Ingeborg Bachmann ~ Deserto

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

 

egitto-donna-mandragora

Donna che riceve e offre frutti di mandragora (Tomba di Nakht, Tebe)

 

Attraverso il deserto

Ancora ad Alessandria la paura, il caldo, la carne troppo speziata nei panini. Nella corriera, made in Iugoslavia, che è gremita fino all’ultimo posto, e ho io l’ultimo posto, ormai è mezzogiorno, gli occhi si aggrappano al made in, poi tento di leggere i numeri, i numeri arabi, è facile. Posto 37. La corriera lascia velocemente la città, per la quale non ho occhi, li ho solo per la prima sorpresa, la sabbia, nella quale sono state ancora costruite case, per i bei bambini in pigiama, per gli uomini in djellaba. I bambini e la sabbia, poi non c’è che la sabbia.

 

Mezz’ora dopo Alessandria, sul delta, non c’è dubbio che si è sul deserto. Si resterà nel deserto, si attraverserà il deserto. Che cos’è questo deserto, che vedo per la prima volta sul delta, nel caldi di mezzogiorno, il sole infoca il finestrino, infiamma la testa, che improvvisamente come per una ferita, di cui non si rende conto subito, è sempre più pesante da sorreggere, sorreggere la testa con tutte e due le mani. Nel tratto successivo, da Suez in giù, lungo il Mar Rosso, nel deserto arabico, è già successo, succede di ora in ora. Ritorno in me, con un unico pensiero: il deserto, voglio il deserto che occupa i miei occhi e tutti i miei nervi, scorre lentamente nei miei occhi, dopo nove ore nel deserto so che ho ritrovato il mio equilibrio, nel punto di ristoro, dove gli uomini si fanno portare i narghilè e io bevo il mio primo caffè, i capogiri sono scomparsi. Scendo giù al mare, torno subito indietro per non perdere la certezza che lui è ancora lì, fatto di pietra e sabbia, di giallo e biancogrigio. Più avanti lungo la strada si alzano i primi veli, sottili veli di sabbia giallo bruna, sollevati al vento, non ancora una tempesta di sabbia, ma il primo terribile presentimento che la sabbia è pericolosa, che è bella, che è vuota, che è pura. Si potrebbe continuare a pensare il deserto, ma a ogni chilometro è pronto a divorare l’osservatore, è più forte di tutte le immagini che siano mai entrate nell’occhio.

La terza volta viaggiavo come inebriata, fa’ che non finisca mai, dentro ti fa il vuoto, di più non hai mai chiesto, e io mi lascio svuotare, sfiorare i sogni da lui, dalle dure montagne rocciose, dallo sprezzante <manca il testo>

Ormai non può succedermi più nulla.

Hascish: dopo la terza quarta sigaretta il senso di vertigine, il sorriso degli altri che sono già più avanti. Paura di non alzarsi più dalla poltrona, si possono spalancare gli occhi solo a brevi intervalli e guardare la stanza, si è perfettamente coscienti. Dopo mezz’ora, sul letto che ho raggiunto barcollando succede qualcosa: la colonna vertebrale è come compressa in una morsa, il corpo schiacciato con la testa all’ingiù. Non si manifesta la sensazione di assenza di gravità, ma con gli occhi chiusi produco arabeschi che scorrono rapidamente, scuri, bianco-neri forse, vorrei mettere fine a questo stato. Sono nella morsa, esposta ogni momento, senza avere alcun senso del tempo, a questi sfondi mutevoli che scorrono infinitamente rapidi, non riesco a trattenere niente, a pensare niente. Improvvisamente mi accorgo di avere due corpi. È raggiunto un nuovo stadio. Ho due paia di mani, due mani, enormi, sono appoggiate vicino a me, su di me, intrecciate, e poi le mie due vecchie mani, anch’esse saldamente intrecciate, che vogliono riunirsi alle altre due, io non voglio avere questi due corpi, voglio abbandonare con uno sforzo questa doppia figura. Riapro gli occhi, vedo la porta aperta, tutte le finestre aperte, perché si formi una corrente d’aria che non si forma mai. Le mie mani scottano e si sforzano di separarsi, ma ecco sono di nuovo due paia di mani, e allora le scosto un po’, appoggio le due mani destre sulle due regioni del cuore a sinistra. Sono sicura di essere stesa tranquillamente e di respirare tranquillamente, e che potrebbero credermi addormentata, ma con le mani sdoppiate sento ciò che accade nei corpi, come lavora il cuore, come circola il sangue, come procede il respiro, io sento come un medico di maggior talento tutto ciò che in realtà non posso vedere né sapere con esattezza, un leggero dolore, che [deve] essere nell’attività cardiaca, dita ai raggi X. Di colpo il sonno. Il mattino seguente la testa è lucida. <È> vaga la risposta alle domande sul “vissuto”. Non si vive niente. Uno si mette sotto un’altra legge, in un altro tempo, riceve altre sensazioni, che inducono a pensare di essere rimasti a quelle abituali, perché non sa esprimere ciò che succede, se non succede ciò che ci succede di solito.

