Alfred Kubin / Ludwig Angerer ~ Ero un bambino molto selvaggio

 

Ludwig Angerer; Crown Prince Rudolf von Oesterreich-Ungarn, Austria, 1863.

Ludwig Angerer; Crown Prince Rudolf von Oesterreich-Ungarn, Austria, 1863.

 

Io sono nato il 10 aprile 1877 a Leitmeritz, una piccola città della Boemia del Nord. Sui primi due anni della mia fanciullezza la mia memoria tace completamente. Verso il terzo anno ritrovo vaghi ricordi di balocchi, di verde fogliame inondato di sole e dello smunto, pallido viso di mia madre. Mio padre, ex ufficiale dei cacciatori, dopo la campagna del ’66 ottenne un impiego statale, come geometra. Lo incontrai per la prima volta a Salisburgo; aveva dovuto lasciare la sua giovane famiglia per due anni, per fare il suo dovere di soldato nella lontana Dalmazia. Nella nostra nuova dimora, dove la mamma e io ci eravamo installati così comodamente, egli irruppe un giorno all’improvviso e suscitò in me immediatamente un senso di ostilità. Ma, placata dal dono di un berretto dalmata rosso, la mia gelosia ben presto si calmò, e noi concludemmo, con riserva, la pace.

 

Dagli anni di Salisburgo in poi i miei ricordi aumentano fortemente e diventano quasi continui e completi. Ero un bambino molto selvaggio e avevo la tendenza a scapparmene ogni tanto di casa e rifugiarmi da qualche vicino amico di famiglia, e talvolta anche da qualche estraneo, ciò procurò a mia madre – e, secondo i miei ricordi, anche a me – molto dolore. Quando entrai nel quinto anno di vita mio padre fu trasferito a Zell am See. Questo grazioso villaggio d’alta montagna costituisce il vero teatro della mia fanciullezza.

Ma a guastarmi la bellezza di quegli anni pensò subito la scuola. Nulla mi era e mi è tuttora più odioso della costrizione. Volevo condurre una vita libera, senza orari e senza pensieri, e in questo urtavo continuamente contro l’opposizione degli adulti e anche dei compagni maggiori di me. È quindi naturale che, essendo più debole, io ricorressi all’astuzia e alla furberia, per poter seguire indisturbato i miei istinti.

 

Ludwig Angerer, Kronprinz Rudolf von Österreich-Ungarn (1858 – 1889)

Ludwig Angerer, Kronprinz Rudolf von Österreich-Ungarn (1858 – 1889)

 

Purtroppo le belle ore di giuoco che riuscivo così a procurarmi passavano troppo presto, mentre quelle cinque ore quotidiane di scuola parevano sfidare ogni razionale misurazione del tempo. Devo aggiungere però che tanto il maestro che il catechista, non appena mi si mostrarono dal loro lato più «umano», si guadagnarono di colpo la mia fiducia. E se torno con la memoria alle impressioni che provavo durante la Settimana Sanata, quando il padre spirituale ci narrava la passione e la morte di Cristo, ritrovo ancor oggi in me la profonda emozione di allora.

E soprattutto la chiesa, la nostra antica chiesa di Zell am See! Mille volte le grandi navate immerse nella penombra accolsero i miei sospiri, i miei buoni propositi, i miei desideri; e ora il loro silenzio pareva respingermi, ora la mia immaginazione li udiva sussurrare come un incoraggiamento. Allora il mio giovane cuore conobbe i suoi primi slanci mistici, le sue prime ore di sincero raccoglimento.

La chiesa e la scuola riuscirono a imporre al fanciullo, ribelle come un giovane animale, una disciplina che non era possibile infrangere. Io non temevo i castighi di mia madre. Essa era già allora malata di petto, e sempre nervosa, e dedicava lunghe ore alla musica, cullandosi nel ricordo dei suoi antichi successi di pianista. Anche le violente bastonature di mio padre, che era assai spesso assente per le sue misurazioni, erano allora piuttosto rare, con notevole vantaggio della pace domestica.

Intanto io avevo avuto due sorelle, le quali in verità mi davano molto fastidio, poiché tutti me le citavano di continuo come modelli di buona condotta.

Così i bei giorni della mia prima fanciullezza si fecero sempre più rari. Ero continuamente accusato di qualche colpa, seppur per cose da nulla: ora il vestito macchiato o strappato nel calore del giuoco, ora una spedizione fallita nel frutteto di un vicino. Le maggiori gioie mi venivano dai libri di fiabe; mi ero appassionato anche alla storia naturale e dedicavo il mio tempo libero a catturare pesci o uccellini.

E venne il tempo in cui cominciai a riempire di disegni e colori innumerevoli fogli volanti. Avevo sempre avuto una strana tendenza per tutto ciò che è stravagante e fantastico: preferivo senz’altro la vacca con quattro corna a quella con due sole, che allora si potevano vedere ad ogni angolo di Zell am See. E dello stesso tono erano anche i miei disegni infantili: brulicavano di stregoni, di animali grotteschi o paurosi, rappresentavano paesaggi in fiamme. Tutto il futuro Kubin vi era già contenuto in germe.

