Alfredo Giuliani ~ Prefazione a Un certo Piuma di Henri Michaux (1971)

Henri Michaux

 

Il vero Michaux è un naturalista dell’inverosimile, l’esploratore di rovinosi e scintillanti universi reali-immaginari…

 

Alfredo Giuliani

 

LA SCRITTURA MAGICA DI UN CLOWN

Gli insetti civilizzati non capiscono come l’uomo non secerna i propri calzoni. Gli altri insetti non ci trovano niente di straordinario. H. MICHAUX

In un piacevole capitolo dello Spazio letterario Maurice Blanchot ricama una elegante divagazione sulla lettura “accoglimento” libero e innocente dell’opera scritta. Mentre lo scrittore sperimenta i “tormenti dell’infinito” e dell’incompiuto, la profondità vuota della “creazione”, e compie un silenzioso atto di violenza contro “il rumore iniziale” del mondo e la solitudine del linguaggio (che pure ha il potere di fissare questa “assenza” che è la letteratura), mentre dunque lo scrittore vive minacciato dalla propria opera, il lettore gode di uno spazio tranquillo nel quale l’opera si comunica: per lui l’impossibile diventa possibile. L’angoscia e l’esilio dello scrittore diventano nel lettore “scioltezza felice”, puro e irresponsabile piacere di scoprire una certezza.

Questa garbata mitologia contiene soltanto una parte della verità. Se volessimo verificarla, tale e quale, nel caso di Henri Michaux, già a prima vista dovremmo dire che il piacere della lettura (perché Michaux è catturante e divertente) è per lo più insidiato dal peso del malessere (perché Michaux è crudele e angoscioso). Sarebbe facile notare che Blanchot ha distribuito troppo rigidamente le parti: lo scrittore è legato ai propri supplizi dalle soddisfazioni che ne ricava; e il lettore, felice di leggere, non può essere esentato dal soffrire i traumi provocati dalla “presenza” delle parole. Ma soprattutto, nel caso di Michaux, non regge quella distinzione categoriale tra scrittura e lettura. Per capire Michaux bisogna rimescolare il senso di tutti i dati che abbiamo l’abitudine di attribuire allo “spazio letterario”. Del resto, un conto è quando Blanchot divaga sulla lettura e un altro è quando legge realmente, per esempio proprio Michaux: il critico ammira il tono neutro in cui si offre la torturata leggerezza, la buffoneria misteriosa del poeta, e trova che la sua sottilissima astuzia consiste nel mantenere senza apparente sforzo una condizione che rischia a ogni passo di sommergerlo: “Ammirevole Michaux, egli è lo scrittore che nella massima prossimità a se stesso s’è unito alla voce estranea, e lì lo coglie il sospetto d’esser stato preso in trappola e che quella che s’esprime nei trasalimenti dell’humour non sia più la sua voce, ma un’altra che la imita”. Tuttavia ci sembra che Blanchot non spieghi il perché di tale rischio, e che pertanto lo drammatizzi un po’ arbitrariamente. Quell’aria di concentrazione svagata, che è propria di Michaux, nasce da una renitente e stregata disposizione all’atto di scrivere, da una passività intrepida, ostinata, e insieme discreta; pur concedendo tutto all’immaginazione, la scrittura di Michaux, che non ha niente dell’automatico e del perentorio, si colloca in una zona contigua ma in sostanza indifferente al surrealismo. Michaux ha istituito quel modo di scrivere che consiste essenzialmente nel leggere i significati passanti dentro di sé, nel sentirsi continuamente sostituiti da segni impreveduti, e dunque guidati a un continuo gioco di inclinazioni, decifrazioni e inani resistenze. Ecco il primo dato sconcertante, a cui dobbiamo il piacere sempre più raro di non essere fuorviati da nessun simbolismo, da spessori impenetrabili o riferimenti a realtà extratestuali. L’incomprensibile rimane tale, ma offerto con una semplicità e una chiarezza che non consentono di prendere alcuna distanza tra noi e il testo. L’orizzonte della lettura è interamente e ariosamente quello della scrittura. La leggerezza, la negligenza, la certezza e l’angoscia ce le ha già messe Michaux. Non c’è niente dietro; caduti nello spazio di Michaux non si potrebbe neppure chiedere, come fa il bambino, “e dall’altra parte, il monte ha la schiena?”, perché è uno spazio poetico costituito di tanti “altrove” e non ci si può fissare in nessun “qui”.