Vivere in una restrizione inaudita, rinunciare all’ampio resto, perché è inutilizzabile. Forse avevo nelle dita la percezione tattile di un essere diverso da quello che sono. Quale andrebbe respinto, quale accettato?

Testa: da quando in questa testa si è inceppato qualcosa, cioè da quando ogni giorno so, lei mi dimostra che ce l’ho, come una gamba ferita dolorante ogni giorno ti fa intendere, ecco qui la tua gamba, così io trascino la mia testa tutto il giorno, e lei trascina me tutto il giorno, tutta la notte. Dormire, sì, dormire.

Solo raramente ora ho paura. Cioè, non sarei più in grado di dire cosa abbia preso a calci per un anno intero il mio cranio, quali rappresentazioni deliranti l’abbiano fatto surriscaldare, quale camicia di forza gli abbia gettato addosso il ricordo. Soffrire come una bestia… Più che questo modo di dire non mi è mai venuto in mente niente. Muta e stravolta, colta da brividi, in preda ai crampi, alle convulsioni epilettiche, e nessuna possibilità di riuscire a parlare, solo un gemito, sospeso negli occhi che si aggrappano a una lampada o a una persona, pietà, vi prego, aiutatemi, o Dio, nella più profonda miseria questo è un nome, è lì che deve avere le sue radici. Se sono afferrati in un altro punto, non producono alcun senso.

(…)

Lasciatemi oggi e domani. Lasciatemi fare solo qualcosa di buono, poi più niente, essere un po’ affabile, poi non esprimere più niente. Si sono dovuti mettere insieme così tanti bagagli che devo pensare a come fare per averli sul bordo del deserto. Dove sarà mai il deserto, in Oriente, in Africa, sì, da qualche parte, ma uno deve poterlo vedere, deve poterci entrare, come in un’acqua poco profonda, e allora sarà visibile una tenda e ci saranno due cammelli, e si resterà a guardare senza pensare a niente. Ma non sarà un’immagine, fa troppo caldo infatti per vedere delle immagini, farà molto caldo, e si partirà sul cammello o in macchina, a fatica il cammello si abbasserà perché si monti in groppa, e ci si terrà saldi per non cadere finché non sarà ritto anche sulle zampe anteriori, un animale fantasma, al quale siamo consegnati, il dondolio, cavalcando, <>

Il giovane arabo chiama il suo animale: Mister […], e se deve andare più veloce grida chachacha, ha sentito parlare dei balli europei. Ha successo, riceve ben dieci piastre in più.

Intorno alle Piramidi c’è un commercio fiorente, fino a Menfi e Saqqarah, e c’è un commercio fiorente a Tebe, ma lì si calma nelle ore di gran caldo, allora più nessuno vuole niente da nessuno, e <intorno> alle tombe dei re capita di ritrovarsi soli. Nei pressi del Colosso di Memmone si è di nuovo in pericolo, vogliono venderti qualcosa, visto che non possono venderti il Colosso, allora per lo meno qualche vaso falso, o statuette o lampade a olio. Ma a volte il silenzio del deserto inghiotte anche i bambini e gli uomini allenati, improvvisamente non c’è più niente che costa una piastra, improvvisamente ti lascerebbero anche a terra ustionato dal sole, con un cuore che viene meno per l’affanno. Nella valle dei re, in questa città dei morti, che cosa cerchi. non certo l'”arte”, ah, l’arte. Che cosa cerchi in questa città spaventosa, dentro queste tombe, davanti a questi segni, in presenza di questo deserto che mette in dubbio i tuoi obiettivi, gli obiettivi del tuo viaggio, i tuoi obiettivi da anni. Che cosa, e parla una buona volta, che cosa cerchi qui!

