Venezia ~ Andrea Zanzotto

Christoph Luckeneder and Manfred Kielnhofer , The T-Guardian, Biennale 2013

…è potere di Venezia portare ogni singolo ad un momento massimo della propria storia interiore e di un’altra “storia”, portare ognuno, con agio e mancamento insieme, ad un riscontro della propria insostituibilità, della necessità “anche” di questi suoi occhi, fatti di niente, per guardarla. Venezia non è mai stata sazia di sguardi, tremola di desiderio di sguardi che si incrocino da tutte le dimensioni.

Venezia, forse

Solo un lungo esercizio di spostamenti, eradicazioni, rotture di ogni accertata prospettiva e abitudine potrebbe forse portarci nelle vicinanze di questi luoghi. Forse, per capirne qualcosa, bisognerebbe arrivarci come in altri tempi con mezzi di altri tempi, per paludi, canali, erbe, glissando con barche necessariamente furtive, dopo esser passati attraverso la scoperta di uno spazio dove tutte le distinzioni son messe in dubbio e insieme convivono in uno stupefacente caos, rispecchiate e negate a vicenda le une dalle altre. Bisognerebbe, per capirci qualcosa, arrivare a vedere cupole case capanne emerse dal niente dopo che si sia sprofondati con le gambe in sabbie mobili intrise di cielo, in zolle di succhiante forza vegetale, o dopo corse all’impazzata stroncate da una caduta in avanti nell’infinito, quasi come avvenne al Carlino di Ippolito Nievo. Solo con lo spirito di Carlino, camminando o nuotando o arrancando mezzi sommersi, da Portogruaro in giù, ci si preparerebbe abbastanza per sfiorare, toccare quell’impensata germinazione di realtà attonite, protese, morse dall’irreale.

Si staccano a volte dalle rive marine pezzi di terra con erbe folte, che si trasformano in isole galleggianti. A qualcuno capitò, talvolta, di trovarsi portato al largo dopo essersi addormentato su una riva che si presentava stabile, di trovarsi in movimento pur se sdraiato tra canne ed erbe. E su una zattera di questo genere, più remota e mitica che quella usata da Ulisse, si potrebbe rischiare di approssimarsi alla città. Perché ogni pensiero che le si riferisca va appunto collocato “altrove”: come per una necessaria rincorsa, in un primo momento. Poi sarà possibile un provvisorio ancoraggio al tempo odierno. Sarà un ancoraggio comunque dubbio, ma pure subdolamente vero, di una verità insaporita, linfata da allucinogeni che sparano la nostra intimità psichica in mille divergenze, eppure sempre radicata per mille gesti terreni-acquatici in un’aspra e instancabile quotidianità, intesa a una lotta, a un gioco in cui la sopravvivenza può essere ottenuta soltanto scalfendo la realtà, momento per momento, con la più feroce e abbagliata fantasia.

