Kazimir Malevič vs Malevič Kazimir

 

Kazimir malevich, autoritratto, 1933

 

Kazimir Severinovič Malevič, Autoritratto, 1933, olio su tela, cm 73 x 66, Museo Russo di Stato, San Pietroburgo

 

 

 

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«Guerra e rivoluzione» ~ Tzevan Todorov intervista Roman Jakobson (2)

 

 Alexander Rodchenko. Stairs. 1930,

Alexander Rodchenko. Stairs. 1930, Artist print. Collection of the Moscow House of Photography Museum. © A. Rodtschenko – V. Stepanova Archive. © Moscow House of Photography Museum

 

IL CIRCOLO LINGUISTICO DI MOSCA

 

Tzevan TodorovNel marzo del 1915 lei partecipò alla creazione del circolo linguistico di Mosca. Chi erano gli altri e in che cosa consisteva l’attività del Circolo? Di chi fu l’idea?

Roman Jakobson: Durante il primo corso che seguii al dipartimento di linguistica dell’università di Mosca, incontrai molti giovani studenti. Discutemmo a lungo sui problemi della linguistica e – particolare interessante – su quelli dell’arte poetica, decidendo di incontrarci più spesso. Penso di essere stato il più giovane tra loro. Fu allora che proposi la creazione di questo circolo. La prima volta ci riunimmo nella sala da pranzo dei miei genitori, eravamo circa una decina di giovani studenti. Ci dicemmo solo che, vista la situazione dell’epoca, era pericoloso tenere un circolo. C’era la guerra e potevamo attirare l’attenzione della polizia su di un’organizzazione che non era stata autorizzata; c’erano già stati altri esempi. Avere un permesso non era semplice, ma trovammo il sistema: esisteva un comitato dialettologico dell’Accademia delle Scienze al quale potevamo partecipare come uditori. Quando raccontai al presidente la nostra storia, egli disse: «Vedremo come legalizzare la situazione». Doveva scrivere al segretario dell’Accademia, a Pietroburgo, al grande linguista russo, massimo specialista di storia della lingua, Šachmatov[1]. Questi accettò, ricevemmo persino una sua lettera, disse che il nostro circolo si sarebbe chiamato gruppo di studenti di lingua russa associati al comitato dialettologico dell’Accademia. Era il titolo ufficiale, e con questo facemmo la nostra comparsa nel 1915. Ma tra di noi ci chiamavamo «circolo», e, subito dopo la rivoluzione, siamo tornati al nostro vero nome, cioè Circolo linguistico di Mosca.

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Il Marchese de Sade e Sant’Agnese

 

Alessandro Agardi, Giovanni Buratti, Sant'Agnese condotta al martirio, 1662 ca
 

Algardi Alessandro, Buratti Giovanni, Sant’Agnese condotta al martirio, scultura in marmo, 1662 ca.; Chiesa di S. Agnese in Agone (chiesa inferiore), Roma

 

[Sade, si sa, non amava viaggiare e, quando lo fece, fu perché costretto, braccato e ricercato dalla polizia e dalla giustizia. Dal suo secondo viaggio in Italia (luglio 1775-giugno 1776) il marchese vi trasse uno scritto, la sua prima prova letteraria, antecedente a Justine, reportage di uno spirito polemico e moralista più che di un viaggiatore erudito e estasiato dall’arte. Adottato l’espediente retorico sotto forma di lettere ad una contessa immaginaria, presto lo abbandonò lasciando forza, come ad un torrente in piena, al solo sguardo acido, alla penna graffiante e alla rabbia compressa. Solo dieci anni dopo Goethe avrebbe intrapreso il Gran Tour e solo nel 1811 Stendhal, ammaliato da quell’Italia che ha visitato da soldato, vi ritornerà per prendere la cittadinanza milanese. Da par suo Donatien-Alphonse-François di Sade non è il primo dei viaggiatori curiosi e sereni, ma piuttosto il prototipo dei rifugiati politici moderni, il filosofo illuminista irriguardoso del presente, che non è salvato dalla civiltà del passato ed è condannato a un futuro di reclusione.
 
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Ketty La Rocca vs La Rocca Ketty

 

Ketty La Rocca, Craniologia, 1973, Radiografia con sovrapposizione fotografica e scritte a inchiostro su plexigas, 70 x 50 cm.

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Lucca e Bagni di Lucca ~ Michel Eychem de Montaigne

 

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«Ho visto, in occasione dei miei viaggi, quasi tutti i bagni famosi della cristianità, e da qualche anno ho cominciato a servirmene (…). …Ho scelto finora, per soggiornare e servirmene, quelle che offrivano maggiore amenità di luoghi, comodità di alloggio, di vitto e di compagnia, come sono in Francia i bagni di Bagnères; al confine della Germania e della Lorena, quelli di Plombières; in Svizzera, quelli di Baden; in Toscana, quelli di Lucca e specialmente quelli della Villa, dei quali ho usufruito più sovente e in diverse stagioni.» Montaigne, Saggi, II, 37[1]

 

Lucca

5-7 maggio 1581

 

Lucca (…). Città un terzo più piccola di Bordeaux, indipendente, tranne che – per la sua debolezza – si è gettata sotto la protezione dell’imperatore e di casa d’Austria. È ben recintata e bastionata, ma con i fossati poco profondi, pieni d’erba verde, piatti e larghi al fondo, e vi scorre solo un rivoletto d’acqua. Torno torno alle mura, sul terrapieno interno, esistono due o tre filari di alberi appositamente piantati che dànno ombra e – dicono – fascine di legna, all’occorrenza; e all’esterno non appare se non un bosco che nasconde le case. Vi si mantiene sempre una guarnigione di trecento soldati stranieri. La città è assai popolosa, specialmente di setaiuoli; strette le vie, ma buone; grandi case e belle quasi dappertutto. Vi si passa attraverso un piccolo canale derivato dal Cerchio [Serchio]. Stanno costruendo un palazzo pubblico del valore di centotrentamila scudi che è ormai ben innanzi. Asseriscono d’aver soggette ventiseimila anime, senza la città, e hanno alcuni castelli, ma nessuna città nella loro giurisdizione. Qua, nobili e uomini d’arme sono tutti mercanti: i Buonvisi [famiglia di mercanti lucchesi] ne sono i più ricchi. Gli stranieri non possono entrare che da una porta dove si tiene un nutrito corpo di guardia.

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