Nella tomba di Amenofi III ho conosciuto qualcuno. Lui. Il fragile libro illustrato della vita e la morte potevo decifrarlo, so leggere ormai, i segni della vita, i segni acqua e scettro, e fertilità e morte, e tutti quei segni, Amenofi III e i suoi dei, ma soprattutto lui, mi sono familiari, e tutto ciò che d’ora in poi mi capiterà di trovare sul suo conto, susciterà gioia, come quando si apprendono ancora cose nuove su una persona amata senza badare se siano rilevanti o irrilevanti. La storia del Nuovo Regno, a lungo un’intricata storie per persone colte, dimenticata [per] più di nove decimi, diventa ogni giorno più viva, diventa così concreta, tangibile e sconcertante come la storia del proprio paese. Il senso della storia, della profondità temporale della storia, la geologia del tempo, le sedimentazioni, il magma, il processo di cristallizzazione, le vicende umane, popoli, gruppi, individui, mi possiede di nuovo, come in tempi remoti, nonostante il caldo comincio a leggere, leggo per ore, non per leggere, ma per poter scendere giù in fretta, per potermi rendere conto. Giù nella città dei morti, al cospetto dei re che non sopravvivono in virtù di se stessi, della loro documentazione e delle loro gesta, ma grazie ai milioni di operai e artisti che a Tebe hanno reso immortali i loro sovrani. Non immortali, anzi, non questa parola approssimativa, meglio dire che non volevano lasciarli morire, li hanno conservati bene, così bene che avrebbero potuto durare fino a oggi e anche oltre in quelle tombe nascoste, nonostante i saccheggi, ma la gente in Egitto non ha fatto i conti con gli archeologi.

(…)

Mi sono mancate le forze in mezzo al deserto, mi sono afflosciata come un mollusco, ho contato le mie pillole nella sabbia, quante ne erano oggi, ora si è perso il conto, forse già tre, o magari solo due, ormai non lo so più, il sole, il sole, i capelli bagnati, non si asciugheranno mai più i capelli? In una stanza mi strapperei i capelli, piangerei, crollerei sul letto, suonerei il campanello, mi impennerei, arriverebbero le epilessie, l’entelechia, l’encefalografia, l’entropia, qualcosa arriverebbe, un impennarsi, il formicolio, la convulsione, finché le dita del piede sono tutte contratte, finché gli occhi cominciano a dondolare, occhi storti in una convulsione demente, il movimento della bocca, chi mi ha fatto questo, Dio mio, o Dio, o Dio, non lo so, sono il telos di un terribile scambio, un giorno sono stata scambiata per qualcun altro, scelta in base a uno scambio per un esperimento. Per un altro paio d’anni hanno fatto esperimenti su di me, su un coniglio, che intanto è impazzito, o su un ratto. Vorrei essere il ratto con la dose giusta per saltare alla gola dello sperimentatore, i denti marci e aguzzi per squarciare le arterie, un ratto lungo un braccio che sa ancora vendicarsi prima di crepare. È omicidio premeditato, e il sole, il sole, lui lo mette in luce. Qui è una giornata meravigliosa, prima ancora che si concluda la divagazione sulle pillole, che se ne prenda un’altra, e il sole, lui lo urla alla luce del giorno: premeditato, era premeditato. Era più che uno scambio. Ero io il bersaglio. Io. Io. Quale spaventosa congiura viene scoperta qui. E non esiste nessun teatro disposto ad accogliere un dramma così smisurato. Accoglimi, deserto. Accogli l’ombra nera che si addentra smarrita in te, nella distesa di dune, questa piccola ombra che ha divorato di nuovo la sua pillola, che divora anche te con gli occhi, la tua maniera di essere e di non essere, la tua sabbia illuminata, dove si consuma il caos di questa follia. La saliva basta appena a inghiottire i cinque millimetri di diametro, poi la gola è secca. Si è prevenuta una profezia, le profezie vengono dal deserto.

Il ciglio del deserto è […] con immagini di Dio infrante.

<manca il testo> soffrire, è così lontano dall’Io, è la completa decomposizione, è la breccia per gli altri. Io soffro, cioè, non posso veder soffrire nessuno, la più piccola sventura capitata a un altro arrivando a casa mi fa crollare nell’ingresso. Soffrire è un  evento che qui non era previsto, né per l’altro, né per me, è l’invasione. Soffro di invasione, soffro per il cammello scannato, per le zanzare sul lago di Zurigo, per le battutine di una vecchia amica, soffro perché qualcuno ha un certo cancro alla laringe, soffro perché tutto è inguaribile. Soffro, ogni volta fino a perdere conoscenza, ogni volta con l’epilessia, soffro per una parola detta.

Se Dio non dovesse redimere questo mondo, se Dio non, se Dio proprio non, al quale io do un’importanza minima, in pratica nessuna, se non succede qualcosa, io divento, non so, cosa divento.

