Benedikt Livšic ~ «Quando Marinetti venne in Russia» (1)

 

Nikolaj Kul'bin, Ritratto di F. T. Marinetti, 1914, Stampa su linoleum

Nikolaj Kul’bin, Ritratto di F. T. Marinetti, 1914, Stampa su linoleum

 

Noi e l’Occidente

 

1. Alla fine dell’anno Kul’bin[1], che manteneva una corrispondenza regolare con l’estero, mi informò che Marinetti sarebbe venuto in Russia. Avrebbe visitato Mosca, poi San Pietroburgo, come già convenuto tra lui e Tastevin che, come delegato della società parigina “Les grandes conférences”, organizzava le sue conferenze nelle due capitali.
 
A Mosca in quel momento non c’era nessun futurista: David Burljuk[2], Kamenskij [3] e Majakovskij erano in tournée nel Sud. Era quella famosa tournée cui prese parte Severjanin e che finì con il suo litigio con Majakovskij.
 
Circa tre giorni prima dell’arrivo di Marinetti, uscì su uno dei giornali di Mosca un’intervista di Larionov[4]: il capo del raggismo dichiarava che si doveva coprire di uova marce il capo del futurismo perché aveva tradito i principi da lui stesso proclamati.

 

 

Le difese dell’ospite furono prese da Malevič che si era affrettato a dissociarsi dai disegni bellicosi di Larionov e Šeršenevič[5], che aveva afferrato l’occasione di un disgraziato trafiletto di un reporter per riversare un torrente di lettere sulla redazione.
 
Šeršenevič, nel ruolo di unico rappresentante del futurismo russo, ricevette Marinetti alla stazione, perché né Tastevin, né Aleksej Tolstoj[6], a cui ricorrevano gli organizzatori di tutte le solennità nei momenti tragici, potevano passare per budetljani[7].
 
Tutto questo, noi di Pietroburgo, lo venimmo a sapere dai giornali di Mosca, che non perdevano l’occasione per fare l’abituale pubblicità sull’arrivo di Marinetti. Novità[8], il giornale di Suvorin, gli dedicò un’attenzione speciale; conteneva ogni giorno un’intervista, ritratti, articoli, rendiconti dettagliate delle conferenze. Tuttavia, pur andando in estasi per il temperamento e i doni di oratore di Marinetti, pur esaltandone lo spirito pratico e il talento polemico e rendendo omaggio alla sua declamazione da virtuoso, tutti i giornali senza eccezione distinguevano le qualità personali del capo del futurismo dalle teorie che predicava. Analizzando dettagliatamente il contenuto delle sue conferenze, i giornali preferivano lasciare senza commenti gli appelli di Marinetti alla distruzione dei musei e delle biblioteche, le sue vociferazioni scioviniste, la sua misoginia ed altri spauracchi.
 
Quando un anno prima il folle Balašev aveva tagliuzzato una tela di Repin alla Galleria Tretjakov, questi stessi giornalisti non si erano trattenuti dal prender di mira Burljuk, notando in modo inequivocabile che i veri colpevoli di quell’atto di vandalismo, gli ispiratori autentici, erano gli araldi dell’arte “di sinistra”.
 
Ma, forse perché si trattava di proprietà altrui o perché era difficile prendere per moneta sonante i feroci slogans di Marinetti, forse perché alla fine si doveva mantenere una certa decenza nei riguardi dell’ospite, al quale, se fosse stato nostro compatriota, avrebbero già da tempo messo la camicia di forza, ora nessuno pensava di prendere la difesa di Michelangelo, anche il suo “Mosé” era già minacciato dalla pinza di ferro di Umberto Boccioni.
 
Al contrario: a noi futuristi si portava come esempio il caro piccolo Marinetti che non si imbrattava la faccia, non si vestiva con una blusa a righe e non faceva confusione.
 
