Il Po (1) ~ Cesare Zavattini

 

traghetto e po

Cesare Zavattini, Traghetto e Po, 1977; cm. 61×49; Tecnica mista su cartoncino

 

Viaggetto sul Po

 

Cerreto Alpi, 7 ottobre 1963

 

Il Cerreto è gonfio di neve, il chiarore dà un senso fittizio di caldo, le sbarre del cancelletto fanno riconoscere sulla costa il camposanto, dove c’è la tomba di mio fratello morto da quarant’anni, in quell’epoca la mia famiglia viveva su quei monti e io a Parma, a Castelnuovo persi la corriera apposta per non arrivare in tempo al suo funerale, avevo paura del dolore, non solo di provarlo ma anche di vederlo; arrivai la sera tardi che non c’era più una lacrima in casa e dissi ho perso la corriera, non riesco a dimenticare quel tono della voce.

Lungo la strada poco fa allungavo la mano per vedere sciogliersi i fiocchi sul palmo, la chiamano neve volona, che vola, perché asciutta, e la tramontana la fa crescere rapidamente contro i muri, presto il sereno la ghiaccerà, si sentiranno degli scricchiolii di vetro prima del disgelo che protrae la stagione umiliante del fango fin oltre marzo.

 

 

Cerreto è un mucchietto di vecchie vestite di nero con le gengive smodate e scarpe da uomo, più qualcuno che torna dal lavoro in lambretta nascosto dietro il parabrezza; ma a poco a poco la rozza impressione si articola, chi pareva decapitato sotto i carichi di legna lo vedi scambiarsi con gli altri dei segni, cioè congiure e speranze come in ogni parte della terra. Qui sono tutti parenti e lo erano anche dell’infelice trovato nel dentro una fossa con i capelli ancora ritti perché lo avevano seppellito vivo nei giorni delle lotte partigiane.

Vado a fare due passi prima di cena e cammino con le nuvole tra i piedi, immaginate il battito del mio bastone sui sassi e una capra in ritardo lungo una salita; ieri sera un ragazzo dalla faccia pallida e fine, analfabeta, diceva topa a una vecchia che convive con un vecchio in una capanna, un cane li difende come fossero angeli e il vecchio ha deflorato la propria figlia; la vecchia non voleva quel topa, chiamano topa la cosa della donna dalla sua lunga morbidezza, e finirono con l’azzuffarsi, io gridavo basta basta, anche contro i paesani che indifferenti caricavano sacchi di castagne.

La camera dove lavoro, tre metri per tre, mi va bene e dovrei finalmente stare seduto al tavolo otto ore al giorno anziché non fare, fantasticando le gioie che riceverei dal fare. Mi tengono compagnia la piccola ruota, incastrata nella finestra, va per cambiare l’aria, e un torrentello. Appena arrivato dissi a mia sorella non sopporterò questo rumore, ma alla fine della frase mi ci ero già abituato. Il torrentello fra poco entra nel Secchia e il Secchia dopo una notte in discesa entra con le sue trote e l’acqua stretta e nervosa nell’acqua grande e placida del Po che passa da Luzzara dove sono nato.

Voglio andare a vedere la polla, quei pochi litri di acqua sul Monviso che diventano il Po, ho detto in luglio, perché sono di quelli che amano vedere il punto preciso dove la fanciulla si buttò nel lago.

 

Cesare Zavattini, Montagne bianche con angelo, 1939; cm. 31x21; Tempera su cartoncino

Cesare Zavattini, Montagne bianche con angelo, 1939; cm. 31×21; Tempera su cartoncino

 

