Sardegna ~ Elio Vittorini

 

Giuseppe Biasi, Sposalizio a Nule

Giuseppe Biasi, Sposalizio a Nule (1914-15)

 

Sardegna come un’infanzia

 

Isole

Io so cosa vuol dire essere felice nella vita – e la bontà dell’esistenza, il gusto dell’ora che passa e delle cose che si hanno intorno, pur senza muoversi, la bontà di amarle, le cose, fumando, e una donna in esse. Conosco la gioia di un pomeriggio d’estate a leggere un libro d’avventure cannibalesche seminudo in una chaise-longue davanti a una casa in collina che guardi il mare. E molte altre gioie insieme; di stare in un giardino in agguato e ascoltare che il vento muove le foglie appena (le più alte) di un albero; o in una sabbia sentirsi screpolare e crollare infinita esistenza di sabbia; o nel mondo popolato di galli levarsi prima dell’alba e nuotare, solo in tutta l’acqua del mondo, presso a una spiaggia rosa. E io non so cosa passa sul mio volto in quelle mie felicità, quando sento che si sta così bene a vivere: non so se una dolcezza assonnata o piuttosto sorriso. Ma quanto desiderio d’avere cose! Non soltanto mare o soltanto sole e non soltanto una donna e il cuore di lei sotto le labbra. Terre anche! Isole! Ecco: io posso trovarmi nella mia calma, al sicuro, nella mia stana dove la finestra è rimasta tutta la notte spalancata e d’improvviso svegliarmi al rumore del primo tram mattutino; è nulla – un tram: un carrozzone che rotola, ma il mondo è deserto attorno e in quell’aria creata appena tutto è diverso da ieri, ignoto a me, e una nuova terra m’assale.

(…)

 

Giuseppe Biasi, Mattino in un villaggio sardo (1912)

Giuseppe Biasi, Mattino in un villaggio sardo (1912)

 

I sugheri

Una vena d’acqua è affiorata sulle lastre, profonda da immergervi il piede. Ma è chiara, colore anch’essa del granito. A poco a poco si stringe nelle sue sponde e suscita un’irta vegetazione, che la ricopre.

Seguendola s’incontrano alberi, qualche ontano, qualche ulivo. Alberi dalle fronde di cenere, d’un verde spento. Poi sugheri. Somigliano all’ulivo, dal fogliame un po’ più canuto, un po’ più arruffato, ma hanno tronchi che sanguinano. Dal piede fin sotto l’attaccatura dei primi rami, esattamente, la corteccia è stata sbalzata via. È rimasto il tronco vivo. In alcuni d’un rosso fulvo, in altri come cuoio conciato. Altri, sotto l’azione del sole, hanno preso una tinta violacea. I più vecchi, che furono scortecciati l’anno scorso, si sono ricoperti di un muschio bluastro. Ma non ce n’è uno intatto. Anche certi arboscelli, dal corpo sottile, mostrano un piede sanguinolento. Strano, per questo taglio come sembrano vivi! Viene spontaneo pensare: povere bestie…

D’albero in albero si arriva dove tutto è pieno. Echeggiano colpi d’ascia. Tak. Tak. Un bosco, ma non fitto; e battuto bene dal sole. S’ode gente che parla. È il tempo del raccolto. Ed ecco gli uomini circoncisori.

Sono tre. Vanno intorno e palpano i tronchi degli alberi che, intatti, somigliano affatto all’ulivo. Ne trovano uno che li soddisfa, diritto, d’acerbo fogliame, e giù al collo e alla caviglia due colpi d’ascia. Poi con un ferro completano all’ingiro le due incisioni e dall’alto in basso tirano una fenditura. Il più anziano dei tre caccia le mani nella ferita e l’allarga. Ne cola un’acqua rosea che per un rigagnolo scorre sul terreno finché non incontra la roccia; e là stagna. Di queste pozze d’un sangue delicato, che lievemente vapora, il suolo del bosco è cosparso. E un più delicato aroma ne esala, un triste aroma, come d’una resina d’erba. Intanto la corteccia ha ceduto, ha un’elasticità di gomma, così fresca, e si apre, sguscia via, lasciando ignudo il tronco. D’una puerile nudità rosa. Sembra tenero, che si possa spezzarlo tra le dita, come il gambo d’un fiore. E l’albero, su, dove è ancora un albero, si liscia nelle sue foglie con l’ossessione d’un uccello ferito che del suo male non urli per un interno terrore.

