Margarete Riemschneider ~ Il vaso delle Danaidi

 

Federica Ferzoco, Danaidi, 2010, Palazzo Branda Castiglioni, Castiglione Olona, Installazione

Federica Ferzoco, Danaidi, 2010, Palazzo Branda Castiglioni, Castiglione Olona, Installazione

 

Il pessimo fra i mali sembra essere, per i Greci, l’insuccesso. Sisifo spinge su per un’erta il masso, che però rirotola in basso ogni volta, e gli tocca ricominciare. All’assetato Tantalo viene a mancare l’acqua non appena si china, sfuggono i frutti non appena stende la mano a coglierli. Le Danaidi si sforzano di vuotare un recipiente con un colino, versano acqua in un vaso forato. Ma mentre le prime due punizioni sono associate al tormento, lo svuotamento col colino sarà irritante, ma non è una pena tremenda per le 49 ragazze. Fra l’altro un recipiente solo non sarebbe sufficiente, se debbono affollarsi tutte insieme. Il motivo dell’insuccesso si trasferisce su di loro forse per analogia con Sisifo e Tantalo? Ma perché debbono affaccendarsi attorno a un vaso?

 

Penelope disfa di notte ciò che ha tessuto di giorno per guadagnar tempo, volontariamente. La tessitura non è di disdoro a una regina. Ma delle principesse non sono solite svuotare recipienti, occupazione che si addice alle domestiche. I recipienti servono peraltro tanto a contenere liquidi come a immagazzinare il grano. Gli uni e l’altro si nettano delle scorie con dei colatoi. A ciò serve anche il ventilabro, che separa il grano dalla pula. Perciò ha una funzione importante nei riti di Demetra. Colatoi e ventilabri sono attrezzi contadini.

Anche nella leggenda il colatoio appartiene alla sfera contadina e della vegetazione. San Benedetto deve riparare il colafarina della balia, non con la perizia ma con un miracolo. Nutrice – fantolino – danno ci indicano la direzione nella quale possiamo trovare la risposta al quesito circa lo strano recipiente delle Danaidi.

Ma chi le ha cacciate negl’inferi a svuotare col colatoio il recipiente?

 

Valerio Castello, Le Danaidi, Palazzo Doria, Genova, olio su tela

Valerio Castello, Le Danaidi, Palazzo Doria, Genova, olio su tela

 

Narra la leggenda che Egizio e Dànao, figli di Belo, avevano 50 figli, Egizio solo maschi. Dànao solo femmine. I due fratelli sono nemici, Dànao scappa ad Argo, Egizio lo insegue. Infine si tenta la conciliazione. Le cinquanta ragazze di Dànao dovrebbero sposare i cinquanta ragazzi di Egizio. Ma l’inflessibile Dànao dà a ciascuna figlia un pugnale, con cui trafiggere lo sposo la notte nuziale. Salvo Ipermnestra, che risparmia lo sposo Linceo, il piano riesce. Le teste degli assassinati sono buttate nella palude di Lerna, i loro corpi sepolti davanti alla città.

Per la mentalità greca le donne che ammazzano i mariti la notte delle nozze, rientrano nel diritto matriarcale. Usano degli uomini come le api dei fuchi, soltanto per la riproduzione. Fatto che abbiano il loro dovere, li si uccide. Ai Greci poco importa che il reame delle api non si possa trasporre all’umano e che perciò le Amazzoni appartengano al regno della fantasia. Lascia esterrefatti il taglio delle teste e il loro sprofondamento nella palude. Si intravede un antico rito sacrificale, che come ogni altro indizio, rinvia a un’arcaica civiltà contadina. Alle religioni astrali è ignota la preferenza della testa come sede della forza o della sapienza.

Egizio rinvia all’Egitto, a un paesaggio; altrettanto varrà per Dànao, sarà corrispettivo a un certo ambiente. Tutte le figure del ciclo di leggende indicano terre e popoli, come Europa e suo fratello Cadmo (probabilmente: l’Ittito), Fenice e Kilix.

Per Dànao abbiamo l’imbarazzo della scelta.

Intanto i Dànai omerici. Perché sono distinti dagli Achei, se combattono uniti? Gli Achei si possono identificare ormai con gli Achivaja dei testi ittiti. I Micenei sono stati così chiamati soltanto recentemente, dalla loro fortezza di Micene. Sono loro in realtà gli Achei.

