Blaise Cendrars ~ Dal mondo intero – 1) Pasque a New York

Immense navi nere giungono dall’orizzonte / E li sbarcano, alla rinfusa, sui moli. / Italiani, Greci, Spagnoli, / Russi, Bulgari, Persiani, Mongoli. / Sono bestie da circo che saltano i meridiani / Gli si getta un pezzo di carne nera, come ai cani.

 

Pasque a New York

 

Charles Demuth, Incense of a New Church, 1921

 

À Agnès

Flecte ramos, arbora alta, tensa laxa viscera
Et rigor lentescat ille quem dedit nativitas
Ut superni membra Regis miti tendas stipite…

Fortunat, Pange lingua

 

Piega i tuoi rami, albero gigante, distendi le tese fibre
E allenta la rigidità tua naturale
Non spezzare così crudelmente membra del Re Supremo…
Remy de Gourmont, Le Latin Mystique

 

Georgia O’Keefe, New York Street with Moon, 1925

 

Scendo a grandi passi verso la città bassa
Curvo nella schiena, il cuore provato, lo spirito febbrile.

L’ampia ferita del tuo costato è come un grande sole
E le tue mani tutto intorno palpitano di scintille.

I vetri delle case sono tutti pieni di sangue
E le donne, dietro, sono fiori di sangue,

Strani fiori maligni appassiti, orchidee,
Calici capovolti aperti sotto le tue tre piaghe.

Il tuo sangue raccolto, mai l’hanno bevuto.
Hanno il rossetto e vesti di pizzo sul culo.

I fiori della Passione sono bianchi, come ceri,
Sono i fiori più dolci nel Giardino della Vergine.

 

È a quest’ora, verso l’ora nona,
Che il tuo capo, Signore, cadde sul tuo Cuore.

Sono seduto in riva all’oceano
E mi torna in mente un cantico tedesco,

Dove con parole molto dolci, semplici, pure, si dice
Della bellezza del tuo volto nella tortura.

In una chiesa, a Siena, nella cripta,
Ho visto lo stesso volto, sul muro, dietro una tenda.

E in un eremo, a Bourrié-Wladislasz,
È sbalzato in oro in un reliquiario.

Pallide pietre preziose sono al posto degli occhi
E i contadini le baciano, in ginocchio.

È stampato sul fazzoletto di Veronica
E per questo Santa Veronica è la Tua Santa

È la migliore reliquia portata in processione nei campi
Guarisce tutti i malati, tutti i miserabili.

Fa mille e mille altri miracoli,
Ma non ho mai assistito a questo spettacolo.

Forse mi manca la fede, Signore, e la bontà
Per vedere lo splendore della tua Bellezza.

Eppure, Signore, ho fatto un pericoloso viaggio
Per contemplare in un berillo incisa la tua immagine.

Fa’, Signore, che dal mio viso sorretto dalle mani
cada la maschera d’angoscia che mi stringe.

Fa’, Signore, che le mie due mani posate sulla mia bocca
non assaporino la schiuma di un’indomabile disperazione.

Sono triste e malato. Forse a causa Tua,
Forse a causa di qualcun altro. Forse a causa Tua.

 

Martin Lewis, Building a Babylon, Tudor City, N.Y.C., 1929

 

Signore, la folla di poveri per cui facesti il Sacrificio
È qui ammassata, stipata, come bestiame, negli ospizi.

Immense navi nere giungono dall’orizzonte
E li sbarcano, alla rinfusa, sui moli.

Italiani, Greci, Spagnoli,
Russi, Bulgari, Persiani, Mongoli.

Sono bestie da circo che saltano i meridiani
Gli si getta un pezzo di carne nera, come ai cani.

È la loro gioia questo boccone schifoso.
Signore, abbi pietà dei popoli che soffrono.

 

Signore nei ghetti brulica la turba degli Ebrei
Vengono dalla Polonia e sono tutti rifugiati.

So bene, ti hanno messo sotto Processo;
Ma ti assicuro, non sono del tutto cattivi.

Stanno nelle botteghe sotto lampade di rame,
Vendono vecchi abiti, armi e libri.

