volte, viene ancora a spirare ai nostri piedi, come l’ultima onda o l’ultimo petalo del mare? E da dove gli viene questa irritante debolezza che impedisce ad alcuni di loro di trionfare definitivamente e di cambiare una buona volta la vita? Questo è il mistero contro cui si scontrano quest’uomo e questa donna, ancora giovani, seduti come sul lembo estremo di un mondo molto antico e molto amato, cercando di difendersi dalla tristezza che dilaga in tutto il paesaggio, prima di entrare nella dubbiosa oscurità. Quanti segni dall’inizio della storia! Loro stessi ne hanno visto qualcuno, ma sanno che ne esistono infinitamente di più di quelli che avranno mai il tempo di scoprire. Tutti questi segni, per quanto diversi possano essere, convergono verso l’affermazione d’una possibilità inaudita, meravigliosa; d’un enigma che è insieme il nostro timore e la nostra speranza. E non si tratta di una scienza, né d’affermazioni dogmatiche; ma sempre d’una esperienza che ricomincia in noi col favore di quei segni. È possibile che noi ci rifiutiamo di considerare tutto questo, che ci incalza da ogni parte, persino dal fondo della storia, non appena il nostro sguardo si affina, e ovunque si rivolga in seguito, con una caparbia e un’intensità pari al pensiero del fallimento, del non senso e della morte? Le parole più antiche volano verso di noi con il bagliore della freccia e noi ci feriamo con una gioia esitante: chi osa ancora abbassare al rango della bestia o della spazzatura coloro che le hanno pronunciate quasi senza saperlo, come se prima gli fossero state ispirate? Attraverso l’opacità delle sabbie riemerge una pietra scolpita, una statua; sulle mura seppellite, demolite, risorge una forma vagamente colorata, e tutto ripete la stessa lezione insistente e piena di fierezza. Oggi…

«Oggi» egli dice finalmente, ora che la notte è calata, che il bambino felice dorme con l’abbandono di una lunga pianta portata dalle acque del sonno, «oggi siamo accecati perché, dai nostri sogni più terribili, un’oscurità ostile sembra aver invaso i giorni, e come l’inchiostro della seppia tinto di nero tutto il mare. I terrori che sinora si erano nascosti in loro, e che l’alba andava dissipando con un leggero movimento d’ali, di piume, in massa hanno invaso le strade, i corridoi, i sentieri illuminati. Aprire gli occhi, accendere la lampada non basta più a scacciarli. Ora camminiamo fra fantasmi e assassini, ci sono macchie di sangue sulle pareti dell’oratorio, fucili sui viali torridi che costeggiano i magazzini dei porti. E non è tutto; il nostro sguardo che per molto tempo è stato molto lento e di portata assai ridotta, ha esteso il suo campo quasi all’infinito, e come accelerato la sua corsa; così ciò che appariva più immobile e più quieto si anima: le montagne dicono che sprofondano, gli astri gridano che esplodono. Dobbiamo adeguarci alle nuove proporzioni, e questo richiede da noi molto coraggio, molta forza. Se il mio sguardo dimentica ora in questo preciso momento, seduti l’uno accanto all’altro vicino alla finestra (e noi sentiamo la frescura del mese di giugno, vediamo che la luna ha deposto la sua spada sulle acque, noi percepiamo l’alito di un bambino e quello del vento dell’ovest, così debole da scuotere solo gli estremi ciuffi dei pini; mentre c’è ancora in noi tutta la profondità dei ricordi che discende ben oltre la nostra nascita, gli spazi percorsi o abitati, e il cielo dell’immaginario), se dimentico questa molteplicità e questa ricchezza vibrante fra di noi, se dimentico anche per un solo istante i tuoi begli occhi adombrati e ciò che riluce debolmente dalla tua spalla contro il davanzale, che cosa mi è dato vedere di più autentico di questa prossimità mormorante, scintillante, di questa dolcezza che ci lacera e ci riunisce?»

