Sri Nisargadatta Mahārāj ~ «Sono quello che sono»

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

 

vedas

 

12 ottobre 1970

 

Interrogante: Vi osservo: mi sembrate un uomo di pochi mezzi, costretto a fronteggiare i problemi della povertà e della vecchiaia, come chiunque.

Mahārāj: Se fossi molto ricco, che cosa cambierebbe? Sono quello che sono. Chi altri potrei essere? Non sono né ricco né povero, sono me stesso.

I.: Tuttavia siete sensibile al piacere e al dolore.

M.: Li avverto nella coscienza, ma io non sono né la coscienza né il suo contenuto.

 

I.: Dite che nel profondo dell’essere siamo eguali. Come si spiega che la vostra esperienza sia tanto diversa da quella comune?

M.: La mia esperienza non è diversa nei fatti, ma nel modo di valutarli, e nell’atteggiamento. Vedo lo stesso mondo che vedi tu, ma non allo stesso modo. Non c’è niente di misterioso in ciò. Ognuno vede il mondo attraverso l’idea che ha di se stesso. A seconda di come pensi di essere, così pensi che sia il mondo. Se ti immagini separato, perciò non c’è niente che desideri o tema.

I.: Siete un punto luminoso nel mondo. Non tutti lo sono.

M.: Non c’è differenza tra me e gli altri, eccetto che nel mio conoscermi come sono. Io sono tutto e lo so con certezza, tu no.

I.: Dunque è vero che siamo diversi.

M.: No. La differenza è solo nella mia mente, ed è temporanea. Io ero come te, tu sarai come me.

I.: Dio ha fatto il mondo straordinariamente disuguale.

M.: La disuguaglianza è solo in te. Vediti come sei, e vedrai il mondo com’è: un blocco compatto di realtà, indivisibile, indescrivibile. Il tuo potere creativo proietta su di esso un’immagine, e tutte le domande riguardano quell’immagine.

I.: Uno yoghi tibetano ha scritto che Dio crea il mondo con un fine, e lo governa secondo un piano. Il fine è buono; il piano, sapiente.

M.: Tutto questo è nel tempo, io bado all’eterno. Dei e universi vanno e vengono, incarnazioni si susseguono senza fine, ma in ultimo ritorniamo alla fonte. Parlo della fonte senzatempo di tutti gli dei, con i loro universi, passati, presenti e futuri.

I.: Voi li conoscete, li ricordate?

M.: Quando i ragazzini montano per gioco uno spettacolo, che c’è da vedere o ricordare?

I.: Perché metà dell’umanità è maschile e metà femminile?

M.: Per la felicità degli uni e delle altre. L’impersonale (avyakta) diventa il personale (vyakta), per la gioia reciproca. Grazie al maestro posso contemplare con occhio imparziale sia l’impersonale che il personale. Per me sono tutt’uno. Nella vita il personale s’immerge nell’impersonale.

I.: Come si verifica?

M.: Non sono che i due aspetti di un’unica realtà. È improprio parlare di una precedenza dell’uno sull’altro. Sono interpretazioni dello stato di veglia.

I.: Che cosa produce lo stato di veglia?

M.: Alla radice di ogni processo creativo c’è il desiderio. Il desiderio e l’immaginazione si istigano e rafforzano l’un l’altro. Il quarto stato (turiya) è pura, testimoniante, distaccata consapevolezza, imperturbata e silenziosa. È come lo spazio, non influenzato da ciò che contiene. Le afflizioni del corpo e della mente non lo raggiungono: sono esterne, lì, mentre il testimone è sempre «qui».

I.: Che cosa è reale, il soggettivo o l’oggettivo? Io direi che l’universo oggettivo è quello reale, mentre la psiche è mutevole e transitoria. Voi, invece, rivendicate la realtà del mondo interiore, e la negate a quello esterno.

M.: Sia il soggettivo sia l’oggettivo sono mutevoli, Niente che li riguardi è reale. Trova il permanente nel fluttuante, l’unico fattore stabile in ogni esperienza.

I.: Qual’è?

