Blaise Cendrars ~ Dal mondo intero -2) Prosa della Transiberiana e della piccola Jeanne di Francia

…l’Europa intera intravista dal muso tagliente di un treno a tutta velocità / non è più ricca della mia vita / la mia povera vita / questo scialle / sfilacciato sulle casse piene d’oro / con le quali viaggio / che sogno / e riduco in fumo / e l’unica fiamma dell’universo / è un povero pensiero…

 

Prosa della Transiberiana e della piccola Jeanne di Francia

 

Kasimir Malevic, Stazione senza fermata. Kuncevo. 1913

 

Dedicata ai musicisti

Ero un ragazzo allora
avevo appena sedici anni e avevo già dimenticato la mia infanzia
ero a sedicimila leghe da dove sono nato,
a Mosca, la città dei mille e tre campanili e delle sette stazioni,
ma non mi bastavano più le sette stazioni e le mille e tre torri
perché la mia adolescenza era così ardente e folle
che il mio cuore bruciava, di volta in volta, come il tempio di Efeso o la Piazza Rossa di Mosca
quando il sole tramonta.
E i miei occhi illuminavano strade antiche
ed ero un così cattivo poeta
che non riuscivo mai andare fino in fondo.

Il Cremlino era come un immenso dolce tartaro
con la sua crosta d’oro,
le grandi mandorle delle sue cattedrali tutte bianche
e il miele d’oro delle campane….
Un vecchio monaco mi leggeva la leggenda di Novgorod,
io avevo sete
e decifravo caratteri cuneiformi.
Poi, all’improvviso le colombe dello Spirito Santo si levarono in volo sulla piazza
e anche le mie mani volarono via, con fruscio di albatro,
questo è l’ultimo ricordo dell’ultimo giorno
di tutto quell’ultimo viaggio
e del mare.

E tuttavia, ero un pessimo poeta
che non sapeva andare fino in fondo.
Avevo fame
e tutti i giorni e tutte le donne nei caffè e tutti i bicchieri
avrei voluto berli e romperli
e tutte le vetrine e tutte le strade
tutte le case e tutte le vite
e tutte le ruote delle carrozze che giravano come un turbine sul cattivo selciato
avrei voluto gettarle in una fornace di spade
e avrei voluto stritolare le ossa
strappare le lingue
e far scomparire tutti quei grandi corpi strani e nudi sotto le loro vesti che mi fanno terrore….
Presentivo la venuta del grande Cristo rosso della rivoluzione russa…
E il sole era una piaga maligna
aperta come un braciere.

 

Vasilij Kandinskij, Mosca. Piazza Rossa, 1916. 

 

Ero un ragazzo allora
avevo appena sedici anni e avevo già dimenticato la mia nascita.
Ero a Mosca, volevo nutrirmi di fiamme
e torri e stazioni non bastavano a costellare i miei occhi.
In Siberia tuonava il cannone, era la guerra
la fame il freddo la peste il colera
e le acque limacciose dell’Amur trasportavano milioni di carogne.
Da tutte le stazioni partivano gli ultimi treni
e nessuno poteva più partire perché non si trovava più un biglietto
mentre i soldati che dovevano partire avrebbero tanto voluto restare…
Un vecchio monaco mi cantava la leggenda di Novgorod.

Io, il cattivo poeta che non voleva andare da nessuna parte, potevo andare ovunque
e anche i mercanti avevano ancora abbastanza denaro
per tentare di fare fortuna.
Il loro treno partiva ogni venerdì mattina.
Si diceva che ci fossero molti morti.
Un mercante portava cento casse di sveglie e orologi a cucù della Foresta Nera,
un altro, cappelliere, cilindri e un assortimento di cavatappi di Sheffield,
un altro ancora, casse da morto di Malmö piene di scatole di conserva e sardine sott’olio.
Poi c’erano molte donne,
donne che paghi per quello che hanno tra le gambe e che potevano sempre essere utili
come casse da morto:
erano tutte munite di permesso,
perché si diceva che ci fossero molti morti là,
e loro viaggiavano a prezzo ridotto,
avevano tutte un conto in banca.