Il mio deserto, l’unico mio, il mio campo, campo incolto, il mio limbo <soave>, la mia redenzione.

In lontananza sul Mar Rosso, vedo un’ombra scura, ho già camminato per chilometri, tanto riesco a camminare, arrivavo anche fino al promontorio, ma questo Mar Rosso, lui non mi spaventa, meno che andare in latteria, in qualunque negozio. L’ombra è ormai spessa e nera. Ti vedo, fra un attimo sarò da te. Sulla pista (non so affatto che c’è una pista) avanza un’automobile, deduco che è un’automobile dal rumore, poi quel passare oltre, dev’essere un’automobile, ma non si vede niente.

Dopo dieci chilometri la cosa nera è un cetriolo di mare, ma certo ha un altro nome, è nero come una radice d’albero, ma molto piccola. Ho camminato tanto, si è presa gioco di me. mi fa così ridere, spingo in mare la radice avida d’acqua perché non muoia, poi provo a nuotare, con la maschera, ma l’unico punto di questo [Mar] Rosso è gremito di serpenti, serpenti innocui, lunghi, aggrovigliati, tantissimi, non posso proprio nuotare, mi siedo nell’acqua, mi rinfresco, questo sole rovente, le meduse, che non bruciano, quelle piccole azzurrine acquose, mi sfiorano di continuo, uno vorrebbe soffiarle via, ma che cosa si lascia soffiare via qui? Non il sole, non i serpenti, non la sabbia, non le fantasticherie. Sono diventata cieca, adesso non vedo più niente – Cammino e canto: ombra, ombra. M non c’è nessun’ombra. Non c’è proprio niente. Nel tardo pomeriggio sulla spiaggia si ferma un <>

Temono il deserto, lo temono tutti quanti. Sono nel deserto e fanno come se non fosse il deserto, come se non fosse niente. Mai stato niente, non è niente, non sarà niente. Sono fuggita. Allora sono andata nel deserto.

Nel deserto la luce si è rovesciata sopra di me.

Ho la sua puzza millenaria nel naso da [adesso] e per tutta la vita, ho la sua purezza davanti agli occhi, ho, non ho nulla.

La fine della malattia non è stare in buona salute. È la guarigione. La fine, che non si può intravedere, che ieri era, oggi ritorna, domani sarà.

Che cosa cerchi in questo deserto, in questo catafalco, in questo scintillio di sabbia e amebe, di chimere e muri spartifuoco, fantasma, fantasmi, <>

Trotterò via col mio cammello, mi scrollerà e sballotterà e si inginocchierà con me, il mio animale, il mio ardore tenace, la mia mancanza di bisogni, il mio inquilino dello zoo, il mio primo amico a Berlino, il primo nel deserto, il mio mostro, il mio animale di sogno, la mia sponda, il mio animale di città e la mia piccola carovana che si allontana nei pressi di Assuan, dove c’è ancora campagna, ma la sabbia scorre già nel verde. Il vecchio che dice: i cani abbaiano, ma i cammelli passano.

Il deserto ha la grandezza, non è niente, perciò grandezza, è meno di niente, è ogni giorno, ogni istante, è la noia più infinita per qualcuno, la perenne eccitazione per chi ha gli occhi contrassegnati dalla sua sabbia.

Arrivano i bianchi, io sono di razza inferiore. Dov’è il Golfo di Aqaba. E perché, perché sei attratta sempre dal deserto? Lo sono perché è puro. Domani sarò sul Golfo di Aqaba.

Sono di razza inferiore. Davvero, non mi ripeto.

(…)

I barracuda volano nel Mar Rosso. Le stazioni dove c’è l’acqua sono le mie. Ho raggiunto l’ultima.Sono entrata in acqua tra ragni di mare e meduse, sfiorata dalle meduse ovunque, ma ero libera, in un attimo [ho] sollevato il mondo dai cardini, in un sole rovente sottto il quale tra febbre e follia quasi avrei divorato la radice marina e scambiato i miei compagni per vermi d’aria. Sono all’inferno, non tornerò più indietro. Non era un viaggio, era <>

 

 

Tratto da:
Ingeborg Bachmann, Libro del deserto ; seguito da Verrà la morte ; traduzione di Anna Pensa ; a cura di Clemens-Carl Härle ; Napoli : Cronopio, (1999) ; Collezione · Tessere ; Titolo uniforme · Wüstenbuch. · [ISBN] 88-85414-46-X

 

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