Ferruccio Masini ~ Prefazione a Diario 1941-1945 di Ernst Jünger (1979)

Ernst Jünger

 

La superiore sapienza artigianale di Jünger è legata alla mitologia della morte: per lui vale la terribile definizione di Celan « La morte è maestro tedesco »

 

Ferruccio Masini

 

Leben heisst töten ERNST JÜNGER

 

La prima sensazione che si ha nel leggere questi diari di guerra (1941-1945) è quella di una fredda impassibilità, di un calcolato e quasi sovrano distacco, accompagnato dall’ostentazione, elegantemente dissimulata, di una raffinata percezione « intellettuale » d’eventi, situazioni storiche e umane, sottili stati interiori. Jünger considera questi sei diari (incluso Gärten und Strassen) il proprio « contributo intellettuale alla seconda guerra mondiale », certo senza chiedersi se qualche lettore futuro, non così distaccato dalla « materia », avrebbe potuto intravedere un qualche segreto collegamento tra pagine come queste e i giornali di guerra e rapporti operativi usciti, a molti anni di distanza, dagli archivi segreti delle SS, quali quelli, tanto per fare un esempio, riguardanti le gesta compiute nell’Unione Sovietica dai massacratori al servizio del Kommandostab di Heinrich Himmler. Naturalmente un nesso del genere rischia di apparire paradossalmente tendenzioso, dal momento che sembra incolmabile la distanza tra un criminale di guerra e uno scrittore forte del suo stile e delle sue letture teologiche: pur tuttavia esso diventa inevitabile appena ci si domanda fino a che punto una scrittura scaltrita e ben levigata possa far dimenticare i protocolli burocraticamente impeccabili degli assassini.

Mentre l’intera Europa è messa ferro e fuoco dalle armate di Hitler, il comandante di una compagnia di fanteria, richiamato alle armi nel ’39 e poi assegnato, dal ’41 al ’42, allo stato maggiore del comandante militare di Parigi, lo scrittore Ernst Jünger, annota d’aver sfogliato il Pyrrhus di Crébillon, lodandone la potenza dello stile, e indugia in rarefatte divagazioni sulla possibilità di trattare « chimicamente » le parole per giungere a nuovi suoni e a nuovi colori.

Mentre intere popolazioni vengono deportate e ridotte alla schiavitù del lavoro coatto, mentre otto milioni di ebrei ad Auschwitz-Birkenau, a Treblinka, a Maidanek e altrove venivano sottoposti alla « soluzione finale », non già alla gassificazione dei pidocchi – come candidamente sosteneva il collaborazionista Darquier de Pellepoix – l’elegante, irreprensibile ufficiale tedesco visita antiquari, colleziona edizioni rare, racconta i propri sogni, fa qualche tonificante cavalcata nel Bois de Boulogne, sottolineando la personale « compiutezza » raggiunta in questi anni di soggiorno parigino. Non si dimentichi, poi, che oltre a vivisezionare prefissi nelle sue acute osservazioni di linguistica comparata, l’autore di questi diari è anche un eccellente entomologo dotato di una qualità descrittiva – quella di cui darà prova anche nelle più recenti Subtile Jagden – da fare invidia ai miniaturisti più delicati. Ma descrivere la struttura di un mughetto, con il suo « gambo d’un bruno scuro », da cui « si diramano dieci fiori gialli a campanula che sembrano ritagliati in carta a mano », non ha evidentemente nulla a che fare con i « trattamenti speciali » o « secondo l’uso di guerra » con cui le Einsatzgruppen liquidavano i « sospetti » nella popolazione civile dei paesi occupati. Eppure la colossale mistificazione dell’umanesimo borghese jüngeriano sta proprio qui, nel non riuscire a cogliere le reali mediazioni sociali e storiche che accorciano spaventosamente la distanza tra il « mughetto » e l’opera di « pacificazione » condotta dalle SS e nel lasciarsi sfuggire proprio l’ultima macabra lezione di un umanesimo putrefatto che non può esorcizzare la realtà dei forni crematori con tasselli immaginativi e disegni a punta d’argento.

