Mario Materassi ~ Prefazione a Chiamalo sonno di Henry Roth (1964)

Henry Roth e il figlio Hugh sulla veranda della sua fattoria ad Augusta (Maine), intorno al 1952.

 

Non v’è intervista (come non v’è discorso su Roth) che non passi da quella domanda: perché cessò di scrivere?

 

Mario Materassi

I termini del «caso Henry Roth» uno dei casi letterari più sconcertanti del Novecento americano – sono presto detti. Nel 1934, quando fu pubblicato Call It Sleep, il nome di Roth era ignoto a tutti se non al gruppo di artisti e intellettuali del Village, amici di Eda Lou Walton, insegnante e scrittrice di fama, con la quale Roth conviveva. Subito, il romanzo di questo giovane sconosciuto si trovò al centro di un acceso dibattito: da una parte la critica legata all’estetica del realismo socialista, che rimproverava a Roth di avere «sprecato» la sua esperienza nei ghetti ebraici di New York in un’opera «borghese» nei suoi intendimenti intimistici, in assoluta indifferenza verso le istanze della rivoluzione proletaria; dall’altra, la critica non marxista, la quale inneggiava al romanzo per la sua poesia, per l’approfondimento psicologico, per la complessità della tessitura simbolica.

Una casa editrice delle più importanti, la Scribner’s, si affrettò ad anticipare mille dollari per assicurarsi il suo secondo romanzo. Da quel momento ebbe inizio il «caso» dopo aver scritto un centinaio di pagine, Roth si bloccò. Definitivamente. Alcuni anni più tardi, per evitare problemi d’ordine politico ma anche per suggellare la fine di un ciclo esistenziale, egli addirittura bruciò il manoscritto. Una crisi d’identità, sulle cui ragioni lo scrittore doveva macerarsi per decenni, lo portò ad allontanarsi dal mondo della letteratura e della cultura – lo portò a fuggire da New York, a rifugiarsi a Boston, e infine a «scomparire» nel Maine; qui, dopo aver fatto svariati mestieri (lavorò tra l’altro in un ospedale psichiatrico), Roth si dette ad allevare anatre in una fattoria nei dintorni di Augusta. A lungo, l’impegno intellettuale residuo consisté nel dare ripetizioni di matematica.

In questo piccolo mondo sperduto, dove visse con la moglie e i due figli per più di vent’anni, Roth avrebbe probabilmente finito i suoi giorni in assoluta oscurità, se nel 1960 una piccola casa editrice di New york non avesse ristampato Call It Sleep, da tempo esaurito e tuttavia oggetto di un tenace, esoterico «culto» letterario. L’interesse di alcuni critici molto influenti (Leslie Fiedler, Alfred Kazin, Irving Howe) fu determinante nel ri-imporre il romanzo all’attenzione generale. Nel ’64 la Avon Press ne fece un’edizione in paperback, che la New York Times Book Review recensì – cosa mai avvenuta prima di allora – in prima pagina. Entro pochi mesi furono vendute centinaia di migliaia di copie. Da allora, Call It Sllep ha raggiunto i due milioni di copie; e dopo la versione italiana della Lerici (1964), è stato tradotto in francese, in polacco, in ebraico, e altre lingue.

Sulla scia della riscoperta del romanzo, Roth era stato intanto «scovato», intervistato, invitato a parlare, a presenziare, a collaborare. Ricevette premi e riconoscimenti, Life gli dedicò un lungo articolo, con una grande fotografia in cui lo si vede ritratto sullo sfondo della sua piccola fattoria – il suo nascondiglio ormai scoperto e reso pubblico. La fuga nell’oscurità era finita.

Dapprima restio a uscire dalla vita che si era faticosamente ricostruito, restio soprattutto ad accettare un ruolo – quello dello scrittore – che sentiva, che sapeva, superato, Roth finì peraltro con il rassegnarsi, e uscì allo scoperto. Con modestia, con umiltà, accettò di discutere pubblicamente il suo caso estremo di «one-book novelist», di autore di un unico romanzo. Accettò di rendere pubblica l’inesausta ricerca interiore nella quale si era per anni, appunto, macerato. Ché non v’è intervista (come non v’è discorso su Roth) che non passi da quella domanda: perché cessò di scrivere?