Da una parte, le spoglie della singolare scuoiatura sono stese ad asciugare.

Spalancate al sole sono rosa anch’esse, ma d’un rosa un po’ osceno. Non hanno più nulla di terrestre, tanto meno di vegetale. E le spoglie già secche, ammucchiate in catasta, hanno preso quel noto aspetto del sughero che, da bimbi, come le spugne e i coralli, si pensava estratto dai fondi del mare.

Da qui, in carri colmi, lo portano a Tempio o a Calangianus, alle fabbriche. Sono fabbriche rustiche, s’intende, di operai che lo lavorano col coltello, dopo averlo bollito dentro calderoni che, infissi nel pavimento, vengono scaldati da un fuoco di legna acceso in cantina; come si fa la ricotta in certe mandrie.

Ne fabbricano tappi. Oppure lo spediscono alle ditte specializzate di Barcellona, di Marsiglia che pare apprezzino il sughero sardo a preferenza di quello, scarso del resto, delle Baleari o, troppo turgido, del Marocco. Peccato renda poi così poco. Ogni albero, in due o tre anni, poche lire; e divise fra tanti, da chi piantò l’albero a taglia tappi. Ma tutta la Gallura e mezzo Lugodoro ci vivono.

(…)

 

Giuseppe Biasi, La canzone del pappagallo

Giuseppe Biasi, La canzone del pappagallo

 

Sassari

Verso Sassari, la sera ci corre dinanzi, più svelta di noi. L’ultimo sole cade in foglie morte dalle cime degli alberi, poiché siamo in terreno di alberi, in pieno uliveto. Ulivi e aranci, fitti oltre i muri bianchi della strada, nella crescente oscurità. Un fumo bluastro si sprigiona dal loro fogliame, luminoso, dapprima, poi si fa opaco, e si addensa, va su. Tutta la terra fuma. Non è di qualcosa che bruci, ma di se stessa, uniformemente, che vapora.

E odora, anche, fresca di concime; in un punto di limoni putrefatti, e lì deve esseri una distilleria con mucchi di rifiuti nel cortile, le pestifere immondizie degli agrumi.

Oh quest’acre peste!

Sono stanco e questo carrozzone sballottante mi è caro. Mi è cara questa realtà di viaggio, con questi amici, questo cigolio dei sedili, questo buio fuori e un letto d’albergo stasera, e voglio averla finché dura.

Nella campagna nessun lume s’accende.

Passiamo per Sennori tutta al buio che aspetta, in quest’ultima penombra, che sia proprio notte per accendere i suoi fanali.

E quando è notte piena noi siamo già assai oltre coi nostri occhi di gatto spalancati sulla via maestra. Incontriamo gente a cavallo o lunghe file d’asinelli, che procedono nella nostra direzione. A Sassari, eh! Quanti parafanghi ancora!

Eccoci poi sotto i suoi lumi. Noi nel buio dell’uliveto e Sassari attorno a noi, d’ogni lato, coi suoi popoli di lumi. Entriamo da una parte, tra case e arbusti, ma non è ancora la vera città; che sembra giri dall’altra parte. Ora c’è una valle nera fra noi e il maggior numero di lumi. E più avanziamo più quella valle si allarga, più quei lumi si allontanano.

Ho paura si sia finiti in qualche altro paese, dirimpetto alla Sassari vera, e chiedo al primo che passa se qui è proprio Sassari. Quello mi risponde come gli avessi chiesto se il sole è veramente il sole.

«È Sassari.»

