Arturo Loria ~ Favole ornitologiche


Il Piccione Viaggiatore, per sua natura discretissimo, mai aveva cercato di sapere cosa dicessero quei dispacci che gli affidavano…

LA VOLPE E IL CORVO


Diego Velázquez, Sant’Antonio abate e San Paolo eremita, 1634 circa

Un corvo di buona pasta, mentre stava sull’albero con un formaggio nel becco, fu ingannato dalla volpe che seppe fargli aprir la tenaglia con un discorso adulatorio e avere per sé il boccone che quello contava di godersi: ma, consigliato nottetempo da un gufo, il corvo si prese poi una vendetta astuta. Attese la ladra sul solito albero, serrando nel becco un sasso che di lontano poteva pare formaggio, e, dopo alquante parolette di lei che, questa volta, sentiva di doverne spender molte in lungo rigiro prima di condurlo alla medesima sciocchezza, lasciò cadere il pondo. La volpe, nell’addentar di furia la seconda preda, si rovinò la bocca; tuttavia non dette segno di vero disappunto.

-Bravo! – disse, guardandolo lassù con simpatia. – Adesso è tempo che tra noi savi si faccia società.

IL CUCULO

La femmina di un cuculo, deposto l’ovo nel nido di una merla, perché quella, credendolo suo, lo covasse fino alla nascita del pulcino estraneo e portatore di guai, pretendeva che il marito andasse spesso a veder come procedeva la faccenda della covatura inflitta ad altri col solito geniale sopruso dei pari loro.

-Cara mia, capisco il tuo interesse materno – si sentì, un giorno, rispondere da lui, ch’era uccello tronfio e vanitoso; – ma ci vuole discrezione in una materia così delicata. Se mi farò veder lì attorno troppe volte, la gente dirà che c’è qualcosa tra la merla e me. Pensa, amor mio, che il piccino mi somiglierà moltissimo.

IL PICCHIO E LA GAZZA LADRA

Il Picchio, ch’è noto per attendere all’opera sua in modo non solo coscienzioso ma perfino pedantesco, si stancò di batter colpi nella fessura di un albero, e a mo’ di riposo, fatto un certo segnetto sulla scorza, attaccò discorso con una Gazza che dal proprio nido lo guardava con occhi pieni di meraviglia.

-Che c’è? – chiese il Picchio. – Non ho forse il diritto di riposarmi?

-Lo credo bene – rispose la Gazza. – Altro che diritto! Stamane, da quando son tornata qui con questo bell’anellino, hai battuto almeno tremila colpi.

-Che ladra sei! – fece il Picchio, sdegnato, e, tendendo in mira il segno scavato prima, aggiunse: – Solo aprendo bocca, me ne hai rubati trecentosette.

IL PASSERO SOLITARIO

Il passero solitario sapeva bene, e n’era fiero, di non aver nulla in comune con i soliti passerotti. Perciò si sdegnava quando sentiva qualcuno che, per ignoranza, lo riteneva uno di quelli là che attraverso malanni, persecuzioni e nevrastenia successiva o precedente avesse preso il gusto della solitudine e di un cantare ben filato ma triste. «Che sciocchezza! – diceva – Io sono normalissimo, in quanto passero solitario; oppure, se vogliono, è tutta la mia specie ch’è anormale. Siamo poeti, noi. Non lo sanno?»

IL PICCIONE VIAGGIATORE

Il Piccione Viaggiatore, per sua natura discretissimo, mai aveva cercato di sapere cosa dicessero quei dispacci che gli affidavano, né mai aveva permesso ad estranei di gettarvi uno sguardo, fino al giorno in cui, preso in un perfido inganno, fu indotto a diverso comportamento, col resultato di rovinarsi la reputazione e la carriera.