M.: Posso dargli molti nomi, indicarlo in molte maniere, ma non gioverà finché non lo vedrai da te. Un miope non scorgerà il passero sul ramo, per quanto tu lo inciti a guardare; nel caso migliore, vedrà il tuo dito. Purifica anzitutto la tua visione, impara a vedere invece di fissare, e distinguerai il passero. Ma devi anche voler vedere. Per conoscerti, ti occorrono chiarezza e serietà, e una maturità del cuore e della mente che ottieni solo mettendo in pratica ogni giorno ciò che hai capito, per poco che sia. Nello yoga non c’è compromesso.
Se vuoi peccare, pecca con tutto il cuore e apertamente. Anche i peccati hanno da insegnare al peccatore serio; come le virtù, al santo serio. È la loro mescolanza che è disastrosa. Niente ti blocca più del compromesso, perché mostra una mancanza di serietà senza la quale non puoi far nulla.

I.: Approvo l’austerità, ma in pratica sono tutto per il godimento. L’abitudine a inseguire il piacere e a scansare il dolore è così radicata in me che tutte le mie buone intenzioni non mettono radici nella vita quotidiana. Dirmi che non sono onesto, non mi aiuta, perché non ho la minima idea di come si faccia a diventarlo.

M.: Non sei né onesto né disonesto: dare nomi a degli atteggiamenti serve solo a esprimere che li approvi o li condanni. Il problema non sei tu, ma la mente. Comincia col dissociartene. Ripeti a te stesso con fermezza che non sei la mente, e che i suoi problemi non sono tuoi.

I.: Anche se lo ripeto all’infinito, la mente non smette di funzionare e i suoi problemi restano tali e quali. Ora però non ditemi che non sono serio, e che dovrei esserlo un tantino di più. Lo so, lo riconosco, e mi limito a chiedervi: com’è successo?

M.: Almeno, lo domandi! Come inizio, è già un buon segno. Continua a riflettere, a stupirti, a voler trovare una via. Sii cosciente di te, concedi alla mente il massimo di attenzione. Senza che te ne avveda, la tua psiche subirà un cambiamento, penserai in modo più chiaro, sentirai con maggior carità e agirai in modo impeccabile. Non occorre che tu aspiri a tutto ciò, semplicemente assisterai al mutamento dentro di te. Infatti, ciò che sei è il risultato della disattenzione, e quello che diverrai sarà il frutto dell’attenzione.

I.: Come può la sola attenzione apportare il cambiamento?

M.: Finora la tua vita è stata oscura e agitata: hanno prevalso il tamas e il rajas. L’attenzione, la vigilanza, la consapevolezza, la chiarezza, la vivacità, il vigore, sono tutte espressioni dell’integrità, dell’adeguamento intrinseco alla tua vera natura (sattva). L’intervento del sattva serve a riconciliare tra loro e a neutralizzare il tamas e il rajas; e a ricostruire la personalità, concordemente alla natura del sé. Il sattva è il fedele servitore del sé, sempre all’erta e obbediente.

I.: E ci arriverò attraverso la sola attenzione?

M.: Non sottovalutarla. Per conoscere, agire, scoprire e creare, devi metterci tutto il cuore, ossia attenzione. Tutte le benedizioni ne fluiranno.

I.: Mi suggerite di concentrarmi sull’«io sono». Anche questa è una forma di attenzione?

M.: Altroché! Da’ la tua attenzione indivisa a ciò che è più importante nella tua vita, e che è il centro del tuo universo personale: te stesso.

I.: Per conoscermi, dovrei allontanarmi da me. Ma ciò che è lontano da me, non può essere me stesso. Perciò sembra che non possa conoscere me, ma solo ciò che scambio per me stesso.

M.: È vero. Come non puoi vedere la tua faccia ma solo il suo riflesso nello specchio, così puoi solo contemplare la tua immagine riflessa nel limpido specchio della pura consapevolezza.

I.: Come ottengo che lo specchio sia limpido?

M.: Ovviamente, rimuovendo le macchie. Come le vedi, le elimini. L’antico insegnamento è valido in pieno.

I.: Che significa vedere e rimuovere?

M.: Lo specchio terso è di tale natura che non puoi vederlo. Qualsiasi cosa tu veda, non può che essere una macchia. Distoglitene, rinuncia ad essa, apprendila come non desiderata.

I.: Tutte le percezioni sono macchie?

M.: Macchie, sì.

