Carmelo Samonà ~ Cinque sogni

… quell’affiorare continuo della morte nei cinque sogni era una profezia dell’inconscio o sarebbe mondo del soprannaturale?

Cinque sogni

A settembre dell’anno scorso mi ammalai d’una di quelle malattie che una volta erano considerate inguaribili, e contro le quali oggi la medicina lotta in qualche caso con successo. Subii un’operazione chirurgica complicata e fui sottoposto a una terapia molto aggressiva che mette l’organismo e la mente stessa a durissime prove di resistenza. In poche parole, soprattutto nella prima fase di questa condizione precaria, ero forse un ammalato ancora lucido, ma in completa balia dei guasti del mio corpo, ai quali ero costretto a dedicare un’attenzione minuziosa e in certo modo riduttiva, e anche umiliante: le funzioni dell’organismo, gli odori, i rumori anomali più impercettibili, le difficoltà motorie, la dolenzia della ferita, le piccole amnesie, gli inceppi della parola e a volte del senso stesso di ciò che dicevo erano l’unico oggetto delle mie cure diurne. Il resto del mondo, la mia storia, i miei cari e tutte le cose che alla notizia d’essere gravemente ammalato erano state al centro dei miei pensieri adesso erano come abolite, impedite di varcare la soglia della coscienza e della memoria da quella terribile egemonia che non mi lasciava tregua.

Eppure, proprio in quel periodo feci dei sogni elaborati, i quali ospitavano ciò che la veglia non poteva o non sapeva accogliere. Mi svegliavo in preda a una grande agitazione, e subito il corpo riprendeva il suo sopravvento.

Tuttavia, sorpreso dal singolare contrasto fra il giorno e la notte, raccontavo subito ciò che avevo sognato a mia moglie, e poi al primo amico che mi visitava, e così tenevo a mente le sequenze delle visioni. Un pomeriggio venne a trovarmi anche una vecchia amica psicoanalista, partecipe di questa mia malattia – cosa rara per il suo mestiere -non senza una forte tensione emotiva; e con costei, la cui prontezza interpretativa mi aveva colpito in più di un’occasione, il racconto dei sogni, la particolarità della mia situazione e la mia stessa sorpresa fecero centro. Mi disse che erano “interessanti” e non esitò a pregarmi di trascriverli con la massima fedeltà a ciò che avevo la fortuna di ricordare.

Poi sono passati dei mesi. Il mio corpo ha recuperato le energie necessarie alla scrittura e all’attenzione per le cose del mondo. Così, quando l’amica è tornata a ripetermi la sua proposta mi sono deciso, vincendo finalmente non so quale riluttanza ad accontentarla. Racconto qui per lei con tutti i particolari che ho ancora in mente e nell’ordine in cui li ho fatti, i cinque sogni in questione, reduci da chissà quale naufragio, che probabilmente in quelle due o tre settimane angosciose ne ha dispersi e sottratti alla memoria altri, forse, non meno significativi.

1.

Wolfgang Laib, Wax Room (2013)