In realtà, Roth non ha mai cessato di scrivere – anche se per periodi talvolta lunghissimi è rimasto lontano dalla scrittura. A scorrere la bibliografia (per la quale si rimanda a Rothiana: Henry Roth nella critica italiana, Firenze, Giuntina, 1985) si nota che gli scritti brevi – racconti, brani memoriali, ecc. – pubblicati da Roth dopo Call It Sleep sono oltre una ventina. Non è molto, certo – e va detto che alcuni dei titoli hanno una consistenza piuttosto esile. Tuttavia, a parte il cupo periodo dal ’40 al ’56, in cui Roth pubblicò soltanto un articolo sull’allevamento delle anatre per una rivista specializzata, non si può veramente parlare di «silenzio» da parte di Roth. E in questo senso, il volume attualmente in preparazione che raccoglierà gli scritti brevi pubblicato da Roth nell’arco di sei decenni (da un racconto del ’25 in una rivista universitaria ad alcune pagine di diario apparse in Rothiana) varrà a modificare, almeno in parte, l’impressione generale di un silenzio assoluto.

E tuttavia, in un altro senso, in un senso meno letterale, di silenzio è davvero il caso di parlare: perché per almeno un quarto di secolo, Roth stesso si è considerato «morto», come scrittore. I quattro o cinque racconti pubblicati dalla fine degli anni Trenta alla fine degli anni Cinquanta sono stati, come egli dice, dei tentativi di mettere a frutto l’esperienza acquisita scrivendo il romanzo al fine di guadagnare un po’ di soldi – sono stati forzati a una immaginazione inerte quando non restia. E questi sforzi gli costavano molto, ogni volta – crudele specchio fedele in cui Roth era costretto a vedersi in tutta la sua nudità: incapace di rivivere l’appassionante intensità che aveva caratterizzato i tre anni di lavoro su Call It Sleep, e al contempo incapace del freddo, calcolato distacco dello scrittore di professione, per il quale produrre racconti costituisce soltanto una maniera come un’altra di guadagnarsi il pane. Per cui, nei rari momenti in cui la volontà (o il rimpianto) era riuscita a sconfiggere il dybbuk, come egli lo chiama, del suo blocco – il demone oppressivo, che paralizza e distrugge -, poi sempre v’era stata la ricaduta nel silenzio, nello sconforto di quella ennesima riprova della propria perduta carica creativa.

Finché, anche grazie alla violenza, se vogliamo, che la ristampa di Call It Sleep fece al suo modo d’essere, con gli inizi degli anni Sessanta Roth riprese, poco a poco, la pratica della scrittura. Inizialmente si trattò di una scrittura di natura diciamo terapeutica – un diario, una abitudine all’annotare e al commentare, tenue filo conduttore di una energia vitale,che, riprendendo a correre, lo rimetteva in un contatto non più soltanto negativo con il suo «io» passato. Una pratica quotidiana su cui più tardi, con il mutare delle circostanze anche interiori legate al nuovo coinvolgimento col mondo esterno, si è potuta fondare una nuova volontà di scrittura in prospettiva pubblica.

Da anni, ormai, Roth si è imposto una disciplina che lo tiene alla scrivania per ore e ore ogni giorno. Il materiale che ha accumulato è imponente – anche se poi, per il momento, assai poche di queste migliaia di pagine hanno visto la luce. Scrivere, comunque, è di nuovo la ragione di vita di Roth – e né il rimpianto per il tempo (e la forza) perduti, né la consapevolezza del poco tempo rimastogli, fiaccano una disciplina che è ormai ferrea.