Del resto la superiore sapienza artigianale di Jünger è indissolubilmente legata alla mitologia della morte: per lui come per nessun altro forse vale la terribile definizione di Celan « La morte è maestro tedesco ».

« Se chiudo gli occhi », scrive Jünger il 9 luglio 1942, « vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne all’orlo dell’infinito. Nello sfondo, sulla sponda d’un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso. Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia ». L’ambizione massima di Jünger è dunque quella di essere una sentinella perduta, l’ultimo avamposto (un’immagine che già fu di Heine) in una guerra senza quartiere dove amici e nemici sembrano dissolversi in una nebbia irreale: ma le carte militari dove sono segnate le linee di combattimento in una terra di conquista divenuta tutt’a un tratto sterminata, troppo ostinatamente ostile e impraticabile, non esiste più. Quell’avamposto non risulta indicato su alcuna carta: è ora un avamposto del nulla contro il nulla. La sentinella, per la quale non esistono abbastanza nemici perché tutti sono diventati invisibili, è rimasta misteriosamente inchiodata al suo compito insensato.

Anche se lo scrittore si è sforzato di teorizzare, nei suoi saggi successivi al ’45, l’oltrepassamento di quella « linea del nulla », « nella quale si liquefanno tutti i valori e dove il dolore prende il loro posto »(1), e ha variato nei modi del romanzo fantapolitico il tema dell’ « avamposto », dandogli una suggestione magica nella quale sembrano incontrarsi tecnocrazia e demonologia ( si pensi a Heliopolis e alle Api di vetro fino al recentissimo Eumeswil), è il senso di questa appartenenza a uno stadio di transizione catastrofica a costituire una sorta di « connubio chimico » nel fumoso crogiolo ideologico jüngeriano. Le stesse figure utopico-trascendentali che egli propone nella sua fucina del futuribile, nel athanor di vecchio alchimista, partecipano di quella elezione aristocratica: lo stesso Arbeiter – che potremmo volgere in italiano con la felice espressione cantimoriana « milite del lavoro », avendo poco a che fare con l’operaio reale – è una proiezione mitica, al limite di una dissoluzione catastrofica del mondo borghese, a quel punto di rottura del « muro del tempo », nella cui sconfinata breccia s’inabissano le avventure titaniche, i giganteschi « titanic » creati dall’hybris tecnologica.

Jünger ama gli sconvolgimenti apocalittici, anche se il suo atteggiamento vorrebbe essere soltanto pacatamente distaccato: in realtà, a partire dalla sua contemplazione delle « battaglie di materiali » nella guerra del ’14 si abbandona, non senza un segreto compiacimento, all’analisi rigorosa di quei « meccanismi della fine » in cui sono compresi enormi sacrifici umani, gli spaventosi tributi di atrocità e di scempio che questi passaggi « oltre la linea » impongono. In questa ottica la guerra rappresenta appunto l’evento metafisico nel quale è dato cogliere, con precisione sismografica, l’imminente « mutazione totale », quasi ultimo e più maturo frutto di un travaglio elementare. Il riecheggiamento eracliteo nei pensieri di Jünger è solo apparente: in realtà la guerra è per lui non soltanto una metafora spietata del divenire, è il paradigma misticamente insondabile del fondo primordiale da cui germina ogni prevaricazione e ogni lutto, ogni sovvertimento e ogni generazione. In essa va cercata la legge profonda di ogni Bildung che sembra compiutamente espressa solo nella figura aristocratico-eroica della sentinella perduta negli avamposti estremi di una frontiera a cui sono venuti meno nome e senso. Ma la testimonianza estrema di questa solitudine sacrificale si mescola all’orgoglio del guerriero: « La guerra », scriveva nell’introduzione a Der Kampf als inneres Erlebnis » è madre di tutte le cose e anche la nostra: ci ha martellato, bulinato e indurito, facendo di noi ciò che noi siamo. E sempre, finché la ruota vibrante della vita si volgerà in noi, questa guerra sarà l’asse intorno alla quale essa stride. Essa ci ha educato al combattimento e finché esisteremo, noi resteremo guerrieri » (2).