Oppure, per avvicinarsi ancora di più al precario/eterno che circola in questi paraggi, bisognerebbe prima che con terre ed acque aver contatto con le sotterranee rocce e con il sepolto magma di fuoco che le regge sul suo dorso. Si è sull’angolo di mare Mediterraneo e Adriatico che si sfibra e diventa sempre meno profondo, da queste parti, e che mostra la sua natura di povera pozza ormai addensita di liquami, dove la madreperla più pura si fonde con le iridi equivoche delle deiezioni industriali. Quell’angolo di mare abbastanza quieto e spazzato da venti non terribili (al massimo irritanti con dolce/fredda molestia o spossanti per caldi languori dilagati dal sud) bisogna pensarlo, insieme con una breve porzione di terra che lo circonda, sospeso proprio sull’orlo della grande faglia periadriatica, che spacca là nei dintorni la crosta terrestre. E questa, formata da immense “zolle” che si investono tra loro lungo i milioni di anni, è qui frantumata più che altrove; si è al limite di una ridotta zolla che fa spesso tremare la cerchia di monti e di colli che sta, poco lontana, sugli sfondi della città. Anche alla città arriva il tremore: ma siccome essa stessa è irrequietezza ed elastica instabilità sopra fanghi e depositi alluvionali, non ne ha mai un totale pericolo. Avvicinarsi dunque dal basso della sotterraneità più cancellata, più contrapposta, più rimossa, eppure presente in qualche forma, e “sentire” la coppa che tiene il tenue mare con la sua città sull’orlo elaborato: anche questo può essere uno dei modi meno dirottanti per un approccio tra i molti possibili, ma che sempre rinviano l’uno all’altro come le ondicelle della riva o come il moto sordo e preciso delle maree. Comprensioni labili che possono per un momento stagnare e trattenerci in sé, verissime in quell’istante, ma destinate a essere superate immediatamente, e magari poi ripescate come tirando un filo. O, ancora, la città potrebbe anche lei essere una delle zattere di limo erboso: che ha viaggiato a lungo e ha raccolto echi di molti Orienti e Occidenti, di molti Atlantidi o Pangee scomparse, miraggi riferibili ai più diversi paesi e non-paesi, una zattera che si è poi assestata, ma sempre con ormeggi di ragnatela radiosa, in questo punto della costa, e che ne è stata mollemente imprigionata, ma tra molti varchi, finestre, aperture.
La diversità, l'”oriente” di Venezia, è dunque stato ogni Bisanzio, ogni Persia, ogni Arabia Felix, ogni Cina, ha ritrovato gli itinerari nordici di San Brandano e quelli di Gordon Pym all’estremo sud del mondo, ha riassunto ogni giro e raggiro dell’imprevedibile. E la città intera, nel suo crescere e mutare lungo i tempi, nel suo restare, in qualche modo, “fuori tempo massimo” eppure sempre in gara, ha conservato i tempi a lei avvinghiati, anzi implicati a intarsio: pregio e tarlo, bava luminosa e scoria, puzzo sempre virato in profumo: come un punto di assurdo dentro l’oggi. Un’assurdità tenue, non-violenta, opposta in modo ambiguo alla “vita che irrompe”, eppure capace di spaccare a cuneo l’altra assurdità, monotona e plumbea, dal peso irreversibilmente negativo, che sembra connotare la realtà attuale.

Loris Gréaud. The Geppetto Pavilion, Biennale 2011

Sembra allora che Venezia (ma per “chiamarla” occorrono anche i tanti altri nomi che ha nelle tante lingue e soprattutto nella sua, locale) sia nata al di là e prima di qualunque storia o classificazione antropologica e sociologica, che le sue nascite si siano verificate a miriadi entro un tempo “telescopico”, da canocchiale rovesciato. Ma esiste un punto. Vi sono uccelli che più di altri hanno l’arte dello sbecchettare, scegliendoli ovunque, fuscelli adatti a costruire nidi paradisiaci per attirarvi l’amata, veri screziati labirinti e abitacoli. E si vorrebbe riferire quest’arte ai gabbiani, al loro andirivieni che certo sta componendo significati, e che va ben al di là degli istinti e dei bisogni: cosicché tutte le distese liquide ne restano tramate e completate, come da un’opera di cucitura frenetica che le unisce al cielo, o da irradiamenti di voli che poi si spengono in una specie di pioggia di baci offerti dagli uccelli all’acqua, per infine cullarvisi. Si vorrebbe sorprendere un gabbiano con un fuscello in bocca, un gabbiano che immerge questo fuscello nei fondali: la prima immagine che si può notare di questo insediamento è una serie di fuscelli alquanto sbilenchi che puntano su dall’orizzontalità. È l’esile indizio di qualcosa che contraddice una linea di riposo o di allontanamento, è l’insistenza minima in un’opposizione, un’insistenza che sembra non molto convinta, tra scherzosa e necessitata, in bilico tra i procedimenti delle piccolezze vegetali-animali e il progetto umano. Poi appaiono, a gruppi, simili elementi, dovunque: nuclei dispersi di palafitte visibili, all’inizio; palafitte che dopo verranno nascoste a far da base e da trono alla pienezza del monumento, eppure sensibili attraverso la sua struttura. Echeggia dovunque il tema del palo, o se si vuole dello stelo, misura e appoggio, sicuro pur nella sua ingenua e talvolta persino goffa esilità, e sempre indicatore di un movimento di triangolazione. Sono come sentinelle care agli uomini e familiari a venti e a onde, punti per una gamma di rotte da scegliere, frecce non imperiose nelle quali resterà per sempre indeterminata la direzionalità, ma in ogni caso riferimenti che non tradiscono. Bricole a mazzetti, pali a segnare fondali insidiosi, allineamenti e serpi di pali a definire «stradele in mezo al mar»: e tra di essi ci sarà sempre, assorto in uno stupore che sembra e non è fermo, un «piccolo naviglio» come quello della canzone di una volta: più importante dello stesso bucintoro. Dal fuscello al trinato «palagio» (renitente sempre a farsi solido «palazzo» del dominio) e dalla barchetta alla galea traboccante di ori e manovre d’arte, carica di aurei anelli per sposalizi marini. Meraviglia di una potenza che trova il suo punto d’onore nell’essere soprattutto potenza di meraviglia artistica.