Purtroppo era proprio così. I tempi eroici del futurismo italiano erano caduti in un passato senza ritorno. Le “sanguinose” battaglie con i passatisti a Milano e a Roma, alle quali Marinetti amava riferirsi a ogni passo, erano già diventate epopea. Nella speranza di restituire il perduto splendore alle armature da guerra che si erano così presto coperte di ruggine, egli era pronto a recarsi
 

In Russia, dai barbari, con terrore e lacrime,
Là giunto, trovò favori senza fine…
[9]

 

Lui, che odiava il chiaro di luna, il misogino, il distruttore di musei, l’irriconoscibile nemico del filisteismo, veniva coperto di fiori, di biglietti femminili, violentemente profumati, veniva condotto nelle gallerie di quadri, era festeggiato ai banchetti… L’unica possibilità di scandalo (al Circolo delle lettere e delle arti, dove arrivò dopo la sua conferenza al Conservatorio e dove si trovava per caso Larionov) fu evitata quasi subito per l’intervento di qualche pacifista che si affrettò ad allontanare da ogni conversazione impegnata tutto ciò che potesse celare un pericolo di conflitto.
 
E così, a Mosca, Marinetti non vide nessuno dei futuristi russi. Fu un vero e proprio nascondino che persino i giornalisti non poterono far passare sotto silenzio, notando che l’ospite italiano si era trovato in compagnia di persone che non avevano niente in comune con il futurismo. Qualcuno disse anche con cattiveria che si era ripetuta per Marinetti la storia di quell’indù venuto a Mosca a predicare, con l’aiuto della musica e dei danzatori sacri, una nuova religione, e che si era invece ritrovato da Maxime[10].
 
Circondato da “passatisti”, da giovani snob, e dagli stessi vecchi i quali, secondo la sua propria espressione “si sbagliano anche quando hanno ragione”, Marinetti alla fine si infastidì: nella sua ultima conferenza dichiarò con amarezza che il pubblico non applaudiva le sue idee, ma il suo temperamento. Oltretutto l’assenza dei futuristi russi, ai quali doveva per forza rivolgersi senza poterli vedere, mise il capo del futurismo occidentale nella ridicola situazione di un generale senza armata. Desiderava recarsi a San Pietroburgo dove contava su un’accoglienza diversa: dei successi moscoviti aveva proprio la nausea.

 

Nikolaj Kul'bin, Ritratto del poeta Velemir Chlebnikov, 1913

Nikolaj Kul’bin, Ritratto del poeta Velemir Chlebnikov, 1913


 

2. La vigilia dell’arrivo di Marinetti a San Pietroburgo, Kul’bin organizzò nel suo appartamento una specie di consulto. Voleva ottenere da noi un atteggiamento omogeneo nei riguardi dell’ospite in modo da non ripetere ciò che era successo a Mosca.
 
Il progetto non si rivelò facile anche perché Chlebnikov ed io avevamo assunto una posizione intransigente. Senza esserci accordati, eravamo giunti alla convinzione comune che Marinetti considerasse il suo viaggio in Russia come la visita del capo di un’organizzazione a una delle sue filiali. Dovevamo opporci a ciò in modo risoluto: non solo non ci consideravamo un ramo del futurismo occidentale, ma pensavamo anche di aver superato in molte cose i nostri confratelli italiani.
 
In effetti, leggendo la dozzina di manifesti che Marinetti aveva precedentemente inviato da Milano, non vi avevamo trovato niente di nuovo per noi, in particolare nei tre riguardanti direttamente la letteratura. La maggior parte delle posizioni avanzate dai futuristi italiani rappresentavano per noi o una tappa già superata o una soluzione ibrida ai problemi comuni.
 
Questi problemi, va da sé, non oltrepassavano i limiti della “tecnologia” dell’arte, perché le premesse “filosofiche” del futurismo italiano non avevano per noi altro che un interesse teorico: le cause che avevano provocato la corrente di pensiero indicata nei due paesi con lo stesso vocabolo, erano troppo diverse perché si potesse parlare, senza esagerare, di un qualsiasi programma comune. L’arrivo di Marinetti e le voci che circolavano sull’evento rafforzarono il mio proposito, che datava ormai da lungo tempo, di tenere una grande conferenza pubblica sul tema dei rapporti esistenti tra futurismo russo e futurismo italiano. Nell’attesa, trovavo indispensabile pubblicare anche un solo manifesto in cui i budetljiani si dichiarassero separati dal gruppo di Marinetti.
 
Chlebnikov era dello stesso parere. Tutti gli altri (Nikolaj Burljuk, Matjušin, Lur’e) erano d’accordo con Kul’bin che tentava di dimostrare, con la bava alla bocca, l’inopportunità di una simile dichiarazione, nella quale “il nostro caro ospite” avrebbe senz’altro visto un’offesa. Kul’bin giocava anche sul patriottismo locale dei presenti: insisteva sul fatto che erano di Pietroburgo e non di Mosca e sul fatto che era necessario per noi correggere gli errori dei nostri compagni moscoviti e dimostrarci veri europei.
 