La mitologia dell’avamposto perduto è dunque intessuta al Kriegertum, alla Weltanschauung virile in rapporto alla quale la guerra, spoglia di ogni rappresentazione, è propriamente « una cosa in sé », non già provocata da statisti e diplomatici, bensì espressa da una scaturigine profonda, tanto che – dirà Jünger – lo stesso orrore della guerra che « a volte sommerge il mondo, è soltanto l’immagine riflessa dell’anima umana, manifestantesi nell’evento » (3). La guerra è dunque un’ordalia, un giudizio divino, una forma apriori della vita; pur passando attraverso l’annientamento e addirittura esigendolo essa è la « forma virile della generazione » (der Krieg – der Vater). (4)

Sulle obiettive corresponsabilità ideologiche che legano Jünger alla pubblicistica di destra degli anni ’20, al « soldatischer Nationalismus » e alla parte infetta in senso reazionario e prefascista della « rivoluzione conservatrice », è superfluo insistere. Lo stesso Hans-Peter Schwarz, che pure si sforza di costruire l’immagine metastorica di uno Jünger « anarchico-conservatore », non si può evitare di associarsi ai giudizi di K. Sontheimer e di K.D. Bracher, per i quali « tutti quegli avversari della Repubblica di Weimar che si sono forse rivolti in seguito persino contro il nazionalsocialismo, prepararono ad esso il terreno, nell’evocare con il loro desiderio un imminente sovvertimento che praticamente poteva essere realizzato solo dalla NSDAP ». (5)

Questa affermazione deve essere corretta nel senso che non tutti gli avversari dello Stato weimeriano prepararono questo terreno: chi lo preparò veramente, e Jünger fu tra questi, risultava, già dal fallimento della « rivoluzione di novembre », schierato tra gli affossatori della democrazia, nel senso che opponeva a uno Stato costruito su un patto sociale la liquidazione di questo patto, la lotta senza quartiere contro il movimento operaio in tutte le articolazioni riformistiche, rivoluzionarie ed estremistiche, l’autoritarismo, il nazionalismo, il militarismo, il mito del Führer, « il genio dell’azione proprio della grande individualità » .(6) Ciò premesso, la particolare posizione dello Jünger autore di Strahlungen deve essere vista in rapporto a un momento storico decisivo che non è più quello dell’avvento nazista al potere, ma della rigenerazione di un contesto intellettuale capace di esprimere una ideologia della grande borghesia capitalistica avente alle sue spalle, con gli ideali democratico-liberali, la stessa Humanität del borghese-conservatore opposta dal Mann delle Considerazioni di un apolitico alle democrazie internazionaliste occidentali nel nome di un « germanismo » metapolitico. Se si confrontano i diari del ’14 (In Stahlgewittern, Das Wäldchen 125, Feuer und Blut) (6a) con quelli della seconda guerra mondiale, sono innegabili le differenze. L’assiduo lettore della Bibbia frequenta ora il Quartiere Latino e non affonda più nelle trincee melmose e nei cumuli di cadaveri della Champagne. Non è più l’eroe che riceve l’Ordine della Corona di Hohenzollern, la « croce di smalto bordato in oro », una coppa d’argento con l’iscrizione « Al vincitore di Moeuvres » per la sua partecipazione alla doppia battaglia di Cambrai. L’elegante intellettuale, che si aggira in panni militari per le vie di Parigi e divaga in considerazioni erudite di linguistica comparata, comincia a mettere alla prova, non senza le necessarie cautele, le sue nuove categorie demonologiche affibbiando a Hitler il nomignolo di Kniébolo.