Rembrandt amava dipingerli nelle loro vecchie vesti.
Io, stasera, ho mercanteggiato per un microscopio.

Ahimè! Signore, non ci sarai più, dopo Pasqua!
Signore, abbi pietà degli Ebrei nelle baracche.

 

Signore, le umili donne che ti accompagnarono al Golgota,
Si nascondono. In fondo ai tuguri, su immondi sofà,

Sono contaminate dalla miseria degli uomini.
I cani le hanno rosicchiato le ossa, e nel rum

Nascondono il loro vizio incallito che si sfalda.
Signore, quando una di queste donne mi parla, mi sento venir meno.

Vorrei essere come Te e amare le prostitute,
Signore, abbi pietà delle prostitute.

 

Signore, sono nel quartiere dei bravi ladri,
Dei vagabondi, dei pezzenti, dei ricettatori.

Penso ai due ladroni con te sulla Croce,
So che ti degnasti di sorridere alla loro sventura.

Signore, uno vorrebbe una corda con un nodo in fondo
Ma non è gratis, la corda, costa venti soldi.

Ragionava come un filosofo, quel vecchio bandito.
Gli ho dato dell’oppio perché vada prima in Paradiso.

Penso anche ai musicisti di strada,
Al violinista cieco, al monco che suona l’organo a manovella

Alla cantante con il cappello di paglia e le rose di carta;
So che sono loro a cantare nell’eternità.

Signore, fa’ loro la carità, non basta la luce dei lampioni a gas
Signore, fa’ loro la carità di un po’ di soldi in questa vita. 

 

Signore, quando moristi, il velo si squarciò,
Ciò che si vide dietro, nessuno l’ha detto.

La strada è nella notte come una lacerazione,
Piena di oro e sangue, di fuoco e spazzatura.

Quelli che cacciasti dal tempio con la frusta,
Flagellano i passanti con pochi misfatti.

La Stella che sparì allora dal tabernacolo,
Brucia sui muri nella luce cruda degli spettacoli.

Signore, la Banca illuminata è come una cassaforte,
dove si è coagulato il Sangue della tua morte 

 

John Marin, Lower Manhattan, 1920

Le strade si fanno deserte e divengono più nere.
Io barcollo come un ubriaco sui marciapiedi.

Ho paura dei grandi lembi d’ombra che le case proiettano.
Ho paura. Qualcuno mi segue. Non oso voltarmi.

Un passo zoppicante saltella sempre più vicino.
Ho paura. Ho le vertigini. E mi fermo apposta.

Un ceffo spaventoso mi ha lanciato un’occhiata
acuta, poi è passato, sinistro, come una pugnalata.

Signore, nulla è cambiato da quando non sei più Re.
Il male si è fatto una stampella con la tua Croce. 

 

Scendo i brutti scalini di un caffè
Ed eccomi, seduto, davanti a un bicchiere di tè.

Qui sono cinesi, sembra che con la schiena
sorridano, si inchinano e sono compiti come statuine.

Il locale è piccolo, dipinto di rosso
E strane fotografie in cornici di bambù.

Ho Kousai ha dipinto i cento volti di una montagna.
Come sarebbe il tuo volto dipinto da un cinese?… 

 

Quest’ultima idea, Signore, da principio mi ha fatto sorridere:
Ti vedevo di scorcio nel tuo martirio.

Ma il pittore, tuttavia, avrebbe dipinto il tuo tormento
con maggior crudeltà dei nostri pittori d’ Occidente.

Lame contorte avrebbero segato le tue carni,
Pinze e pettini avrebbero striato i tuoi nervi,

Ti avrebbero messo il collo in una gogna,
Ti avrebbero strappato le unghie e i denti,

Immensi dragoni neri si sarebbero gettati su di Te,
E ti avrebbero soffiato fiamme sul collo,

Ti avrebbero strappato la lingua e gli occhi,
Ti avrebbero impalato su una pertica.

Così, Signore, avresti sofferto ogni infamia,
Poiché non esiste posizione più crudele.

Poi, ti avrebbero gettato ai maiali
Che ti avrebbero divorato il ventre e le viscere. 

 

Ora sono solo, gli altri sono usciti,
Mi sono steso su un banco contro il muro.