Forse non ascolta più da tempo, come sono solite fare le donne che sanno quanto sia meglio non interrompere i rari, gli interminabili discorsi dei loro compagni. Forse già la rende più felice il solo sentirlo parlare con il cuore, e accogliere con la stessa assonnata distrazione il movimento delle parole, quello degli alti alberi neri, quello delle onde. Forse è un nuovo impeto di gioia che quelle parole, quella bocca le offrono come baci. Una specie di preghiera detta senza intenzione di pregare e ignara di chi potrebbe accoglierla. Avverte, intuisce qualcosa, senza esserne del tutto sicura: che quei noiosi discorsi, sin troppo seri e solenni per il suo gusto, anche se non rispondono alla sua domanda, sono, forse, già un goffo inizio di risposta. Così finge interesse, gentilmente, per paura che non si scoraggi. Domanda: «Che cosa vedi, dunque, con quell’occhiata fulminea? – Con l’occhio dell’uccello che percorre senza sforzo interminabili spazi vuoti, vedo che noi abitiamo la brace, e che la brace si spegne; questo mondo sul cui versante abbiamo camminato insieme con tanta gioia, e dove, se lo vuoi, cammineremo ancora un poco, questo mondo in cui le tracce dei nostri passi sono così leggere, non è altro che l’ala di volta in volta scintillante e scura di una farfalla, la cui area di volo non è per niente vasta, e la durata limitata. Come possiamo respirare in un ambito così fragile, e che cosa costruiremo su questa terra dal momento che è soltanto fumo?».

Sembra che sfugga alla questione cedendo a visioni un po’ semplici, un po’ troppo a effetto. Lei voleva dire che aveva paura, che la loro felicità era minacciata, e per tutta risposta lui le propone un’immagine del mondo così come la intravede a lampi, un mondo non più serio di un seme di bardana. E ben presto la notte, che non è mai così corta come in questa stagione, sarà nuovamente velata dai superbi colori del giorno, litigheranno, rideranno, saranno invecchiati; a volte, è proprio attraverso questi colori splendenti che la sventura avanza, una domanda avendo aperto la porta, nessuna risposta avendola richiusa… Ma colei che ama sia paziente e reprima questo incongruo sbadiglio, anche se i discorsi dell’oratore lo meriterebbero. «Eccolo di nuovo che pontifica!» pensa con tenera irritazione.

«Questo mondo simile ad una scintilla, non è poi così estraneo allo scintillio del mare, né ai lenti fuochi del tuo sguardo. Ciò che ci è stato detto all’inizio è un sogno tanto forte quanto questa nostra constatazione di debolezza. La cosa misteriosa è, in effetti, che ogni inizio non può neppure essere chiamato inizio (il quale suppone un seguito e una fine), ma sembra sfuggire al tempo. In ogni inizio c’è una meravigliosa potenza che si burla di quello che succederà in seguito, o che non può concepirlo (benché vi siano stati milioni di altri inizi di cui si avverte fin troppo chiaramente l’usura, una volta ricaduti nel tempo), una potenza inebriante che ci circonda di parole pronunciate e ripetute intorno a noi, con un movimento così continuo che non ci sono più fratture possibili fra loro, attraverso cui potrebbe insinuarsi l’incertezza o il terrore: Ecco ciò che è offerto dall’amore, il luogo della luce, la certezza dell’inafferrabile che ci salva! È in un tale inizio che tutto è vicino, che tutto è presente, che non c’è più bisogno di nessuna freccia, di nessuna parola, giacché il bersaglio non esiste ancora, né la distanza in fondo alla quale poterlo collocare…».

Questa volta il rumore delle lacrime ha coperto il rumore delle parole, poiché ciò di cui parla, è proprio ciò che lei pensa di aver perso, proprio ora che possono contare gli anni già trascorsi insieme. Dice tra sé: «Ora, possono solo esserci lezioni di professori e di pastori, delle regole morali, o la trasgressione delle regole, queste incatenano così forte la sventura alla nuova felicità che questa nuova felicità è un falso inizio, una ricerca subito insidiata, una fuga piuttosto. E noi ci eravamo promessi fedeltà»

 

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

 