Scendo in fretta le scale della mia casa romana. Qualcuno, forse più di una voce, mi ha chiamato da basso. Avverto, nella discesa, una certa fatica alle gambe, come se le ginocchia mi si piegassero a ogni gradino. Il constatarlo mi dà una punta di irritazione verso chi ha chiamato. “Perché non sono saliti loro da me?” penso. “Lo sanno in che stato sono”. Ma nel pensarlo, non ho in mente nessuna qualifica di quello stato. Arrivo di sotto esc. Esco. Mi fermo sul marciapiede davanti al mio portone, che ho cura di lasciare accostato, e li vedo in molti, schierati dalla parte opposta della strada, che in quel punto si allarga vistosamente in un ampio spiazzo. Sono certo di aver individuato intimi amici, uomini, e in mezzo a loro sicuramente mia moglie e mio figlio. «Be’,» dico «venite voi da questa parte e salite a casa. Io non me la sento di uscire.» la mia voce è chiara e alta come quando godo di buona salute. Gli amici, e con loro i miei due familiari, protestano, prima allegramente poi con una certa impazienza, sollecitando me a raggiungerli. Non ricordo esattamente che cosa dicano, ma ricordo bene quel salto di tono della richiesta: che si fa più insistente, pressante, e quasi urgente col passar dei minuti. A questo punto è in me che comincia una lieve angoscia. In quel momento la strada in cui abito, solitamente rumorosa e movimentata da un traffico ininterrotto, è del tutto deserta non vi sono automobili (se non le poche macchine parcheggiate), non vi sono passanti, e tutto sembra immerso in una grande quiete. Eppure io riesco a lasciare il marciapiede; e a grandi gesti, perché ora anche la voce mi si inceppa, cerco di spiegare agli amici la difficoltà che mi impedisce di accontentarli. Quanto dura questo dialogo muto? Non ricordo, né ricordo i tentativi falliti di lasciare il mio posto e di attraversare la strada, che forse ho eseguito più volte goffamente. Quel che è sicuro è che a un certo punto mi arrendo e decido di abbandonare amici e sortite e di rientrare a casa. Ma quando mi volto indietro e sto per farlo, mi accorgo che alle mie spalle è il deserto: tutto è scomparso, la casa, gli altri palazzi, i sontuosi alberi retrostanti, ogni cosa. E vedo – ma dovrei dire piuttosto avverto, con una sensazione di orrore mista a una strana rassegnazione (come se l’avessi saputo da tempo) – una pianura brulla e grigia (che, penso, è pur diversa dal nulla, è una cosa della terra), di dimensioni enormi, senza fondo, con una linea incerta che si perde su una parete pure grigia, opaca, assolutamente amorfa, estranea a ogni idea di orizzonte, di tramonto, di fondale o marchingegno teatrale, di finitezza, di limite o confine percepibili dalla mente. Non so se m’incammino in questa caligine polverosa, o se rimango fermo. So che non ho alcuna tentazione di voltarmi ancora verso gli amici, verso i miei cari. E questo è già simile a un incubo. Forse per aggirarlo, a questo punto mi sveglio.

2.