Sarei voluto entrare, Signore, in una chiesa;
Ma non ci sono campane, Signore, in questa città.

Penso alle campane ammutolite: – dove sono le antiche campane?
Dove sono le litanie e le dolci antifone?

Dove sono i lunghi uffizi, dove i bei cantici?
Dove sono le liturgie e le musiche?

Dove sono i tuoi fieri prelati, Signore, dove le tue monache?
Dove la bianca tunica, l’amitto dei Santi e delle Sante?

La gioia del Paradiso scompare nella polvere,
I fuochi mistici non risplendono più sulle vetrate. 

L’alba tarda a venire, e nell’angusto tugurio
Ombre crocifisse agonizzano alle pareti.

È come un Golgota notturno in uno specchio
Che si vede tremolare di rosso sul fondo nero.

Il fumo, sotto la lampada, è come un panno stinto
che gira, attorcigliato, intorno alle tue reni.

Sopra, è sospesa la pallida lampada,
Come la tua Testa, triste e morta ed esangue.

Strani riflessi palpitano sui vetri…
Ho paura, – e sono triste, Signore, di essere così triste. 

 

Max Weber, The Visit, 1919

 

«Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?»
– La luce rabbrividire, umile nel mattino.

«Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?»
– Candori sperduti palpitare come mani.

«Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?»
– Il presagio della primavera trasalire nel mio seno.

Signore, l’alba è scivolata fredda come un sudario
E ha messo a nudo i grattacieli nell’aria.

Già un rumore immenso riecheggia sulla città.
Già i treni sobbalzano, rumoreggiano e si susseguono.

La metropolitana corre e tuona sottoterra.
I ponti vibrano al passaggio dei treni.

La città trema. Grida, fuoco, fumi,
Le sirene a vapore urlano il loro roco suono.

Una folla sudata per la febbre dell’oro
Si spinge e si riversa nei lunghi corridoi.

Torbido, nel disordine fumante dei tetti,
Il sole, è il Tuo volto imbrattato dagli sputi. 

 

Signore, rientro stanco, solo e molto triste…
La mia camera è nuda come una tomba

Signore, sono tanto solo e ho la febbre…
Il mio letto è freddo come una bara…

Signore, chiudo gli occhi e batto i denti…
Sono troppo solo. Ho freddo. Ti chiamo…

Centomila trottole volteggiano davanti ai miei occhi…
No, centomila donne… No, centomila violoncelli…

Penso, Signore, alle mie ore infelici…
Penso, Signore, alle mie ore passate…

Non penso più a Te. Non penso più a Te.

 

New York, aprile 1912

 

Traduzione di Paola Bevilacqua 

 

§

 

Les Pâques à New York

 

Arthur Dove, Long Island, 1940

À Agnès

Flecte ramos, arbora alta, tensa laxa viscera
Et rigor lentescat ille quem dedit nativitas
Ut superni membra Regis miti tendas stipite…
Fortunat, Pange lingua

 

Flechis tes branches, arbre géant, relâche en peu la tension des viscères,
Et que ta rigueur naturelle s’alentisse,
N’écartèle pas si rudement les membre du Roi supérieur…
Remy de Gourmont, Le Latin Mystique

 

Seigneur, c’est aujourd’hui le jour de votre Nom,
J’ai lu dans un vieux livre la geste de votre Passion,

Et votre angoisse et vos efforts et vos bonnes paroles
Qui pleurent dans le livre, doucement monotones.

Un moine d’un vieux temps me parle de votre mort.
Il traçait votre histoire avec des lettres d’or

Dans un missel, posé sur ses genoux.
Il travaillait pieusement en s’inspirant de Vous.

A l’abri de l’autel, assis dans sa robe blanche,
Il travaillait lentement du lundi au dimanche.

Les heures s’arrêtaient au seuil de son retrait.
Lui, s’oubliait, penché sur votre portrait.

A vêpres, quand les cloches psalmodiaient dans la tour,
Le bon frère ne savait si c’était son amour

Ou si c’était le Vôtre, Seigneur, ou votre Père
Qui battait à grands coups les portes du monastère.

