Giorgio Bassani ~ Prefazione a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo (1958)

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 

Dal pastrano accuratamente abbottonato, dalla tesa del cappello calata sugli occhi, dalla mazza nodosa a cui, camminando, si appoggiava pesantemente, uno lo avrebbe preso a prima vista, che so?, per un generale a riposo o qualcosa di simile… silenzioso sempre, sempre con la medesima piega amara delle labbra.

 

Giorgio Bassani

 

La prima e l’ultima volta che vidi Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa, fu nell’ estate del 1954, a San Pellegrino Terme, in occasione di un convegno letterario organizzato nella piccola ville d’eau lombarda per iniziativa di Giuseppe Ravegnani e del locale Municipio, Scopo del convegno, confortato dall’intervento della Televisione e di un manipolo di fotoreporters, era questo: una decina tra i più illustri scrittori italiani contemporanei avrebbero presentato al pubblico (sparutissimo) dei villeggianti, un numero corrispondente di “speranze” delle ultime e penultime leve letterarie.

Non è il luogo, qui, di raccontare per filo e per segno come il convegno si svolse, né di fare un bilancio sia pure tardivo dei suoi lavori. Esso comunque non fu inutile, Fu a San Pellegrino, infatti, che Eugenio Montale ci dette la prima notizia dell’esistenza di un nuovo, autentico poeta: il barone Lucio Piccolo, di Capo d’Orlando (Messina). Le poesie di Piccolo, precedute dal medesimo scritto che Montale lesse allora davanti a noi, figurano adesso nella collana mondadoriana dello Specchio. So di non dir nulla di straordinario affermando che esse rappresentano quanto di meglio è uscito in questi ultimi anni in Italia nel campo della lirica pura. Che più?

Lucio Piccolo risultò la vera rivelazione del convegno. Più che cinquantenne, distratto e timidissimo come un ragazzo, sorprese e incantò tutti, anziani e giovani, la sua gentilezza, il suo tratto da gran signore, la sua mancanza assoluta di istrionismo, perfino l’eleganza un po’ démodée dei suoi siciliani abiti scuri. Dalla Sicilia era venuto in treno: facendosi accompagnare da un cugino più anziano e da un servitore. Ce n’era abbastanza, se ne convenga, per eccitare una tribù di letterati in semi-vacanza! Sta il fatto che su Piccolo, sul cugino e sul servitore (un bizzarro trio che non si scindeva mai: il servitore, abbronzato e, robusto come un mazziere, non perdeva d’occhio gli altri due un momento solo…), durante il giorno e mezzo che rimanemmo a S. Pellegrino conversero la curiosità, lo stupore e la simpatia generali.

Fu Lucio Piccolo stesso a dichiarare nome e titolo del cugino: Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa. Era un signore alto, corpulento, taciturno; pallido, in volto, del pallore grigiastro dei meridionali di pelle scura. Dal pastrano accuratamente abbottonato, dalla tesa del cappello calata sugli occhi, dalla mazza nodosa a cui, camminando, si appoggiava pesantemente, uno lo avrebbe preso a prima vista, che so?, per un generale a riposo o qualcosa di simile. Era più anziano di Lucio Piccolo, come ho detto: ormai verso i sessanta. Passeggiava a fianco del cugino lungo i vialetti che circondano il Kursaal, o assisteva, nella sala interna del Kursaal, ai lavori del convegno, silenzioso sempre, sempre con la medesima piega amara delle labbra. Quando gli fui presentato, si limitò a inchinarsi brevemente senza dire una parola.

Passarono quasi cinque anni senza che sapessi più nulla del principe di Lampedusa. Fintantoché la primavera scorsa, avendo sentito dire che stavo preparando una collana di libri, una cara amica napoletana, che vive a Roma, non ebbe la buona idea di telefonarmi. Aveva qualcosa per me -mi disse -: un romanzo. Glielo aveva mandato qualche tempo prima, dalla Sicilia, un suo conoscente. L’aveva letto, le era sembrato molto interessante; e dato, appunto, che aveva udito della mia nuova attività editoriale, sarebbe stata ben lieta di metterlo a mia disposizione. “Di chi è?” domandai. “Mah, non so. Credo che non sia difficile venire a saperlo, però.”

Di lì a poco ebbi tra mano il dattiloscritto. Esso non recava alcuna firma. Di una cosa fui subito certo, comunque, non appena ebbi gustato il delizioso fraseggio dell’incipit: che si trattasse di un lavoro serio, opera di un vero scrittore. Tanto bastava. La lettura completa del romanzo, poi, che esaurii in pochissimo tempo, non fece che confermarmi nella prima impressione.

Telefonai subito a Palermo. Seppi così che autore del romanzo era Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa: sì, proprio il cugino del poeta Lucio Piccolo di Capo d’Orlando -mi fu confermato. Il quale principe, purtroppo, ammalatosi gravemente un anno avanti, nella primavera del ’57, era morto a Roma, .dove era andato per un estremo tentativo di cura, il luglio dello stesso anno.

La vita è musicale, si sa. Sui suoi temi fondamentali, sulle sue “frasi” più intense, non ama indugiare. Si limita a darteli di furto, ad accennarteli appena… Andai dunque a Palermo, nella tarda primavera di quest’anno. E fu un viaggio assai proficuo, nonostante tutto: perché il manoscritto originale del romanzo -un grosso quaderno a righe, riempito quasi per intero dalla piccola calligrafia dell’autore – si rivelò, all’esame, assai più completo e corretto della copia dattilografica che già conoscevo.