A. Kehayoglou, Refugio para un recuerdo, 2012

È sempre la via dove abito, ma ora in una zona diversa, mi pare nell’ultimo tratto prima della discesa che finisce al semaforo. Ciò che comporta in me una certa fretta ansiosa di raggiungere quel punto, come se fossi uscito dalla mia casa romana in ritardo su un appuntamento importante. L’inizio del sogno è alla fine di una breve corsa affaticata da un leggero senso di colpa. Nel luogo dell’appuntamento vi sono i miei, mia moglie e mio figlio, che evidentemente mi stanno aspettando. E poco discosto da loro, al centro del marciapiede, c’è un carrozzino nero, aperto di foggia elegante e antica, tirato da un cavallino anch’esso nero, mi sembra, impettito e fermo, ma impaziente, e a cassetta un grosso uomo con un grande cappotto di cammello, di un’eleganza un po’ démodée, tale, comunque, da distinguerlo nettamente da un semplice cocchiere. In effetti, mi accorgo subito che quell’individuo mi incute uno strano timore e una certa soggezione: e come un sentimento di rispetto. È evidente che anche lui mi sta aspettando; il curioso è che quando mi parla non riesco mai a guardarlo in faccia e non so dire chi sia né come sia fatto (so che quando mi sveglierò, penserò a un mio zio molto amato, scomparso ancora giovane nel 1946; ma non ne sono affatto certo, e comunque non mi viene in mente durante il sogno). Mi dice: «Ah, finalmente è qui», ma con calma, senza ombra di rimprovero. E subito scende da cassetta, e con mio stupore, invece di rivolgersi a me, si dirige verso mia moglie e mio figlio, ignorandomi, e sempre rimanendo di spalle comincia a conversare con loro, ma a voce un po’ bassa, sicché non afferro niente di ciò che dice né di ciò che i miei familiari, che hanno espressioni serie e però naturali – come di chi conferma accordi già pattuiti – gli stanno rispondendo. È in quel momento che io, rimasto isolato dal gruppo, ho una specie di visione. Da una delle vie laterali, o da un palazzo, o dal nulla, a un tratto mi si fa incontro una giovane donna, d’una bellezza un po’ irreale, vestita, mi pare, d’un semplice peplo all’antica foggia dei greci, con una spalla nuda, d’una carnagione bianca come il latte, e con uno sguardo penetrante e però un poco astratto, rivolto subito a me. Non mi dice nulla, ma mi porge due foglioline aureolate che tiene fra le dita, e io le prendo non senza stupore ed emozione. In quell’istante una voce alle mie spalle mi chiama: è l’enigmatico “cocchiere”; credo che dica semplicemente «Andiamo’», e io mi volto e al solito non riesco a vederlo in faccia benché ora mi stia proprio di fronte seppure a una certa distanza. È solo un secondo, ma basta a provocare la scomparsa della dama misteriosa, che inutilmente cerco, voltandomi da ogni parte. Con riluttanza salgo assieme a mia moglie e a mio figlio sul carrozzino nero; l’uomo dal cappotto di cammello sale a cassetta. Io penso con una certa angoscia alla dama scomparsa, che vorrei incontrare di nuovo: un blando desiderio erotico si mescola a una potente, quasi disperata necessità di conoscere il significato delle due foglioline, che continuo a stringere fra le dita. E mi viene in mente una pista per rintracciarla, che però corrisponde a un nuovo vuoto di memoria. Quella donna è messa in rapporto improvvisamente con la casa in cui abita il mio amico ispanista Gotor: ma dov’è quella casa? Non ricordo il luogo neppure approssimativamente, e ne sono disperato. (Una volta sveglio, questo particolare si spiegherà: i Gotor hanno lasciato da tempo il vecchio appartamento al centro di Roma, e questo, essendo parte di un ammodernamento speculativo del principe Torlonia, non era lontano da una cantina-museo dove si conservavano alla rinfusa preziosi falsi marmorei. Gotor mi ha mostrato una volta quella cantina e io vi ho notato fra altri cimeli una splendida Venere. È il ricordo di quest’ultima, suppongo, che ora mi riappare nel sogno e spiega l’associazione con l’ispanista. Ma mentre sogno, niente di tutto questo è alla portata della mia coscienza: sono solo disperato di non ricordare un luogo.)

Il carrozzino intanto si muove lentamente; io raccomando al “cocchiere” con voce chiara, e con una punta di preoccupazione «Guardi, stia attento quando scende dal marciapiede, perché ho ancora una ferita recente che mi fa male e lo sbalzo delle ruote potrebbe darmi noia». Il “cocchiere” assentisce senza dir nulla; quando le due ruote scendono in strada è come se viaggiassimo fra le nuvole. A quel punto il “cocchiere” si comporta in modo singolare. Converge sull’altro lato della strada e dopo pochi metri frena e si ferma, non lontano dalla nostra casa: quindi sorride, voltandosi indietro, a mia moglie e a mio figlio; ed è come un segnale. I due si alzano e gettano su di me uno sguardo distratto, che subito mi ferisce per la sua estrema naturalezza, dal momento che, in perfetta sintonia con la sosta del carrozzino, ne discendono entrambi, e quasi senza salutarmi si avviano assieme verso casa. D’istinto, faccio per seguirli e scendere a mia volta. Ma il signore col cappotto di cammello, che sempre non riesco a guardare in volto, mi ferma con un diniego cortese, quasi stupito. «No, lei rimane. Dobbiamo fare la passeggiata» obbietta, come di cosa già decisa in passato, forse in una prima parte del sogno che ho dimenticato. Rimango, ma mi sento in balia di qualcosa di strano. E mentre il carrozzino riprende la sua corsa lentamente, direi al piccolo trotto, i miei pensieri sono divisi fra l’immagine dei miei familiari, che vedo allontanarsi, e l’assillo della donna scomparsa; e finalmente mi sveglio.

3.

Kate MccGwire, Slick, 2010

Questa volta nella mia casa romana arrivo trafelato e allegro. Ciò che ricordo del sogno comincia da quando apro il chiavistello con un rumore scrosciante, più sonoro, mi sembra, di quello reale Entro e mi trovo nell’ingresso che immette poi nel salone, e noto subito che questo è pieno di gente, cosa che non manca di contrariarmi. Tuttavia non esito, varco la soglia del soggiorno, e cercando subito mia moglie e mio figlio in quella piccola folla di amici agito un foglio che ho in mano e grido; «L’editore mi ha mandato un contratto per il libro: ed è un ottimo contratto!».