 

Je suis comme ce bon moine, ce soir, je suis inquiet.
Dans la chambre à côté, un être triste et muet

Attend derrière la porte, attend que je l’appelle!
C’st Vous, c’est Dieu, c’est moi – c’est l’Éternel.

 

Je ne Vous ai pas connu alors, – ni maintenant.
Je n’ai jamais prié quand j’étais un petit enfant.

Ce soir pourtant je pense à Vous avec effroi.
Mon âme est une veuve en deuil au pied de votre Croix ;

Mon âme est une veuve en noir, – c’est votre Mère
San larme et sans espoir, comme l’a peinte Carrière

Je connais tous le Christs qui pendent dans les musées ;
Mais Vous marchez, Seigneur, ce soir à mes côtés.

 

Robert Motherwell, Cape Cod (1971)

 

Je descends à grands pas vers le bas de la ville,
Le dos voûte, le cœur ridé, l’esprit fébrile.

Votre flanc grand-ouvert est comme un grand soleil
Et vos mains tout autour palpitent d’étincelles.

Les vitres des maisons sont toutes pleines de sang
Et les femmes, derrière, sont comme des fleur de sang.

D’étranges mauvaises fleurs flétries, des orchidées,
Calices renversés ouverts sous vos trois plaies.

Votre sang recueilli, elles ne l’ont jamais bu.
Elles ont du rouge aux lèvres et des dentelles au cul.

Les fleurs de la Passion sont blanches, comme des
cierges,
Ce sont les plus douces fleurs au Jardin de la Bonne
Vierge.

 

C’est à cette heure-ci, c’est vers la neuvième heure,
Que votre Tête, Seigneur, tomba su votre Cœur.

Je suis assis au bord de l’océan
Et je me remémore un cantique allemand,

Où il est dit, avec des mots très doux, très simples, très
purs,
La beauté de votre Face dans la torture.

Dans une église, à Sienne, dans un caveau,
J’ai vu la même Face, au mur, sous un rideau.

Et dans un ermitage, à Bourrié-Wladislasz,
Elle est bossuée d’or dans une châsse.

De troubles cabochons sont à la place des yeux
Et des paysans baisent à genoux Vos yeux.

Sur le mouchoir de Véronique Elle est empreinte
Et c’st pourquoi Sainte Véronique est Votre sainte.

C’est la meilleure relique promenée par les champs.
Elle guérit tous les malades, tous les méchants.

Elle fait encore mille et mille autres miracles,
Mais je n’ai jamais assisté à ce spectacle.

Peut-être que la foi me manque, Seigneur, et la bonté
Pour voir ce rayonnement de votre Beauté.

Pourtant, Seigneur, j’ai fait un périlleux voyage
Pour contempler dans un béryl l’intaille de votre image.

Faites, Seigneur, que mon visage appuyé dans les mains
Y laisse tomber le masque d’angoisse qui m’étreint.

Faites, Seigneur, que mes deux mains appuyées sur ma
bouche
N’y lèchent pas l’écume d’un désespoir farouche.

Je suis triste et malade. Peut-être à cause de Vous,
Peut-être à cause d’un autre. Peut-être à cause de Vous.

 

Edward Hopper, Early Sunday Morning, 1930

Seigneur, la foule des pauvres pour qui vous fîtes le
Sacrifice
Est ici, parquée, tassée, comme du bétail, dans les
hospices.

D’immenses bateaux noirs viennent des horizons
Et les débarquent, pêle-mêle, sur les pontons.

Il y a des Italiens, des Grecs, des Espagnols,
Des Russes, des Bulgares, des Persans, des Mongols.

Ce sont de bêtes de cirque qui sautent les méridiens.
On leur jette un morceau de viande noire, comme à des
chiens.

C’est leur bonheur à eux que cette sale pitance.
Seigneur, ayez pitié des peuples en souffrance.

 

Seigneur dans les ghettos grouille la tourbe des Juifs
Ils viennent de la Pologne et sont tous fugitifs.

Je le sais bien, ils t’ont fait ton Procès ;
Mais je t’assure, ils ne sont pas tout à fait mauvais.

Ils sont dans des boutiques sous des lampes de cuivre,
Vendent des vieux habits, des armes et des livres.