Fermatosi, al tramonto, sopra un albero che a mezzo del consueto percorso era di sua stanza abituale per il riposo della notte, vi trovò una picciona sconosciuta, ma della sua stessa specie, morbida nella sfumatura dei colori e pettoruta da dare il capogiro. Costei, che lo accolse con garbo quasi festoso, non portava seco alcun fogliolino, perché in periodo di ferie, veniva sola e libera, come disse, dall’aver fatto visita a certi suoi cugini di Pomerania. Dopo i primi complimenti scherzevoli e un po’ di quelle mutue insidie e schermaglie in uso tra viaggiatori intraprendenti e viaggiatrici ben disposte all’intesa amorosa, non tardò molto che i due ne giunsero al culmine; quindi la bella, approfittando della confidenza e dolcezza suscitate nel compagno, lo pregò di lasciarle leggere la carta che teneva sotto l’ala.

-Ho ancora tre giorni di volo prima di ritrovarmi a casa – fece, sospirando, – e se leggo un messaggio qualsiasi mi sembrerà poi di recarlo a destino e con ciò di avere lo scopo che mi manca in questa gita a vuoto. Siamo sinceri: le vacanze, per gente come noi, sono piuttosto deprimenti. Non ti pare?

-Capisco; ma dati simile permesso è contrario al mio dovere e ai miei principî.

-Via! Via! – ribatté l’altra – Non mi seccherai, ora, con dei discorsi da piccolo funzionario. M’eri sembrato un piccione di gran classe. Infine, ti ho chiesto una cortesia da poco. Fa’ come credi: la cosa non mi preme poi tanto.

Il piccione cedette; ma per mantenersi fedele alla discrezione non volle guardare anche lui nel fogliolino.

-Che dice? – domandò un paio di volte, trovando alquanto lungo il silenzio della femmina, intenta a leggere in vetta a un ramo discosto e meglio toccato dagli ultimi riflessi del crepuscolo.

-Un momento: sto rovinandomi la vista! Ecco. Si tratta di uno dei tuoi capoccioni che invia parole d’amore a una sua donna lontana. Non te lo immaginavi, vero, di durar tanta fatica per sfoghi di questo genere! Perché ti rabbui? Con ciò non intendevo dire, e noi lo sappiamo bene, che l’amore sia faccenda trascurabile. Dormiamoci sopra.

Venuto giorno, la maliarda elargì all’ingenuo un’occhiata tutta rosea di sole nascente; poi, quasi temesse di cedere a inopportune, vincolanti tenerezze, tubando un frettoloso saluto, frullò via. All’altro non rimase che mettersi per l’aria solo e diretto a consegnare, nel tempo debito, il suo violato dispaccio.

In seguito, i mandanti del piccione si resero conto che i loro nemici erano a conoscenza di talune riservatissime notizie; e poiché volevano vedere se per caso non fosse anche lui uno di quegli agenti che praticano il doppio giuoco, lo posero, con molto tatto e abilità, sotto occulta sorveglianza. Il meschino vi si trova tuttora, e continua a recar dall’una all’altra piccionaia messaggi in cifra composta sopra un testo siriaco, nei quali s’ingiunge ad uffici sempre più segreti del terzo e del quarto servizio per la Repressione del Doppio Giuoco: « Pedinatelo! Indagatelo! Svisceratelo! » e chissà quando mai la sua scheda verrà di nuovo imbiancata.

IL FALCO E IL BARBAGIANNI

Valentine Cameron Prinsep, The Owl, 1863

Al far dell’alba, quando il Falco si toglieva dal nido e dava un po’ d’aria alle penne, prima di lasciar l’antica torre per la giornata di caccia sull’aperta campagna, chiedeva notizie della notte ormai scorsa al Barbagianni, che rientrando, allora, stanco e tutto sonnacchioso, senza il minimo indugio a riepilogarsene la memoria, gli rispondeva:

-Le solite cose, amico mio; le solite cose.

A dir vero, quella fase sempre uguale e sbrigativa al Falco pareva indizio di reticenza, e anzi, con l’andar del tempo, gli giunse come un pungolo che inaspriva la sua curiosità. Infine, decise di sorvegliare le gesta del collega notturno, e avendo a questo scopo inghiottite alcune bacche antisonnifere, a sera rimase ben desto dietro un pilastrino mozzo per vedere se accadessero cose diverse da quelle immaginabili e tali da tenerle segrete. L’attesa fu lunga e tediosa; ma intanto gli servì per abituare la vista allo scarso lucore filtrante da una nuvolaglia che copriva la luna.

