Virginia Woolf ~ Il mestiere delle parole

Virginia Woolf nel Millstone Terrace presso Monk’s House con la sua cagna, Pinka.

La questione è solo quella di trovare le parole giuste e di metterle nell’ordine giusto. Ma non possiamo farlo perché esse non vivono nei dizionari, ma nella mente. E come vivono nella mente? Nei modi più strani e svariati, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. È indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni…

IL MESTIERE DELLE PAROLE

 

Il titolo di questa serie di conversazioni è “Le parole mi sfuggono”, e questa in particolare si chiama “Il mestiere delle parole”. Bisogna quindi supporre che chi parla intenda discutere il mestiere delle parole – il mestiere dello scrittore. Ma c’è qualcosa di incongruo, di inadeguato nel termine “mestiere” quando viene applicato alle parole. Il dizionario inglese, a cui sempre ci rivolgiamo in caso di dilemma, conferma i nostri dubbi. Dice che la parola “mestiere” ha due significati: da un lato significa trarre oggetti utili da materiali solidi: per esempio un vaso, una sedia, un tavolo. Dall’altro, la parola “mestiere” significa essere smaliziati, astuti, saper ingannare. Ora, sono poche le cose certe che sappiamo sulle parole, ma quello che possiamo sicuramente dire è che con le parole non si costruisce mai qualcosa di utile; e che le parole sono le uniche cose capaci di dire la verità e solo la verità. Per questo, parlare di mestiere in relazione alle parole significa mettere assieme due concetti incompatibili che, se uniti, potrebbero dar vita soltanto a qualche mostro buono da esibire in un museo sotto una campana di vetro. Allora il titolo di questa conversazione va cambiato all’istante e sostituito con un altro del tipo “Divagando sulle parole”. Perché quando si taglia la testa a un discorso, questo reagisce come una gallina che è stata appena decapitata. Si mette a correre in cerchio finché non stramazza a terra morta – così almeno dicono quelli che hanno ammazzato delle galline. E lo stesso dev’essere il corso, o quantomeno il cerchio di questo discorso decapitato. Prendiamo allora come punto di partenza l’assunto che le parole non servono a niente. Ciò fortunatamente non ha bisogno di molte prove, perché ne siamo tutti consapevoli. Per esempio, quando viaggiamo in metropolitana, quando aspettiamo il treno al binario, lì sospese davanti a noi, su un cartellone illuminato, troviamo le seguenti parole: “Passa per Russel Square”. Guardiamo quelle parole; le ripetiamo; tentiamo d’imprimere nella nostra mente un fatto utile: il prossimo treno passerà per Russel Square. Ce lo ripetiamo tante volte mentre camminiamo avanti e indietro. “Passa per Russel Square”, “Passa per Russel Square”. Ma mentre la pronunciamo, le parole si mescolano e cambiano, e noi ci sorprendiamo a dire: “Passano, passano sempre, dice il mondo … Le foglie appassiscono e cadono; la nebbia riversa il loro peso sulla terra. Arriva l’uomo …” E quando ci ridestiamo, ci troviamo a King’s Cross.

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Alighiero Boetti, PERFILOEPERSEGNO

Facciamo un altro esempio. Scritte di fronte a noi nella carrozza del treno ci sono le parole: “E’ vietato sporgersi dal finestrino”. Alla prima lettura il messaggio utile, il messaggio di superficie viene recepito; ma subito dopo, mentre restiamo seduti a guardare quelle parole, esse cambiano, si confondono, e noi cominciamo a dire: “Finestre, sì, finestre, battenti che si aprono sulla spuma di mari impervi, abbandonati in terre immaginarie” [1]. E prima di capire cosa stiamo per fare, ci sporgiamo dal finestrino. Cerchiamo Ruth in lacrime in mezzo al grano indifferente. E la punizione per averlo fatto è una multa di venti sterline o un collo rotto.