Io è fatto di tutto. Un’inflessione in una frase, non è un altro io che cerca di farsi avanti? Se mio è il SÌ, il NO non è un secondo io?

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Forse non si è fatti per un io solo. Il torto è di attenervisi. Pregiudizio dell’unità. (Sempre la volontà che impoverisce e sacrifica.)

In una duplice, triplice, quintupla vita, si starebbe più a proprio agio, meno rosi e paralizzati dall’ostilità dell’inconscio verso la coscienza (ostilità degli altri “io” alienati).

Il gran faticare d’una giornata e d’una esistenza lo si dovrebbe allo sforzo, alla tensione necessaria per conservare uno stesso io malgrado le continue tentazioni di cambiarlo.

Si vuole troppo essere qualcuno.

Non c’è un io. Non ce ne sono dieci. Non c’è io. Io non è che una posizione d’equilibrio.

Questa dichiarazione, contenuta nella “Postilla” a Un certo Piuma, uno dei libri più affascinanti di Michaux, indica che l’insolita apertura di questo scrittore comincia da lontano, da un atteggiamento esistenziale più che da una “poetica”. Ecco il secondo dato letterario che Michaux ci costringe a ripensare: una scrittura mostruosamente egoica dalla quale il patetico è pressocchè abolito, e dove tutte le apparizioni dell’io sembrano sconfessare la personalità. Nell’opera di Michaux tutto è interiore e senza frontiere, e tutto è anonimo, materiale, implacabilmente plurale.

Michaux ha scritto più di rado poesie in versi, le sue grandi poesie sono prose. Ma non si tratta di “prose poetiche”. I suoi mezzi stilistici sono una derisione della retorica classica del discorso continuo, sonoro, analogico, metaforico, strutturato. La sua sintassi è fatta solo di nervi e di snervamenti e di “riprese” di sensi; un semplice saliscendi da un piano all’altro della significazione. La sua lingua, anche quando è fatta di parole tecniche o rare o di neologismi, dà sempre l’impressione dell’agevolezza, è economica e familiare. Perché le sue prose sono poesie? Perché sono movimenti di idee che non fanno in tempo a rapprendersi nel concetto, ma svariano in figure ambigue e naturali; sono idee prese per la gola e – come dice l’autore stesso in “Passaggi” – poste davanti a “sbarre di realtà”. Così l’invenzione dell’assurdo passa attraverso l’ostensione del vero, e l’invenzione del vero è discontinuamente sospesa alla pratica dell’immaginario. Quanto costi all’autore perseguire questo equilibrio da grande giocoliere lo si può misurare da quelle che a nostro parere sono le sue più appariscenti cadute, nelle poesie in versi: dove spesso il “grido”, l’iterazione ossessiva d’una stessa parola o d’un medesimo paradigma impoveriscono la “scrittura-lettura” sovraccaricandola di emotività. È una sorta di inevitabile debolezza teatrale che interviene di tanto in tanto: la voce di Michaux allora si recita (e chi sa se alcune di queste poesie, che poco ci piacciono, non acquisterebbero tutta la loro virtù a teatro, nella dizione di un pagliaccio).

Il vero Michaux è un naturalista dell’inverosimile, l’esploratore di rovinosi e scintillanti universi reali-immaginari, un tremendo rivelatore dei più infimi indizi nervosi, un mimo di tutte le anomalie; eppure è pieno di buonsenso, strano a dirsi, giacché il suo scopo supremo è di rendersi abitabili tutte le condizioni. Questo enorme recupero dell’estraniazione, questo perenne cambiare di posto, familiarizzare le allucinazioni, meravigliare le miserie è la carta magica di Michaux. L’ultimo dato che sconvolge le nostre abusate categorie sta nel fatto che tale mago si comporta esattamente come un “fintotonto”; ed è per ciò che il suo unico romanzetto – Un certo Piuma – è anche in verità il suo solo autentico autoritratto. Non esiste in tutta la letteratura moderna un contropersonaggio altrettanto delizioso, ironicamente nevrotico e libero di essere se stesso, tranne che non si voglia annettere alla letteratura un certo Buster Keaton.

 

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Michaux, Henri , Un certo Piuma ; Milano : Bompiani, 1971 ; 203 p. ; 21 cm  ;  · I delfini ; 239  ;  · Trad. di Alfredo Giuliani. ; Illustrazione della sopraccoperta: Joan Mirò, Triste viandante, litografia 1955 ; Titolo originale : · Un certain Plume. ; · 843.91 (17.) NARRATIVA FRANCESE. SEC. 20.

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