Noto che i miei due cari mi sorridono, affettando una certa contentezza per la notizia, ma i loro visi sono imbarazzati e perplessi. Anche gli sguardi degli altri amici sono preoccupati e come oppressi da un disagio e da uno stupore insopportabili. Sento che si sussurrano fra loro: «Ma come! Non sa niente di quello che gli succede?». Io continuo a stare sulla soglia tra l’ingresso e il soggiorno, col foglio del contratto in mano, deluso, disorientato, e con una segreta speranza che sia mia moglie, o mio figlio, a darmi una spiegazione e a liberarmi da quella incertezza, “Che cos’è che non so?” penso “Se tutti lo sanno e sono venuti qui ad aspettarmi, vuol dire che è una cosa grave.” Poi, a un tratto, mio figlio si separa dal gruppo, mi viene incontro; la sua espressione è seria; mi prende sottobraccio e mi riporta nell’ingresso come per appartarsi con me. Mi dice: «Senti, papà, ma tu non sai ancora niente da Di Girolamo?». E noto subito che la sua voce ha un accento di rimprovero più che di vera sofferenza. «No, perché?» Lui alza gli occhi al cielo. «Luciano non ti ha detto niente?» A quel nome “Luciano” (è, nella realtà, Luciano Di Girolamo, il mio caro medico di famiglia) ho come uno squarcio di comprensione, e in quello stesso momento mi sveglio.

4.

Heinrik Håkansson, A Tree with Roots, 2010

È in pratica una ripetizione del terzo sogno (l’ho fatto nella notte successiva), ma con una variante, forse importante. Arrivo sempre a casa con la buona notizia del contratto editoriale, ritrovo la stessa piccola folla di amici che alla mia lietezza oppone l’imbarazzo di un segreto non buono, di cui io non sono al corrente. Ma questa volta il contratto per il libro riguarda mio figlio: è il suo libro che sarà stampato dal grande editore e riceverà un forte anticipo. Lo cerco con lo sguardo, e con una certa ansia, e questa volta entro nel soggiorno e mi mescolo alla folla degli amici. Trovo mio figlio, lo prendo per un braccio, gli consegno con un lampo di trionfo nello sguardo il foglio del contratto. Ma l’espressione del ragazzo in questo caso è diversa da quella del sogno precedente. Mi guarda con grande intensità e i suoi occhi si riempiono di lacrime. Sono confuso, non capisco. Vengo sospinto dallo stesso mio figlio e da un gruppo di amici verso una delle poltrone del soggiorno. Ho l’impressione che in molti si facciano attorno a me; e vedo sempre, ora più distanti, gli occhi di mio figlio velati di lacrime. Mi fanno sedere sulla poltrona, qualcuno mi dice parole che al momento non riesco a distinguere. E a questo punto mi sveglio.

5.

Ettore Spalletti

È l’unico sogno che ho fatto nella mia casa di Roma (gli altri, che si svolgevano tutti appunto in quella casa o nei suoi dintorni, li avevo fatti a Parigi, fra l’ottobre e l novembre). È l’imbrunire, sono stanco e penso di stendermi sul letto della mia stanza. Le luci sono già accese, ma ho come la sensazione di un’opacità un po’ spettrale, lasciata ad arte, quasi a tutela della quiete o del tranquillo riposo di qualcuno. Mia moglie sta per uscire, mi saluta mentre mi stendo sul letto, e sorveglia che mi sistemi comodamente. Quindi cerca a lungo qualcosa, frugando nella borsa a sacco che ha tra le mani: sono le chiavi di casa; anzi mi sembra di notare che si tratta di un mazzo di chiavi più grosso e tintinnante di quello che sono abituato a vedere e usare ogni giorno. Le dico: «Esci a quest’ora? Guarda che fra pochi minuti i negozi chiudono». Mi risponde che farà in tempo: «Starò via mezz’ora,» aggiunge «per stare tranquilla ho pensato di chiudervi da fuori».