 

A mano a mano che da questa fascia esterna ci si trova sospinti entro “il fatto” della città, subentrano i maggiori pericoli. In primo luogo tale è la congestione di ciò che merita le attenzioni più differenziate ed estreme, da attizzare una febbrilità, una fibrillazione dei moti di tutti i sensi, e poi da far andare in tilt qualunque velleità e qualunque passione del riferire, del chiamare in causa, dell’indicare per ottenere una partecipazione. Inoltre da troppo tempo ci si sente quasi comandati ad entrare in una cartolina, in un lotto di soprammobili, nel kitsch più bovinamente collaudato. È il momento in cui solo aggrappandosi ad un rifiuto e quasi a un odio, e in ogni caso stando almeno a traballare su un forse, passerella quanto mai veneziana, si può continuare a tirar fuori parole. Il mozzafiato del miracolo programmato per i turisti di tutte le generazioni è il moscio ectoplasma con cui bisogna subito mettersi in lotta: purtroppo con una certa probabilità di perdere. Del resto, passare indenni attraverso le stratificazioni di un’ammirazione tanto naturale da diventare obbligatoria e perfino automatica non è possibile, e, infine, non è neppure giusto. Ma esiste, in tali condizioni, il rischio di una perdita di identià per chi voglia entrare in Venezia: i significati che vi si sono raccolti e i segni e i detti che sono serviti a questa operazione di lettura ricopiatura e scelta, l’intrecciarsi e infittirsi dei mille timbri soggettivi che in Venezia si sono ritrovati e appagati, rendono difficilissimo conservare un rapporto con l’autenticità per ciascuno che si prepari a sua volta ad un’analoga operazione. Si è circondati dai narcisismi di singoli, e spesso grandi, uomini, irriducibili come fiamme di fosforo, e dai narcisismi opachi di gruppi e di folle come potrà un io “qualunque”, un io minimo, senza pretese, ritrovare quella sola pietra di Venezia, quel solo lampo di Venezia che valga a fargliela individuare come sua, conducendolo insieme a un’autoconoscenza? Perché, con dolcissima e quasi scivolosa persuasione, attraverso catene di choc realizzati per somma dei più disparati elementi, e insieme per catene di sottrazioni, dubbi, mutismi, “indecidibilità”, è potere di Venezia portare ogni singolo ad un momento massimo della propria storia interiore e di un’altra “storia”, portare ognuno, con agio e mancamento insieme, ad un riscontro della propria insostituibilità, della necessità “anche” di questi suoi occhi, fatti di niente, per guardarla. Venezia non è mai stata sazia di sguardi, tremola di desiderio di sguardi che si incrocino da tutte le dimensioni. Moltitudine di sguardi che le vengono incontro e l’attraversano; occhi come ha saputo identificarli Guidi (1). Non-occhi per sovrabbondanza di vista, polverio di aureo-liquido nulla riguardante e guardato.
Bisognerà allora che ciascuno, anche se si è intruppato nelle “turbe di solitari” o se è stato ciclato nella macchina turistica, nello sciame di voyeur volanti, nella fungaia di eccentrici istituzionalizzati, di “geni” in cerca di ispirazione, o peggio ancora se si sentirà tallonato da manipoli di citazioni poetiche e no, o comunque da schiere di veri geni che aprono di sicuro a una vista, ma che altrettanto sicuramente chiudono su un’altra, faccia piazza pulita per qualche attimo anche di questi compagni giustamente chiamati eterni: raschi via tutti i Grandi e le loro parole: per ritornare con essi, ma dopo, in seconda istanza e perlustrazione. Tacerla al massimo, Venezia, per entrarvi. Il tacere originario si ramifica di vuoto in voto, e poi si smonta in brusii entro quel corpo labile, che continua ad essere ganglio, gemmazione di gangli elettricamente reattivi, quasi come una medusa o un polipo, frutto di tutte le sensibilità del mare. Tale esso è ancora, da quando era al centro di un contesto sociale totalizzante, da quando ne era il cervello-computer, raccolto come entro il cesellato cranio di un impossibile animale, aggiustato come un puzzle che solo provvisoriamente si fosse potuto riconoscere in questa “figura”, vibrante di ogni potenzialità.
Dal palazzo ducale che aspira a non far dimenticare la palafitta, a tutte le altre fioriture di colonne e di lesene, scandite eppure tremule, che ricordano i molti milioni di pali sepolti (per cui anche le gran strutture che s’intravedono dentro l’acqua si possono dire piuttosto rivelate che ripetute) la richiesta della pausa, del non detto, dello scomparso, del tagliato-via, cresce da tutta l’edilizia cittadina. E quando ciascuno si sarà lavato dalla colpa del sentirsi in uno dei centri mondiali dell’alienazione turistica, e si sarà tirato fuori dalla catena di montaggio ammirativa che deposita su tutto detriti ben più corrosivi che gli «schiti» dei colombi o lo smog di Marghera, riconosca ognuno il proprio mattone, o pietra, o spigolo, vi batta la testa, ne sanguini, se ne risollevi rianimato dallo scontro con una forza prima. Tutte le pagine, e a maggior ragione queste, saranno state abbandonate e relegate nel loro essere sorde, stolte, inutili, turistiche.

