John Matthews ~ Nato dal calderone

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

 

nlw Peniarth, ms. 2. Llyfr Taliesin, folio  22r (p. 45)

nlw Peniarth, ms. 2. Llyfr Taliesin, folio 22r (p. 45)

 

Non è il voto di segretezza che vieta all’iniziato di svelare ciò che ha appreso. E neanche il desiderio di tenersi la verità imparata. Egli vede la verità stessa, intera, così tremenda che non osa parlarne, neanche a se stesso. Non è il mio voto solenne che infrango dicendovi quanto segue; è la mia paura che supero.

Sono Taliesin e sono poeta. Come tale mi è noto il potere delle parole, la sovrapposizione di una sillaba all’altra, l’allineamento dei vocaboli in un ordine che ne fa un’incontestabile, unica verità… Un tempo, prima di tutto ciò, portavo un altro nome. Mi chiamavo Gwion ed ero il servo della Vecchia. Non c’era bisogna troppo sozza o miserabile per Gwion, fosse pure pulire dietro al figlio, il mezzo scemo Avaggdu, o rimestare nel vaso nero sospeso sul fuoco quando lei combinava dei nuovi, atroci infusi per appestare il mondo degli uomini. Credevo che tutti i malanni del mondo provenissero dal calderone; adesso so che la verità, se è dato conoscerla, la trovi entro quell’orlo freddo, la verità terribile, accettabile o no che sia. Non dire che è bene o male: è lì e basta, spassionata, quieta come un liquido specchio o uno stagno tranquillo in mezzo ad alberi bianchi…

 

 

Venne un giorno la Vecchia nella capanna dove teneva i suoi malandati porcelli, il suo calderone e me, mi diede una botta in testa e m’ingiunse di allestire un fuoco, di sospendervi sopra il calderone per un’opera che voleva intraprendere lì per lì: «E non perderci troppo tempo, fannullone, o te la farò pagare cara».

Le sue attenzioni mi erano familiari, ben sapevo che mi conveniva ubbidire. Mi diedi da fare issando il grosso vaso nero sul tripode e preparando il fuoco, quindi riempii il calderone con l’acqua che ci voleva e mi allontanai nella capanna quanto era consigliabile, in attesa del prossimo appello.

Cinque giorni ci mise la Vecchia per radunare tutti gli ingredienti del nuovo intruglio e mi toccò sorvegliare la bollitura mentre lei si assentava.

Dopo nove dì un liquido puzzolente, viscoso colmò il vaso e la Vecchia mi lasciò di nuovo, ingiungendomi di non lasciar tracimare e di non fare niente di mia iniziativa. «E non toccarne, o te ne pentirai» disse, lasciandomi perplesso su perché avrei mai potuto volerlo fare.

Certo non avevo intenzione di disubbidire. Conoscevo il peso della sua ira, sapevo che le sue belle e bianche mani infliggevano strazi come nessun altro ne sarebbe mai stato capace e tanto meno una persona della sua bellezza – con la sua bianchissima pelle e i neri capelli… Ma dovevo aver esagerato nel combustibile, il calderone prese a ribollire e mentre tentavo di sedare, mi accostai, scoppiarono delle bolle e qualche stilla, tre forse, mi spruzzarono la mano.

Scottava, ululai dal dolore, portai la mano alla bocca a succhiarmela. D’un subito il mondo mi vorticò sulla testa e caddi in un luogo nero e ruggente dove suoni e sensazioni erano intollerabili ed io, Gwion, mi smarrii senza ritorno. Ciò che lì vidi devo ora esporre, perché la bevanda era quella delle iniziazioni, preparato per il figlio mostruoso della Vecchia e in quella scura bile assaporai e vidi tutta la malattia e la bellezza del mondo e tutta la sua desolazione e il lungo, lento veleno che è l’anima dell’umanità.

Le sensazioni: Paura. Dolore. Orrore. La paura che avvolge di freddo come una nebbia: informe e senza nome, ma viva come i dolori della nascita e della morte. Il dolore mi trascinò nel buio senza fondo dove non reggeva più nessun significato e dove l’identità che di me faceva Gwion svanì. L’orrore del buio, il vuoto, il terrore che mette fine alla vita, alla speranza, alle fede in ogni cosa, mi traversarono da parte a parte.

E tutti questi fatti erano stagliati in una dimensione dell’intelligenza che me li chiarì a un grado che sarebbe stato precluso a un uomo come me, di capacità (normalmente) così scarse.

Così fu. Ma per un istante. Per il tempo che ci vuole a sbatter l’occhio, la conoscenza totale fu mia. E come entrai nel mondo della possibilità infinita, seppi che la Vecchia era al corrente di ciò che stava succedendo, perché condividevo con lei ormai una parte della sua conoscenza e vita. Mi stava per raggiungere.

Fuggii per un paesaggio interminabile, poggi, rive, selve scorrevano via d’intorno come prive di sostanza, come se li guardassi. E sentivo incombere la Vecchia, come un’ombra sulla terra, sempre più prossima.

Per accelerare infilai i guanti e le orecchie della lepre e corsi a passo di lepre; ma sapevo che lei mi stava a ridosso con lingua e denti di molosso, rapida come me. Così indossai piedi e coda di lontra precipitando in un mondo acqueo dove fendevo con la testa i pesci esterrefatti. Ma come un veltro la Vecchia annusava le mie tracce ed era alle mie spalle, e dovetti sollevarmi sulle ali dell’uccello. Ma lei fu l’avvoltoio che mi colpiva il dorso piumoso. Finché per schivarla diventai un chicco di grano nella pula. Ma sapevo, con la mia strana capacità d’attenzione, di essere preso; infatti la Vecchia mi beccò col suo becco di pollastra e mi inghiottì. Allora ridivenne sé stessa e mi ritrovai nella tenebra fluida del suo utero, e in quel buio cominciai a sognare.