Ma anche Dànao abita ad Argo e Linceo diventa con Ipermnestra capostipite degli Argivi. Per soddisfacente che sia questa identificazione, essa non spiega l’accostamento di Dànai ed Achei.

Seconda possibilità che ci si offre, sono i Danuna. Si distinguono dai Filistei e sono, come costoro, una parte degli Ittiti variamente disseminati[1].

Che c’entrano però i Thuata de Danan, il clan della dea Dana? Sono «gli appartenenti alla Gran Madre»[2] presso i Celti. Sarebbe strano se, diramandosi a raggiera intorno a Egizio tutti i vari popoli, mancasse quello più forte del primo secolo a.C., i Celti.

Il punto di congiunzione fra le Danaidi e i seguaci di Dana è il Don. I Greci lo chiamano Τάναϊς (Tanais), i Danesi, che ne fanno la loro patria d’origine, Tana-kvisl, il braccio di fiume, che appartiene a Tana. La Danaide è una D/Tanaide, un’appartenente a Dan o Dana, così come una Tebaide indica tutto ciò che pertiene a Tebe. Il Don è il fiume che pertiene alla dea Dana o al suo rappresentante Dan.

Per Snorri Sturluson che scrisse il suo Libro dei re, Heimskringla, dal XII al XIII secolo, il Don costituisce il confine tra Vani e Asi. Poiché né egli, né Saxo Grammaticus, che scriveva poco prima, menzionano i Celti, benché parlino dei Romani, è ragionevole identificare nei Vani i matriarcali Celti e negli Asi i Germanici patriarcali. Fra costoro, come egli dice, vige il divieto di sposarsi tra fratelli, costumanza dei Vani. I Vani abitano a ovest, gli Asi a est del Don, e ciò corrisponde al succedersi dei Celti e dei Germanici. Ma se Τάναϊς (Tanais) significa lo stesso che Thauta de Danan e se la patria d’origine dei Danesi è il Don, qui andranno cercate le Danaidi, anche se in tempi nei quali non si chiamavano ancora Celte.

La lingua degli Scandinavi è, secondo Snorri, danese. Norvegesi, Svedesi e Danesi hanno conservato la stessa preistoria nella loro leggenda, in cui gli dèi appaiono come reggitori. Ma essi sono semplicemente i Vani, che furono consegnati agli Asi nello scambio di ostaggi: Njörd e il suo figlioletto Frey. Anche gli Asi danno ostaggi: Hönir e Mimir. Hönir è grande e bello, ma spiritualmente limitato; sarebbe inerme senza l’astuto Mimir. I Vani staccano la testa a Mimir e la restituiscono agli Asi. Odino non a caso è orbo d’un occhio, che significa un dio dedicato agli occhi, alle stelle, usa la testa per fare predizioni. Il taglio della testa e l’idea della sua capacità profetica sono celtici, non germanici. Nelle saghe islandesi la testa recisa di Bran profeteggia. La guerra dei Vani è lo scontro di due culture opposte.

Tutti i nomi primitivi dei condottieri scandinavi sono derivati da Frey, si tratti di Fredi o di Fjölnir. Tutti hanno le stesse caratteristiche: la straordinaria fertilità, i piedi azzoppati, la morte dentro un vaso e la selvaggeria da ragazzacci[3]. Si tratta dei caratteri del dio bambino. Ma chi è Dana, la dea?

Accanto a Freyr, che abita in un tumulo, figura la sorella Freya. Essa si assume tutti i compiti del culto e insegna agli Asi tutte le magie dei Vani. Allo scrittore medievale non garba la coppia di fratelli né la posizione eminente della donna. Però egli la sa più lunga di quanto voglia dire. Dice di lei che era sta «sventata». Aveva due figlie, «troppo belle», tanto che i gioielli più preziosi avevano preso nome da loro. Ciò risponde al mito di Cassiopea, la cui figlia Andromeda era anche lei «troppo bella», causa i suoi ornamenti. Bellezza-ornamenti-mondo sotterraneo sono termini che si richiamano a vicenda, in greco come in latino: kosmos, mundus. Ma non sono equivalenze germaniche. Infatti nell’antico mito composto da Snorri la collana ha un ruolo infausto. Dato che appare portato da uomini, si sarà trattato di un torques.