 

Ludwig Angerer, Rudolf, Kronprinz von Österreich mit Schwester Gisela, 1863

Ludwig Angerer, Rudolf, Kronprinz von Österreich mit Schwester Gisela, 1864

 

Avevo dieci anni quando mia madre si spense, consumata dalla tisi. Era la prima persona che vedevo morire. Ero presente quando ricevette l’olio santo; poi si volse a noi e prese commiato da mio padre e da me. Questa agonia si impresse profondamente nel mio cuore e vi lasciò una traccia indelebile; ma ancora più profondamente mi scosse la selvaggia disperazione di mio padre. Egli strappò dal letto di morte la lunga salma della donna consunta e corse per tutta la casa piangendo e come implorando aiuto. In quel tempo egli era ancora un modello di forza e di bellezza virile; e benché noi facessimo una vita molto modesta, e spesso misera, per tutta la mia fanciullezza io lo ritenni un uomo ricco, e certo l’uomo più intelligente e capace del mondo. Poiché di solito era molto misurato nell’espressione dei suoi sentimenti, e parlava sempre a voce bassa, quell’incontrollato, folle dolore mi apparve in così stridente contrasto con il suo modo di essere abituale, che ne ebbi una profonda angoscia. Io stesso non avevo mai pensato alla morte della mamma; credevo che, anche così malata, sarebbe tuttavia rimasta sempre con noi. E non mi resi subito conto della perdita; quasi non capivo perché la gente dovesse tanto commiserarmi.

Trascorso l’anno di lutto, mio padre si risposò, e precisamente con la sorella di mia madre. Io fui mandato a Salisburgo per frequentarvi il ginnasio. E per il primo anno, data la mia eccellente memoria, le cose andarono bene; ma fin dal secondo anno fu un fallimento. Non potevo soffrire in modo particolare la matematica e il latino, e cercavo sempre di sostituire a queste materie il giuoco degli indiani e di Robinson Crusoe. Però in religione, storia e scienze naturali continuavo a essere abbastanza bravo.

Soltanto un anno dopo, la mia matrigna morì di parto, e subito dopo io, dimesso dalla scuola senza aver terminato il mio corso di studi, dovetti tornare alle miserie della casa paterna. Allora per la prima volta passai un vero periodo d’inferno. Mio padre, infelice egli stesso e distrutto dal dolore, aveva perduto ogni confidenza con me. Io non dovevo comparirgli davanti agli occhi, dovevo vivere completamente solo; non potevo più andare con lui a caccia o aiutarlo a coltivare i suoi fiori, che gli erano tanto cari; e non potevo neppure andare ad ascoltarlo quand’egli, in quel linguaggio mirabilmente immaginoso, narrava fiabe alle mie sorelle. Guai a me, se mi udiva ridere allegramente! Ogni volta ero duramente punito con schiaffi e bastonate. A ciò si aggiunse che la balia della mia sorellina più piccola, una rozza contadina, governava ora la casa e la lasciava andare in rovina. Era una donna maligna, che gonfiava le mie scappatelle fino a farle apparire dei delitti e le denunciava a mio padre.

Questi, che viveva tutto rinchiuso nel suo dolore, senza cercar oltre mi puniva spietatamente, così che la mia vita divenne davvero insopportabile.

Ma questo periodo di così amaro e completo abbandono si rivelò straordinariamente fecondo per la mia fantasia. L’abbandonarmi a fantastiche visioni di esplorazioni e cataclismi primordiali mi aveva sempre dato una strana sensazione di gioia, e come un’ebbrezza, accompagnata da un brivido frizzante che mi correva per la spina dorsale. Osservare un incendio, un torrente straripato era per me un acuto piacere: e non mancavo mai fra gli spettatori delle risse, delle retate di polizia, dei mercati di bestiame. Ma altrettanto vivamente mi attraeva lo spettacolo della forza soggiogata, della grandezza possente: si può immaginare come mi elettrizzasse la musica della banda del reggimento, che marciava su e giù per la cittadina. Bastava un accenno alla vita militare per far vibrare il mio cuore. Certo nel nostro piccolo mondo non si poteva vedere molto: l’arruolamento dei coscritti, magari un cavallo requisito che si imbizzarriva, e in estate di quando in quando avevamo l’onore di ospitare un generale, un vero generale, in uniforme! L’imperatore Napoleone era per me un semidio; e rimpiangevo solo che non fosse stato austriaco. Come avrei parlato di lui con mio padre! Ma non era possibile: noi due eravamo nemici, e io ero il disonore della famiglia.