Trovo la cosa un po’ strana, ma sul momento non obietto nulla, e mi sembra anche naturale che nel congedarsi abbia usato il plurale. È come se pensassi con assoluta naturalezza: “Già, c’è quell’altro”. E difatti mia moglie, tornando sui suoi passi come se avesse dimenticato di dirmi qualcosa di noto ma su cui vale la pena un’ulteriore conferma, mi grida dal corridoio senza neanche affacciare il capo: «Mi raccomando, dà un’occhiata a ***; ricordati che sta male e ha ancora bisogno di cure» E subito sento i suoi passi nell’ingresso, il rumore della porta sbattuta e il frastuono delle chiavi usate da fuori a più riprese e con grande precisione. Da quel momento, mi allungo sul letto come per dormire. Qualcosa, tuttavia, mi disturba: non so se il sentirmi chiuso da fuori o la presenza di quell’uomo nella casa, che so benissimo chi è, ma al quale, nel sogno, non riesco a dare un nome. A un certo punto mi alzo, lascio la mia stanza e mi dirigo con passo deciso verso il luogo dove lo sconosciuto (o meglio: l’innominato) sta riposando. Penso “Gli do un’occhiata, e me ne torno a letto”. Ma quale non è il mio stupore, anzi la mia già rassegnata constatazione, nell’accorgermi, pur rimanendo nella soglia della stanza, che quell’individuo ha cessato di vivere Qui il sogno ha una svolta rapida e precipitosa: si trasforma in un incubo. Mi sento solo nella casa deserta, con quel corpo inanimato, chiuso a più mandate da fuori dalla mia stessa moglie. Penso: “Devo liberarmi, o è finita”. E sento dei passi di qualcuno che non c’è, o che non vedo, invadere improvvisamente il mio campo uditivo. Comincio a gridare “aiuto” nella lingua afona, impotente, che precede la veglia senza riuscire a provocarla di fatto. Nessuno ha riaperto le mandate della porta, dunque mia moglie non è rientrata; di conseguenza quei passi terribili non sono lo scalpiccio familiare dei suoi passi. Continuo a gridare in preda al più cieco terrore. E all’improvviso sono sveglio, seduto sul letto della mia stanza, con mia moglie che nella realtà è accorsa sentendo le mie grida, e ora siede al mio capezzale e mi guarda, con un’espressione di sconforto che sovrasta, in modo evidente, il desiderio di consolarmi.

Ecco: ora la mia amica avrà tempo e agio di interpretare questi, se vuole, e di ragionarci sopra. Ma io ricordo bene alcune osservazioni che ha subito fatto sopo averne udito il racconto dalla mia viva voce, e voglio concludere la mia testimonianza riferendole attentamente

Anzitutto: i sogni sono da manuale, cioè si prestano tutti, anche a un’occhiata superficiale, a grandi e ovvie interpretazioni di massima, compreso il secondo, che a me era sembrato alquanto sconclusionato e che invece sembra sia solo più complesso degli altri e non richieda che un supplemento di riflessione.

1. Sono tutti sogni di morte: non di desiderio di morte, ma di timore della morte.

2. Hanno tutti in comune la mia casa (o strada) di Roma, anche quelli che, come ho detto, sono stati fatti a Parigi. Fra la casa (e la strada) reali e quelle dei sogni vi sono coincidenze puntuali e qualche volta anche minuziose.

3. Hanno tutti in comune mia moglie e mio figlio, che sono entrambi presenti nei primi quattro, e in parte (solo mia moglie) nel quinto.

4. In ciascuno dei sogni io mi presente come ignaro di qualcosa che mi riguarda: gli altri sanno, io sono come escluso da questa consapevolezza, spettatore di eventi che ignoro e dei quali, tuttavia, sono con ogni evidenza il protagonista.

