Cingiz Ajtmatov / Rigoni Stern

 

Fu nella seconda metà degli anni ’60, ne ho un ricordo vago, poche immagini e tutte del crepuscolo, forse una giornata di tarda estate, forse un debole autunno: nella memoria la luce sembra ancora forte perché sia stato inverno ma manca la pienezza di vita propria dei mesi pieni, quali il lussureggiante maggio o il disilluso settembre. D’altronde, la libertà dai compiti di scuola e l’indecisione dell’ora che permetteva di attardarsi sotto gli alberi del giardino si addice più ad un primissimo ottobre. Non ricordo neppure qual era il motivo di quella visita insolita per un paese di per sé piccolissimo, addirittura con un’unica via che andava a morire nei campi perdendo la precisione dell’asfalto e la regolarità del percorso, fino a diventare strada bianca, polverosa e sconnessa. Era un paese così insignificante che si riesce a malapena a giustificare, nonostante ogni sforzo d’immaginazione, il motivo della visita di un gruppo di georgiani, uomini e donne in tipico costume, gli uni con una larga cintura a fasciare la vita, le altre con abiti lunghi ricamati. Sarà stata una compagnia di canto portata in visita a quel gruppo di case che pochi decenni prima era stato attraversato dalla furia nazista, così come sarà successo a loro, compagni di sventura della medesima follia. Certamente non c’erano stati preparativi o annunci e fu una grande sorpresa per tutti, senza il tempo di allarmarsi (una visita straniera allora era tanto insolita quanto vissuta con diffidenza) o di manifestare una felicità piena di stupore propria di coloro cui è donata una novità gratuita e elettrizzante.

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