Un tócco di campana giù al borgo, e il Barbagianni cacciò fuori la testa dal pertugio occupato in un rotto di pietre; poi, pigramente, si fece sul parapetto a fissar dinanzi a sé in modo così intenso che il Falco n’ebbe disturbo, pensando a chi, misero, si sentisse guardato da quegli occhi beffardi e a un tratto ruotanti sul contorno a vortice delle piumette lustre.

-Beh! Per ora, non compie nulla di straordinario – si disse, volendo convincersi d’esser solo infastidito. – Per lui è mattina: faccia pure i suoi esercizi preparatorî! Io son qua ad assistere. – Di lì a un buon pezzo, allorché gli esercizî ebbero fine, il predace di turno si staccò dalla torre, a volo silenzioso.

– Ecco, la famosa tecnica notturna! – accadde al Falco di esclamare. Al tempo stesso, gli sovvenne di non poter certo seguirlo occultamente. – Spero che non vada lontano. Che combina mai? Si caccia là dentro. Addio! Non lo vedo più. – per fortuna, la sparizione fu breve. Il Barbagianni, uscendo dalla massa scura di alcuni alberi, tornò alla torre. Reggeva stretto un fringuello ancora vivo e gemente di cui si era impadronito nel nido, mentre quello dormiva. Rapido, finì d’ucciderlo col becco e con gli artigli, prendendovi un piacere, che, così al buio, tra un rumore d’ossicini rotti e d’inghiottimenti golosi, sembrò orribile anche al Falco, avvezzo a godersi faccende simili in pieno sole.

Terminato il pasto, l’altro si mise fermo, a occhi socchiusi, in posa di meditazione profonda; ma non gli sfuggì un topolino in corsa sopra un trave marcio. Un balzo, un picchio secco, e lo scaraventò, morto, in fondo al suo buco, per uno spuntino da concedersi più tardi.

– Caspita! C’è da imparare, – ammise il Falco, mossovi da un misto di ammirazione e di paura. – Non perde battuta, costui!

Adesso, il compare appariva rinvigorito e ilare; forse incantato da un pensiero piacevole. Come preso di follia, si dette a svolazzare intorno alla torre, emettendo una specie di richiamo non privo di lugubre dolcezza, con crescente disagio del suo sorvegliatore, nuovo al romanticismo di suoni tanto malinconici. Come da un’eco invisibile, gli venne, infine, risposta, a liberarlo da tale impegno di giostra. Non completò il giro iniziato e si calò di scivolo a certe macerie, lì nei pressi, per incontrarsi con un secondo barbagianni: una femmina, come il Falco ebbe presto occasione di capire da certi atti che fecero insieme. Poi, in coppia, piombarono sopra un pipistrello ritardatario, che solo allora aveva trovato la via d’uscir da una stanza illuminata del borgo, per la finestra da pochi istanti ricaduta nel buio. Mentre lo sbrindellavano, s’udiva il suo strido basso e roco che, se non impietosì il Falco, almeno gli provocò disgusto per quella coniugale società di assassini operanti nell’ombra.

Di lì a poco, il Barbagianni ricomparve, solo, alla torre, dove procedé a un lavoretto di rassettamento e pettinatura, secondo la ben nota raffinatezza e meticolosità dei nottambuli eleganti; ma il Falco, avutane tale prova, si domandò anche se quel mostrarsi tanto casalingo non rivelasse in lui il timore di perdere il nido comodo e l’osservatorio così favorevole a diverse imprese. Il dubbio era fondato a un tratto, un barbagianni ancora giovane a giudicare dalle sue non trionfali proporzioni, venne a posarsi sul parapetto con fare cauto, esplorativo. Subito, il torraiuolo s’avventò a colpirlo con furia cieca. L’altro, ferito e dolorante, fuggì via, e l’anziano dietro, suscitando i commenti di un gruppo dianzi inavvertibile di tre civette, inquiline del piano di sotto, circa l’implacabilità del suo animo.