5. L’inconscio – questo forse è il dato più interessante – ha raggiunto un grado di elaborazione del mio stato di allora (azioni, avvenimenti, pensieri) che la coscienza diurna non era assolutamente in grado di conseguire. Ai fiochi balbettamenti del giorno, vittime di un corpo dolorante, la notte contrapponeva un linguaggio lucido e complesso, e dimostrava ciò che la coscienza ostinatamente si preoccupava di censurare: che ero abitato, assillato, in quei mesi, dall’idea della morte.

Adesso aspetto che la mia amica mi aiuti a entrare nei dettagli, e a ritornarvi sopra. Devo, però, confessare che provo un certo distacco per quegli strani prodigi. Da allora non ho sognato più, o non ricordo ciò che ho sognato. Resta il fatto che sono ancora ammalato di quella malattia e che, per quanto goda di una presenza più attiva delle mie facoltà mentali e, a tratti, anche di un certo benessere, tuttavia mi sono forse aggravato. E allora la domanda che ogni tanto mi pongo, ripensando a quelle terribili settimane, è se quell’affiorare continuo della morte nei cinque sogni, tanto da rappresentarsi nelle forme più diverse (persino come funerale!), era anche una profezia dell’inconscio. O questa non sarebbe psicoanalisi, ma mondo del soprannaturale, e io posso combattere ancora le angherie del mio corpo e sperare in una vittoria?

Roma, fine febbraio 1990

~

“[…] Carmelo Samonà, malgrado segnali venuti dal corpo nel marzo 1989, non si fece diagnosticare il suo male prima di settembre, e morì il 17 marzo 1990. La cronologia finale dei testi non è intricata solo per gli spostamenti degli ultimi sei mesi fra Roma, Parigi e Pisa. L’eroica velleità di compiere Casa Landau, che la preoccupazione della morte non fece che stimolare, ma le prostrazioni fisiche rallentarono, cedette inoltre il passo a due adempimenti. Fu terminata in marzo L’esitazione, come ho detto. È datato a fine febbraio l’ultimo testo di cui mi resta da parlare, che si apre e si chiude raccontando autobiograficamente la propria genesi: Cinque sogni. Se Alessandra Ginzburg suggerì di scriverli, sottraendo tempo al romanzo, non fu certo a fini psicanalitici. E anche fuori dall’idea che le varianti di racconto, in una terapia, valgano il vissuto onirico originario, non c’è motivo di mettere in dubbio la fedeltà della trascrizione. L’attesa di morire è dovunque nei contenuti latenti; ed è, come sempre il trauma, già lì. Requisisce non un altro ma la persona stessa, come nel Custode; e somiglia a cose sognate nel Custode l’inqualificabile pianura che traduce la morte in contenuti manifesti. Solo che il primo sogno “vero” è più realistico di quelli del romanzo, e in una strada dei Parioli l’inatteso deserto alle spalle, la scomparsa della casa, mette i brividi.

Eppure, la responsabilità non si estingue: familiari e amici protestano, sollecitano l’io che non può attraversare la strada; è una resa il non farlo, un incubo il non essere tentato di voltarsi più. Nel secondo sogno provoca senso di colpa il ritardo, all’appuntamento coi familiari e con l’impressionante cocchiere mortuario. Nel terzo il figlio si stupisce con voce di rimprovero, nel quarto con occhi pieni di lacrime, che lui non sappia ancora niente. Resta latente il momento dei sintomi, come inghiottito dalla natura del linguaggio onirico, dove l’incomprensibile non è da capire. Eppure nel quinto sogno, dove l’io è al tempo stesso sé vivo e un altro che ha cessato di vivere, la morte si traduce ancora in suoni: invadono il campo uditivo gli inspiegabili, terribili passi di qualcuno che non c’è o non si vede. La «lingua afona, impotente» in cui sta gridando aiuto prima che l’incubo lo svegli, è ciò con cui si misurano e contro cui si stagliano le nitide sonorità e i pieni poteri linguistici dell’opera narrativa.

Francesco Orlando

Tratto da:

Carmelo Samonà, Fratelli e tutta l’opera narrativa ; a cura di Francesco Orlando ; Milano : Mondadori, 2002 ; Collezione · Oscar narrativa ; 1793 · [ISBN] 88-04-50489-7 · Classificazione Dewey · 853.914 (21.) NARRATIVA ITALIANA, 1945-1999

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