Restammo due asiatici: Chlebnikov ed io.
 
Il giorno dopo Chlebnikov venne da me all’alba ed in un quarto d’ora componemmo un appello che fu portato subito in tipografia per poterlo divulgare in serata durante la conferenza di Marinetti.
 
La sala della Borsa di Kalšnikov era già piena e Chlebnikov, col quale avevamo stabilito di ritrovarci circa una mezz’ora prima dell’inizio della conferenza, non appariva ancora. Kul’bin, Dio sa come, sapeva del nostro manifesto e come me non toglieva gli occhi dalla porta.
 
Proprio all’ultimo momento quando Marinetti era già salito sul palco, Chlebnikov irruppe in sala, pallido e ansante, stringendosi al petto una bracciata di volantini.
 
Me ne mise in mano la metà e cominciò a percorrere rapidamente le file distribuendo i suoi a destra e a sinistra. In tipografia aveva già apportato qualche modifica al testo, addolcendo certe espressioni che gli erano sembrate troppo taglienti. Stampata su carta da ufficio blu a quadretti, la nostra dichiarazione diceva:
 
Oggi, certi indigeni e la colonia italiana sulla Neva cadono, per ragioni personali, ai piedi di Marinetti, tradendo il primo passo dell’arte russa sul cammino della libertà e dell’onore, e piegando il nobile collo dell’Asia sotto il giogo dell’Europa.
Coloro che non vogliono una catena al collo, saranno, come durante i vergognosi giorni di Verhaeren e di Max Linder, i placidi contemplatori di una oscura impresa.
Gli uomini liberi rimangono da parte. Essi conoscono le leggi dell’ospitalità, ma il loro arco è teso e la loro fronte corrucciata. Straniero, ricordati del paese da cui sei venuto!
Trine di servilismo su pecore ospitali.[11]

V. Chlebnikov B. Livšic
 
Avevo avuto appena il tempo di distribuire una diecina di esemplari che Kul’bin mi fu addosso. Con un’agilità incredibile per un uomo di una certa età, mi strappò dalle mani tutto il pacco e, stracciando rabbiosamente il suo bottino, si lanciò all’inseguimento di Chlebnikov che era già arrivato alle ultime file. Per la prima volta in vita mia vidi Kul’bin furioso: era fuori di sé e, solo con lo sguardo, sembrava capace di ridurre in cenere sia Chlebnikov che me. Cosa successe poi tra i due, all’altro capo della sala lo ignoro, ma quando Nikolaj Ivanovič ritornò sul palco, sembrava un uomo saltato giù da un treno in corsa. Non ebbi il tempo di spiegarmi con lui perché Marinetti aveva già cominciato la conferenza.
 
Marinetti cominciò in tono minore, lamentandosi della situazione dell’Italia contemporanea, schiacciata dal suo grande passato prostituito su tutte le piazze pubbliche in cui affluivano da ogni luogo folle immense di curiosi.
 
– Il turismo, ecco la piaga che corrode il corpo della mia patria! Esclamava con amarezza – L’incessante invasione di stranieri non solo trasforma un paese vivo in un cimitero del passato, ma, rinfocolando continuamente l’interesse per i monumenti della sua antichità, i musei, le gallerie di quadri ed altri magazzini, sbarra a noi, giovani e forti, le strade del progresso ulteriore, ci condanna ad essere prigionieri di ieri. Il fantasma di Michelangelo insegue come un incubo il mio amico Boccioni privandolo della possibilità di lavorare e di creare grandi opere. È lo stesso per le altre arti: pittura, musica, poesia… Tuttavia il vero volto dell’Italia non è Firenze, né Roma, né Venezia, ma sono i centri industriali: Milano, Genova, Torino. Qui si può già osservare la nascita di ritmi nuovi, risvegliati dalla complessità della vita urbana e dalla tecnica industriale che aumenta ogni giorno. Abbiamo conosciuto una nuova bellezza, la bellezza della velocità: essa ci è data dalla corsa dell’automobile, dal volo dell’aeroplano; noi dobbiamo incarnarla nell’arte! Il dinamismo è il principio fondamentale dell’epoca contemporanea!
 