 

L’entrata in un mondo d’incroci, si diceva, e in un mondo di nodi (immaginare tutti i nodi della marineria e della topologia). La mise en abîme di una Venezia teatro e quadro, gremita di quadri che la ritraggono, all’infinito, o divaricata in innumerevoli storie geografie scene umane che però rientrano, tramite quei nodi, in se stesse.
Difficile camminare, spostarsi, quando una profferta di scenografia è tanto vergine quanto sfacciata, tanto giustificata a tutti i livelli quanto, all’occhio di oggi, stipata come un cofano in cui si raffigura una variante, particolarmente sottile nei suoi deliri, del differenziatissimo universo aristocratico. Vince questa verginità, questo metafisico scialacquio così ben effettuato. Gli esterni sono sempre tenuti sotto sferza come dalla mano di un artista supremo capace di riassumere i voleri e i poteri affascinati e serpentini delle legioni di umilissimi “grandi artisti” che hanno creato la città soltanto col loro vivere, operare, pensare giorno per giorno lungo i secoli, in corale unità con i grandi artisti che hanno inventato i monumenti e tutta la sovrabbondanza che vi è custodita. E dagli esterni si esercita una forza di invito che viene accettata con quiete e libertà, appagando una larga, marina sete; mentre dagli interni, dove appunto “esistono” e donde “minacciano” miriadi di capolavori della pittura, della scultura, di ogni arte (come mondi che sono propri ed esclusivi/inclusivi anche nel moltiplicare Venezia per Venezia) pare che si eserciti quasi una forza di sopraffazione o di artificio, reti e reti, ami e ami. Questa forza attira dentro le penombre di immensi e cunicolati ventri di balena a partecipare al gran moto della città-Giona: ori marmi figure gesti che vi stanno prigionieri, ma che poi non lo sono, perché emanano a loro volta uno spazio.

