Theodor Fontane / Eustachy Kossakowski ~ Arrivo a Swinemünde

 

kossakowski 1

 

I sei mesi di attesa per poter rilevare la nuova attività trascorsero lentamente, ma poi il momento giunse. A fine maggio iniziammo le operazioni di imballaggio e spedizione della mobilia che, intanto, era aumentata con la morte del nonno e quando, quattro settimane più tardi, giunse la notizia che tutto era felicemente arrivato nella nuova casa, il giorno di San Giovanni del 1827, finalmente partimmo anche noi. Mia madre non ci accompagnò: a metà giugno si era recata a Berlino per farsi curare i nervi dal luminare allora più in vista, il consigliere intimo Horn. La raccomandazione che Horn le fece è la stessa adottata ancora oggi: «Si curi bene, stimata signora» (a quel tempo nella società borghese non si usava ancora dire “gentile signora”), «ed eviti i contrasti». Oggi come allora, il consiglio dato fu efficace fino a quando fu possibile attenervisi. A Berlino, tra le amiche che vivevano nella pensione Lionnet, il suggerimento fu di facile attuazione; quando però, alcune settimane dopo, mia madre arrivò a Swinemünde e trovò molte cose diverse da come se le aspettava, non fu più possibile “evitare i contrasti” e i suoi nervi furono nuovamente messi a dura prova.

 

 

Eustachy Kossakoski, A girl with a statuette of Christ, Rabka, 1960

Eustachy Kossakoski, A girl with a statuette of Christ, Rabka, 1960

 

Nel frattempo il nostro viaggio era iniziato e, prendendo il tragitto più breve, passando per Uckermark, Mecklenburg-Strelitz e attraversando la Pomerania svedese, si prevedeva di compierlo in tre giorni. Tra bambini e adulti eravamo in sei viaggiatori: mio padre, quattro figli e la balia dell’ultimo nato, una soraba dall’aspetto zigano, brutta e di pessimo carattere, come si scoprì in seguito, e che non si distingueva in nient’altro che nelle cure premurose che dispensava a mio fratello più piccolo, di appena sei mesi. Il primo giorno arrivammo a Neustrelitz, dove si unì a noi un collaboratore per la farmacia, ingaggiato per corrispondenza, tale signor Wolff, un uomo aitante dai capelli crespi, un tipo bruno, malgrado provenisse da Mecklenburg. Si fece apprezzare per l’efficienza e le buone maniere e nei due anni successivi ebbe la fortuna di vedersi ripetutamente perdonare le relazioni amorose, foriere non solo di successi, ma anche di impreviste “conseguenze”, finché non incontrò un’affascinante fanciulla, amata e stimata dai miei genitori. Allora anche lui capitolò, e per una giusta causa. Ma tutto ciò a quell’epoca doveva ancora accadere rispetto a quello che qui sto raccontando. Per il momento, malgrado l’ulteriore limitazione dello spazio già esiguo, che la sua presenza implicava, si rivelò un compagno di viaggio piacevole, capace di intrattenersi con noi bambini in modo divertente e amorevole e il cui atteggiamento più che corretto nei confronti della balia nulla lasciava presagire circa la sua “debolezza”. Il secondo giorno di viaggio ci condusse ad Anklam. «Siamo già in Pomerania», disse mio padre, che non si lasciava sfuggire occasione per fare ogni volta qualche commento storico-geografico. «Anklam vanta il più alto campanile di Pomerania e, per quanto ne so, Gustavo Adolfo è passato di qui. A meno che non si trattasse di Carlo XII».

Anklam-Swinemünde costituiva la tappa più breve, solo sei miglia. Da una località che non ricordo, prendemmo il battello per l’isola di Usedom e da lì puntammo verso la meta. L’ultimo villaggio si chiamava Kamminke. A metà strada tra Kamminke e Swinemünde attraversammo un ponte di assi costruito in mezzo ad un bosco, fiancheggiato, sui due lati, da una distesa di acqua nera punteggiata di ninfee bianche; il sole tramontava già dietro i pini e un bagliore rossastro che faceva capolino dalle cime si specchiava in un riverbero incantato ma sinistro dello stagno. Lo vedo ancora nitidamente, come se fosse stato solo ieri. Subito dopo il ponte, il bosco terminava e si imboccava un sentiero pavimentato di ciottoli; da lì si vedeva in lontananza una vasta palude da cui spuntavano innumerevoli piramidi di torba, simili alle tende degli indiani che ben conoscevo dai libri illustrati.