Finalmente, un venerdì mattina, arrivò il mio turno
era dicembre
partii anch’io per accompagnare il mercante di gioielli ad Harbin
avevamo due scompartimenti sull’espresso e 34 casse di gioielli di Pforzheim
e cianfrusaglie tedesche «Made in Germany».
Mi aveva rivestito di tutto punto, persi un bottone salendo sul treno
– Me lo ricordo, me lo ricordo, dopo ci ho pensato spesso –
Dormivo sulle casse ed ero tutto contento di giocare con la browning nichelata che mi aveva dato.

Ero molto felice e spensierato
mi sembrava di giocare ai briganti
che avevano rubato il Tesoro di Golconda[1]
e che andavano, con la Transiberiana, a nasconderlo dall’altra parte del mondo.
Io l’avrei difeso dai ladri degli Urali che avevano assalito i saltimbanchi di Jules Verne,
dai Tungusi, dai boxers della Cina
e dai furiosi piccoli mongoli del Gran Lama,
da Alì Babà e i quaranta ladroni
e dagli affiliati del terribile Vecchio della Montagna:
e soprattutto, dai più moderni
topi d’albergo,
specialisti dei treni internazionali.

 

David Burliuk, Donna con uno specchio, 1915-16

 

Eppure… eppure
ero triste come un bambino:
i ritmi del treno
la malattia del midollo[2] degli psichiatri americani
il rumore delle porte delle voci degli assi cigolanti sulle rotaie gelate
la monetina[3] d’oro del mio avvenire
la mia browning il piano e le imprecazioni dei giocatori di carte nello scompartimento accanto
la straordinaria presenza di Jeanne
l’uomo dalle lenti color cielo che nervosamente passeggiava nel corridoio e passando mi guardava…
fruscio di donne
e il fischio del vapore
e l’eterno rumore delle ruote impazzite nei solchi del cielo
i vetri coperti di brina
niente più vita
e dietro, le pianure siberiane il cielo basso e le grandi ombre dei Taciturni[4] che salgono e scendono
sono steso avvolto in una coperta
variopinta
come la mia vita
e la mia vita non mi riscalda più di questo scialle
Scozzese.
E l’Europa intera intravista dal muso tagliente[5] di un treno a tutta velocità
non è più ricca della mia vita
la mia povera vita
questo scialle
sfilacciato sulle casse piene d’oro
con le quali viaggio
che sogno
e riduco in fumo
e l’unica fiamma dell’universo
è un povero pensiero…

Dal profondo del cuore salgono le lacrime
se penso, Amore, alla mia amante;
non è che una bambina, l’ho trovata così
pallida e immacolata, in fondo ad un bordello.

Non è che una bambina, bionda, ridente e triste,
ma non sembra sorridere e piangere mai;
nel fondo degli occhi, quando lei vi lascia guardare dentro,
trema un dolce giglio d’argento, il fiore del poeta.

Dolce e muta, non le rimprovero nulla
un lungo trasalire al vostro avvicinarvi;
finché non arrivo io e allora, di qua, di là, felice
fa un passo, poi chiude gli occhi – e un passo ancora.
Perché lei è il mio amore, e le altre donne
hanno solo vesti d’oro su grandi corpi pieni di passione:
la mia povera amica è così sola,
è tutta nuda, non ha corpo – è troppo povera.

È solo un fiore candido, esile,
il fiore del poeta, un povero giglio d’argento,
freddo, solitario e già così appassito
che mi viene da piangere pensando al suo cuore.

E questa notte è come altre centomila quando un treno corre nella notte
– cadono le comete –
e l’uomo e la donna, anche i ragazzi, si divertono a fare l’amore.