 

Venezia ha inoltre a che fare sempre con l’astuzia, detta o no detta, dell’artificio tecnico. Per questo sembra predisposta al cinema, al peggior cinema di cassetta come a quello più violento nello sperimentare. Per molti aspetti ha da sempre atteso, come “sua”, la pellicola. E non tanto perché a Venezia esiste più che in qualsiasi altro luogo una vera e propria “circolazione onirica”, indotta entro lo spessore della sua consistenza, così come la squisita radicolarità dei canali e dei rii porta insistenti o improvvisi colpi di luce o scotomi dentro le stanze; né perché la sintassi dell’andirivieni che la città concede a chi vi si aggira sembra la più discontinua e sorprendente; o perché il suo stare/muoversi dà (come entro gli “occhi del gatto” di infinite macchine da presa sempre in azione) lo spaesamento nella più vagabonda incontentabilità, lo sfracellarsi in scintillii dello stesso io che coglie il proprio e l’altrui vivere. Venezia consiste soprattutto di superfici in confronto stratigrafico, è pellicola su pellicola: sembianza, metafora del desiderio stesso nel suo autosfuggirsi. Così, per arrivare, girando all’opposto del “senso comune”, ad una certa Venezia profonda, Fellini ha dovuto falsificarla al massimo, ricostruirla in studio, bloccarla e oggettualizzarla in polistirolo e plastica, sottoponendo lo stesso materiale plastico, il più amorfo e ostile, di cui ogni pellicola è fatta, ad automassacrarsi. Intorno, stanno le macerie stroboscopiche delle più varie Venezie in “rosso” o in “blu” shocking, o cianfrusaglie occupate a recitare la loro parte funebre o, al contrario, stecchite nel documentarismo presunto “realistico”.

 