Fu allora che, continuando a pensare a quel pastore, il cui ricordo non mi lasciava, tanto m’aveva fatto pena, e nell’impossibilità di accettare una simile morte per Dio (dato che più che una morte era un assopimento), immaginai che doveva esserci un’altra possibilità di parlarne; che nulla era più sterile del culto e del rimpianto dell’inizio. D’altronde non avevo mai amato quei libri di ricordi che elevano l’infanzia ad uno stato paradisiaco, solo perché i loro autori non hanno avuto la forza o la possibilità di cambiare, esaurendosi nella stupida nostalgia di un tempo in cui non gli restava altro da fare che lasciarsi portare dal tempo. In tutte le varianti della storia del Paradiso, mi pareva che si potesse riconoscere una parte di verità, come un’allusione ad una verità; vedevo bene lo splendore particolarmente intenso assunto dagli scritti, dalle opere d’arte che noi chiamiamo primitive, e cioè prime. Occorreva dunque ammettere, una buona volta, una cosa; e vorrei qui esprimerla semplicemente, poiché la ritengo assolutamente possibile, senza alcun ricorso ad un linguaggio specialistico (si tratta di un’esperienza comune): così come il nostro cuore di volta in volta si avvicina e si allontana dalla pienezza, ora sperimentando con forza la gioia del’inizio, ora rattristandosi di perderla e col timore di averla persa per sempre, allo stesso modo, nel movimento della storia, le città, le nazioni, le civiltà appaiono ora immerse nella pienezza, naturalmente feconde (questo non vuol dire felici, ma nutrite, viventi, raggianti), ora portate dal rimpianto e dall’attesa di quella ricchezza; o talvolta, come accade oggi, giunte al punto estremo dell’esilio, là dove lo stesso rimpianto e la stessa attesa rischiano di essere inghiottite da un enorme e sin troppo desertica distanza. Come evidente è ai nostri occhi la presenza del sole, così per il nostro spirito quella pienezza immobile e cangiante di cui ci è soltanto difficile capire come e perché cambia. E noi amiamo gli inizi quanto più ce ne sentiamo distanti. Ecco l’esperienza indubitabile e semplice che la nostra vita ci ha consentito di fare, e di cui tutto ciò che abbiamo potuto apprendere nei libri ci offre altre immagini, più o meno nette, più o meno veritiere.

E quando domandavo al pastore di parlare come i profeti o come i santi (cioè come coloro che un tempo vissero l’inizio o come coloro che non cessano di riviverlo, ritrovando ad un tratto la prossimità e il fuoco), ero su una strada sbagliata, perché lo invitato a scimmiottare una violenza che non ha senso se non è naturale. Dovevo capire che anche per lui Dio si era allontanato e affievolito, oppure oscurato, che senza dubbio la sua situazione non era invidiabile, anzi una delle più difficili. Ma non potendo nemmeno accettare che egli continuasse ad attizzare un fuoco spento, rimuginando vecchie formule, bisognava che cercassi ugualmente un’altra via: il sentiero che si rifiuta di tradire la pienezza anche quando questa appare infinitamente lontana e dubbia, anche quando non si sa più dove cercarla, anche quando tutto la irride. Ciò che giustamente un poeta ha chiamato la fedeltà.

Se l’uomo che intende parlare di Dio ha perduto il tuono, il fuoco, la tempesta; se non ha mai conosciuto il prodigioso volo dell’anima verso l’abisso delle altezze; se è quel personaggio anonimo che non si attribuisce nessuna grazia eccezionale e che trascina giorno dopo giorno la sua timidezza, la sua pena, la sua goffaggine; quell’uomo incatenato da numerosi vincoli, i cui passi sono sicuramente più imbarazzati o claudicanti che alati; quel servitore a cui la sua religione non ha saputo neppure dare un vestito d’oro per aiutarlo a risplendere, o il soccorso della bellezza, ma l’uniforme di un povero giudice o una dimora simile più ad una cantina che ad un teatro, se quell’uomo ora si trova persino costretto a parlare non più contro uomini altrettanto indigenti, altrettanto miserabili, ma contro tutte le potenze scatenate della distruzione, come se proprio la bufera, le fiamme, le tempeste, fossero passate dalla parte del nemico e divenute false bufere, false fiamme, falsi turbini, ma tanto più efficaci quanto più falsi… che cosa gli resta da fare? Avendo conosciuto la vera pienezza, sa che non è della stessa natura di questo baccano, di questo riempitivo; avendo conosciuto l’autentico inizio, sa che non può essere confuso con la frenesia del nuovo, il desiderio di cambiare a ogni istante con l’agitazione indisgiungibile dal rifiuto del passato. Ma chi lo autorizza? Nessuno, se non l’invisibile, l’inafferrabile e la lontananza; se non il disprezzato, l’odiato, il rifiutato. E bisogna aggiungere che quell’inafferrabile non è tale solo per gli altri, ma anche per colui che si è messo al suo servizio: come deve, come può ancora parlare di quella sorgente che sembra perduta, e opporre quella sorgente, oppure quella breve lacrima a tutto ciò che brilla, arde, gronda, si scatena tra gli uomini, intorno a noi, su di noi? Non potendo urlare, a sua volta, senza artificiosità o inganno, non potendo parlare con la sicurezza di coloro che hanno forzato l’altezza e visto fondere alla luce divina le apparenze più monumentali, quali armi gli offrirò, se non appunto l’assenza di armi e una maggiore indigenza? Ma queste immagini vanno precisate.