Questo prova, nel caso ce ne fosse bisogno, come le parole abbiano una scarsa vocazione ad essere utili. Se continuiamo a forzarle ad essere utili contro la loro natura, ci accorgeremo a nostre spese come ci inganneranno, come si faranno gioco di noi, come ci burleranno facendoci scoppiare un petardo in testa. Veniamo imbrogliati così spesso dalle parole; ci hanno mostrato così spesso di non voler essere utili; che non è nella loro natura esprimere un semplice messaggio, ma mille possibilità diverse: l’hanno talmente dimostrato che alla fine, per fortuna, stiamo imparando ad accettare questo fatto. Stiamo imparando a inventare un altro linguaggio; un linguaggio perfettamente e meravigliosamente adatto a esprimere concetti utili: un linguaggio fatto di segnali. C’è un solo grande maestro di questo linguaggio a cui siamo tutti debitori: è l’anonimo scrittore – nessuno sa se uomo, donna o spirito disincarnato – che descrive gli alberghi nella guida Michelin. Ci vuol far sapere che un albergo è discreto, che un altro è buono, e che un terzo è il migliore della zona. Come lo fa? Non con le parole; le parole farebbero subito spuntare boscaglie d’arbusti e tavoli da biliardo, uomini e donne, la luna nascente e il lungo frangersi delle onde d’estate: tutte cose molto belle ma che esulano totalmente dalla questione. Egli si affida allora ai segnali, ai simboli architettonici: un timpano, due timpani; tre. Ci dice solo questo e solo questo deve dirci. Il Baedeker porta il linguaggio dei segni anche più lontano, fino al sublime regno dell’arte. Quando vuole indicare che un film è buono, usa una stella; se è molto buono, due stelle, quando si tratta, a suo giudizio, di un lavoro geniale e prodigioso, sulla pagina brillano tre stelle, tutto qui. Analogamente, con una manciata di stelle e crocette si potrebbe ridurre tutta la critica d’arte, tutta la critica letteraria alle dimensioni di una monetina da sei scellini: e certe volte sarebbe davvero desiderabile. Ma questo significa che in un prossimo futuro gli scrittori avranno due lingue a disposizione: una per i fatti e l’altra per la finzione. Quando il biografo dovrà comunicare un fatto utile e necessario, per esempio che nell’anno 1892 Olivier Smith andava all’università e che prese una laurea di terzo grado, ce lo dirà con un vuoto “O” in cima al numero cinque. Quando il romanziere sarà costretto a informarci che John suonò il campanello; e che dopo una pausa la porta venne aperta da una cameriera che disse: “La signora Jones non è in casa”, con nostro grande conforto e soddisfazione esprimerà questa orribile frase senza dover usare parole ma segnali – per esempio una H maiuscola sul numero tre. E così ci auguriamo di vedere il giorno in cui le nostre biografie e i nostri romanzi saranno agili e vigorosi; e in cui la compagnia ferroviaria che scriverà a parole: “E’ vietato sporgersi dal finestrino” avrà una multa di cinque sterline per uso improprio della lingua.

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Joseph Kosuth – Text for nothing, Installation