Christoph Büchel, Barca nostra, Biennale 2019 

Altrettanto spacca all’improvviso la necessità di dare il via al vero teatro, di mettersi a braccetto con Goldoni, di attribuirsi qui una parte cui presieda Talia, con i suoi balli di ritmi e di detti. In realtà oggi resta una parte che, fuori ormai dalla vera commedia (da gran tempo scomparsa nel mondo), ne accetta qualche eco, qualche aspetto minore, qualche versione per profani. Come negli ultimi anni si è assai ridotto e smollacciato il sapore del dialetto, quasi in una versione preparata apposta per non-veneziani. Sta sprofondando in se stesso, come si dice avvenga della città? Già nel secolo scorso questo dialetto a qualcuno era suonato come paludoso, “inzuppato”. E in parte lo era: ma quella certa mollezza del dire era rimasta ancora in equilibrio ondulante, come lo specchio della laguna di altri tempi, quando la ristoravano selvatici e sani i fiumi, tenuti a bada in geometriche e sapienti strategie dai magistrati delle acque- Dorato di compensazioni interne e di facilità, quel dialetto poteva prestarsi tanto all’uso del più sfavillante dei cicalecci quanto all’eloquio più nobilmente e saggiamente composto (ma con un po’ di understatement, segno sempre di intelligenza, di sale a manciate). Oggi, anche per il progressivo deficit della «elle», divenuta sempre più evanescente, fino a scomparire, la parlata può aver l’aria del troppo cantato/sfaticato, sembrare un po’ stanca di se stessa, impelagata e stagnante. Eppure continua, specie in certi sestieri, a funzionare e anche ad arricchirsi. Del resto essa è soggetta, come tutti gli altri dialetti, alla stessa forza universale di erosione che oggi in parte colpisce anche le grandi lingue.
Per chi passa nella città, lasciarsi sciogliere nelle armonie un po’ sfatte del veneiano com’è ora è pur cogliere vita. Anche se forse non è così impetuosa e saliente come quella dei vermi che talvolta invadono la laguna, i canali. E, dopo tutto, anche questi misteriosi vermi sono una manifestazione di qualcosa di attinente alla vita, anche se nel raccapriccio. Non sembri questo un insulto a chi nella città vive e opera, e ha davanti tutti i problemi, immensi, del far quadrare certe esigenze fondamentali dei ritmi di oggi e della produzione con qualche cosa di troppo passato – da conservare – o di troppo futuro – da reinventare -. Bisognerà ancora che falliscano, su Venezia, chissà quanti urbanisti e sociologi, che vengano messi al tappeto moltissimi ingegni: essa è là, con la sua negazione favolosa e detritica, intimativa e innocente, folle e “meditata”, ma che sembra fatta apposta per stimolare ad un superamento, costringendo alle prove più alte.
Ci sono dunque una società e un’economia col morso giornaliero dei loro problemi e interessi di rado convergenti, e con molte forme di buona e mala fede in contrasto tra loro nel farsi carico di questi problemi, finora con mediocri o nulli risultati. Inutile inoltrarsi: basterà solo ricordare che a Venezia anche il sociale e l’economico vengono immediatamente proiettati in altre catene di sensi: e perfino una gigantesca gaffe economico-architettonica come i mulini Stucky può d’un tratto trasformarsi in un ammicco, in un allucinatorio diverticolo che porta, buffamente, a “mondi paralleli”.
Un’augurata e probabile, una qualsiasi ripresa di Venezia nell’ambito italiano, europeo, internazionale, avverrà soltanto se potrà situarsi, in una società veramente rinnovata, più in là dei progetti finora congetturabili. Ed è giusto che si riconosca una specie di assoluta, cosmica extraterritorialità a Venezia. L’internazionalismo, che l’ha cullata e quasi addormentata in un certo ruolo, continui comunque a gravitarle, alquanto affannato, intorno: con un certo senso di colpa, ma in primo luogo col riconoscimento del fatto che tutti i popoli devono qualcosa a questo fantasma puro, dell’intersezione, dell’intercolloquio di genti tempi e spazi, entrato nella realtà storica molto più per il prestigio dell’intelligenza, della cultura, della saggezza, che per il furore dell’aggressione. In ogni caso converrà ancora confidare nel brulichio dei piccoli atti, che furono prima di pescatori, poi di mercanti, poi di “gran signori” e di popolo in contrasto/simbiosi, un popolo complice e smaliziato critico di un’aristocrazia per altro irriducibile agli schemi cui questo termine richiama, e sempre dotata di un punto di nonconformistica pazzia. Anche oggi i piccoli gesti, nonosnte tutto, somigliano un po’ a quelli di ieri: la gente, il popolo, la sua creatività sono duri ad andarsene, sono, ancora oggi, in attesa, sempre più cosciente, di una “via” per l’azione, sono un’orchestra o una compagnia di attori che ha molti vuoti ma che sarebbe sempre in grado di stupirci con un impromptu. Bisogna dunque dare confidenza anche ai colori delle bancarelle e botteghe, degli erbaggi freschi, da mangiare, e dei frutti-fiori, incontrare un sorriso o uno smarrimento, una rievocazione tra appassionata e ironica di sfolgoranti riti di età andate, di leggendari, persi carnevali, puntigliosi a rigiocarsi anche se sono semisommersi dall’acqua alta: cogliere maschere umane che pretendono di essere ascoltate con la stessa eterna domanda con la quale un riverbero o uno spigolo o un arco di ponte o una strettoia segreta di rio dichiarano la loro presenza.
Uomini e cose si ritrovano comunque riuniti nel chiedere aiuto contro i vicini forni del cloro e del fosgene, contro la magia nera che concima di morte tutta la terra. Ben altro mito che quello ormai tradizionale della «morte a Venezia», sempre umanamente “accettabile” con tutto il suo sovrappiù di paccottiglia, è quello che incombe da Marghera e da tutto il seno della terraferma, i cui orizzonti sono tarlati dalle incastellazioni e dalle torri infernali dell'”industria”. E ben altri presagi di morte, anche rispetto a quelli della più compiaciuta fantasia decadentistica, sono quelli in cui si consumano realmente i corpi di coloro che sostengono sulle loro spalle il peso della produzione, minotauro di superfluo e necessario ormai maledettamente indistinguibili, quale è imposta nel nostro tempo.
In fondo, quel consolidato impegno di Venezia a far la parte di preludio e di vestibolo degli Inferi è ancora tollerabile perché a Venezia in realtà si traccia il segno di una “morte continua” (“mirabile”), per rintuzzare continuamente gli stratagemmi della morte. Sì, anche se si volesse considerare Venezia quale mummia, vampiro che toglie il sangue a ciò che le sta intorno, anche calcolandola come un’enclave del regno dei morti affiorata nell’al-di-qua, subito si avvertirebbe che la forza compulsiva della sua richiesta di sangue, il suo voler conservare a ogni costo una viva, rosata facies, un fragrante alito, capovolgono in questo caso l’idea negativa che si ha del vampirismo. Venezia sembra autorizzare allora ogni trasfusione, furto, suzione di sangue per trasferirlo a rivitalizzare un passato di per sé remoto: perché troppo ha ancora da dire questo passato, strati e concrezioni, guizzanti organismi e spore sepolte, grumi di futuribile inclusi nello ieri e che il tempo ha attraversato senza sconvolgerli, anche se tutti i tessuti e le condizioni storiche in cui questi nuclei avevano preso forma sono scomparsi. Vale dunque la pena di lasciarsi ferire dai fini, risveglianti, ostinati denti di questa Berenice splendidissima, e di cederle attenzione, allarme, pulsazione rapida e forte: di offrirle insomma qualcosa di meglio che l’ammirazione.
Così, anche quelle sagome industriali che si possono trovare qua e là per il globo dovunque (e che talvolta non mancano di una loro imperscrutabile, beffarda armonia), qui, in presenza di Venezia, finiscono esse pure col venire decontestuate, vengono sospinte in un’altra lettura. La linea della più sconvolgente accoppiata in stridore che esiste al mondo, Venezia legata insieme a Mestre-Marghera (qual è il vivente? qual è il cadavere?), di colpo sfida a una sutura di recupero attraverso l’oscenità del reale e del presente; sfida, come si diceva, a “saltare più in là”, verso il non ancora realizzato, verso un mai-visto in cui persino il male venga bloccato come segno, traccia, forma.
Operare il superamento delle contraddizioni pur lasciandole visibili è stata una delle linee di destino più imparagonabili che abbia avuto Venezia, almeno fino alle soglie del nostro tempo. Così, in essa la più capillare precisione e matematicità ritorno filtrata, dispersa e ripresa per strati alieni costituiti da molle torpore di selve algose e da un “terreno vago” di cupi carboni azzurri; torna ossessivo il confronto tra ciò che è quasi viziosamente minuto, inciso, lavorato e ciò che è viziosamente informe, incoercibile a struttura, libero di non decidersi mai. È tutto un tagliare e ritagliarsi e suturarsi, di spazio in spazio, verso lo spazio ottimo e massimo cui vogliono assestarsi gli esterni, e verso quello denso e “rovescio” in cui allignano gli interni. La presenza del vetro, che nella laguna ha trovato una delle sue sedi più inventive, va e viene, duttile e scattante in lame, sinuosa in oggetti-onde, spezzata in cascate di frantumi che subito si ristabilizzano attraverso le zone caleidoscopiche dei mosaici. E questi mandano segnali dai più riposti punti, quasi seguendo l’andatura di tutte quelle musiche, create per i più diversi strumenti, di cui Venezia è stata sede ispiratrice, diapason e svolgimento attraverso i secoli, fino alla più coraggiosa attualità