 

John William Waterhouse, The Danaïdes, 1903, oil on canvas, collezione privata

John William Waterhouse, The Danaïdes, 1903, oil on canvas, collezione privata

 

La designazione del reggitore come rig (latino rex) compare alla fine di una genealogia fittizia accanto a un certo Dryggvis. «Ma prima questo principe era stato chiamato Drottnar e le sue mogli Drottnigar. Il suo seguito era chiamato Drott». (In tedesco permane «Drost», il vocabolo figura nel cognome della poetessa von Droste-Hülshoff; nel Medioevo il Landdrost era un funzionario dell’amministrazione statale).

«La regina Drott era la sorella di re Dan il forte, dal quale si denominò la Danimarca». Qui l’autore si tradisce. Se una regina ha nome Drott ed è sorella di uno chiamato Dan, dal quale prende nome la Danimarca, al quale compete il titolo di rig, che ci è già noto da Mor-rigan o «Grande regina» dei Celti, non c’è confusione che tenga, l’origine di questo popolo dev’essere celtica. Che i re, ricavati dalla leggenda, elencati nell’ordine di successione da Snorri, siano sempre figli del re precedente, è una deduzione di Snorri, che nel secolo XII non potrebbe più immaginarsi niente di diverso. Ma senza volere, lascia trasparire parecchio, che contraddice a questa liscia successione ereditaria.

Il vaso delle Danaidi sta negli inferi. Frodi, chiamato da Snorri Hunding, annega in un recipiente, una botte di idromele, e finisce anche lui negli inferi. Ma i mortali possono affogare definitivamente, mentre gli dèi annegano soltanto di passaggio, deve perciò trattarsi della stessa storia del piccolo Glauco, caduto in un vaso di miele e risuscitato da morte.

I Germanici, partiti da Oriente, ricacciarono sempre più a occidente i Celti, che in Scandinavia lasciarono tracce molto più esigue che in Europa centrale. La lingua andò perduta nel Nord, ma le credenze e quindi l’assetto sociale rimasero più tenacemente. Si nota da Drott e Rig, che sono diversi dalle parole per re di tipo germanico (könig). Ci volle del tempo perché il Rix eletto dai Celti in periodi d’emergenza diventasse un re ereditario. Quanto alle credenze, non ci è dato di accertare quanto più il popolo amasse Frey e Freya di Odino, che era loro superiore. Il terzo, Thor, fu più tardo, e soltanto in seguito fu accolto nella compagnia. Sarà venuto dall’Oriente, quale dio delle tempeste, che brandisce il fulmine. Tanto tempo prima era arrivato in Mesopotamia come Ninurta. Vi proveniva dal nord.

Ma dov’è il dio bambino, che ha un ruolo tutto marginale nella leggenda, e in Saxo compare come Frotho III?

Ha un ruolo importante non solo nella saga medievale di Sigfrido, non si lasciò mai cacciare dal mondo degli dèi, dove diventò Loki, che non soltanto è piccolo di statura, ma dedito ai colpi più mancini, scopritore della rete, dunque, si può supporre, della scacchiera.

È difficile immaginare che questo minuscolo, cattivo creatore di guai sia altri che il Cuchulin delle Saghe, il dio Lug. Ma bisognerebbe dedurne che anche il suo nome sia celtico, corrispettivo a Lug. L’equazione di Danaidi, Tanais e Thuata de Danan diventa sempre più verosimile.

Le religioni sono più durevoli dei popoli e degli dèi degli aborigeni sono assunti nel panteon dei conquistatori, non ci meraviglia perciò che i Vichinghi e i Normanni, pienamente germanici nel loro comportamento, conservassero sia pure disperse le figure dell’antico sfondo contadino fin nel Medioevo, nei racconti di Snorri.

 

Traduzione di Elémire Zolla

 

note
[1] M. Riemschneider, Die Herkunft der Philister, Acta Antiqua 1957.
[2] Thule XIV.
[3] M. Riemschneider, Miti pagani e miti cristiani, Milano, Rusconi 1973.

 

 

Le Danaidi, I sec. d.C., Basilica sotterranea di Porta Maggiore

Le Danaidi, I sec. d.C., Basilica sotterranea di Porta Maggiore

 

Tratto da “Conoscenza Religiosa”, 1, gennaio-marzo 1981, pp. 76-80, Firenze, La Nuova Italia.

 

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