♣ ♣

Ma ancora una volta: perché, dopo il romanzo, Roth cessò, sostanzialmente, di scrivere? Le risposte che egli ha dato e si è dato sono molte – ed anche per questo argomento rimandiamo a Rothiana. La risposta che ormai sembra essere quella definitiva, quella che ai suoi stessi occhi lo appaga in quanto tiene conto di tutti gli elementi del quadro problematico, è legata alla sua storia di giovane ebreo che si stacca dall’ebraismo, abbandona il proprio background culturale, e si immette in un alto contesto culturale: la élite letteraria del Village. Si trattava di un modello di aggregazione sociale diverso da quello entro cui era cresciuto – un modello non ereditato, ma scelto. In questo contesto, Roth conobbe l’isolamento volontario che gli consentì la straordinaria concentrazione da cui nacque Call It Sleep. A questa fase seguì, anche sotto la spinta di un esempio ricorrente che si trovava davanti, una seconda scelta – questa volta verso l’impegno proletario all’interno del Partito comunista americano. (Per questo aspetto, si veda l’intervista in Linea d’ombra, febbraio 1986). Fu, all’inizio, un momento di gioiosa partecipazione. Ben presto, peraltro, subentrò un riflusso: non d’ordine ideologico, ma pratico, esistenziale. L’avere abbracciato la causa socialista lo costrinse a cercare di far propria l’estetica del realismo socialista – ma i risultati, per la sua scrittura, furono disastrosi. Di lì a pochi anni Roth si trovò precluso ogni sbocco: impossibilitato a tornare indietro verso la tradizione originaria, e impossibilitato a proseguire per la nuova strada intrapresa, in quanto la posizione politica assunta gli impediva di scrivere come avrebbe voluto, mentre la sua natura di scrittore gli impediva di scrivere come avrebbe «dovuto». Da qui, appunto, la paralisi creativa. Da qui, la fuga nell’oscurità.

A distanza di mezzo secolo, Roth non si riconosce più nel ragazzo che, in tre intensissimi anni, scrisse quel capolavoro che è Call It Sleep. Oggi egli parla di CIS (come lo chiama) con distacco, quasi con divertita incredulità. Oggi, Roth guarda al futuro – anche se, con il suo insopprimibile humor, egli non manca mai di scherzare sulla incongruità di questo suo contare sul poco tempo che, presumibilmente, gli è ancora concesso.

Anche la scrittura che gli interessa ora, che ora produce, è lontana da quella di mezzo secolo fa – è meno lirica, meno impressionistica, più legata di quanto lo fosse allora al particolare momento in cui lo scrittore sta vivendo. E questo momento, è ora la sua nuova partecipazione emotiva alla realtà di Israele. L’ebraismo della Diaspora non interessa a Roth; gli interessa, appassionatamente, la realtà del nuovo stato ebraico. Pur con tante riserve e tanti distinguo che l’antica militanza socialista mai rinnegata rendono imperativi, la sua vera fonte di identificazione è oggi, come egli stesso dice, Israele. È Israele che, offrendogli un concreto punto di appoggio emotivo, ha «liberato» la sua carica creativa. E la sua scrittura, oggi, è il risultato della trasformazione che mezzo secolo ha operato sulle sue lontane scelte originarie: l’antico lirismo, l’antica capacità di introspezione e di tessitura d’iridescenti tele simboliche, si è sposata alla successiva scoperta dell’impossibilità, da parte dello scrittore, di estraniarsi dal contesto sociale, di ignorare le sollecitazioni a cui il mondo circostante sottopone l’uomo che scrive. Da qui, la singolare poetica che è alla base della sua nuova scrittura, e che può essere scorta in certi stralci che Roth è venuto pubblicando in questi anni del «romanzo in forma di memoria» su cui è da tempo al lavoro, Mercy of a Rude Stream. Un’opera che è una sorta di lotta contro il tempo: contro il tempo vitale, ché Roth, a ottanta anni passati, sa di non averne più molto a disposizione; e lotta contro il passato, contro l’ombra prevaricante di quel monumentale romanzo giovanile: per affrancarsene, per imporre il diritto a quello che egli chiama «il paesaggio mutevole dell’io».