A Palermo ebbi il piacere di fare la conoscenza della consorte dello scrittore, baronessa Alessandra Wolff-Stomersee, baltica di nascita ma di madre italiana, autorevole studiosa di problemi di psicologia (è vice-presidente della Società Psicoanalitica Italiana). Da essa dovevo avere non poche notizie su Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La più sorprendente delle quali fu per me la seguente: che il Gattopardo fosse stato scritto, dal principio alla fine, fra il ’55 e il ’56. In pratica era accaduto pressappoco questo, insomma: reduce da S. Pellegrino, il povero principe si era messo al lavoro, e in pochi mesi, un capitolo dopo l’altro, aveva composto il libro. Aveva avuto appena il tempo di ricopiarlo: poi, subito, si erano manifestati i primi segni della malattia che in poche settimane l’avrebbe ucciso. “Venticinque anni fa mi annunziò che intendeva fare un romanzo storico, ambientato in Sicilia all’epoca dello sbarco di Garibaldi a Marsala, e imperniato sulla figura del suo bisnonno paterno, Giulio di Lampedusa, astronomo,” mi disse tra l’altro la signora. “ Ci pensava continuamente, ma non si decideva mai a cominciare.” Alla fine, scritte le prime pagine, aveva proceduto di gran lena. Andava a lavorare al Circolo Bellini. Usciva di casa la mattina presto, e non rientrava che verso le tre.

Recuperai anche, a Palermo, oltre al manoscritto del romanzo, molte altre carte inedite: quattro racconti, vari saggi sulla narrativa francese dell’Ottocento (Stendhal, Mérimée, Flaubert).

Dall’esame di tutto questo materiale (a cui si aggiungerà, è sperabile, l’epistolario), ci si potrà fare a suo tempo un’idea molto precisa della personalità intellettuale e morale dello scrittore. Il quale fu uomo coltissimo, ovviamente. Conosceva a fondo, negli originali, le principali letterature, e divise la propria vita fra l’odiosamata Sicilia e lunghi viaggi all’estero. (Insegnò, anche: ma privatamente, raccogliendo attorno a sé, negli ultimi anni, un piccolo stuolo di giovani ingegni.)

Ciò che tuttavia a me preme, ora, è di richiamare l’attenzione soprattutto sull’ unico libro, compiuto in ogni sua parte, che egli ci ha lasciato. Ampiezza di visione storica unita a un’acutissima percezione della realtà sociale e politica dell’Italia contemporanea, dell’Italia di adesso; delizioso senso dell’umorismo; autentica forza lirica; perfetta sempre, a tratti incantevole, realizzazione espressiva: tutto ciò, a mio avviso, fa di questo romanzo un’opera d’eccezione. Una di quelle opere, appunto, a cui si lavora o ci si prepara per tutta una vita.

Come nei Viceré di Federico De Roberto, è di scena, anche qui, una famiglia dell’alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzano i tempi nuovi. Ma se la materia del Gattopardo ricorda molto da vicino quella del gran libro del De Roberto, è lo scrittore, il modo come questi si pone di fronte alle cose, a differire sostanzialmente. Nessun residuo di pedanteria documentaria, di oggettivismo naturalistico, in Tomasi di Lampedusa. Accentrato quasi interamente attorno a un solo personaggio, il principe Fabrizio Salina, in cui è da vedere un ritratto del bisnonno paterno, certo, ma forse ancor più un autoritratto, lirico e mitico insieme, il suo romanzo concede assai poco, e questo poco non senza sorriso, alla trama, all’intreccio, al romanzesco, cosi cari a tutta la narrativa europea dell’Ottocento. Insomma, meglio che a De Roberto, Tomasi di Lampedusa bisogna accostarlo al contemporaneo Brancati. E non solo a Brancati; ma anche, probabilmente, ad alcuni grandi scrittori inglesi di questa prima metà del secolo (Forster, ad esempio), che certo ebbe familiari: al pari di lui poeti lirici e saggisti piuttosto che narratori “di razza.”

E con questo, credo d’aver detto l’indispensabile. Più tardi provvederà certamente la critica a collocare il nostro scrittore al suo giusto posto, nella storia della letteratura italiana del Novecento. Quanto a me, ripeto, preferisco per ora non aggiungere altro. Sono persuaso che la poesia, quando c’è – e qui non mi par dubbio che ci sia – meriti di essere considerata almeno per un momento per quello che è, per lo strano gioco di cui consiste, per il primordiale dono di illusione, di verità e di musica che vuol darci anzitutto.

Si legga dunque da capo a fondo il romanzo, con l’abbandono che pretende per sé la vera poesia. Frattanto, dal canto suo, il più vasto pubblico dei lettori avrà avuto il tempo di innamorarsi ingenuamente, proprio come usava una volta, di quei personaggi della favola dentro i quali l’autore, anch’egli come usavano una volta i poeti, se ne sta chiuso chiuso. Del principe don Fabrizio Salina, voglio dire, di Tancredi Falconeri, di Angelica Sedàra, di Concetta, e di tutti gli altri: il povero cane Bendicò compreso.

Settembre 1958

 

§

Tomasi di Lampedusa, Giuseppe , Il Gattopardo ; 3a Ed ; Milano : Feltrinelli, 1963 ; 186 p. ; 18 cm  ; · Universale economica ; 416  ; · Prefazione di Giorgio Bassani ; Copertina disegnata da Heiri Steiner · 853.914 (23.) NARRATIVA ITALIANA, 1945-1999

§

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...