 

Lorenzo Quinn, Support, Biennale 2017

Venezia si può anche pescare, almeno per qualche suo atomo, investendo frontalmente e dall’interno del mestiere fotografico il “pieghevole con palagi e gondole”. Trattarla a zampate, a scorticamenti, a mazzate che scompongono e ricompongono, a baci pietrificanti, a denudamenti di particolari, grazie al flash fotografico. Una serie di clic clic, e poi diapositive, da far scorrere più o meno veloci come i fogli di un libro. Il fotografo percorre i propri itinerari senza mostrarcene il filo, interdicendo molto, portandoci di colpo, e fuori, in un De Chirico e in un Magritte, o respingendoci all’indietro nei paraggi di una deriva di tradizione. Il fotografo s’insinua tra di noi, sottile faina, volatile da richiamo, fantasma che si annuncia solo per far spalancare, tra due colpi di ciglio, un’allusione. Egli ferma e lascia subito la presa. Restano i fogli coloratissimi dell’album: ed esso, prima quasi inceppato nella copertina in una figura iniziale “astuta”, vero asso che copre il mazzo delle più fatate carte, scatta così che ne sfilino velocissimi i fogli, arcuandosi sotto la mano, facendo scoppiettare i colori. Allora tutto si conclude bene lasciando nella memoria una Venezia fatta di perline veneziane, del loro brillio, e nulla più. Meglio ancora se l’album cadrà tra le mani di bambini, capaci di manipolarlo fino a ridurlo, ultima essenza, a un mosaico e brillio di brandelli.

