Cingiz Ajtmatov / Rigoni Stern

 

Fu nella seconda metà degli anni ’60, ne ho un ricordo vago, poche immagini e tutte del crepuscolo, forse una giornata di tarda estate, forse un debole autunno: nella memoria la luce sembra ancora forte perché sia stato inverno ma manca la pienezza di vita propria dei mesi pieni, quali il lussureggiante maggio o il disilluso settembre. D’altronde, la libertà dai compiti di scuola e l’indecisione dell’ora che permetteva di attardarsi sotto gli alberi del giardino si addice più ad un primissimo ottobre. Non ricordo neppure qual era il motivo di quella visita insolita per un paese di per sé piccolissimo, addirittura con un’unica via che andava a morire nei campi perdendo la precisione dell’asfalto e la regolarità del percorso, fino a diventare strada bianca, polverosa e sconnessa. Era un paese così insignificante che si riesce a malapena a giustificare, nonostante ogni sforzo d’immaginazione, il motivo della visita di un gruppo di georgiani, uomini e donne in tipico costume, gli uni con una larga cintura a fasciare la vita, le altre con abiti lunghi ricamati. Sarà stata una compagnia di canto portata in visita a quel gruppo di case che pochi decenni prima era stato attraversato dalla furia nazista, così come sarà successo a loro, compagni di sventura della medesima follia. Certamente non c’erano stati preparativi o annunci e fu una grande sorpresa per tutti, senza il tempo di allarmarsi (una visita straniera allora era tanto insolita quanto vissuta con diffidenza) o di manifestare una felicità piena di stupore propria di coloro cui è donata una novità gratuita e elettrizzante.

I ricordi si fermano qui. La sera parlammo a casa in famiglia dell’accaduto e dopo cena ci fu dato il permesso di uscire di nuovo, magari dopo le mille raccomandazioni per le attenzioni che dovevamo avere. Non so se fu pronunciata la parola “sovietici” o “russi”, mentre la stessa nazionalità georgiana alla fine è una certezza basata più sulla stranezza dell’evento che sulla precisione del ricordo. Quello è stato il mio primo e a lungo unico contatto con il popolo russo, ancor prima che “sovietico”, anche se quelli non erano propriamente russi, ma l’ignoranza nostra non consentiva di distinguere ciò che scoprimmo molto tempo dopo: nell’Unione Sovietica non c’erano solo slavi, ma anche ceceni, armeni, georgiani, turkmeni, kazachi, asiatici e non erano solo ortodossi, ma anche musulmani, ebrei e protestanti. Forse non erano tutti felici e con lo sguardo proteso al luminoso avvenire, come un’oleografica propaganda politica ci mostrava, ma neppure solo tristi figure piegati dal giogo della dittatura e quella sera ci furono canti e qualche cenno di danza improvvisata.

 

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Non lessi Il sergente nella neve da ragazzo come facevano tutti, seppure non ne ricordi il perché. L’ho fatto molto più tardi, quando ormai non poteva più far parte dei libri fondamentali. Ho però un’edizione fuori commercio che riproduce quel piccolo libro, in fondo un racconto lungo, del 1953 nei Gettoni di Vittorini: nell’elenco dei titoli della collana, che è la pubblicità di allora!, si parte da Lucentini passando per Il visconte dimezzato di Calvino, Caratteri di La Cava, Fausto e Anna di Cassola, I ventitre giorni della città di Alba di Fenoglio fino a Il mare non bagna Napoli della Ortese. Il sergente nella neve è stato indubbiamente il libro più raccomandato della mia generazione e certamente superava Calvino, Pavese, Svevo, Pratolini e la Ginzburg. Allora nelle nostre case non avremmo mai incontrato un Joyce, Musil, Proust, Faulkner o un Eliot, tutte però, colte o poco più che analfabete, tenevano, magari in un’edizione ridotta per ragazzi, la storia del ritorno dell’alpino Rigoni in Italia dalle plaghe nevose del Don. Il sergente nella neve infatti aveva la fortuna di rispondere ad alcune prerogative che ne decretarono il grandioso successo.