Tutto questo era già noto da tempo, non era che la parafrasi dei manifesti pubblicati diversi anni prima. Anche quelli che avevano appena sentito parlare di futurismo non potevano trovare nella conferenza di Marinetti nessuna rivelazione utile. Tuttavia, la sala gremita seguiva, senza potersene staccare, la piccola figura che si muoveva e gesticolava con animazione sulla tribuna.
 
Gesticolazione non è proprio la parola adatta per la velocità folgorante di quei movimenti che si susseguivano l’un l’altro come in un film accelerato artificialmente da un operatore ubriaco. Come se dimostrasse col suo stesso esempio la possibilità di una nuova dinamica, Marinetti si sdoppiava, buttava braccia e gambe da tutte le parti, picchiava col pugno sul leggio, scuoteva la testa, faceva scintillare il blu degli occhi, mostrava i denti, inghiottiva un bicchier d’acqua dopo l’altro, tutto senza fermarsi un attimo per riprendere fiato. Il sudore colava rivoli sul suo viso olivastro, i baffi bellicosi alla Wilhelm non si alzavano più verso l’alto, il colletto si era ammosciato e aveva perso ogni forma, ma lui continuava a rovesciare sull’uditorio un fuoco di fila di frasi risonanti in cui l’armonioso periodo romano era frazionato ad ogni istante da esplosioni onomatopeiche.
 
Paragonavo quella danza da sciamano, quell’esplosione senza ritegno dei movimenti del corpo, quel fuoco d’artificio verbale e assordante, con il gesto sobrio delle vecchie mani bluastre in cui Verhaeren sapeva trasferire la passione contenuta di una profonda emozione e l’intensa potenza di un maestoso pensiero goethiano. E mentre le psicopatiche pietroburghesi, divorando con gli occhi i tratti indiscutibilmente regolari dell’italiano, componevano lettere d’amore, in cui le Eumenidi vedevano probabilmente un degno castigo per il misogino, e i cronisti scrivevano sui loro blocchetti riflessioni originali sul temperamento del meridionale, io pensavo a tutt’altro, al sentimento della πολις così estraneo a noi russi, che si esprimeva invece così bene nel costrutto spirituale di Marinetti. Sulla tribuna, il milanese, che credeva veramente che la sua città natale fosse il centro dell’universo, si dimenava come un diavolo. Nessuno aveva il diritto di essere indifferente al destino di Milano, perché era il destino dell’umanità stessa. solo la fede fanatica nella missione mondiale della πολις identificata con la patria, permetteva al capo del futurismo italiano, calzando i coturni e indossando la maschera della tragedia, di imporre i suoi problemi domestici a due continenti e di non mostrarsi per questo troppo ridicolo.
 
– La guerra è l’unica igiene del mondo! – Marinetti si spolmonava con tutte le sue forze. – Viva il militarismo e il patriottismo! Abbasso l’influenza negativa della donna: abbiamo bisogno di eroi e non di trovatori sentimentali e di canzoni da chiar di luna…!
 
Come somigliava poco alle nostre dichiarazioni il programma politico che Marinetti proponeva agli ascoltatori.
 
È vero che preferiva non mettere i puntini sulle i; non diceva una sola parola su ciò che costituiva il vero fondamento dei suoi slogans, ma ciò non si sarebbe potuto fare senza togliere alla realtà il suo ultimo velo romantico. Le vociferazioni frenetiche di Marinetti non erano altro che l’ardente aspirazione, la folle avidità delle classi possidenti di un paese semiagricolo che volevano avere ad ogni costo la loro industria, i loro mercati esteri, e una politica coloniale indipendente. La guerra della Tripolitania esaltata da Marinetti e il rigetto della natura (“morte al chiaro di luna: esaltiamo i tropici, inondati di lune elettriche!”), tutto ciò non era che un aspetto tra i tanti di una manifestazione di forza che spingeva l’Italia su questo binario.
 