I.: Il mondo intero è una macchia?

M.: Lo è.

I.: Che orrore! Dunque l’universo non ha valore?

M.: Un valore immenso. Se lo scavalchi, realizzi te stesso.

I.: Ma come si è formato in principio?

M.: Lo saprai quando finirà.

I.: Quando finirà?

M.: Ora.

I.: E perché non finisce?

M.: Perché non glielo consenti.

I.: Voglio che finisca.

M.: Non è vero. Tutta la tua vita è legata ad esso. Passato e futuro, desideri e paure, sono radicati nel mondo. Senza il mondo, dove sei, chi sei?

I.: È proprio quello che sono arrivato a scoprire.

M.: Te lo sto dicendo: trova un punto d’appoggio al di fuori, e tutto sarà limpido e facile.

 

 

Grazia Marchianò, Introduzione a Nisargadatta Mahārāj

 

Nisargadatta Mahārāj, al secolo Maruti Kampli, appartiene a una linea di trasmissione marathi del Vedānta monistico, che si fa risalire al Mahātma Dattātreya. Tra i veggenti di epoca vedica, Dattā avrebbe istituito il primo linguaggio spirituale (paramparā), che nel Mahārāşţra è noto come Navnath sampradaya, la «scuola dei nove», cui fu affiliato il maestro di Mahārāj e, alla sua morte, lui stesso.
A Dattātreya sono attribuiti l’omonima innodia Dattā o Dakşiņāmūrti Samhitā, di cui una versione ridotta è nel Tripurā Rahasya», e l’Avadhūt Gitā, il «Canto del Rinunciante».
Una tardiva upanişad si potrebbe definire Io sono Quello, e quasi un’ininterrotta continuazione della parola di Ramaņa Maharshi, cui Nisargadatta da più segni appare affratellato.
Entrambi di origine umile e campagnola, illetterati e padroni di una sola lingua: il tamili per Ramaņa, e il marathi per Nisargadatta. Entrambi «scoperti» da due europei: Paul Brunton, che divulgò il pensiero di Ramaņa, e Maurice Frydman che, a Bombay, negli ultimi anni di vita segnata da numerose conversioni – da ebreo polacco a monaco cristiano a swami indù – divenne discepolo e interprete di Nisargadatta, promuovendo la prima edizione in inglese di Io sono Quello.
A differenza di Nisargadatta, Ramaņa non ebbe maestri, non lavorò, non si sposò. Ragazzino, dopo una tremenda alterazione della coscienza fino alle soglie della morte, abbandonò il villaggio natale e un richiamo incoercibile lo trasse a un colle, nei pressi di Tiruvaņņamālai, celebrato in inni bellissimi, Arunācala, dove visse in solitaria meditazione e in seguito sorse l’āśram che prese il suo nome.
Maruti invece crebbe in città, e a Khetwadi, nella suburra di Bombay, (…) avviò giovanissimo insieme al fratello, un piccolo commercio di tabacchi, dando via via il benvenuto a molti figli. Quando aveva da poco superato i trent’anni, un avventore, certo Yaswantrao Baagkar, lo conduce da Śrī Siddharameshwar Mahārāj del Navnath sampradaya, e Maruti sotto la sua guida intraprende una disciplina presto costellata di esperienze mistiche. L”esplosione’ interiore avviene dopo quattro anni, poco prima della morte del maestro, di cui Maruti assumerà il cognome. Dopo un periodo di solitario vagabondaggio, il ritorno a Bombay, l’abbandono definitivo del commercio, e l’inizio dell’ultima fase, durante la quale lo conobbe Frydman.
Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Ramaņa, ed ora, anche la vecchia bocca di Mahārāj, a 85 anni, in un corpo assalito dallo stesso male del Maharshi, si avvia al silenzio [Nisargadatta Mahārāj morirà l’8 settembre 1981].
Forse il modo meno impervio di accostare Io sono Quello è ripercorrere lo stesso tragitto del giovane Maruti alle prese con la sua realizzazione accanto al maestro.
Intontito dalle pratiche yoga che da qualche tempo gli procurano estasi sporadiche, visioni e abbagli subitanei, Maruti un giorno si reca da Mahārāj, gli si accoccola ai piedi, e attende. Non sa che quella volta sarà l’ultima, non solo perché il maestro di lì a poco cesserà di vivere, ma anche perché ciò che sta per dirgli è la massima condensazione del Advaita Vedānta, e insieme la via diretta all’esperienza metafisica: «Tu sei il Supremo … agisci in conformità». E aggiunge: «Credilo con fermezza, non dubitarne mai, ricordalo senza intermissione». A Maruti non restò che obbedire. «Continuai la mia solita vita, ma ogni momento libero lo passavo a ricordare il maestro e le sue parole. Poiché non le ho dimenticate, mi sono realizzato». Così dice oggi Nisargadatta, a chi lo interroga sulla sua iniziazione. E scende nella stanza, mentr’egli parla con sconcertante umiltà del «grande passo», un silenzio profondo, come quando in un crocchio all’improvviso si scatena un epilettico e gli astanti, raggelati, si fanno muti. Quando il vecchio dichiara «Sono il Supremo», è fatale che qualcuno, tra gli astanti, lo sogguardi con un’ombra di malcelata ironia, e il vecchio, sollecito, gli si volge sorridendo: «Lo so, è difficile crederlo. Ma se ti dico: metti a fuoco l'”io sono“, non puoi esimerti. L'”io sono” è la tua prima percezione al risveglio. Domàndati da dove viene o osservalo quieto. Immancabilmente scoprirai tutto ciò che non sei: il corpo, i sentimenti, i pensieri, le idee, le proprietà esterne e interne. Sono tutte auto-identificazioni infedeli. Per causa oro, ti prendi per ciò che non sei».
«Ma io, chi sono?».
Per spiegare l’inspiegabile finge Mahārāj di narrare una fiaba: «Nell’immensità della coscienza appare una luce, un puntolino veloce che traccia forme, assembra pensieri e sentimenti, idee e concetti, come la penna sul foglio. Tu sei quel puntolino, e muovendoti ricrei ogni vota il mondo. Ti arresti, e il mondo scompare. Va’ dentro, e vedrai che quel punto luminoso è l'”io sono”, come il riflesso nel corpo dell’immensità della luce. Solo la luce è, tutto il resto appare».
«Durante la veglia, la coscienza si sposta di continuo da una sensazione all’altra, di percezione in percezione, da un’idea all’altra, senza fine. La consapevolezza è dell’interezza e della totalità della mente penetrate direttamente. La mente è come un fiume che scorre nel letto del corpo, per un momento t’identifichi con un’onda e la chiami “il mio pensiero”. Tutti i tuoi oggetti di coscienza fanno la mente; la consapevolezza è lo stato in cui la coscienza è colta nella sua interezza».
L’interrogante vive, mentre ascolta, una strana esperienza: le parole sono semplici – non c’è quasi ridondanza nel fraseggiare di Mahārāj. Scarse le consuete metafore vedantine, mute le belle storie della letteratura ascetica. Campito nella nudità del sistema, il solo apologo di Janaka, alle prese col suo sogno di mendicante:

«Quando si svegliò disse al suo maestro, Vāsishtha: “Sono io un re che sogna di essere mendicante o un mendicante che sogna di essere re?”. E il maestro: “Né l’uno né ‘altro, sia l’uno che l’altro. Voi siete e insieme non siete ciò che pensate di essere! Lo siete perché agite in conformità. Non lo siete perché non dura. Potete essere un re o un mendicante per sempre? Tutto muta. Ma voi siete ciò che non muta. Che cosa siete?”. Disse Janaka: “Sì, non sono né un re né un mendicante, sono il testimone spassionato”».

L’ascolto ininterrotto e quieto scava tra il senso delle parole e il loro riverbero nella coscienza, un varco impercettibile, una cesura sottolineata appena, come le linee di biancore sotto gli occhi dei santi imbambolati in certe icone bizantine, scatenano la contemplazione del vuoto nella forma. Così s’innescano nell’ascolto, la ribellione della mente ghermita dal silenzio nella parola, e il tumulto del cuore, perché tra la parola e il silenzio c’è di mezzo la tempesta della vita, l’abiezione della malinconia, l’impotenza di raggiungere la quiete costante. E l’innocua triade: mente, coscienza, consapevolezza; il positivo memento: «Sono»; il saggio consiglio: «Se vuoi vivere una vita felice, cerca ciò che sei», si convertono, al mero ascoltare, in puntate saette che trapassano il comune buon senso. L’«io sono» assume le sembianze di un drago apocalittico che ingoia il tempo risputando la persona a pezzetti; il cosmico metronomo: mondo fisico, mentale, supremo, in andata e ritorno, con forma e senza-forma, diviene il sordo rimbombo dei colpi di martello in un’officina metallica dove un mitico Fabbro, adirato e ossesso, grida Sono Quello!
Smarrito, sconvolto, lacerate le sue credenze più salde, «Sono nato e morirò», l’interrogante ricorre all’estremo tentativo di contestare una parola che l’ha morso e lo attanaglia alla gola: «Perché parlate?».
Mahārāj, a quel punto, convoca il Buddha – ed è una delle rarissime volte in cui cita qualcuno a parte il maestro. Chiama in causa l’Illuminato per spiegare: l’annuncio è la grande arma. Propagare che possiamo raggiungere, che siamo già pronti per il salto oltre il nome e la forma, la nascita e la morte, il pensiero di essere e l’assillo del non-essere, rende automaticamente immortali; ed è l’unica esperienza d’immortalità consentita nella condizione umana.
Ora l’interrogante è placato. Ha vissuto nell’ascolto il supplizio anticipato del bardo, la vicenda del’anima catapultata nello stato intermedio dopo la morte. Quanto tempo è trascorso? Attimi, minuti, ore? «Com’ero stamattina prima di ascoltare? E ciò che ho appreso finirà nel mucchio tra le altre nozioni, o lo dimenticherò? E che cosa ricordare prima: “Sono”, “Non sono la persona“, “Sono Quello”?».
Al valico della domanda «Chi sono?», si affaccia Quello.
L’universo (paramākāśa) è la sua sterminata espansione oltre l’essere e il non-essere; l’interno testimone (avyakta) è la sua infinitesima concentrazione oltre il corpo e l’io-persona; il quarto stato (turīya) è la sua indenne dimora, oltre la veglia, il sogno e il sonno profondo. Come sostanza realissima è essere (sat); come consapevolezza autofondata è coscienza (cit); come gioia della completezza è beatitudine (ānanda). Il vero maestro (sadguru) è la scoperta dell’«Io sono Lui», mentre il molteplice, fuori e dentro di me, è solo apparenza. L’unica efficace disciplina (sādhanā) è l’imperterrita contemplazione di Lui; qualsiasi altro sforzo gioverà solo per raggiungere lo sfinimento oltre il quale è il non-fare, il non-attendere i frutti dell’azione, il non desiderare quello che già si ha essendo Lui, il non-dipendere dagli schiavi del tempo: il piacere come attesa e il dolore come ricordo.