 

Non dall’aeroplano, sempre goffo, nel suo baccano ruggente e nel suo superconsumo di energie, ma dall’alto di una rassicurante, bonaria mongolfiera, che contemporaneamente fosse presa in enigmatici e rapidissimi vortici da satellite artificiale, converrebbe poi salutare Venezia, i suoi dintorni e gli estuari, in cerchi di orizzonti sempre più larghi. Il misterioso, trafiggente e trafitto scarabeo della città brilla nel mezzo della laguna, nutrito e insieme come sacrificato dentro di essa. Affiorano spunti di barche, ancora soffiate via per canali appena individuabili, indizi di caccia e di pesca pazienti nello stesso modo e nello stesso modo attonite e senza prede se non di incanti: siano meandri di corsi d’acqua, o rettilinee defilature di argini, o i coltivi improbabili del mare, o il taglio al diamante di certe isolette, o la divinazione di topografie scomparse che solo il trascolorare delle erbe contro l’ortogonalità dei tracciati fa entrare appena nell’angolo più incerto della vista. Da sempre più in alto e insieme da vicino si ritorna all’intenso e delicato abbraccio terra-acqua nelle sue centomila figurazioni, all’innesto difficile delle acque dolci nelle salsedini, o anche di ciò che è morbido e salutifero in ciò che, a poca distanza, è ammorbato e chimicizzato. Vivono le grandi barene, dorsi di entità che si lasciano scoprire e ricoprire secondo impalpabili, grandi leggi, appaiono stellate macchie, uccelli, antenne vibratili come di formiche all’incontrarsi.
No, la vicenda umana qui non è terminata, non terminerà: in questo che è un “luogo” come possibilità, campo, idea stessa in cui la vita può riconoscersi. Pus e petroli, fosgene e vermi, questioni di trasporti beni, servizi, conflitti di competenze, incompetenze e velleità sono certo dei fatti. Ma si ha la sensazione che i problemi verranno in qualche modo risolti, nel nome e per volontà di tutti, di tutto il mondo che vuole stare con Venezia. Il come non lo sappiamo. Ma da qui è giusto prospettarsi ogni incontro, si può sempre toccare, anche a tentoni, con la mano qualche ipotesi: un muro, un anello di ferro, un supporto ligneo; si può avvertire un alito: di vento, di alga, di bocca umana, che supera l’afrore di qualunque tipo di marciume. sentiamo la mano arroventarsi dolcemente in tali incontri, ci sentiamo schiaffeggiati lievemente in faccia dalla forza di colpi di ali che nessun catrame riuscirà a impacciare. Entriamo, come in ciò che è perpetuamente mobilitato, insofferente, rivolto in avanti, e ci accorgiamo, pur se quello che ci sta negli occhi sembra un sole calante, di essere stati fatti produttivamente ciechi da quell’eccesso luminoso di vita che Venezia, non assalendo, ma anzi sottraendosi nei suoi «forse» più carezzevolmente fluidi è stat e continua ad essere.

 

Vik Muniz, Lampedusa, Biennale 2015

Dentro al mercatino sembra che si percuotano, a giudicare dalla gran ressa, ma il delicato vocìo mi toglie ogni voglia di sospettarlo.

(1977)

Venezia, forse fu scritto da Zanzotto nel 1976 e pubblicato l’anno successivo nel volume fotografico di Fulvio Roiter, Essere Venezia, Udine, Magnus 1977. Qui è tratto da:

Andrea Zanzotto, Luoghi e paesaggi ; a cura di Matteo Giancotti ; Milano : Bompiani, 2013 ; Collezione · Tascabili Bompiani ; 490 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...