 

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

 

«Si tratta», dice allora all’assopita (ed è perché dorme, quasi nuda scoperta dalla luna, un focolare di dolcezza, che può dunque parlare veramente), «d’una nuova specie d’amore, forse la sola che ci sia ancora permessa, e che ci guiderà senza rumore dalla scomparsa teatrale del sole al suo pallido ritorno. L’amore degli sperduti, il compagno delle ombre che invecchiano, colui che anche ad un’infinita distanza dalla sorgente resta percepibile. Tu che ora dormi, tu che hai arrotolato la tua bellezza nelle pieghe della notte e che respiri all’unisono con il mare, capisci quanto inutile sia piangere l’infanzia del mondo, o la nostra infanzia, o l’infanzia del nostro amore; ma che semmai dobbiamo mutare con le ore e con gli anni, mantenendo sempre aperto lo spazio che è dietro di noi, davanti a noi (stellato di oscura ignoranza), che ci circonda. Solo così potremo continuare a respirare e ad essere liberi, solo così il mondo potrà continuare a entrare nella nostra camera e ad ingannare i guardiani. Ci ricorderemo dei primi giorni, delle prime notti passate insieme; della grazia della nostra spensieratezza, di quella gioia non più pesante dell’ombra, di quei pochi istanti in cui non ci fu né movimento, né distanza; ma che non sia più per voltarsi malinconicamente indietro, come fecero i miseri piagnucoloni del romanticismo. In realtà, l’unico tempo perduto è quello trascorso senza amore, e nemmeno questo è certo; non c’è tempo perduto, ma un’alimentazione continua, visibile o nascosta, del nostro cuore. Se la luce dell’inizio non può più illuminarci se non ad intervalli o da molto lontano, che resti dunque semplicemente come un astro nella distanza, come questa lampada che vedo bruciare nello specchio del mare, e che anche la sua distanza sia accettata, insieme all’inseparabile dolore dell’allontanamento e del movimento. Non più di quanto stia bene ad un uomo maturo fare il bambino (giacché così metterebbe in ridicolo tanto la maturità quanto l’infanzia), sarebbe indecente recitare, per prolungarle ad ogni costo, le estasi dell’adolescenza. Una volta accettato il tempo e le sue leggi, per quanto possa essere difficile farlo in ogni momento, mi sembra che queste leggi divengano meno severe, e ogni specie di limite meno opaco. È sufficiente che i nostri sguardi si corrispondano. Se il tuo sonno fosse meno profondo, tu ora sentiresti sbattere le porte di casa, il vento spezzare le foglie e i resti sulla terrazza, il mondo avvicinarsi con una dolcezza piena di forza e di persuasione, entrare, passare, senza che gli opponiamo più nessun ostacolo. I ricordi, le grazie un tempo ricevute, quel po’ di scienza che si è potuti acquisire; poi tutto ciò che sorge dall’istante; poi i sogni, i desideri, l’attesa: ombra o luce giunta dietro di noi, davanti a noi, dall’esterno o dall’interno, che nessun timore, nessun rifiuto li allontani! Così, nonostante tutto, una pienezza potrebbe restare preservata, un altro genere di pienezza… L’una, che può solo sedurci un istante e che sarebbe assolutamente vano voler distribuire nel tempo, per cui non è fatta, sarebbe tanto potente da assorbire le distanze, i limiti, gli ostacoli. Quest’altra, la sola forse che ora abbiamo il diritto di conoscere, ci è offerta allorché attribuiamo alle distanze, ai limiti e agli ostacoli un’importanza secondaria; allorché il nostro paziente, silenzioso e fedele amore, invece di ferirsi sui loro angoli, si sforza di renderli leggeri e trasparenti. Non basta un’intera vita per uno sforzo simile, e nessun invecchiamento dovrebbe mai interromperlo, se l’apertura fosse in tutti i sensi mantenuta, persino sotto i colpi, le piogge di pietra o di fuoco. C’è forse un’avventura più degna di essere tentata? Le altre certamente fanno più rumore: il ribelle urla, solleva gli spettatori affinché ammirino il coraggio con cui ha demolito le mura della sua casa; ma non basta, è necessario che ne demolisca altre e infine, è logico, che distrugga se stesso; e lo spirito continuamente contratto nella preoccupazione del rifiuto, invece di liberarsene, finisce col rinchiudersi nelle rovine e nelle battaglie. Chi fa volteggiare una spada per abolire l’oscurità che l’avvolge non è forse prigioniero del bagliore volteggiante della spada? Ci ritroveremo semmai nella pazienza e nell’attenzione, e può darsi che questo tempo che ci sembra deserto, lentamente si illumini di nuovo e si ripopoli. Insomma, anche se il mondo esplodesse, noi non possiamo esser sicuri che non ci sarà, in quell’immenso fulmine, un’inimmaginabile possibilità…».