Alla domanda quando s’intona un mantra, che cosa realmente accade, Mahārāj risponde: «Il suono crea la forma per accogliere il Sé».
Avvezzo come ogni indù a convertire le più vertiginose astrazioni in materia palpitante e concreta, ai suoi occhi il Sé è letteralmente più vicino del respiro, è il battito stesso del cuore – ātman su, ātman giù – ma sempre e solo qui-ora.
Cos’è questo arcano che lampeggia nei Veda, riemerge nel Vedānta, ritma gli inni, i dialoghi, i canti, gli introiti alla sapienza?
Il punto al centro del mandala, la ‘cella’ ombelicale nel tempio, il battito del piede segna-tempo, il ritmo ininterrotto del tamburo, la pupilla saettante e il dito puntato sul cuore della danzatrice irrigidita, tutti questi mezzi efficaci dell’arte rituale accennano all’Arcano Maggiore, mortificato dal nome che riceve in traduzione – trascritto minuscolo o maiuscolo: sé, Sé, o nei linguaggi buddhisti: non-sé (anātman).
Da quali sconfinati abissi della memoria emerge nella sapienza indiana l’Arcano del Sé?
In un libro di grande valore, ingiustamente ignorato, Maryla Falk tentò lo scandaglio del mito psicologico nell’India antica, e quasi ne fu sopraffatta. Stasi dell’estasi osò definire la Falk il vertiginoso indiamento che largisce al meditante l’esperienza del Sé. Un’esperienza in cui «domina la coscienza dell’infinità, … della cosmicità, e allo stesso tempo la coscienza dell’io, ma con un carattere di vastità smisurata che non conosce i limiti della coscienza quotidiana dell'”io”».
Ed è lì, nello scrimolo che distingue nella veglia la prima dalla terza persona, e nel sogno, l’identità del sognatore rispetto al sognato, e nel sonno profondo, invece, li rimescola nella placenta dell’oblio, su quel lembo sottile di coscienza calcata dall’orma della persona, è il confine insidioso tra follia e sapienza, il discrimine che sconcerta i «sani» e trascina il folle nei suoi intontimenti orgiastici, nei cupi deliri, nelle malinconie di pietra. La fredda, pallida conversione dell’oniromante nel moderno analista è l’unico tentativo di ripristinare l’antica sequenza: l’io incatenato, il Sé rispecchiante, l’analista-specchio.
L’ultimo Jung, sfiorando il pensiero di Ramaņa Maharshi, fu conquistato da questa quarta dimensione dell’indiamento, pur riscontrandovi una sorta d’impareggiabile contraddizione: «… L’India è pre-psicologica. Quando cioè parla del “Sé”, pone un “Sé”. La psicologia non fa così. Non che neghi l’esistenza del conflitto drammatico, ma si riserva la povertà, o la ricchezza, d’ignorare il Sé. Ben conosciamo una peculiare e paradossale fenomenologia del Sé; ma siamo consci del fatto che percepiamo, con mezzi limitati, qualcosa di sconosciuto e lo esprimiamo in termini di strutture psichiche, di cui ignoriamo se siano o no conformi alla natura di ciò che dev’essere conosciuto».
Jung non ha incontrato Mahārāj. Se si fossero parlati, è quasi certo che il vecchio gli avrebbe chiesto: «Chi formula la domanda? E chi c’è dietro la persona che la formula?».