– Se lo raggiunge, non lo lascia vivo di certo – dichiarò la prima, in tono lamentoso ma non esente da soddisfazione. – Ve lo avevo detto doveva succedere, una volta!

– E pensare che noi abbiamo motivo di ritenere che sia figlio suo – aggravò la seconda. – Ma è tiranno per natura. In tutto questo territorio non tollera altri maschi della sua micidiale razzaccia.

– Zitta! – scongiurò la terza. – Che non abbia a tornare all’improvviso. – Su ciò, il coro deplorante e intimidito si tacque.

Fosse quell’aria di tragedia, fosse davvero la notte divenuta fresca, il Falco pativa brividi di freddo; tuttavia rimase in attesa per punto d’onore e per sapere com’era finita. Spuntava l’alba. Puntualmente, il Barbagianni rientrò, stanco, assonnato, e al Falco, che uscito dal suo nascondiglio, lo guardava senza coraggio di chieder nulla, fece:

– Le solite cose, amico mio; le solite cose – e si tuffò nel suo buco.

I PASSEROTTI E LO STRUZZO

I passerotti di un giardino zoologico si riunivano a terra in grandi brigate per ridere dello struzzo, il quale, con la gravità e le lente movenze di chi compie un rito, dava ogni tanto il cambio alla sua femmina nel covare le uova. Alla fine, quell’uccello gamberellone e impettito d’alterigia ne provò tal fastidio da prorompere nella seguente invettiva:

– Andatevene, piccoli scavezacolli! Qui si fa nascere la figliolanza col sacrificio concorde dei genitori, la serietà, le cerimonie necessarie, e voi, marmaglia nata sotto i tegoli, trovate in ciò motivo di scherno.

– Non ridiamo mica della famiglia, ch’è cosa sacra anche per gentina modesta come noi – gli risposero i passerotti; – ridiamo di te. Un maschio che cova, non solo ci dice quanto sia forestiero, ma ci pare molto buffo – e lo lasciarono alla sua impennacchiata indignazione, partendosi tutti insieme in uno svolazzo trillato di ridarella.

IL GALLO LEALE

Giovanni Baglione, San Pietro con gallo (1606)

Un gallo smarritosi a seguito del gran trambusto sorto nei pressi di casa per l’incendio di un fienile, finì a buio in un pollaio che non era il suo. Quando si presentò titubante, le galline dettero chiocciolii e pigolii esprimenti sorpresa non scevra di lietezza e s’aspettarono una zuffa tra i maschi da commentar poi con orgoglio; ma il gallo del luogo, udito il triste caso, gli concesse ricovero a condizione che, venuta l’alba, se n’andasse senza salutarla col suo canto. Il primo gallo, ch’era galantuomo e con i pensieri tutti rivolti all’incertezza del domani, promise e mantenne la promessa pur conoscendo che tale lealtà gli toglieva l’occasione di provocare un qualche romantico ricordo nelle galline dell’ospite geloso, ma non frenetico né meschino più del necessario.

LA LOGICA DEL PAVONE

Allorché il Pavone sentì un ozioso chiedergli come mai dispiegava pompa da principe orientale solo per far ruota a femmine come le sue, perdonasse, non certo meglio ornate o più vistose delle comuni galline, ci rimase male; cionondimeno, evitando di premiare l’attesa dell’altro con il sollazzo di qualche troppo intima considerazione circa quella apparente incongruenza, fu pronto a rispondere che per saperla tutta sui pregi di femmine, le quali, in confronto a lui, figuravano tanto modestamente, bisognava essere un pavone e non un indiscreto.

Tratto da:

Arturo Loria, Settanta favole ; Firenze : Sansoni, stampa 1957 ; 94 p. ; 21 cm. ; Collezione · La rosa dei venti ; 4 ; rispettivamente favole IV, IX, XV, XVII, XXIV, XXVI, XXXIII, XXXIV e L.

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