Il nove su una Renault arrivammo al Pian del Re. Uno disse: è la, cioè la polla. Dei ruscelli che rigavano il monte, in apparenza fermi, l’occhio insistente riusciva malgrado la distanza a cogliere qualche vibrazione; la luna per la sua trasparenza mattutina era un suono più che altro. Si vedevano persone, non tante, con indumenti dai colori forti e alcune auto al pascolo fuori dalle strettoie dei parcheggi. Certi avevano il colletto e la cravatta, un colpo di vento li aveva portati lassù dalla domenica del loro villaggio. Una nuvoletta si formò sotto i miei occhi e con la stessa magia del suo farsi vidi il suo sfarsi e lasciare il paesaggio più terso di prima. In questo luogo veniva in vacanza Re Vittorio con nobili generali sentinelle e la bandiera sulla tenda. A Crissolo, che si incontra prima di arrivare a Pian del Re, in una stanza del più antico albergo c’era una fotografia del principe di Napoli ventenne, bellissimo, e per tale falsa bellezza i valligiani darebbero la vita.

Andavo verso la polla deciso a esaltarmi calpestando ranuncoli e genziane, in un film avrebbero messo sottofondo una marcetta. Ci siamo, gridai. Pietroni più grandi di me racchiudevano nello spazio di una vasca da bagno un’acqua turgida che preme alla ricerca di uno sbocco con gorgogli e mulinelli finché trova e sparisce per riapparire una cinquantina di metri verso il basso in forma di rigagnolo. Mi sarei steso a bere con la lingua se il signor Rossi non mi avesse offerto un bicchiere, l’acqua aveva la pienezza del latte. Accortomi di essere seduto sul lastrone in un momento sessuagenario, con un colpo di reni tornai a simulare la giovinezza. Trovai della neve in una buca, era la neve favolosa, la sbriciolavo tra le dita per sentirne la non favolosa composizione ma si moltiplicavano le favole.

Improvvisamente il mio cuore ebbe una accelerazione e mormorai Mendes; che mi era parso per meno di un attimo il mio amico Mendes morto nel sessanta sparì sul torpedone insieme alla sua comitiva. In questo o quel luogo sembra di riconoscere una persona defunta e staresti per chiamarla se il suo sguardo incontratosi col nostro non reggesse il confronto. Proprio quella perfezione riaccende il dubbio, che le morti siano solo traslochi da tenere a ogni costo segreti, potrei incontrare mio padre a Bressanone, lui coi suoi quarantotto anni e i capelli neri; io coi sedici più di lui e l’antica soggezione; forse si riallontanerebbe senza che abbiamo detto nulla, da che parte mai si poteva cominciare?

Ci avviammo verso la pianura mentre cambiava il vento che portava da una rulotta odore di soffritto.

Nei primi chilometri il Po andava trascurabilmente in mezzo a zoccoli di mucche pezzate, un muretto avrebbe potuto opporglisi e disperderlo. Mi voltavo di continuo a vederne la metamorfosi con i cali e i riascquisti di acqua, uno scondiscimento creò una cascatella che subito si rincanalò e la strada continuava a essere larga non più di quattro o cinque volte il fiume.

A Pian della Regina lessi sul giornale che ieri proprio a Luzzara si erano annegati due ragazzi in un canale del Po. Il mio pensiero fisso era arrivare a Luzzara, per la prima volta in vita mia, via acqua, prendendo un’imbarcazione a Piacenza a Cremona a Viadana? e intanto si stavano preparando i funerali dei due compaesani, l’uno perì nel tentativo di salvare l’altro scivolato lungo la scarpata: i negozi si chiudono al passaggio del feretro, c’è un momento in cui tutti sono alla pari, la famiglia del morto e gli altri, quando la bara portata a spalle esce dalla porta della casa e viene messa sul carro, ma dopo pochi passi ciascuno ritiene del dolore solo la porzione che gli compete. Ricostruisco rincantucciato nell’auto la disgrazia mentre Zanca prepara il magnetofono nel caso volessi parlare fra questi bei monti, pronto pronto, la voce di Zanca ripete pronto per prova, e Fontanesi davanti ai miei occhi si dibatte nell’acqua, e il compagno lo invoca, Domenico! L’accento rifiuta la sparizione di quel nome e riflette la paura ancestrale che è possibile questo e altro. Il giovane che va senza sospetto. E nel momento più comune di quell’ora, che anche la sua fiducia ha creato, inciampa in un cardo, inciampare cos’è? fino a questo momento deve essercene sfuggito il senso. Mi sforzo perché Fontanesi non rotoli, e rotola, torna indietro, all’istante al modo dell’inciampo, tutto è quieto, davanti alla sua casa i piatti sono appoggiati al muro insieme al paiuolo di rame per asciugare e i genitori riposeranno fino alle tre, lo rivedrò lungo i portici fra quattro giorni al mio ritorno, e l’altro continua a gridare, non si ode perché passa il treno Parma-Suzzara. Da capo: Fontanesi è sulla riva (“La Stampa” dice: verso le due), mi pare di poterlo salvare quanto più sarò preciso nel ricostruire, nessuno come me sente questo momento rurale del mio paese quindi troverò un interstizio nel quale infilarmi e avvertire Fontanesi in dialetto, ogni volta che sono passato da quelle parti in bicicletta la qualità della luce escludeva per sempre le sciagure. Interrompo la farneticazione con una bestemmia, poi non apro più bocca fino a Saluzzo dove mi attira del pane di segala sullo sfondo di stigli liberty e le facce dei saluzzesi ironiche per remote delusioni.