(…)

 

Nuoro

Arriviamo a Nuoro attraverso campi d’asfodelo, gialli di stoppie, dopo due o tre ore di corsa sotto la canicola. – A Nuoro tutta la gente delle Barbagie, dell’Ogliastra, del Marghine, guarda come a una capitale. È la capitale del popolo, il villaggio-capo, sebbene prefettizio, città come questi cuori aborigeni possono concepire un città e sentirla vera.

Càlano a Nuoro, dalle montagne, per venderci i prodotti delle loro mani arcaiche, tappeti e merletti, nei quali ricorrono intrecciati i motivi della decorazione sarda: la danza e i cavallini o il capro saltatore, motivi ingenui che il barocco spagnolo non ha sfiorato; grafici; di tremila anni fa. Uomini e donne, gli uomini in bianco e nero, alcuni in mastruca, ch’è un giaccone senza maniche di pelle caprina, con questo caldo!, le donne in rosso e nero, gremiscono le strade spingendosi avanti gli asinelli carichi di mercanzia, che consiste anche in frutta, olio e formaggi. Tutti hanno la testa ben coperta, le donne, con le loro mantelline, tendono a coprirsi il volto fin sotto il naso. Certi uomini, con quegli occhi da lupi e quella barba, si sono avvolta una sciarpa intorno al capo prima di calzare la berretta fenicia. Come avessero il mal di denti. O come sentissero uno strano bisogno di tenere la testa al caldo, chiusa ed oscura, in una fisica intimità. Sono accigliati. Ma le donne no, strepitano con uno strepito da bambine, senza risa, accanitamente loquaci. Hanno tremanti voci, anche se gridano, d’un tono mite e denso, come d’olio, e scorrono una sull’altra. Voci cantanti. Da fanciulle di sedici anni; le vecchie pure.

Dentro al mercatino sembra che si percuotano, a giudicare dalla gran ressa, ma il delicato vocìo mi toglie ogni voglia di sospettarlo.

È un cortile tutto bianco, questo mercato. Vi si vende di tutto dalla carne di porco alla lana da filare, e tutto in piedi, tutta la merce addosso al venditore. Ma, poi, quasi ogni porta è un po’ bottega. Davanti alle più povere c’è per lo meno un mucchietto di pomodori in esposizione sopra una seggiola, che aspetta chi lo compri – e non arriva forse a fare un chilo. Ma davanti ad altre vedo ceste d’uva, panieri d’ulive da salare, persino il banco d’un macellaio con mezzi montoni appesi alle finestre, ringhiosamente sorvegliati di sotto il banco da un cane.

Ho girato per Nuoro intorno a mezzogiorno e non so se sia stata l’ora a farmi avere il gran senso infocato di giallo che le vie e i campi vicini mi dànno. Specie in un punto, dov’è la chiesa del Rosario, con un mezzo tizzone d’albero accosto alla facciata tutta nitida, e un campaniletto di creta secca su per aria.

Ma le strade salgono e si ritorcono verso la cattedrale che torreggia isolata a ridosso d’un brullo cocuzzolo; e su m’avvio. Non proprio per la cattedrale che sembra nuova e d’un femminile colorino rosa, come di batista; piuttosto proprio per il cocuzzolo intorno al quale svolazzano livide cornacchie e non vogliono andarsene nemmeno alle mie grida. C’è un uomo in cima, che fa i suoi bisogni tra i fichidindia; le cornacchie lo assaltano; e al di là dei fichidindia e delle cornacchie grandi montagne nere d’alberi, nella schiena di una delle quali c’è infisso un bastone e so che si tratta d’una statua del Redentore alta venti e più metri.

(…)

 