« La grande partita viene giocata tra il demos plebiscitario e ciò che rimane dell’aristocrazia. Se Kniébolo cade, l’idra si formerà una nuova testa. » Come si vede il criterio sul quale si fonda l’avversione di Jünger a Hitler è pur sempre quello che verso la metà degli anni ’30 stava alla base del suo « distanziato cinismo » (H.-P. Schwarz) verso il torbido demagogo, il sobillatore del demos, non ancora identificato nel « diavolo », ma già disprezzato, dopo l’iniziale entusiasmo (si pensi alla dedica di Feuer und Blut: « Al Führer nazionale Adolf Hitler! »), per la rozzazza plebea del suo appello alle masse e alla platitude piccolo-borghese.

Indubbiamente Jünger, che pure condivide con i cospiratori del 20 luglio il proposito di eliminare il dittatore per giungere a una pace separata con le potenze occidentali (si veda l’annotazione del 27 marzo 1944), è ben lontano da un reale approfondimento del problema politico del fascismo, troppo disinvoltamente sfumato tra la genericità del mal du siècle e la formula demonologica dell’ « Anticristo ». Ma questa apparente leggerezza, in un intellettuale scaltrito e raffinatissimo Jünger, è piuttosto un escamotage in tutto e per tutto degno della sua teodicea metapolitica. Egli infatti costruisce, già nelle annotazioni dei Diari, una sua teoria indirettamente giustificatoria di quegli stessi crimini che va denunciando: una teoria che affonda le sue radici proprio nella vecchia transvalutazione sublimante della guerra come experimentum crucis della storia del mondo. Certo i tempi del prussianesimo eroico in cui Jünger vede incarnata la nobiltà degli antichi Ordini Teutonici sono tramontati, come riconoscerà in Der Friede: « Era ancora da ritenersi felice colui che, nell’avversario, vedeva ancora il nemico e che riusciva a morire senza il dubbio nell’anima. Ma molti, i migliori, i più coraggiosi e intelligenti, si videro abbandonati all’annientamento senza soggiacere al fascino delle bandiere e di quei segni nel cui cerchi magico il destino imponeva loro d’immolare la propria vita ». (7)

Negli smisurati incendi delle città tedesche che crollano sotto i bombardamenti, sembra dissolversi anche l’antica esaltazione della « mobilitazione totale »: ora le contraddizioni tra le voci del futuro e quelle del passato, tra mondo e patria (terra natale = Heimat), tra dovere e cognizione sono divenute laceranti e non lasciano alcuno spazio al fanatismo nazionalista. Nell’inferno delle bombe al fosforo e della « guerra totale » sono venute a cadere le distanze tra Germania e Europa e se cancella, per lo stesso Jünger, il terribile verdetto che egli aveva pronunciato nel ’26: « La Germania è la nostra grande madre, l’Europa è per noi solo un concetto che deve essere subordinato a quello di nazione […]. Non vogliamo essere un miscuglio di nazioni-esperanto, non vogliamo imporre al di sopra di confini organici i contatti meccanici ». (8) Il punto di vista ora è alquanto diverso: si tratta di una lotta fratricida che perde progressivamente il suo senso via via che si riconosce come tale. Tuttavia è proprio questo carattere « fratricida » della lotta a oscurare le sue motivazioni storico-politiche e a escludere, quindi, che si possano individuare nelle cause del conflitto le responsabilità effettive della Germania nazista. Ma Jünger non ama queste distinzioni. Con un’incredibile superficialità, a cui soltanto il tono apodittico della scrittura sembra offrire un peraltro ben fragile puntello, ribadirà in Der Friede, lo scritto che avrebbe dovuto rappresentare un severo atto di coscienza e un’accusa senza mezzi termini, la più grossolana mistificazione dei fatti. Terrore bianco e terrore rosso sono per Jünger la stessa cosa: « i grandi carnefici si somigliano tutti ». Alla radice della colpa c’è per lui « odio di razza », ma anche « odio di classe ». (9) Naturalmente non pensa alla ferocia anticomunista della borghesia reazionaria, a cui tornava utile proprio il lavoro delle SA come la follia sanguinaria delle persecuzioni « politiche » nei paesi occupati. Eppure per Jünger la colpa è un tutto indivisibile: « qui non rimane », si limita ad aggiungere, « che il lutto e l’umiliazione poiché l’oltraggio è stato tale che ne è stata colpita l’umanità tutta e nessuno può sottrarsi alla colpa comune ». (10) Quanto ai crimini compiuti nel Lager nazisti, anche se vengono lasciati nel vago i nomi dei loro diretti responsabili, possono benissimo essere compensati, per Jünger, da quelli degli Alleati nella documentazione delle atrocità commesse. « E abbiamo sperimentato l’artificiosa indignazione di altri lemuri che arrivarono ai carnai per dissotterrare il sotterrato e mettere in mostra i corpi putrefatti, per misurarli, contarli e fotografarli come serviva ai loro scopi. Costoro si atteggiarono ad accusatori solo per arrogarsi il diritto ad una bassa vendetta che soddisfecero poi in orge non dissimili. In questo modo si succedettero senza fine i massacri in un circolo abietto. » (11)