 

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

Federico Pacini, Volterra hospital, 2013

 

Ha preferito, a sua volta, cedere al sonno. Ora sono coricati l’uno accanto all’altro e si tengono per mano. Avesse resistito qualche istante di più avrebbe udito i primi uccelli sotto i pini (ancora una giornata d’aria, ancora un’occasione per baci e visioni!), avrebbe visto il mondo ricominciare in un chiarore latteo, alcuni fuochi spegnersi, altri nascere o moltiplicarsi sulle acque che, a quell’ora, sono quasi sempre calme. Ora che ha parlato in quel modo, sembra che possano tornare a lui tutte le magie del tempo e dello spazio, quel tratto proprio dell’inafferrabile di sorgere non tanto in un luogo, quanto in ciò che separa e raccoglie i luoghi, nel passaggio degli istanti: neve trascinata sopra i campi nella voragine dell’inverno, giardini cresciuti nella notte, e fuochi gelati di acque che in primavera affondano nella terra…

Forse non è del tutto impossibile parlare dell’inafferrabile: in mezzo ai nostri giorni, con una voce più bassa che tremante (e certamente non è facile da dire!), con una grande convinzione (meravigliosa, adatta a spargere la felicità meglio di qualunque brezza di marzo) e, nello stesso tempo, con la consapevolezza che essa possa esser sempre rimessa in questione: come se, fra tutti quei monumenti destinati a crollare, brillassero dei vincoli che nessuna distruzione altera; o, viceversa, dalle fessure della bellezza, dalle ferite, dalla mancanza, si riversasse il soffio doloroso e favoloso che ci guida instancabilmente oltre la mancanza e l’errore.

 

 

È la notte ad avermi permesso di dire questo, così come sembra? È nella notte che ho attinto questa forza? No. Ho camminato a lungo qui sul bordo del mare incendiato o nelle foreste simili a forni di pietra. Ho persino udito l’uccello che canta in pieno giorno sopra il letto degli amanti. Ed è dall’aver visto così vicine a me, così sovrane, tutte queste cose di cui non ignoro l’inconsistenza: alberi, scogli, maree, che ho tratto la forza per rispondere a quel lamento, per opporre al mare illimitato dei lamenti un solo bacio, un’ala, una piuma, un po’ di paglia.

 

 

 

Despatin & Gobeli, Philippe Jaccottet

Despatin & Gobeli, Philippe Jaccottet, Grignan, 7 dicembre 1990

 

Tratto da:

 

Philippe Jaccottet, Elementi di un sogno ; a cura di Gianluca Manzi ; Cernusco L. (Co) : Hestia, 1994 Collezione · Sottovoci ; 3 ISBN 88-86120-11-7 ; Traduzione di Éléments d’un songe ; Classificazione Dewey · 848.91408 (20.) Scritti miscellanei francesi. 1945-. Scritti in prosa

 

Philippe Jaccottet, probabilmente uno dei più grandi poeti di lingua francese, nasce a Moudon, nella svizzera francese, il 30 giugno 1925 e compie i suoi studi a Losanna. Dopo alcuni anni vissuti a Parigi, dal 1953 si stabilisce nel sud della Francia, a Grignan, nel Drôme. Traduttore dal tedesco e dall’italiano (Ungaretti, Cassola, Leopardi, Musil, Rilke e l’Odissea di Omero), alla sua attività poetica (L’ignorante, Il Barbagianni, Appunti per una semina) affianca ri flessioni critiche. Insieme a L’Oscurità (1961, tr. Fazi 1998, anch’esso curato da Gianluca Manzi), Elemnti di un sogno è una prosa poetica che corrisponde a un periodo di crisi interiore.

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