A Ponte di Villafranca incontrammo il primo cartello di ferro con scritto Po bianco su blu, e un pescatore, la cui canna invisibile per la distanza si indovinava come una vocale mancante in un’insegna, garantiva che ormai c’era un certo volume d’acqua fattosi con l’insinuarsi di qualche affluentello. Mi addormentai per svegliarmi che attraversavamo distese di erbe azzurre (le usano per il vermut e gli incensi), e i versi delle galline faraone venivano incisi sul magnetofono con lo stesso riguardo che per le mie parole. Nei pressi di Moncalieri ci smarrimmo e si sorpassò il paese senza vederlo: una volta un amico piemontese aveva detto Muncalè, con un sottinteso di cose sfuggenti a chi non disponga di quella apocope, e avrei voluto verificare.

 

Cesare Zavattini, Filobus e città, 1943; cm. 18x26,5; Olio su cartoncino

Cesare Zavattini, Filobus e città, 1943; cm. 18×26,5; Olio su cartoncino

 

Si arrivò verso le diciassette a Torino, ansioso di allontanarmene, agli agglomerati preferivo i vuoti. Al Valentino sotto un sole ben distribuito sedevano alcune puttane; uno meno sensuale di me non le avrebbe notate tra i tricicli e le traiettorie delle palle di gomma, era l’ora che niente di abnorme si direbbe esista e forse al Cottolengo il puzzo dei poveri mostri può darsi sia per un momento sopraffatto dal colore di zaffiro che si effonde dalle vetrate. Nel mezzo del parco un orinatoio vicino a una parete di muschio ha un candore termale; verrà la sera e un uomo, sottoposto o capo, si aggirerà nei pressi, diventati persi, alla ricerca di un altro uomo da toccare e da amare, si baceranno e forse hanno entrambi i baffi; ne ho visti guardarsi da lontano, nella penombra macchie più che Giulio e Paolo, ma si sentono, come la specie, finché uno dei due fa il primo passo. Invalidi con stampelle di metallo cromato davano una funzione di convalescenziario pensile ai viali, una donna sui cinquanta sorretta da due famigli veniva verso noi rapida e pendente in avanti, come ansiosa di raggiungere una meta vitale, la seguiva a passo d’uomo un vecchio macchinone di lusso.

Ci si fermò sul ponte di San Mauro a contemplare nel crepuscolo la mole Antonelliana velata dalla polvere dei ritorni motorizzati a casa, il fiume in città non aveva del Po, il mio Po non subisce il manufatto, con l’immenso lo annulla. Schivando camion e lambrette in fuga col fanale già acceso, una donna mi domandò se conoscevo Vimercate; lei è di Milano, disse, ho visto la targa. A Vimercate dovrebbe esservi un figlio del quale non sa più nulla, non è suo figlio, lo raccolse che aveva pochi anni, nel ’51 scapparono tutti a Torino dal Polesine per la rotta di Occhiobello e l’ingrato un giorno sparì con una; lei continua a dire che è bravo e buono: “A Vimercate loro non ci vanno mai?” (Zanca fotografava il tramonto, lo aveva aspettato come un aviatore, dice che il cielo si amplifica).