 

Era prima di tutto un libro rappresentativo di una giovane Repubblica nata dal sacrificio di milioni di persone e quella massa di cenciosi soldati simboleggiava bene lo sbandamento attraverso cui i nostri genitori erano dovuti passare. Allora si sottolineava la sofferenza cui erano stati costretti per una volontà a loro estranea, trasfigurando in qualche modo l’ingiusta aggressione attuata contro il popolo russo e calcando la costrizione subita ad aver combattuto una guerra che non volevano. Non era perciò un libro sulla Resistenza e questo faceva contenti i vari moderati, i cattolici e i conservatori, a partire da quello stesso corpo insegnante, figlio di una scuola legata ad un’idea di cultura apolitica, che attraverso quella storia voleva educare i figli di coloro che “avevano fatto la guerra” attraverso un’ideologia tutta patriottica e niente rivoluzionaria. Ma era anche un libro che non considerava i russi come nemici, anzi nell’umanità e solidarietà di tutto un popolo trovava il punto d’incontro della necessità di fratellanza pacifica, se non proprio pacifista. Questo piacque agli antifascisti sebbene l’autore in determinati ambienti abbia tardato ad essere considerato un grande scrittore.

Ecco le famose pagine dove il Sergente Maggiore bussa e entra in un’isba perché ha fame e trova altri soldati russi, c’è un silenzio improvviso irreale, ma una giovane donna gli dà una scodella e un cucchiaio e l’italiano mangia insieme ai russi e ringrazia: in quel bussare e ringraziare c’è il superamento di ogni differenza e l’affermazione di valori universali.

 

«Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.» (pp. 137-8)

 

Mario Rigoni Stern insieme al cane Cimbro

Mario Rigoni Stern insieme al cane Cimbro

Il sergente nella neve era tutto questo e nella sua recezione c’era sicuramente una forte ambiguità ma la genuinità dell’autore nel corso degli anni ha superato persino la “giusta e netta” scelta di campo degli epigoni della letteratura resistenziale. Il libro in realtà si distaccava proprio da tutta una risentita e polemica memorialistica di guerra, che subdolamente contrapponeva la sofferenza della ritirata alla adesione alla lotta resistenziale, ed era libero da compiacimenti letterari, da effetti melodrammatici e da eroismi patriottici. Rigoni Stern alla fine non aveva scritto un libro antifascista ma né allora né dopo piegò l’antifascismo a valore indistinto: era partito in guerra da militare convinto ma ritornò come altro da sé, indicando ora un’idea nuova e originale di convivenza civile. Inoltre la sofferenza trasformata in valore assoluto e metafora del destino umano trovò negli anni successivi della sua vita, quando com’è naturale il valore di memoria della sua esperienza vissuta perdeva la forza di ricordo storico, uno sviluppo ulteriore legandosi alla «memoria della terra», della montagna e delle origini contadine. La coscienza ecologica, il rispetto degli animali e la semplicità del vivere chiusero quel cerchio in una dimensione che si è dimostrata molto più duratura e coerente di altri percorsi che hanno diluito o dimenticato l’”impegno”, parola vecchia e appartenente ormai ad un vocabolario antico. Forse Storia di Tölne, Uomini, boschi e api e Il bosco degli urogalli non raggiungono la forza evocativa del primo libro ma ci danno il ritratto della coerenza umana e spirituale dello scrittore.

 

Chissà se tra i georgiani che visitarono per un solo pomeriggio un paese sperduto dell’entroterra toscano vi sia stato anche un figlio, una sorella, una compagna di quei soldati che senza bisogno di una retorica riparatrice respinsero gli spietati tedeschi, i «bravi» alpini italiani, i litigiosi ungheresi e gli indisciplinati rumeni! Chissà qual’era la loro memoria, dignitosa non perché vittoriosa nella Storia ma perché ugualmente sofferente e altrettanto civilmente educativa. Ora, non si pensi che sia per volontà di stupire e sottolineare strane coincidenze, se penso che l’incontro con i georgiani sia avvenuto tra il 1966 e il 1968. Fu nel 1966 infatti che Čingiz Ajtmatov scrisse il racconto lungo Addio Gul’sary.

 

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Čingiz Ajtmatov

Čingiz Ajtmatov

 

 

 

 

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3 commenti su “Cingiz Ajtmatov / Rigoni Stern

  1. rendel ha detto:

    fantastico
    bentornato mayol
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  2. dietroleparole ha detto:

    Bentornato! E auguri!

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