Le parole, quindi, non sono utili. Indaghiamo adesso sull’altra qualità che esse hanno, una qualità positiva, e cioè il loro potere di dire la verità. Sempre secondo il dizionario esistono almeno tre tipi di verità: la verità divina o del Vangelo; le verità letterarie, e le verità acquisite (che sono generalmente le meno interessanti). Ma considerare ognuna separatamente richiederebbe troppo tempo. Cerchiamo allora di semplificare dicendo che la durata nel tempo è l’unica prova di verità, e dal momento che le parole sopravvivono più a lungo di ogni altra cosa alle alterne vicende della vita, si può concludere che esse sono le più vere. Gli edifici crollano; anche la terra muore. Quello che era ieri un campo di grano oggi è diventato una casa. Ma le parole, se usate appropriatamente, sembrano capaci di vivere in eterno. E allora, potremmo chiederci, quale sarebbe l’uso appropriato delle parole? Come si è detto, non è certo quello di dare messaggi utili, perché un messaggio utile può significare soltanto una cosa. Invece è della natura delle parole significare molte cose. Prendiamo la semplice frase, “Passa per Russell Square”. Essa si è rivelata inutile; perché accanto al suo significato letterale conteneva tanti significati sommersi. La parola “passa” richiama la transitorietà delle cose; il passare del tempo e il mutare della vita umana. La parola “Russell” evoca il fruscio [2] delle foglie e di una gonna su un pavimento lucidato; ma anche la casa ducale di Bedford, e quindi una buona metà di storia inglese. Infine, la parola “Square” ci fa immediatamente vedere la forma di una piazza vera e propria, assieme a qualche suggestione visiva della rigida spigolosità degli stucchi. Quindi anche la frase più elementare stimola l’immaginazione, la memoria, l’occhio, l’orecchio – e tutto si mescola mentre leggiamo.

E quando tutto si mescola, si mescola al livello inconscio. Dal momento in cui, come abbiamo fatto fin qui, riconosciamo e sottolineiamo le suggestioni ricevute, esse diventano irreali: ci trasformiamo in specialisti, in mercanti di parole, in ricercatori di frasi, e non siamo più dei lettori. Leggendo, dobbiamo permettere ai significati sommersi di restare sommersi, suggeriti, ma non dichiarati, dobbiamo lasciarli scivolare e fluire l’uno sull’altro come canne sul letto di un fiume. Ma le parole di quella frase – “Passa per Russel Square” – sono ovviamente parole molto rudimentali. Non mostrano nessuna traccia dello strano, diabolico potere che possiedono le parole quando non sono battute a macchina ma sgusciano fresche da un cervello umano: il potere cioè di evocare lo stesso scrittore; il suo carattere; il suo aspetto; sua moglie; la sua famiglia; la sua casa – e anche il gatto sul tappetino accanto al focolare. Perché le parole facciano questo, come lo facciano e come evitare che lo facciano, nessuno lo sa. Ma lo fanno a prescindere dalla volontà dello scrittore; e spesso contro la sua stessa volontà. Presumibilmente nessuno scrittore desidera imporre al suo lettore il suo carattere infelice, i propri segreti e vizi privati. Ma sono forse mai esistiti scrittori che, senza diventare macchine da scrivere, siano riusciti ad essere totalmente impersonali? Inevitabilmente finiamo per identificarli con i loro libri. Il potere delle parole è tale da trasformare spesso un brutto libro in un essere umano adorabile, e un buon libro in una persona che riusciremo a stento a sopportare nella nostra stessa stanza. Anche le parole di cento anni fa hanno questo potere; e quando sono nuove ne hanno ne hanno uno così risonante che ci assorda con i messaggi dello scrittore; è lui che vediamo, è lui che udiamo. Questa è una delle ragioni per cui il nostro giudizio sugli autori viventi è così vago e impulsivo. Soltanto dopo la morte dell’autore vengono in qualche misure disinfettate, purificate delle inevitabili imperfezioni di un corpo vivente.

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Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, 1970