Sotto un tetto di nebbia arrivammo a Casale Monferrato dove m’interessò solo una frase del posteggiatore: che un bar del centro cambia spesso proprietario, falliscono tutti; il movimento della clientela e il profilo della cassiera, i rumori dei cucchiaini manipolati dal barman e un buon odore di caffè si sarebbero detti positivi a qualsiasi fine, eppure ogni tanto falliscono.

Si proseguì per Valenza e fantasticavo sulla cena lasciando passare chilometri e chilometri come fossero senza anime; ci figuriamo di entrare in una sala sfolgorante ancora raccolti nelle spalle per il freddo della strada; chi è giunto prima ti considera forestiero con larvata ostilità, ma appena siedi anche tu al tavolo e hai morso un grissino diventi dei loro contro l’ultimo che arriva.

Rinunciammo a malincuore a una puntata nelle Langhe, vi ero stato un quarto di secolo fa, a casa di un accademico, che disse senza pudore all’Accademia ci sto ormai, e voleva intendere su una zattera di pochi posti in questo paese che naufraga. Allora non sapevo che c’era Pavese, c’era e pensava già a uccidersi.

Solo come un dio, un motociclista ci precedeva nella notte delle risaie e i fari ne illuminavano la schiena superba; con una spintarella dell’acceleratore lo si sorpassò due o tre volte per umiliarlo, e lui ritentava la fuga; di colpò si fermò avvampando per un attimo poi sparì per sempre, era una vendita di cocomere, da una tensione mistica con una frenata si era trasferito in quella penombra da basso prezzo tra il coro delle rane.

A Morone Po si scese per spandere acqua, il Po scorreva a pochi passi, ci inoltrammo a piedi con la lampada tascabile, sullo schermo del bosco le nostre ombre ci crescevano incontro in mezzo a fumi di zanzare e ragnatele che da impalpabili diventano collose e imprigionano orecchie e nasi per lunghi secondi. Si può registrare il silenzio? Purtroppo il Voxson lo avevamo lasciato in macchina. Dalla riva non si vedeva che un lumino a valle e qualunque altra cosa ci fosse stata avrebbe anch’essa aumentato il lascito della tradizionale malinconia. Ripartimmo a grande velocità per scuotercela da dosso e davamo, investendoli con la luce, concretezza diurna a alberi e pietre miliari; le auto che passavano sui cavalcavia precedute dal raggio dei loro fanali così sospese parevano di un altro mondo che convive col nostro ma può manifestarsi solo con questi fuggevoli segnali.

Uno sparo lontano m’inorecchiò come una lepre, per un tempo indeterminato restai nel vuoto a aspettarne altri, era la rivoluzione? Certamente si trattava solo di un furterello.

 

Cesare Zavattini, Carro nella campagna, 1977; cm. 42x55; Tecnica mista su cartoncino

Cesare Zavattini, Carro nella campagna, 1977; cm. 42×55; Tecnica mista su cartoncino

 

Dopo la notte a Valenza, venne il giorno e sonnecchiavo vicino al guidatore. Mi ridestò un suo grido nella Lomellina: una puzzola. Altrove si era intravvisto uno scoiattolo su un faggio con un ‘aureola di foglie ricamate. In attesa che gonfiassero le gomme, prima avevo toccato con la punta della scarpa un bruco che per difesa si arrotolò in meno di un attimo, aspettai che il cerchietto peloso si srotolasse e non si srotolò, allora lo lasciai in balia dei piedi altrui, quanto e di che natura era la soluzione di continuità tra l’arrotolarsi e lo srotolarsi? Solo un tempo di membrana, una membrana che a un contatto si ritrae e ha bisogno per ridistendersi di un numero di minuti prefissato? Deve appartenere a quel genere di conoscenze proibite che a infrangerne anche una sola si saprebbe tutti. A un tratto un uccellino s’inabissò davanti all’automobile; l’avevamo ucciso? Un colpetto contro il radiatore si sarebbe dovuto udire, il polverone impedì di vedere alle nostre spalle.