Si comincia così lentamente a comprendere che cosa si nasconde sotto la composta « distanza » dagli avvenimenti propria dei Diari, i quali trovano nelle pagine di Der Friede e Der Waldgang una sorta di commento « fatale ». La teodicea metapolitica di Jünger è in realtà una restaurazione dei valori di classe attuata mediante la mistificazione dell’ineluttabilità del conflitto e la falsa epopea di un « sacrificio della terra che dà forma alla terra ». Per questo egli coinvolge nello stesso « destino » vincitori e vinti, vittime e carnefici, sforzandosi di individuare nelle « forze oscure della natura incontrollata » il germe stesso del male che poi non è male fino in fondo se quella della guerra, « il grande fabbro » delle nazioni e delle anime, è una potenza demiurgica. Se l’immane sterminio è la condizione necessaria della metamorfosi non vale piangere, né lamentare e neppure accusare – dirà Jünger con involontaria parodia spinoziana: queste per lui sono state null’altro che le doglie della generazione, l’incubo notturno che precede un nuovo giorno. « La molteplicità dei fronti nascose a quanti operavano e pativano l’unità della grande opera, nel cui incantesimo essi agivano – ma essa diventerà manifesta attraverso la loro generazione, attraverso la loro metamorfosi nel sacrificio. È così che cadendo di nuovo il buon seme fruttificherà in guise diverse. » (12)

Come la figura (Gestalt) dell’Arbeiter, nello Jünger del ’32, costituiva la potenza magica, il talismano inviolabile capace di polarizzare, neutralizzandole, le tensioni della lotta di classe, così anche la forma » del seme, necessario per fecondare un nuovo spazio geopolitico, assorbe e redime in sé quelle « profondità di dolore che rimarrebbero eternamente prive di senso se il frutto non le rischiarasse ». (13) Quel fondo primordiale che aveva espresso il titanismo della tecnica e il nazionalismo – il tecnico ha soppiantato il soldato, così come l’assassinio soppianta la pena di morte: direbbe Jünger – è anche la base elementare, la « profondità della materia », da cui si genera l’irruzione del mito nelle sbrecciate frontiere del tempo, « presso a nascita e morte, nella guerra e in ogni specie di catastrofi ». (14) Ancora una volta, dunque, la sostanza mitica torna a essere il presupposto di una palingenesi della stessa esistenza storica, al cui ritmo interno, alla cui sincronia vitale, concorrono egualmente la catastrofe come il suo trascendimento nella « via che porta al di là del punto zero, al di là del limite ». (15)