Il cielo è una tenda strappata del misero circo in un piccolo paese di pescatori
nelle Fiandre,
il sole una lampada fumosa
e dall’alto di un trapezio una donna fa la luna.
Il clarinetto la cornetta un flauto stridulo e un tamburo stonato,
ecco la mia culla.
La mia culla
era sempre accanto al piano quando mia madre come Madame Bovary suonava le sonate di Beethoven.
Ho trascorso la mia infanzia nei giardini pensili di Babilonia
e marinavo la scuola, nelle stazioni davanti ai treni in partenza
ora, ho lasciato dietro di me tutti i treni
Basilea-Timbuctù
Ho anche scommesso alle corse a Auteuil e a Longchamp
Parigi-New York
Ora, ho fatto correre tutti i treni lungo tutta la mia vita
Madrid-Stoccolma
e ho perso tutte le mie scommesse.
È rimasta la Patagonia, la Patagonia adatta alla mia immensa tristezza, la Patagonia e un viaggio nei mari del Sud
Sono in viaggio,
sempre sono stato in viaggio,
sono in viaggio con la piccola Jehanne di Francia.
Il treno fa un salto pericoloso ricadendo sulle ruote,
il treno ricade sulle sue ruote,
il treno ricade sempre su tutte le sue ruote.

 

Vladimir Tatlin, Contadina, 1911

 

«Blaise, dimmi, siamo molto lontani da Montmartre?»

Siamo lontani, Jeanne, siamo in viaggio da sette giorni
Sei lontana da Montmartre, dalla Butte che ti ha nutrito dal Sacré-Coeur dove ti sei rannicchiata
Parigi è scomparsa e della sua enorme fiammata
non è rimasto che ceneri e ceneri
la pioggia che cade
la torba che si gonfia
la Siberia che gira
le pesanti coltri di neve che salgono
e il sonaglio della follia[6] che tintinna come l’ultimo desiderio nell’aria livida
Il treno palpita nel cuore degli orizzonti plumbei
E la tua pena sogghigna…

«Dimmi, Blaise, siamo molto lontani da Montmartre?»

Le inquietudini
dimentica le inquietudini.
Tutte le stazioni piene di crepe, oblique sui binari
appese ai fili del telegrafo
i pali grotteschi gesticolano e le strangolano.
Il mondo si distende si allunga si contrae come una fisarmonica che la mano di un sadico tormenta
negli squarci di cielo, le locomotive furiose
fuggono via
e nei buchi,
le ruote vertiginose le bocche le voci
e i cani profeti di sventura abbaiano
i demoni sono scatenati
ferraglie
tutto è un accordo stonato
il brum rum rum delle ruote
urti
rimbalzi
siamo un temporale nel cranio di un sordo…

«Dimmi, Blaise, siamo molto lontani da Montmartre?»

Ma sì, mi innervosisci, lo sai bene, siamo molto lontani
La follia surriscaldata muggisce nella locomotiva
la peste il colera si alzano come braci ardenti sulla nostra strada.
Scompariamo nella guerra inghiottiti in un tunnel
la fame, quella puttana, si aggrappa alle nuvole sbandate
e lo sterco di battaglie i mucchi fetidi di morti
Fa’ come lei, fa’ il tuo mestiere…

«Dimmi, Blaise, siamo molto lontani da Montmartre?»

Sì, siamo molto lontani, siamo molto lontani
Tutti i capri espiatori sono crepati in questo deserto
senti lo scampanio di questo gregge rognoso Tomsk
Celjabinsk Cainsk Obi Taichet Verchne Udinsk Curgan Samara Pensa-Tolone.
La morte in Manciuria
è il nostro scalo è il nostro ultimo rifugio.
Questo viaggio è terribile.
Ieri mattina
Ivan Ulic aveva i capelli bianchi
e Kolia Nicolaj Ivanovic si mordicchia le dita da quindici giorni.
Fa’ come loro, la Morte la Carestia, fa’ il tuo mestiere:
costa cento soldi, sulla transiberiana, costa cento rubli
rende febbrili i sedili e rosseggia sotto il tavolo
Il diavolo è al piano
le sue dita nodose eccitano tutte le donne
la Natura
le Puttane
Fa’ il tuo mestiere
fino ad Harbin…

«Dimmi, Blaise, siamo molto lontani da Montmartre?»