Rembrandt aimait beaucoup les peindre dans leurs
défroques.
Moi, j’ai, ce soir, marchandé un microscope.

Hélas! Seigneur, Vous ne serez plus là, après Pâques !
Seigneur, ayez pitié des Juifs dans les baraques.

 

Seigneur, les humbles femmes qui vous accompagnèrent
à Golgotha,
Se cachent. Au fond des bouges, sur d’immondes sophas,

Elles sont polluées par la misère des hommes.
Des chiens leur ont rongé les os, et dans le rhum

Elles cachent leur vice endurci qui s’écaille.
Seigneur, quand une de ces femmes me parle, je défaille.

Je voudrais être Vous pour aimer les prostituées.
Seigneur, ayez pitié des prostituées.

 

Seigneur, je suis dans le quartier des bons voleurs,
Des vagabonds, des va-nu-pieds, des recéleurs.

Je pense aux deux larrons qui étaient avec vous à la
Potence,
Je sais que vous daignez sourire à leur malchance.

Seigneur, l’un voudrait une corde avec un nœud au bout,
Mais ça n’est pas gratis, la corde, ça coûte vingt sous.

Il raisonnait comme un philosophe, ce vieux bandit.
Je lui ai donné de l’opium pour qu’il aille plus vite en
paradis.

Je pense aussi aux musiciens des rues,
Au violoniste aveugle, au manchot qui tourne l’orgue de
Barbarie,

A la chanteuse au chapeau de paille avec des roses de
papier ;
Je sais que ce sont eux qui chantent durant l’éternité.

Seigneur, faites-leur l’aumône, autre que de la lueur des
becs de gaz,
Seigneur, faites-leur l’aumône de gros sous ici-bas.

 

Seigneur, quand vous mourûtes, le rideau se fendit,
Ce que l’on vit derrière, personne ne l’a dit.

La rue est dans la nuit comme une déchirure,
Pleine d’or et de sang, de feu et d’épluchures.

Ceux que vous aviez chassés du temple avec votre fouet,
Flagellant les passant d’une poignée de méfaits.

L’Étoile qui disparut alors du tabernacle,
Brûle sur les murs dans la lumière crue des spectacles.

Seigneur, la Banque illuminée est comme un coffre-fort,
Où s’est coagulé le Sang de votre mort.

 

Mark Rothko, The entrance to the subway, 1938

Les rues se font désertes et deviennent plus noires.

Je chancelle comme un homme ivre sur les trottoirs.

J’ai peur des grands pans d’ombre que les maisons
projettent.
J’ai peur. Quelqu’un me suit. Je n’ose tourner la tête.

Un pas clopin-clopant saute de plus en plus près.
J’ai peur. J’ai le vertige. Et je m’arrête exprès.

Un effroyable drôle m’a jeté un regard
Aigu, puis a passé, mauvais, comme un poignard.

Seigneur, rien n’a changé depuis que vous n’êtes plus Roi.
Le Mal s’est fait une béquille de votre Croix.

 

Je descends les mauvaises marches d’un café
Et me voici, assis, devant un verre de thé.

Je suis chez des Chinois, qui comme avec le dos
Sourient, se penchent et sont polis comme des magots.

La boutique est petite, badigeonnée de rouge
Et de curieux chromos sont encadrés dans du bambou.

Ho-Kousaï a peint les cent aspects d’une montagne.
Que serait votre Face peinte par un Chinois ?…

 

Cette dernière idée, Seigneur, m’a d’abord fait sourire.
Je vous voyais en raccourci dans votre martyre.

Mais le peintre, pourtant, aurait peint votre tourment
Avec plus de cruauté que nos peintres d’Occident.

Des lames contournées auraient scié vos chairs,
Des pinces et des peignes auraient strié vos nerfs,

On vous aurait passé le col dans un carcan,
On vous aurait arraché les ongles et les dents,

D’immenses dragons noirs se seraient jetés sur vous,
Et vous auraient soufflée des flammes dans le cou,

On vous aurait arraché la langue et les yeux,
On vous aurait empalé sur un pieu.

Ainsi, Seigneur, vous auriez souffert toute l’infamie,
Car il n’y a pas de plus cruelle posture.