 

kossakowski 3

 

Il sentiero di ciottoli sul quale procedevamo era costeggiato da giovani pioppi bianchi, poco dopo ce li lasciammo alle spalle ed entrammo nel centro abitato la cui prima casa si ergeva su una piccola altura alla nostra sinistra, non lontano dalla strada. Apparteneva ad un falegname. Il tetto di paglia scendeva fino quasi a dissimulare la piccola costruzione in argilla e traliccio, munita di minuscole finestrelle; di fianco alla casa si stendeva una striscia di terreno adibita a cortile e giardino e su uno dei sentieri leggermente in pendenza che la attraversavano era visibile una bara verniciata di fresco che riluceva al sole vespertino. Questo fu il nostro primo incontro! Il mio cuore infantile si turbò a quella vista, e lo dissi a mio padre, il quale però non volle neppure sentir parlare di paura e funesti presagi e disse: «Non essere sciocco. È la cosa migliore che potesse accaderci. È come quando si incrocia un carro con un cavallo morto, anzi è meglio. Il cavallo morto significa in fondo solo denaro, mentre la bara è auspicio di fortuna. E con tutto il rispetto per il denaro, penso che la fortuna sia preferibile. La fortuna è tutto. E vedrai che qui ne avremo. Non è vero signor Wolff? Fortuna, dico. Vedrà, ce ne sarà anche per lei». Il signor Wolff annuì. In effetti la profezia di mio padre si avverò. A Swinemünde le cose ci andarono bene e se, a volte, non giravano per il verso giusto, la colpa non era della sorte che, al contrario, sembrava fare di tutto per favorirci.

La casa del falegname segnava l’inizio della città, tuttavia non riuscivo a capacitarmi del fatto che davvero stessimo entrando in un centro abitato. Nessuna porta cittadina, né strade selciate, né gente. La distanza tra le file di case ai lati della strada era infinitamente larga e le stesse abitazioni erano piccole e brutte, molte ancora con il tetto di paglia. Era sorprendente che la maggioranza delle case presentasse un frontone munito di un’asta per la bandiera che spuntava dalla facciata. Continuammo ad avanzare nella sabbia e attraversammo qualche strada che incrociava la via principale, finché giungemmo ad una grande piazza dalla forma bizzarra, per metà brulla e per metà invasa dall’erba alta, simile ad un prato per le oche di un villaggio. Lo slargo trasandato che, come testimoniavano grossi tronchi d’albero poggiati su dei cavalletti, serviva anche da segheria, ospitava una costruzione simile ad un granaio dalle vaste finestre: la chiesa. Di fronte, e separata solo dalla larghezza della strada, si levava una casa dipinta di rosso-fuoco il cui tetto ripido e torreggiante superava di ben cinque volte l’altezza della casa stessa. Tre o quattro alberi di castagno, cresciuti in ordine sparso e protetti da un recinto di legno, permettevano di scorgere a malapena il tetto. Tra quella casa e la chiesa si fermò dunque la nostra vettura e, forse notando la mia espressione perplessa, mio padre disse gioviale e compito: «Eccoci finalmente arrivati. Che Dio benedica la nostra entrata in questa casa. Qui, la prima porta a destra, signor Wolff, c’è la sua stanza». Il signor Wolff s’inchinò, ma sembrò ancora più sconcertato di me. Solo la balia sembrava far finta di nulla.

 

Eustachy Kossakowski, Children of cartons on their heads, Warsaw,

Eustachy Kossakowski, Children of cartons on their heads, Warsaw,

 

Alcune persone, incaricate provvisoriamente di provvedere in qualche modo all’abitazione, attendevano davanti ai due battenti spalancati del portone d’ingresso e ci vennero incontro con aria imbarazzata. «Sono certo che la cena già ci aspetta» disse mio padre e, prima ancora che il fatto potesse trovare conferma, varcammo la soglia di un corridoio dalle pareti dipinte di giallo e il pavimento di pietre squadrate, che attraversava tutta la casa. Anche questo mi aveva fatto una strana impressione. Fortunatamente, fin dall’inizio, ci fu sempre qualcosa che compensava il carattere rozzo e primitivo del posto. La porta sul retro del corridoio permetteva uno scorcio nel giardino sovrastato dal cielo vespertino dove riluceva una pallida falce di luna che illuminava un pergolato di caprifoglio il cui accesso, reso inagibile da un groviglio di erbacce, ospitava un giovane pino. Tale vista mi riempì il cuore di una sensazione simile alla speranza che in seguito non venne delusa. La vita fu meravigliosamente bella in quella cittadina, il cui ricordo, come quello della mia movimentata infanzia, ancora oggi mi fa palpitare il cuore.

Poco dopo aver preso possesso della casa ci sedemmo a tavola per la cena. A noi bambini venne servita una minestra di latte, che di solito non gradivo. Ne mangiai però una buona porzione e mio padre osservò sorridendo: «Così va bene. Chi mangia tanta minestra vive a lungo. Ma soprattutto non bisogna essere schizzinosi. Vedrai che qui staremo bene. Speriamo che piaccia anche a mamma… questa maledetta sabbia. Ma per i cavalli è il terreno migliore, non c’è dubbio».

Quindi ci alzammo da tavola e poiché non c’era nessun altro disponibile, mio padre dovette accontentarsi di sfogare, bene o male, su di me la sua eloquenza: «Ora esci un attimo a osservare la chiesa, è quella grande rimessa proprio di fronte. L’aspetto misero non le toglie proprio nulla: la Fede protestante non dipende dal luogo o da un cielo stellato dipinto. Insegna a fare il bene e a vivere una vita casta e onesta». Queste ultime parole erano indirizzate al signor Wolff, di cui non riusciva a fidarsi pur non avendo ancora nulla da rimproverargli.