 

David Burliuk, Il barbiere senza testa, 1912

 

Finiscila… lasciami in pace… lasciami stare.
Hai i fianchi spigolosi
il tuo ventre è infetto e hai lo scolo:
questo ha messo Parigi nel tuo grembo
e anche un po’ d’anima…perché sei infelice.
Ho pietà, ho pietà vieni qui sul mio cuore.
Le ruote sono i mulini a vento del paese della Cuccagna
e i mulini a vento sono le stampelle che un mendicante fa volteggiare.
Siamo i senza gambe dello spazio
viaggiamo sulle nostre quattro piaghe
Ci hanno tarpato le ali
le ali dei nostri sette peccati
e tutti i treni sono giocattoli del diavolo.
Cortile
il mondo moderno.
La velocità non può farci niente
il mondo moderno.
Le lontananze sono fin troppo lontane
e al termine del viaggio è terribile essere un uomo con una donna…

«Blaise, Dimmi, siamo molto lontani da Montmartre?»

Ho pietà, ho pietà di te vieni qui ti racconterò una storia.
Vieni nel mio letto
vieni sul mio cuore
ti racconterò una storia….

Oh, vieni! Vieni!

Alle Figi regna un’eterna primavera
La pigrizia
L’amore fa svenire le coppie nell’erba alta e la calda sifilide si aggira sotto i banani.
Vieni nelle isole sperdute del Pacifico!
Hanno il nome della Fenice, delle Marchesi
Borneo e Giava
E Célèbes[7] dalla forma di gatto.

Non possiamo andare in Giappone
vieni in Messico!
Sugli altopiani fioriscono i tulipani
le liane tentacolari sono la chioma del sole.
Immagina la tavolozza e i pennelli del pittore,
colori che stordiscono come gong,
là è stato Rousseau
e la sua vita ne è rimasta abbagliata.
È il paese degli uccelli:
l’uccello del Paradiso, l’uccello lira,
il tucano, il tordo imitatore.
E il colibrì fa il nido nel cuore dei neri gigli
Vieni!
Ci ameremo tra le rovine maestose di un tempio azteco
sarai il mio idolo
un idolo variopinto infantile non bello bizzarro e strano.
Oh, vieni!

Se vuoi andremo in aeroplano e sorvoleremo il paese dei mille laghi,
là le notti sono smisuratamente lunghe.
L’antenato preistorico avrà paura del mio motore
atterrerò
e costruirò un hangar per il mio aereo con le ossa fossili di mammut.
Il fuoco primitivo riscalderà il nostro povero amore
Samovar
e ci ameremo come buoni borghesi vicino al polo.
Oh, vieni!

 

Ljubov Popova, Modello femminile, 1913

 

Giovanna Giovannina Ninetta tetta tettina
Mimì amore mio cocca mia mio Perù
fa’ la nanna cicciottina
carotina cacca mia
cocca cocchina
paciocca
cara caprettina
piccolo gingillo
cipolla
cipollina.
Dorme.[8]

Dorme
e di tutte le ore del mondo non gliene piace una.
Tutti i volti intravisti nelle stazioni
tutti gli orologi.
L’ora di Parigi l’ora di Berlino l’ora di San Pietroburgo e l’ora di tutte le stazioni
e a Ufa, il volto insanguinato di un cannoniere
e il quadrante stupidamente luminoso di Grodno
e il treno è in perpetuo anticipo:
tutte le mattine rimettiamo gli orologi.
Il treno è in anticipo e il sole in ritardo,
non c’è niente da fare, sento le campane suonare
la grande campana di Notre-Dame
la campana un po’ stridula del Louvre che suonò la notte di San Bartolomeo
i carillon rugginosi di Bruges la Morta
le suonerie elettriche della biblioteca di New York
le campane di Venezia
e le campane di Mosca, l’orologio della Porta Rossa che mi scandiva le ore quando stavo in ufficio.
E i miei ricordi
il treno tuona sulle piattaforme girevoli
il treno corre.
Un grammofono arrota la erre in una marcia tzigana
e il mondo, come l’orologio del ghetto di Praga, gira disperatamente al contrario.