Urlai contro un camionista che per dispetto non ci lasciava passare. Gente delusa, non si intona coi forti camion, cambiano troppi luoghi, niente è sicuro, dove scaricano bastano pochi minuti tra una cassa e l’altra per fottere chi? Non sanno neanche se è la serva o la padrona.

A Pavia, era l’una, mi sporcai volentieri il vestito per arrampicarmi a vedere le figure sulla facciata della chiesa di San Michele che l’aria sta sfarinando, la resistenza della linea umana è grande, si riesce ancora a rintracciare uno dei nostri nel residuo rilievo di un centimetro. Andavamo su selciati longobardi, lungo colori d’ocra e stemmi viscontei semicoperti di edera. L. nel ’50 cominciò a schivarmi e in quella piazzetta con gli alberi disposti a triangolo, a due passi dal carcere dell’innocente Boezio, avrei dato un braccio per sapere il perché, può darsi una calunnia detta dalla stessa voce che dice al figlio: metti la maglia, caro; oppure per antipatia? Basta a provocarla una venetta sul naso o la convinzione medesima di non poter essere antipatico.

Eravamo ancora alla periferia della città che il signor Rossi mise in moto di sorpresa la bobina numero uno per farmela ascoltare. La mia voce aveva la rimbombanza senile dei nonni quando fanno per scherzo paura ai nipoti, e si rivelò più vecchia della armatura che ho dentro: cercavo di rendere lirico quanto passava sotto i miei occhi non riuscendo a estrarre la componente sociale che ogni cosa ha, dicevo che le montagne, nel crepuscolo funereo coi lampi d’argento dei bidoni del latte portati all’ammasso, diventavano sempre più la fine della terra e le creste profili di conoscenti e amici, avevano del grandioso che prima mi sfuggiva, ma l’auto col mutare le prospettive brutalmente annientava ora questo ora quello per quanti sforzi facessi a mantenere il riconoscimento.

Si fece colazione alla Becca in un casotto circondato dai pioppi. Che cosa segna l’idrometro alla Becca? Quando ci sono le piene, sui giornali questa frase ricorre spesso. Arrivarono dei ragazzi, i quali denudatisi sparirono che le loro biciclette abbandonate sull’erba avevano ancora le ruote in movimento.

Si montò su un motoscafo, alla partenza il motoscafo si inalberò e caddi all’indietro. Incitavo ugualmente a andare forte, i tabelloni scaglionati sulla riva guidano la navigazione, il bianco è via libera, il rosso pericolo, si è disposti a morire tanto il piacere della velocità esalta non meno del piacere con una donna anche se impalpabile, diventiamo una scultura d’aria; se il motore brucia non c’è scampo, forse Zanca che ha trent’anni riuscirà a portarmi a riva in tempo per la respirazione artificiale purché non lo abbranchi e lo tiri giù. Non vedevo una barca, un segno civile, avrei voluto che questa zona tropicale continuasse in eterno ma già sale il tetto di un casone da dietro un argine poi il casone intero un uomo alla finestra un carretto e i debiti anche se non ne hai più. Dalla spiaggetta di Arena Po uno che sbadila sabbia ci saluta e pensa: il mio tratto d’acqua, ma l’acqua non si ferma mai. Nell’osteria di San Zenone il caldo rendeva più basso il soffitto, gli indigeni seguivano i campionati del mondo di ciclismo coi profili lucidi per il riflesso del video e la certezza che quella gara si svolgeva solo per loro; il sudore e anni di varecchina avevano mutato il colore delle magliette da volgare in prezioso. Anche se noi presumevamo di essere gli unici a viaggiare, a coordinare lo spazio con un progetto, e le altre auto risultavano perciò effimere.