Ora questo potere di suggestione è una delle proprietà più misteriose che hanno le parole. Chiunque abbia mai scritto una frase deve esser cosciente, o almeno in parte cosciente, di questo. Le parole, le parole inglesi sono per loro stessa natura piene di echi, di ricordi, di associazioni. Per tanti secoli sono uscite e sono passate per le labbra della gente, nelle nostre case, nelle strade, tra i campi. Il fatto che siano così dense di significato e di ricordi; che abbiano contratto tanti matrimoni famosi è una delle maggiori difficoltà per chi scrive oggi. Ad esempio, la splendida parola “imporporare”: chi può mai usarla senza aggiungere “innumerevoli mari”? [3] Naturalmente in tempi antichi, quando l’inglese era ancora una lingua nuova, gli scrittori potevano inventare parole nuove e provare ad usarle. Oggigiorno è molto facile vedere qualcosa di nuovo o provare una sensazione nuova – ma non possiamo usare parole nuove perché la nostra lingua è antica. Non si può usare una parola nuovissima in una lingua antica per il fatto ovvio e al tempo stesso misterioso che una parola non è una singola entità separata, ma appartiene ad altre parole. Non è ancora una parola finché non entra a far parte di una frase. Le parole appartengono l’una all’altra anche se, naturalmente, solo un grande scrittore sa che la parola “imporporare” appartiene a “innumerevoli mari”. Associare parole nuove a parole vecchie è sempre fatale nella costruzione di una frase. Per usare parole nuove in un modo appropriato bisognerebbe inventare una lingua nuova; e questo, anche se un giorno arriveremo a farlo, al momento non ci compete. Mentre invece ci compete vedere cosa riusciamo a fare con una lingua inglese così com’è. Come si possono organizzare parole antiche in un nuovo ordine in modo da farle sopravvivere, in maniera che producano bellezza e dicano la verità? Questo è il vero problema.

E chi saprà rispondere a questa domanda meriterà ogni alloro che il mondo possa offrire. Pensate cosa significherebbe saper insegnare, e quindi saper imparare l’arte dello scrivere. In questo modo ogni libro, ogni quotidiano direbbe la verità, e sarebbe capace di riprodurre la bellezza. Ma sembra che ci siano degli ostacoli su questa strada, e non pochi impacci nell’insegnare parole. Perché, anche se in questo momento almeno un centinaio di professori stanno tenendo conferenze sulla letteratura del passato, e almeno un centinaio di critici recensiscono letteratura contemporanea, e centinaia e centinaia di giovani, uomini e donne, stanno superando gli esami di letteratura inglese col massimo dei voti, credere che questo basti a farci scrivere meglio, oppure a farci leggere e scrivere meglio di quanto si facesse quattrocento anni fa, quando non c’era nessuno che facesse conferenze, né critiche, né lezioni? Nella nostra tradizioni, la letteratura georgiana ha forse migliorato quella elisabettiana? E allora con chi dobbiamo prendercela? Non certo con i professori, e nemmeno con i recensori; né con gli scrittori; ma solo con le parole. Sono le parole le vere colpevoli. Sono fra le cose più indisciplinate, più libere, più irresponsabili e più riluttanti a lasciarsi insegnare. Certo, possiamo sempre prenderle, suddividerle e metterle in ordine alfabetico nei dizionari. Ma le parole non vivono nei dizionari; vivono nella mente. Se ne volete una prova, pensate a quante volte, nei momenti di maggior emozione, vi capita di non trovarne nessuna quando più ne avreste bisogno. Eppure il dizionario esiste; è lì, a vostra disposizione, ci sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico. Ma potete davvero usarle? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. Consultate il dizionario. Lì, senza alcun dubbio, si trovano drammi più splendidi di Antonio e Cleopatra; poesie più belle dell’Ode all’usignolo; romanzi al cui confronto Orgoglio e pregiudizio e David Copperfield non sono altro che rozzi esercizi da dilettante. La questione è solo quella di trovare le parole giuste e di metterle nell’ordine giusto. Ma non possiamo farlo perché esse non vivono nei dizionari, ma nella mente. E come vivono nella mente? Nei modi più strani e svariati, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. È indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni. Parole inglesi sposano parole francesi, tedesche, indiane, e di colore se gli salta in mente di farlo. Di fatto, quanto meno indaghiamo nel passato della nostra cara madrelingua inglese, tanto meglio sarà per la reputazione di quella Signora. Perché è diventata una di quelle donne che passano di continuo da una persona all’altra.