Nonostante le sue affermazioni, il futurismo di Marinetti non era la religione dell’avvenire, ma l’idealizzazione romantica dell’epoca contemporanea, più esattamente dell’attualità stessa, una dottrina che assommava in sé, come al fuoco di una lente, tutte le aspirazioni di base del giovane imperialismo italiano, un’apologia dell'”oggi”, un “presentismo” della più bella specie…

 

Nikolaj Kul'bin, Ritratto di David Burljuk, 1913

Nikolaj Kul’bin, Ritratto di David Burljuk, 1913


 

3. Uscendo dalla conferenza terminata con ovazioni frenetiche, non pensavo né alla demolizione della sintassi né alla soppressione di molte parti del discorso, né a “parole in libertà”… I bellicosi assalti contro le parole tradizionali potevano sembrare estremisti laggiù in Occidente, ma per noi erano uno stadio già superato… Ero assorbito da altri pensieri: i risvolti politici del futurismo italiano così diversi dalle nostre convinzioni fondamentali, dal nostro spirito anarchico di rivolta… Non erano neppure questi i risvolti che mi interessavano, ma le deduzioni che potevano trarre anche senza volerlo dalla contrapposizione dei due futurismi.
 
Mi imbattevo in una verità innegabile: nonostante la divergenza ideologica molto forte fra noi (non di ideologia di gruppo, che non esisteva, ma individuale) e Marinetti, eravamo d’accordo con gli italiani sul modo di postulare gli stessi problemi tecnico-formali e, in una certa misura, nella stessa pratica creatrice.
 
Il caso si poteva risolvere in tre modi.
 
Primo: si poteva partire dal presupposto che cause diverse producono conseguenze identiche. Questa sarebbe la spiegazione più ovvia, o per meglio dire, addirittura un modo di eludere la questione che occupava i miei pensieri: uno spirito, per poco disciplinato che sia, respinge l’intervento del caso là dove sussista ancora la speranza di trovarvi una legge.
 
In secondo luogo, si poteva infrangere il nesso fra causa ed effetto: ammettere che i fattori determinanti un’ideologia non hanno un ruolo decisivo nel campo dell’estetica… E allora? È che noi non eravamo dei marxisti, piuttosto dei partigiani dell’arte “pura”, nel senso datogli da Flaubert, e affermavamo che l’autonomia della materia è il solo elemento sostanziale di tutta l’arte… Se ci fosse stato bisogno di prove concrete per mostrare l’inconsistenza di questa teoria, la conferenza di Marinetti presentava proprio l’argomento più convincente: nessuno aveva ancora legato così direttamente la “tecnologia” e la “politica” come stava facendo il capo del futurismo italiano.
 
Infine, restava una terza ipotesi: ammettere che conseguenze identiche sono provocate da cause identiche, in altri termini ammettere che anche il budetljanstvo russo non era privo di elementi di nazionalismo, di patriottismo, ecc. ma che, a differenza degli Italiani che professavano apertamente quelle cause, fra di noi esse erano represse in qualche parte del subconscio, in qualche profondità difficilmente raggiungibile.
 
Il budetljanstvo non era una concezione finita del mondo come il marinettismo. Superando come un pregiudizio antidinamico l’opposizione tradizionale tra costruzione e distruzione, esso non desiderava nessun consolidamento delle sue tendenze, rifiutava di convertirle in formule fisse, in postulati assoluti. Il budetljanstvo temeva soprattutto di diventare un canone, una dottrina, un dogma. Voleva definirsi solo in forma negativa e sarebbe stato d’accordo nel riconoscersi come sistema soltanto se si fosse riusciti a dimostrare l’esistenza di un sistema del temperamento. Tutte le tesi del movimento russo, secondo le idee dei suoi fondatori, dovevano essere concepite non come fini immutabili estranei ad esso ma come inizio del movimento, incluso nello stesso futurismo, come principio regolatore della creazione budetljanica.
 
Tuttavia la mancanza tra noi di fondamenti filosofici e sociologici comuni a tutto il gruppo non significava un’indifferenza da parte nostra verso i problemi di questo tipo.
 
Basta ricordare i versi del Piccola russa Milica di tredici anni pubblicati nel Vivaio dietro la richiesta di Chlebnikov:
 

Voglio morire
e in terra russa
mi seppelliranno!
Il francese mai
lo imparerò!
In un libro tedesco
non guarderò!…
[12]

 

Basta ricordare il nostro manifesto in tre lingue, o il nostro appello in occasione dell’arrivo di Marinetti, per essere sicuri del contrario.
 
Se non tutti i budetljani, almeno la maggior parte di loro si imbrogliava nei conti complessi con l’Occidente, superando con l'”orientalismo” il futuro “scitismo” [13]. La conferenza che tenni nella sala della chiesa svedese mancava forse di argomenti convincenti, ma un fatto non poteva essere negato: la teoria razziale dell’arte, sulla quale allora mi basavo, acquistava nella mia interpretazione tratti molto sintomatici.
 