Nuraghi

Sulla strada d’Oristano, venendo da Macomer dove abbiamo passato di nuovo la notte, sento che il nostro viaggio continua in un addio. La Sardegna comincia a finire. Fino a ieri sera no; da oggi. Eppure è stato Sardegna in pieno, anche oggi: ad Abbasanta, al Tirso, sul nuraghe Lose.
Ad Abbasanta c’era mercato di bestiame. Da ogni lato lungo la strada per circa un chilometro, oltre bassi muriccioli, si vedevano torme di mucche, di pecore, di asinelli. In fila tra un recinto e un altro piccole case nere, piuttosto come stalle. E fumo nell’aria. E belati. Solo belati – come se le altre bestie fossero per natura taciturne. Gli uomini erano accampati sotto tende o avevano improvvisato tettoie di paglia e se ne stavano in circolo, seduti a terra, attorno a un fuoco di tizzoni che moriva. – Una volta Abbasanta doveva essere solo questo: un gran campo per le mandrie. Poi qualcuno, di quelli venuti a comprare, è rimasto e dove aveva una tenda ha fabbricato una casa; così è sorto il villaggio. Sparpagliato tra i recinti, sopra lo sterco secolare.
Allo sbarramento del Tirso che, sollevando d’una cinquantina di metri la valle, fa con quelle scarse acque un bacino nero di profondità, più nero d’un lago d’alpe, – mi sono chiesto che cosa ne pensano i sardi. Gli antichi, dico. Nel loro cuore senza speranza hanno saputo cominciare a credere che si può lottare per la vita?
Non lontano dal bacino del Tirso abbiamo visitato il nuraghe Lose. Dicono: il più antico meglio conservato di tutta Sardegna. Ma io non lo descriverò. Tutti i nuraghi che ho visto, per me non hanno interesse interno. Piuttosto presenze misteriose, nella campagna, ho sentito il loro fascino e l’ho subíto alle loro coniche apparizioni di pietra sopra pietra; e non più del fascino disumano di certe croci che ho visto sulla strada di Nuoro – immense -: patiboli anzi che segni di Dio; o di certi piccoli cimiteri recinti da siepi di fichidindia in fiore, d’una fioritura vermiglia.

(…)

 

Giuseppe Biasi, Ragazze di Osilo, 1929

Giuseppe Biasi, Ragazze di Osilo, 1929

 

Cagliari

La città ci è apparsa sopra un monte metà roccia e metà case di roccia, Gerusalemme di Sardegna. E per l’ultima volta siamo scesi dal torpedone, che sfiatava acqua come un capodoglio, per la stanchezza forse, caro torpedone, vuoto per sempre di noi.

Abbiamo messo piede a terra sotto un portico, dinanzi a una passeggiata lungomare. E subito l’albergo ci ha preso, col piacere di una camera ignota che diventa propria e di avere anche un bagno nella camera.

Condotto su dall’ascensore, con sorpresa vedo dalla finestra che la via è profondissima dentro i palazzi. Ho una finestra ad angolo che mi dà modo di guardare sul porto e la passeggiata lungomare e allo stesso tempo su una larga via di asfalto che risale verso i quartieri alti fino a cozzare contro i bastioni sui cui quelli s’elevano. – Mi sento in un vero albergo d’una vera città, ma non d’una qualunque città, anzi d’una stranissima, diversa da tutte le altre come le conosco e come le immagino. Perché – non so spiegarmi. Vedo mare, vedo piroscafi, vedo gente, vedo automobili, vedo tramvai, vedo case, vedo alberi, vedo quanto è molto comune vedere ovunque, e tuttavia sento che Cagliari è una città assai diversa da qualsiasi altra.

È fredda e gialla.

Fredda di pietra e d’un giallore calcareo africano. Spoglia. Sopra i bastioni pare una necropoli: e che dalle finestre debbano uscire corvi, in volo. I tetti sono bianchi, di creta secca. Da qualche muro spunta il ciuffo nerastro, bruciacchiato, d’un palmizio. Ma non è Africa.

È ancora più in là dell’Africa; in un continente ulteriore, dove si città essa sola. Attorno la terra sfuma in nulla; logora di stagni e saline che sembrano spazi vuoti, spazi puri. E il mare, al di là del cerchio delle gettate, anche lui è di nulla; d’una bianchezza di mare morto.