 

Cesare Zavattini, Luzzara di notte, 1977; cm. 70x50; Tecnica mista su tela

Cesare Zavattini, Luzzara di notte, 1977; cm. 70×50; Tecnica mista su tela

 

A Piacenza un giovanotto si aggirava nelle docce della “Canottieri” nudo con lo stuzzicadenti in bocca. Non trovai un mezzo per la salpata verso Luzzara, e mi ero intimamente condito per arrivarci quella notte. A Piacenza avevo sostato un mese prima per altri motivi, in attesa dell’ora triste del letto, fermo davanti a una vetrina di dischi in una via deserta, arrivavano da un cinema all’aperto i dialoghi confusi di un film (potevano essere miei); una coppia sul marciapiede mi sfiorò con passetti affrettati diretti verso l’alcova provinciale che immaginavo più larga che in città, s’intuiva che si vantavano inconsciamente con me uno, di essere due. Alle 22 non c’era più nessuno come a Roma nella parte bassa di via Cavour ancora intimidita dal Papa.

A Cremona i cremonesi stavano cenando, la città pareva abitata solo da una decina di persone nessuna delle quali nell’attraversare la piazza guardava il famoso duomo illuminato da finte lune. Il tepore che usciva dai muri mi confermava che si era tornati al tempo felice di quando le stagioni arrivano in un giorno preciso con lo scatto di un alto interruttore. Nei pressi dell’isola Serafini prima perdemmo l’asfalto poi lo si trovò, l’asfalto equivale al lumino nel bosco di una volta. Domandammo a una vecchia quando cala il sole e lei rispose alle 19,59.

Dopo paesi di case a un piano e manifesti di circhi equestri forse mai esistiti (posti tristi: ci si fermò a comperare dei fiammiferi e il tabaccaio era allegrissimo) si arrivò a Boretto, sul ponte di barche su cui transitano a passo d’uomo automobili e camion, un cigolare lento e fondo di legno avventuroso, le assi sotto le ruote dei rimorchi stanno sempre per schiantarsi, reggono fino a cento quintali, se metto un foglio di carta oltre i cento quintali il camion sprofonderà? Non può essere per un solo grammo, metto il foglio di carta sul camion e lascio passare del tempo (è un accorgimento, poiché a metterli uno dopo l’altro in fretta si ha l’impressione che facciano più massa) e aggiungo un altro foglio di carta, una farfalla: arriverà il momento del crollo, ma se aspettavo ancora, se fra il penultimo foglio e l’ultimo fossi andato all’estero?

 

Cesare Zavattini, Luzzara, 1977 ; cm. 55*42; Tecnica mista su cartoncino

Cesare Zavattini, Luzzara, 1977
; cm. 55*42; Tecnica mista su cartoncino

 