Questo “orientalismo” comportava, è vero, un carattere del tutto metafisico. Come Chlebnikov, mi servivo delle nozioni astratte di Oriente e Occidente, attribuendo a delle categorie convenzionali delle qualità assolute, e vedevo una soluzione al conflitto nell’assorbimento dell’Occidente nell’Oriente. Questi due poli della cultura non possedevano segni territoriali: nella loro nebulosa mancava il nucleo di formazioni statali determinate, erano privi di frontiere spaziali ed erano derivati da elementi cosmologici. Ogni tentativo di capire retrospettivamente le minime tendenze soggettive nazionaliste, di questa metafisica della cultura, sarebbe oggi uno spostamento di prospettiva storica: anche Brjusov cessò di vedere in sogno la corona della terza Roma dopo Tsushima.[14] Tuttavia il brivido nervoso che si avvertì negli applausi, e che andò diritto al cuore della sala (questo fu riportato anche dai giornali), il mio appello a “riconoscersi asiatici e a respingere il giogo dell’Europa”, questo provava che sopra le nostre teste cominciavano già a chiamarsi l’un l’altro i “demoni sordomuti”[15] che si sarebbero espressi in modo inarticolato, nelle antitesi delle teorie “razziali”.

 

(segue)

 

note
[1] Pittore (Pietroburgo 1874-Mosca 1938/1940) che organizzò il viaggio in Russia di F. T. Marinetti.
[2] Pittore (1882 – 1967) considerato il “padre del futurismo russo”.
[3] Poeta (Perm´ 1884 – Mosca 1961).
[4] Pittore (Tiraspol, Odessa, 1881-Fontenay-aux-Roses 1964).
[5] Poeta (Kazan´ 1893 – Barnaul 1942) tra i fondatori dell’immaginismo.
[6] Scrittore (Nikolaevsk, Samara, 1882 – Mosca 1945). Quanto a Tastevin (nel testo citato erroneamente come Tasteven) fu uno scrittore, docente all’Istituto Lazarev e animatore culturale.
[7] Il termine deriva da budetljanstvo traducibile come “futuroslavia”. I budetljani sono quindi i futuristi russi.
[8] Il quotidiano Novità uscì a partire dal 1906. In seguito pubblicò anche versi dei futuristi.
[9] Citazione dalla commedia di Groboiedov, La disgrazia di avere dello spirito (1825).
[10] Celebre ristorante di Mosca, prima della rivoluzione.
[11] Allusione al cap. XI delle Anime morte di Gogol’, dove viene riferito la storia delle trine di Brabante passate di contrabbando con l’aiuto di montoni spagnoli ai quali era stato fatto un doppio vello.
[12] Nel secondo Vivaio dei giudici (1913) Chlebnikov chiese di mettere al posto del suo poema La fidanzata dello Zar (Carskaja Nevesta) i versi di una ragazzina che egli inviò dall’Astrakhan.
[13] Lo “scitismo” era in Russia una corrente che si rifaceva al poema lirico di Blok, Gli sciti (1915) dove si proclama, fra l’altro, la superiorità dell’Oriente sull’Occidente.
[14] Filoteo, nella sua lettera a l padre di Ivan il Terribile, Vasilij III, scriveva che Mosca era la terza Roma e che non ce ne sarebbe stata una quarta (XVI secolo). All’inizio del XX secolo questa pretesa poteva essere smentita dalla bruciante disfatta subita dai russi a Tsushima, dove la flotta russa fu distrutta dai Giapponesi (1905).
[15] I demoni sordomuti è il titolo della raccolta del poeta M. Vološin, pubblicato a Kharkov nel 1919.

 

 

Nikolaj Kul'bin, Ritratto di Benedikt Livšic, 1914

Nikolaj Kul’bin, Ritratto di Benedikt Livšic, 1914


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tratto da:

Benedikt Livšic, L’arciere da un occhio e mezzo, prefazione e note di Jean Claude Marcadé ; traduzione di Renata Franceschi ; Firenze 1989, peful Monster ; ISBN 88.7757.001.6 ; Classificazione Dewey · 891.7090042 (19.) Letteratura russa. 1917-1945

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