Ma uscendo dall’albergo sull’or di notte mentre s’accendono i lumi, mi trovo dentro una folla singolarmente vivace, in un brulichìo di folla, che non è di gente che cammina e s’incontra, come ovunque, ma quasi di gente che ròtei intorno a se stessa. Un verminìo. – Non c’è da lasciarsi portare, come avviene in altre città brulicanti, a Venezia, a Napoli… Abbandonandosi a questa folla si finisce per restar fermi. Mentre a tagliar dritto per conto proprio ci si sente stranieri senza rimedio e tenuti d’occhio. – I caffè, con tutti i tavolini fuori, sono zeppi. Prima di trovare da sedermi mi tocca attendere parecchi “cinque minuti”, ed è solo un posto, non un tavolino, che posso avere. Mi sono compagni un uomo e due signore che nemmeno rispondono alle mie scuse ripetute. Lui ha l’aspetto da cavaliere di prefettura, un giornale uscendogli di tasca gli sale fin sotto l’ascella, le due signore devono essere una moglie, l’altra cognata e agitano in mano piccoli ventagli reclame forniti dal caffè. Davanti hanno le coppe dei sorbetti, svuotate, a giudicare dal sudiciume del fondo, almeno da un’ora; e guardano in aria, assai lontano nell’interna inezia, senza mai dirsi una parola. Il cameriere potrebbe essere d’Oliena o di Nuoro, ha una barba da quattro giorni e nella giacchetta candida di cameriere sembra travestito. – Molta gente che passa in abito qualunque è così goffa da parere travestita. Eppure a Cagliari sarà mezzo secolo che non si indossano brache e gambarittas. Quando mi alzo i tre fingono precipitosamente di essere abbacinati dai cartelloni del varietà vicino, per non rispondere al mio saluto; ma penso che non devono essere di Cagliari; devono essere di qualche Pontremoli o Pontedera, venuti qui a smaltire la loro gloria di famiglia impiegatizia.

Tutte le strade che risalgo, verso gli sfavillanti bastioni della città alta, brulicano allo stesso modo del lungomare; con più festa, anzi, sebbene non sia folla allegra. Tutti i negozi sono spalancati; le chiese pure, e in un modo, le chiese, che la strada vi forma una piccola cala e un rigurgito. Dal portone enorme, che occupa l’intera facciata, l’altare del fondo appare come venisse sospinto fuori a braccia per essere condotto in processione. Ma si pensa che dal portone non potrà passare. È di legno dorato, di molte e panciute colonne, di molti ricurvi architravi: sembra il prospetto palladiano d’un teatro. E nella chiesa, se si varca la soglia, non s’avverte aroma ‘incenso o di ceri, ma l’odore delle platee a una serata d’opera.

Poi m’arrampico per le scalette di una via che va su a chiocciola. In ultimo mi pare d’essere sbucato da un boccaporto: sopra una specie di aerocampo notturno, ma denso di folla multicolore, e illuminato da grosse lampade da difesa costiera, cannoni di luce. Sfavillano tutti verso il mare, questi cannoni, lasciando nel buio i palazzi del fondo. E la folla si muove col solito verminìo, assolutamente priva di direzione, nervosa, irragionevole, esclamativa; infantile quasi; – come la folla d’un piroscafo.

(…)

 

In mare

Finalmente; siamo a bordo e non so cosa è più forte di me, la gioia d’essere a bordo, o il rimpianto di lasciare Cagliari: tutta in lumi.

Ho l’impressione che un anno e un continente siano passati via dall’approdo a Terranova, e una possibilità di vita stia per cadere, forse di una meravigliosa vita, senza che io abbia tentato di farla mia. – Il piroscafo ha ritirato i suoi cavi, la sirena ha fischiato, s’ode lo scatenìo dell’àncora verso prua, e lentamente la piccola folla del molo si distacca, le panchine si ritirano e un’acqua nera si rovescia tra noi e la terra, allagando. È l’acqua che divide questi due mondi: piroscafo e Cagliari; e allaga in mezzo ad essi finché non si saranno proprio persi di vista.

Per me comincia un’altra realtà, un’altra maniera e un’altra gioia d’esistere; da domani un’altra Sardegna.

 

 

 

Tratto da:
Elio Vittorini, Sardegna come un’infanzia ; Milano : A. Mondadori, 1952 ; Collezione · La Medusa degli italiani ; 73

 

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