♣ ♣ ♣

Che cosa rappresenta Call It Sleep nella narrativa del Novecento? Anche questa è ormai diventata una domanda d’obbligo, di qua come di là dall’Atlantico. L’importanza storica di Call It Sleep, quantitativamente parlando, è scarsa. Il fatto che il romanzo restasse opera unica ha avuto come conseguenza la sua emarginazione nell’oblio proprio negli anni in cui la grande narrativa americana del Novecento stava trionfando. Si pensi: Call It Sleep uscì due anni dopo Luce d’agosto e tre anni prima di Assalonne, Assalonne! di Faulkner; uscì lo stesso anno di Winner Take Nothing di Hemingway, un anno dopo Tenera è la notte di Fitzgerald, nel bel mezzo della trilogia U.S.A. di Dos Passos, due anni dopo La via del tabacco di Caldwell e un anno prima di Pian della Tortilla di Steinbeck. Eppure, il nome di Roth raramente viene associato a quelli dei maggiori romanzieri del periodo, per la semplice ragione che Roth non era più un romanziere. Per decenni non v’è stato nulla, se non la tenace memoria di pochi, che potesse tener viva nel pubblico la consapevolezza della presenza di Call It Sleep.

La tenacia di quella memore minoranza ha infine prevalso. Oggi Call It Sleep è universalmente riconosciuto come un capolavoro, e non soltanto in contesto americano. Romano Bilenchi lo definisce uno dei culmini, perché la confluenza, di tutto il Novecento.

Vi si immettono, funzionalizzandosi a un sistema semantico del tutto originale, Joyce e Eliot, la tradizione talmudica e lo humor yiddish, Freud e il mito greco, la lezione sulla prospettiva di James e la lezione sul tempo di Bergson; senza peraltro, va subito detto, che tali e tante presenze costituiscano citazione colta fine a se stessa, si pongano come esercizi di bravura e come vanitoso esibizionismo: perché tutto, come si diceva, è finalizzato al senso. Un senso composito, stratificato, che percorre il testo a tutti i livelli, rivelandosi all’indagine nella sua segreta, complessa polivalenza, e tuttavia mai a danno dell’immediatezza, della prepotenza dell’impatto emotivo. Si può leggere Call It Sleep come sensibilissimo, commosso Bildungsroman; come realistica tranche de vie della New York più umile a inizio di secolo; come grande metafora del processo di trasformazione dell’europeo in americano; come studio, di rara profondità e percezione, di rapporti famigliari vissuti da una attenta coscienza infantile. Lo si può leggere come romanzo «ebraico» o come romanzo «americano», come arena del più delicato lirismo, o del più audace, del più sgargiante sperimentalismo linguistico. Punto di confluenza, appunto, di tutto il Novecento, Call It Sleep si pone infine come testo emblematico di quella che forse è la maggiore area problematica del secolo – la conoscenza: nelle sue modalità, nei suoi limiti, nelle sue finalità.

Call It Sleep è tutto questo, ed altro ancora. Le preferenze di gusto privilegeranno l’un aspetto o l’altro – ma, in realtà, il romanzo non esaurisce la sua prorompente carica semantica in nessuna delle sue dimensioni compositive. Come è dei veri capolavori, il suo senso è un valore perennemente rinnovantesi.

Mario Materassi

 

Lo scritto di Mario Materassi, che in realtà era una postfazione, apparve nella prima edizione di Chiamalo Sonno di Garzanti. Materassi tuttavia aveva già tradotto il romanzo nel 1964 per Lerici editore.

 

§

Henry Roth, Chiamalo sonno; traduzione, note e postfazione di Mario Materassi ; Milano : Garzanti, 1986 ; Collezione · Narratori moderni ; Titolo uniforme · Call it sleep. · Classificazione Dewey · 813.54 (21.) NARRATIVA AMERICANA IN LINGUA INGLESE, 1945-1999 · In copertina, Isometrica bizantina (part. 1951) di Ben Shahn

§

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...