D’un uomo che per tutta la vita lotta contro terribili ostacoli, che tenta di opporsi al fato inesorabile e morendo non sorride per la gioia della liberazione ma per il malizioso compiacimento, al pensiero degli altri che dovranno parimenti soffrire.

D’un alto edificio che s’innalzava verso Dio nei cieli e aveva fondamenta nella sabbia. Sotto la sabbia, mota nera e fetida. L’edificio crollava schiacciando gli uomini. Uno, ancora ragazzo, aveva lavorato con perizia e amore a scolpire una figura nella pietra che lo colpiva.

D’un mondo, questo, che una nube si protendeva a coprire, minacciosa. Visi nella nube, accese da strane luci. Visi stupendi. Crudeli. Lisci e tenebrosi di desideri non detti…

 

Sangue a pioggia dal cielo

 

Un uomo scendeva una scala a chiocciola sempre più sotto il mondo della luce diurna. In mano una lampada lingueggiava mostrando muraglie viscide di muffe. In fondo una stanza colma di rifiuti e una vecchia accoccolata, immortale e orrenda, oscena, rannicchiata su sé stessa, che diceva di baciarle la faccia scorticata e le piaghe bagnate. Succhiò la vita dell’uomo, come fa un grosso ragno.

La terra stessa, il grande utero di tutte queste immagini e di altre ancora, che non so numerare. Cieco mi trascinai per i budelli caldi, sentendo sotto le mani muoversi esseri senza nome.

Quindi improvvisamente l’assenza di tenebra, dove incespicai cieco. Dapprima nessuna differenza, nulla che potessi chiamare luce. Ma una mano tiepida, piena di vita, che mi sollevava, ali o petali che mi avvolgevano e un calore che era anche una voce né maschile né femminile, come dentro la mia testa, la quale pronunciava parole che subito si tramutavano in figure. I dolori della creazione, contenenti tenebra e luce – la tenerezza e la purezza invocate.

Tutte queste cose vorticarono insieme e molte, molte altre, tutte diverse e identiche, uomo e donna identici, morte e nascita identiche. Una nascita. Il mio vagito nei cieli come cadevo dall’utero della Vecchia nella luce del mondo, del quale avevo visto l’anima morire e rinascere.

Desto, rabbrividente sulla montagna; il labirinto vorticante stava finalmente acquietandosi sotto i miei occhi… Queste cose sigillano le labbra. Io Taliesin, già Gwion, rinato dalla Vecchia, i cui modi non mi atterriscono più, nato dalla bevanda che tutti devono bere, conosco queste cose.

 

Trad. Grazia Marchianò

 

 

John Matthews (1948, nord dell’Inghilterra) è un prolifico scrittore di libri che vanno dalle leggende alle raccolte di racconti, saggi, poesie sui miti celtici e arturiani. Lo si può considerare, in un certo qual senso, una sorta di autorità sulla mitologia e il folklore con particolare riferimento al mito di Artù, alla leggenda del Graal e alla tradizione celtica in generale. Matthews, co-autore con la moglie Caitlin di uno studio sulla tradizione misterica occidentale, The Western Way: A Practical Guide to the Western Mystery Tradition, si inserisce sicuramente nel filone della New age e di un neo-sciamanesimo che tende ad unire sotto una medesima matrice tradizioni e leggende di aree geografiche e religiose più disparate. Nonostante il cedimento alla suggestione comparativa unita ad un’innegabile intento divulgativo, alcuni suoi libri sull’argomento rimangono assai importanti: si veda ad esempio The Grail: Quest for the Eternal, The Celtic Shaman e soprattutto Taliesin: Shamanism and the Bardic Mysteries in Britain and Ireland.
Nato da un calderone è la condensazione in racconto della vicenda di Gwion-Taliesin e del suo processo di trasformazione interiore. La storia ha riferimenti mitologici appartenenti alla tradizione celtica e Matthews si “limita” a tradurre letterariamente un patrimonio scritto e orale che andò a formare il racconto mitologico di Taliesin>/em>. In realtà Taliesin è un personaggio storico, bardo e di professione poeta che operò alla corte dei principi del Galles del Nord attorno al VI sec.. Altra cosa invece è Il Libro di Taliesin (Llyfr Taliesin), manoscritto scritto nel XIV sec. tra i più celebri e famosi nella storia del Galles e conservato nella Biblioteca Nazionale del Galles come Peniarth MS2. A sua volta la storia di Taliesin, così come la riporta Matthews, si rifà ad una versione del XVI sec. di Elis Gruffydd dove si narra come Gwion Bach acquisì le gocce dell’ispirazione dal calderone di Ceredwen (la Vecchia nel racconto) e di come, dopo un fantastico inseguimento e continua trasformazione, lo ingoiò, dando alla luce proprio il bardo Taliesin.
La rinascita o seconda nascita, la fuga-viaggio, l’ambigua figura della Vecchia sospesa tra attraente orrore ed enigmatica bellezza sono tutti archetipi che ritroviamo anche nelle tradizioni occidentali successive esenti da contatti diretti con la tradizione celtica.

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