Ensuite, on vous aurait forjeté aux pourceaux
Qui vous auraient rongé le ventre et les boyaux.

 

Je suis seul à présent, les autres sont sortis,
Je me suis étendu sur un banc contre le mur.

J’aurais voulu entrer, Seigneur, dans une église ;
Mais il n’y a pas de cloches, Seigneur, dans cette ville.

Je pense aux cloches tues : où sont les cloches anciennes ?
Où sont les liturgies et les musiques ?

Où sont les longs offices et où les beaux cantiques ?
Où sont les liturgies et les musiques ?

Où sont tes fiers prélats, Seigneur, où tes nonnains ?
Où l’aube blanche, l’amict des Saintes et des Saints ?

La joie du Paradis se noie dans la poussière,

Les feux mystiques ne rutilent plus dans les verrières.

 

L’aube tarde à venir, et dans le bouge étroit
Des ombres crucifiées agonisent aux parois.

C’est comme un Golgotha de nuit dans un miroir
Que l’on voit trembloter en rouge sur du noir.

La fumée, sous la lampe, est comme un linge déteint
Qui tourne, entortillée, tout autour de vos reins.

Par au-dessus, la lampe pâle est suspendue,
Comme votre Tête, triste et morte et exsangue.

Des reflets insolites palpitent sur les vitres…
J’ai peur, – et je suis triste, Seigneur, d’être si triste.

 

Adolph Gottlieb, Pictogenic fragments, 1946

« Dic nobis, Maria, quid vidisti in via? »
– La lumière frissonner, humble dans le matin.

« Dic nobis, Maria, quid vidisti in via? »
– Des blancheurs éperdues palpiter comme des mains.

« Dic nobis, Maria, quid vidisti in via? »
– L’augure du printemps tressaillir dans mon sein.

Seigneur, l’aube a glissé froide comme un suaire
Et a mis tout à nu les gratte-ciels dans les airs.

Déjà un bruit immense retentit sur la ville.
Déjà les trains bondissent, grondent et défilent.

Les métropolitains roulent et tonnent sous terre.

Les ponts sont secoués par les chemins de fer.

La cité tremble. Des cris, du feu et des fumées,
Des sirènes à vapeur rauquent comme des huées.

Une foule enfiévrée par les sueurs de l’or
Se bouscule et s’engouffre dans de longs corridors.

Trouble, dans le fouillis empanaché des toits,
Le soleil, c’est votre Face souillée par les crachats.

 

Seigneur, je rentre fatigué, seul et très morne…
Ma chambre est nue comme un tombeau…

Seigneur, je suis tout seul et j’ai la fièvre…
Mon lit est froid comme un cercueil…

Seigneur, je ferme les yeux et je claque des dents…
Je suis trop seul. J’ai froid. Je vous appelle…

Cent mille toupies tournoient devant mes yeux…
Non, cent mille femmes… non, cent mille violoncelles…

Je pense, Seigneur, à mes heures malheureuses…
Je pense, seigneur, à mes heures en allées…

Je ne pense plus à Vous. Je ne pense plus à Vous.

 

New York, avril 1912

 

Traduzione da:

Blaise Cendrars, Du monde entier : poésies complètes : 1912-1924 ; préface de Paul Morand ; Paris : Gallimard, 1967 ; Collezione · Poésie

1 Comment

  1. Una preghiera di straziante bellezza.
    Mi permetto di ricopiare un’altra che, istintivamente, me l’ha richiamata.
    I miei auguri di ogni bene.

    VENERDÌ SANTO NEI CORRIDOI DELLA METROPOLITANA

    Gli ebrei di varie religioni si incontrano
    nei corridoi della metropolitana, rosario
    sparpagliato da dita premurose.
    Su loro dormono i preti dopo la cena di magro,
    su loro piramidi di chiese e sinagoghe
    si ergono come rocce portate da ghiacciai.

    Ho ascoltato la Passione secondo Matteo
    che tramuta in bellezza il dolore.
    Ho letto Fuga di morte di Celan
    che tramuta in bellezza il dolore.

    Nei corridoi del metrò il dolore non si tramuta,
    solo perdura, senza tregua.

    Adam Jawazeskj

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