«In realtà non ci sono persone, ma fasci di memorie e abitudini …».
«Il Supremo è un unico blocco compatto di realtà».
«La condizione indisturbata dell’essere è la beatitudine. La condizione disturbata è ciò che appare come mondo. Nella non-dualità c’è la beatitudine; nella dualità, l’esperienza …».
«La realtà è oltre la descrizione».
«… Il mio silenzio canta, la mia pienezza è colma, non mi manca niente. Non puoi conoscere la mia terra finché non ci sei dentro».
 
E in quel dire il vecchio aduna una forza di gigante, come se dal piccolo corpo accartocciato e corroso dagli anni, si levasse una lingua di fiamma o un brivido di energia che gli elettrizza lo sguardo.
«Non avete paura di morire?».
«Ti racconterò com’è morto il mio maestro. Dopo aver annunciato che la sua fine era prossima, smise di mangiare, senza modificare il ritmo della vita quotidiana. All’undicesimo giorno, nell’ora della preghiera, stava cantando e batteva vigorosamente le mani, all’improvviso morì, tra un battere e un levare, come una candela subito spenta».

 

 

1765101011
 

Il dialogo n 31 è tratto da
Nisargadatta Mahārāj, Io sono quello ; I dialoghi di un «sapiente di villaggio» Volume primo ; curato e tradotto da Grazia Marchianò ; Milano : Rizzoli, 1981 ; Collezione · Pâramita · Tit. orig.: I am that, [pp. 102-106].
Dal medesimo volume è ripresa parte della Introduzione [pp. 10-15], già apparsa con piccole varianti in «Conoscenza religiosa», n. 1, gennaio-marzo 1981, La Nuova Italia, Firenze, con il titolo Introduzione a Nisargadatta Mahārāj.
 
I testi invece cui fa riferimento Grazia Marchianò in edizione italiana sono:
Mahātma Dattatreya, Avadhūt Gītā ; Milano : Archè, 1980;
Sri Tripura Rahasya : Jnana Khanda ; a cura di Ramana ; Vicenza : Il Punto d’Incontro, 2001;
Maryla Falk, Il mito psicologico nell’India antica ; Milano : Adelphi, (1986).
Carl Gustav Jung, Psicologia e religione, in Opere, vol. 11, Torino, Boringhieri 1979

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