Domandai se qualcuno ci portava a Luzzara con una barca. È troppo scuro, risposero. Ballavano fra gli alberi, in quel luogo di danza arrivano anche dalla sponda mantovana per un raggio di molti chilometri tanto è bello. È bello, ripetevo, era bello anche l’umido del tetto delle automobili su uno dei quali passando feci col dito un o, ma il signor Rossi disse che il trovare sempre ogni cosa bella mi impediva di trarre dalla realtà considerazioni utili. Lo detestai fino al giorno dopo. Alle ventitré e trenta salpavo per Luzzara su una nave: aveva provveduto il sindaco. La nave a colpi di tromba si staccò dalla riva coi suoi cento cavalli di forza, poteva portare parecchie decine di persone, fra un mese avrebbe fatto il primo viaggio ufficiale. Accesero un faro, il suo raggio nell’andare da una riva all’altra scopriva golene di sonno dietro i salici. Uno dei due nocchieri era stato strappato al tresette e l’altro al letto della sposa, da dove ero ne vedevo solo i piedi nudi puntati sull’impiantito della tolda per rizzarsi a guardare meglio avanti. In meno di un’ora saremmo arrivati. Troppo presto. La schiuma della scia era un patrimonio e il freddo improvviso, che insidia i miei bronchi mi rallegrò come un pericolo che mi rendeva più degno del prossimo traguardo. La luna, uscita dalle nubi per noi, correva fra i pioppi più forte della nave, ma verso Gualtieri si rimboscò e lasciò solo il cielo. Ciò che avevo sognato avveniva, cosa di preciso avveniva? Il Po da anni nel mio cuore cominciava mezzo chilometro prima di Luzzara e finiva mezzo chilometro dopo, al di qua e al di la c’era la Scizia e il gelo. Zanca mi mise in mano il microfono e si allontanò con discrezione, supponeva che per me fosse l’ora, in quell’angolo a prua, di dire tutto, stavo per avvistare l’orologio azzurro del mio paese in cui sarò seppellito. Si pensa a questo tutto come a una riserva che al momento giusto sarà decisiva di che? Ci si palpa con una mano di anno in anno sempre più vaga per sapere se abbiamo ancora dentro questo tesoro. Mi arrivavano brani dei discorsi dei miei compagni: che la navigazione fluviale non si sarebbe mai sviluppata perché dietro ci sono interessi di sangue. Ero vuoto come un esaminando con il sospetto di una commedia, il raggio del faro ostacolato dalla nebbia diventava un globo bianco sospeso sul fiume, nel nero della sponda lombarda c’era Dosolo dei miei antenati e Pomponesco dove mi piace andare a cena da Cagnolati incontrando lungo le strade sconnesse solo ladri di pali e chi sega le stoppie (perché di notte è meglio che di giorno), nella opposta parte emiliana Gualtieri, con le case che conservano il segno oscuro dove arrivò l’ultima inondazione; Ligabue è all’ospedale che si passa la mano sulla testa pelata incredulo della paralisi del suo braccio, aspetta che chi lo viene a trovare gli assicuri che non è vero; capisce che mentono, comincia a bestemmiare in faccia alle suore, e tenta di piangere per ottenere il miracolo. Giù nel cortile lo aspettano le sue due vecchie automobili coperte da un telone, i possessori dei suoi quadri guardano con diffidenza chi va a chiedere se c’è una tigre o un leone di Toni da vendere, non vendono in attesa della morte che ne aumenti il prezzo.

A Guastalla dovettero staccare quattro chiatte del ponte per lasciarci passare mentre appariva e spariva la domanda che razza di uomo porto a Luzzara? Per svalutarla mi fingevo nativo di parecchio più avanti, trasformavo il mio paese da terminal in un posto intermedio. Non era la prima volta che guastavo momenti lieti con istanze del genere, sono stenogrammi nei quali la coscienza si è specializzata o non potrebbe svolgere tanto lavoro se fosse osservante di una lingua come la nostra. Intanto, ripresa la navigazione, riconoscevo l’argine su cui una volta dipinsi, vicino a mio figlio che pescava, bagnando il pennello nella corrente. C’era un’automobile sulla riva coi fanali accesi, pareva uno solo poi diventarono due: ero atteso. Suonò la tromba il cui eco arrivò senza dubbio in piazza dove stavano stancamente chiudendo i caffè. Con l’arresto dei motori il rumore cessò di colpo e la nave proseguì con velocità uguale e forse maggiore ma silenziosa, dopo pochi secondi i motori ripresero con un ritmo diverso che malgrado si avanzasse dava la sensazione del retrocedere.

Il grido preparato in petto per salutare gli amici, dei quali intravvedevo i bianchi delle camicie, lo sentii all’improvviso scontato; nel toccare terra dissi ciao con un pudore che riduceva il mio arrivo a proporzioni abituali. Un accendisigari scoperse la faccia di Soliani, le presentazioni tra borettesi e luzzaresi si svolgevano alla cieca e sottovoce quasi che il mio stato d’animo fosse avvertito dagli altri.

 

(segue)

 

 
straparole

 

Tratto da:

Cesare Zavattini, Straparole ; Milano : Bompiani, 1967 ; Collezione · Letteratura moderna ; Classificazione Dewey · 853.914 (21.) Narrativa italiana, 1945-1999

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...