Per questo, imporre regole a tali impenitenti vagabonde è del tutto inutile. Le poche regole di grammatica e di ortografia esistenti sono le uniche restrizioni che potremmo imporre loro. Al massimo possiamo dire di loro – man mano che le spiamo dal profondo limite della caverna scura e male illuminata in cui vivono – che sembrano preferire la gente che sente e pensa prima di usarle, ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso. Perché sono molto sensibili, e si sentono facilmente a disagio. Non amano che si discuta della loro purezza o della loro impurità. Se fondate un’Associazione a favore dell’Inglese Puro, esse mostreranno il loro disappunto fondandone un’altra a sostegno dell’Inglese Impuro – da cui deriva l’innaturale violenza di molti discorsi moderni; che altro non vuole essere se non una protesta contro i puritani. Le parole sono anche molto democratiche; pensano che una parola sia buona come un’altra; che le parole rozze valgano quanto quelle educate; che quelle incolte siano uguali a quelle colte; non esistono classi o titoli di merito nella loro società: E non amano essere sollevate in punta di penna ed esaminate una per una. Restano sempre unite in frasi, in paragrafi, e a volte per intere pagine di fila. Odiano essere utili; odiano dover fare soldi; odiano andare in giro a tenere conferenze. In breve, odiano qualsiasi cosa che imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della nostra natura.

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Emilio Isgrò

E forse è proprio questa la loro caratteristica più sorprendente: il loro bisogno di cambiare. perché la verità che cercano di affermare ha tante facce; e proprio perché loro stesse sono molto sfaccettate riescono a comunicarla, illuminando ora un volto, ora un altro. Per questo possono significare una cosa per una persona e un’altra cosa per un’altra; per questo risultano incomprensibili a una generazione, e del tutto scontate per quella successiva. Ed è proprio grazie a questa loro complessità che esse sopravvivono. Allora, forse uno dei motivi per cui oggi non abbiamo grandi poeti, grandi romanzieri, o grandi critici è che neghiamo alle parole la loro libertà. Le inchiodiamo ad un unico significato, al loro significato utile; a quello che ci fa perdere un treno e che ci fa superare gli esami. E quando le parole vengono inchiodate a un unico significato, ripiegano le loro ali e muoiono.

In conclusione, e con più veemenza, come noi stessi, le parole, per vivere a loro agio, hanno bisogno di agire per conto proprio. Senza dubbio a loro fa piacere che noi sentiamo e pensiamo prima di usarle; ma vogliono anche che ci concediamo una pausa; che diventiamo incoscienti. Il nostro inconscio è la loro privacy; la nostra ombra è la loro luce … Quella pausa è stata fatta, quel velo d’oscurità è stato calato per indurre le parole a unirsi in uno di quei matrimoni veloci che si traduco in immagini perfette e producono bellezza eterna. Eppure stasera niente di tutto questo accadrà. Quelle monelle sono adirate; scortesi; disobbedienti; mute. Cosa stanno confabulando? “Il tempo è scaduto! Silenzio!”

Trasmissione radiofonica del 20 aprile 1937

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[1] Si tratta dei due versi finali della VII strofa di Ode to a Nightingale di John Keats: « (…) Charmed magic casements, opening on the foam / Of perilous seas in fairy lands forlorn.» Nei versi precedenti il poeta ricordava come il canto dell’usignolo è sempre stato udito, dal re come dal contadino, così come la Ruth biblica, in lacrime e piena di nostalgia per la propria terra, lo aveva udito nei campi di grano.

[2] In inglese l’onomastico « Russell » è in assonanza con la voce rustle, che significa appunto « fruscio ».

[3] Cfr W. Shakespeare, Macbeth, Atto II, Scena II.

Tratto da:

Virginia Woolf, Come si legge un libro? ; e altri saggi ; Milano : La tartaruga, 1996 ; Collezione · Racconti  ; Classificazione Dewey · 828 (20.) SCRITTI MISCELLANEI INGLESI

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