Ero ben felice di poter soddisfare la mia curiosità e uscii. Sulla strada incontrai un uomo di bassa statura, anziano e sciancato che, dopo aver condotto il cavallo nella stalla, era intento a scaricare il bagaglio della nostra vettura. Come subito appresi, si chiamava Ehm, forse un’abbreviazione di Adam e, sebbene non si intendesse di cavalli, era stato designato nostro cocchiere. Svolse questo servizio per anni.

 

eustachy_kossakowski22

 

«Come ti chiami?» chiesi.

«Ehm».

«Ehm? Non ho mai sentito un nome simile. Ma dimmi, Ehm, cos’è questo continuo scroscio e rintuono? Eppure non c’è un soffio di vento?».

«È il mare»

«Il mare?».

«Sì, il mare».

«E quanto è distante? Dal rumore si direbbe proprio vicino».

«Beh, un quarto d’ora. A volte arriva fin qui e l’acqua invade tutte le strade. Potrebbe facilmente travolgere un ometto come te».

 

 

Un’infanzia di confine
Quando Theodor Fontane (30 dicembre 1819, Neuruppin – 20 settembre 1898, Berlino) scrive Meine Kinderjahre (1892), tradotta in italiano con il titolo Infanzia sul Baltico, è ormai un anziano scrittore di successo tra i più celebrati dell’Ottocento – morirà da lì a quattro anni. Autore di grandi ritratti femminili (la Effi Briest dell’omonimo romanzo, la Melanie van der Straaten de L’adultera, la Victoria von Carayon di Schach von Wuthenow, tanto per citarne alcune), Fontane era nato in Germania da genitori di discendenza francese ugonotta. Prussiano conservatore, critico spietato della Prussia imperiale e della borghesia arrivista e opportunista dei nuovi ricchi, da giornalista, aveva vissuto in Inghilterra. Conosciuto prima come critico teatrale, esordì alla letteratura ad un’età relativamente avanzata. Nei suoi romanzi di analisi sociale, l’autore attraverso un giudizio disincantato e mai polemico, con l’occhio di chi si limita a registrare, sembra sempre assistere con distacco la degenerazione dei valori.

In una lettera ad un amico svela come le sue memorie d’infanzia erano state sollecitate dal medico di famiglia per superare un incipiente stato depressivo dovuto proprio all’esaurimento della vena creativa dei “romanzi”. Forse per questo è più importante il pretesto che la memoria del proprio “io bambino” e protagonisti del manoscritto risulteranno la città di Swinemünde, località balneare della Pomerania, e il padre, farmacista e giocatore d’azzardo che trasmise probabilmente la normalità borghese della vita unita all’attrazione pericolosa, e per questo tenuta a distanza, della “fortuna” e dell’incerto.

In Meine Kinderjahre l’infanzia rammemorata non assume mai il carattere del periodo mitico di un’onnipotenza perduta né il punto nevralgico di un destino interiore, ma è sempre il punto da cui osservare in modo placido e atraumatico, l’età senza tempo che riflette una storia avvenuta, quasi un nuovo romanzo dove solo accidentalmente l’io è protagonista. Al contrario, Swinemünde assurge alla dimensione liminare del confine dell’impero, luogo oltre il quale l’ignoto, neppure nominato, fa capolino nell’architettura dei palazzi e nei costumi dei suoi abitanti. Liminare senza fascino, come la stagione di un’infanzia senza ritorno e priva di nostalgia.

Accostare a Fontane alcune fotografie d’infanzia di Eustachy Kossakowski (27 settembre 1925, Varsavia – 25 novembre 2001, Parigi), ha sicuramente tutto il peso di un’arbitraria operazione, tenuta insieme solo dalla dirimpettaia sponda polacca, dove attualmente Swinemünde si colloca con il nome di Świnoujście, dalle origini nobili (più fantasticate in Fontane di quanto reali furono quelle di Kossakowski: il nonno, Conte Stanisław Kazimerz Kossakowski, fu uno dei fondatori della Società di fotografia di Varsavia) e dal fatto che entrambi vissero il passaggio tra due ere, la fine della Prussia bismarckiana il primo e l’inizio dell’Europa post Seconda Guerra Mondiale. Deboli indizi accomunati da un’idea d’infanzia non calligrafica o nostalgica, ma cruda e asciutta, posta su un confine dove solamente il caso e le alterne vicende degli Stati decidono la collocazione di un luogo e dove l’opera dell’uomo potrà sempre avere un esito imprevedibile o fortuito.

 

 tratto da:
Theodor Fontane, Infanzia sul Baltico ; a cura di Hans Kitzmuller ; traduzione di Carmen Putti ; Treviso : Santi Quaranta, 2000 ; Collezione · Il rosone ; 36 / Titolo uniforme · Meine Kinderjahre · [ISBN] 88-86496-32-X · Classificazione Dewey · 833.8 (21.) Narrativa tedesca, 1856-1899

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...