 

		 Ludwig Angerer, Rudolf, Kronprinz von Österreich mit Schwester Gisela von Angerer, 1861


Ludwig Angerer, Rudolf, Kronprinz von Österreich mit Schwester Gisela von Angerer, 1861


 

Ma v’erano mille altre cose che m’ispiravano ardenti bramosie: per esempio… i cadaveri. Al pescatore Hölzl, il mio protettore, che faceva il becchino ed era una testa matta, capitò più d’una volta di pescare qualche cadavere in decomposizione, poiché non era raro il caso che qualche incauto trovasse la morte nei gorghi. A quel tempo risale anche il mio spiccato interesse per tali scene raccapriccianti. La morte era per me qualche cosa di incomprensibile e di sorprendente. Come poteva avvenire? Un bel momento questo o quel conoscente, un uomo, una signora, un bambino, non si vedevano più in giro: qualcuno diceva che erano malati. E dopo un periodo più o meno lungo si doveva andare a visitare la loro casa, ed essi giacevano là, rigidi, freddi, lividi: morti. Anche il macellaio e lo scorticatore mi vedevano seguire attentamente il loro lavoro, ma piuttosto per fredda e lucida curiosità, e non più con la morbosa, demoniaca sensazione di piacere dei miei primi anni.

Per darmi ancora una volta la possibilità di imparare qualcosa di buono, mio padre mi mandò a Salisburgo a frequentare la scuola d’arti e mestieri. Voleva vedere che cosa si poteva fare di me, stuccatore, intagliatore o qualcosa di simile. Rimasi dunque ancora due anni a Salisburgo e frequentai diligentemente la scuola d’arti e mestieri, memore degli avvertimenti di mio padre e della sua minaccia di non farmi mai più tornare a casa e di mandarmi in un istituto di correzione se il mio profitto a scuola non era sufficiente. Invece feci progressi, mi riconciliai persino con la matematica e ottenni note di merito; solo nel disegno a mano libera ero l’ultimo della classe.

Nel frattempo mio padre si sposò per la terza volta, con una signorina di Klagenfurt, e così mi si offrì l’occasione di entrare come apprendista presso un fotografo di paesaggi, che con questo matrimonio era diventato mio «zio». Dissi dunque addio ai miei libri di scuola, coi loro margini scarabocchiati da disegni di guerra, di caccia e di torture, ed eccomi a Klagenfurt nella grande azienda di mio zio. Di lui avevo un certo terrore, per i suoi modi freddi; e mi rimase sempre intimamente estraneo. D’altronde, per la maggior parte del tempo era in viaggio, e ci mandava enormi quantità di negative forografiche, che dovevamo sviluppare. E devo dire che questi quattro anni, passati in mezzo a migliaia di vedute e panorami, hanno assai rafforzato la mia sensibilità per il paesaggio. Il mare, l’Italia, l’Oriente, cose che in realtà io non avevo mai visto, si impressero in me profondamente e durevolmente, come imperituro valore ideale.

Ma per il resto tutto andava male per me. Non imparavo proprio nulla! Soltanto molti anni dopo, quando feci amicizia con i direttori di alcuni grandi laboratori d’arti grafiche di fama mondiale, mi familiarizzai, quasi per giuoco, coi processi essenziali di queste belle tecniche. Invece la mia conoscenza della natura umana in generale faceva rapidi progressi. Da quella mia ambigua posizione intermedia, di nipote e apprendista insieme, sorgeva un continuo disagio, di cui, data la mia stupidità nelle mansioni pratiche, naufragò miseramente ogni mio interesse per la professione di fotografo. In quegli anni mi prese inoltre la febbre della lettura, e dedicavo notti intere a qualche romanzo appassionante. Insomma, finirono col leggermi in viso un’estrema indifferenza per tutto ciò che aveva attinenza con la professione del fotografo; e l’interesse dello zio per la mia persona declinò visibilmente e irrimediabilmente.

 

 

Parigi, 21 dicembre 1943

«[Vi è] un ossessionante mazzo di autori orientali, che un giorno, forse, saranno considerati come una scuola; penso a nomi come Barlach, Kubin, Trakl, Kafka e altri. Questi descrittori orientali della nostra decadenza sono più profondi di quelli occidentali, essi si addentrano attraverso il suo manifestarsi sociale in connessioni elementari e si spingono fino a visioni apocalittiche. Così sono esperti: Trakl negli oscuri segreti della putrefazione, Kubin nei mondi della polvere e della muffa, Kafka in fantastici regni dei dèmoni, Lange nelle paludi, dove vivono più vigorose forze del destino, nelle quali persino, d’altro canto, vien destata da loro la fertilità. Del resto Kubin, che da molto tempo conosce questo autore [Horst Lange], mi ha detto un giorno che gli sovrastano delle cattive esperienze».
(Ernst Jünger, Diario 1941-1945, p. 371)

 

Alfred Kubin, Elfo, 1901-2

Alfred Kubin, Elfo, 1901-2


 

 

 tratto da:
Alfred Kubin, Demoni e visioni notturne ; traduzione di Maria Attardo Magrini ; con una nota di Giacomo Debenedetti ; Milano : Abscondita, 2004 ; Collezione · Miniature ; 27 ; Titolo uniforme · Damonen und Nachtgesichte · [ISBN] 88-8416-084-7 · Classificazione Dewey · 759.37 (21.) Pittura. Repubblica ceca slovacchia

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