Prescindendo dall’intersecarsi di metapolitica con le velleità revanchiste serpeggianti nell’« era Adenauer » contro il campo socialista (il « dispotismo asiatico »), non credo sia possibile ridurre in moneta spicciola, sul piano della ricomposizione ideologica di una prospettiva neocapitalistica, i pensieri e gli sconfinamenti visionari dell’« ultimo » Jünger. L’irrazionalismo ha certamente i suoi epigoni, ma pur con tutta la sua « ambiguità » totalitaria, pseudoanarchica perché sostanzialmente conservatrice, quella di Jünger non è la posizione di un epigono: egli è semmai l’erede di se stesso e potremmo dire, con Nietzsche, dei suoi « cattivi pensieri ». Può essere dunque utile, rileggendo questi Diari, misurare fino in fondo come la sublimazione della disfatta di quello che avrebbe dovuto essere il Reich millenario nazionalsocialista acquisti talora toni e coloriture di un desolato riscatto, quasi al fondo dell’orgogliosa amarezza del « vinto », dell’ultimo cavaliere teutonico che getta la sua spada infranta sulla bilancia della storia, baluginasse la coscienza di una svolta irrevocabile: « Chi patisce, chi soffre è più vicino alla nascita. Paga il tributo più grande, paga anche per gli altri. Per noi, con Stalingrado, si sono trasformate più cose che con Sedan ». (16)

FERRUCCIO MASINI

 

Note

1) E. Jünger, Über die Linie, Frankfurt a.M., 1958, pag 42 [ora E. Jünger, M. Heidegger, Oltre la linea, a cura di Franco Volpi, Milano Adelphi, 2004 ].

2) E. Jünger, Der Kampf als inneres Erlebnis, in Werke, 10 voll., Stuttgart, 1960-1965, 5 (Essays I), pagg. 13-14 (Einleitung) [ ora E. Jünger, La battaglia come esperienza interiore, tr. di Simone Buttazzi, Prato, Piano B, 2017 ].

3) Ivi, pagg. 46-47.

4) Ivi, pagg. 53-54.

5) H.-P. Schwarz, Der konservative Anarchist. Politik und Zeitkritik Ernst Jüngers, Freiburg Br., 1962, pag. 128.

6 ) E. Jünger, Zum Jahre, in « Die Standarte », 3.1.1926, pag. 1.

6a) [Si tratta rispettivamente di Tempeste d’acciaio, Boschetto 125 e Fuoco e sangue.]

7) Der Friede, in Werke, cit. 5, pag. 207 [ora La pace, traduzione di Adriana Apa, Parma, Guanda, 1993].

8) E. Jünger, Der Nationalismus, in « Standarte », 1.4.1926, pag. 3. Cfr Der Aufmarsch, ivi, 15.4.1926, pag. 53.

9) Der Friede, cit., pag. 209.

10) Ivi, pag. 211.

11) Ivi, pagg. 211-212.

12) Ivi, pa. 214.

13) E. Jünger, Al muro del tempo, trad. it. di Claudio d’Altavilla, Roma, Volpe 1965, pag. 49.

14) Ivi, pag. 48.

15) Ivi, pag. 131.

16) Ivi, pag. 49.

§

Jünger, Ernst ; Diario 1941-1945 ; presentazione di Ferruccio Masini ; traduzione di Henry Fust ; Milano : Longanesi, 1983 ; XVII, 540 p. ; 20 cm. ; Collezione · Biblioteca Longanesi ; 7 ; Titolo uniforme · Strahlungen. ; Classificazione Dewey · 834.912 (20.) SAGGISTICA TEDESCA. 1900-1945 – In copertina: « Sphinx Carolina » ; grafica di John Alcorn

§

 

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