 

Sfoglia la rosa dei venti.
Ecco agitarsi i temporali scatenati
I treni corrono in un turbinio sul dedalo aggrovigliato dei binari
giocattoli diabolici
ci sono treni che non si incontrano mai
altri si perdono per strada.
I capistazione giocano a scacchi
tri-trac
biliardo
carambole
parabole.
La strada ferrata è una nuova geometria
Siracusa
Archimede.
E i soldati che lo sgozzarono
e le galere
e i vascelli
e le macchine prodigiose di sua invenzione
e tutti i massacri
la storia antica
la storia moderna
i vortici
i naufragi,
anche quello del Titanic che ho letto sul giornale.
Tante associazioni di immagini che non posso esprimere nei miei versi
perché sono ancora un pessimo poeta
perché l’universo dilaga in me
perché ho trascurato di assicurarmi contro gli incidenti ferroviari
perché non so andare fino in fondo.
E ho paura.

Ho paura.
Non so andare fino in fondo.
Come il mio amico Chagall potrei fare quadri folli
ma non ho preso appunti in viaggio.
«Perdonate la mia ignoranza»,
«Perdonatemi se non conosco più l’antico gioco dei versi»
come dice Guillaume Apollinaire.
Tutto ciò che riguarda la guerra si può leggere nelle Memorie di Kuropatkin
o nei giornali giapponesi così crudamente illustrati
perché documentarmi?
Mi abbandono
ai sussulti della memoria…

A partire da Irkoutsk il viaggio divenne molto, troppo lento,
molto, troppo lungo.
Eravamo nel primo treno che costeggiava il lago Baikal
avevamo ornato la locomotiva con bandiere e lampade
e avevamo lasciato la stazione sulle note tristi dell’inno allo Zar.
Se fossi pittore verserei molto rosso, molto giallo sulla fine di questo viaggio
perché son convinto che eravamo tutti un po’ pazzi
e che un immenso delirio insanguinasse i volti snervati dei miei compagni di viaggio
nell’avvicinarsi alla Mongolia
che crepitava come un incendio.
Il treno aveva rallentato la sua andatura
e io percepivo nello stridio incessante delle ruote
le note folli ed i singhiozzi
di una liturgia eterna.

 

Alexsandra Ekster, Paesaggio urbano, 1916

 

Ho visto
Ho visto i treni silenziosi i treni neri che tornavano dall’Estremo Oriente e passavano come fantasmi
e il mio occhio, come il fanale di coda, corre ancora dietro quei treni.
A Talga 100.000 feriti agonizzavano per mancanza di cure
ho visitato gli ospedali di Krasnoiarsk
e a Hilok abbiamo incrociato un lungo convoglio di soldati impazziti,
Ho visto nei lazzaretti piaghe aperte di ferite sanguinare a fiotti
e le membra amputate danzavano intorno o volavano nell’aria rauca.
L’incendio era su tutti i volti in tutti i cuori
dita idiote tamburellavano su tutti i vetri
e sotto la pressione della paura gli sguardi scoppiavano come ascessi.
In tutte le stazioni si bruciavano tutti i vagoni
e ho visto
ho visto treni di 60 locomotive fuggire a tutto vapore inseguite dagli orizzonti in calore e stormi di corvi alzarsi disperatamente dietro di loro
scomparire
nella direzione di Port Arthur.

A Cita avemmo qualche giorno di tregua,
sosta di cinque giorni vista l’ostruzione dei binari.
Li passammo dal signor Iankelevic che voleva farmi sposare la sua unica figlia
poi il treno ripartì.
Ora ero io ad aver preso posto al piano e avevo mal di denti:
rivedo senza sforzo la casa così tranquilla il negozio del padre e gli occhi di sua figlia che la sera veniva nel mio letto
Mussorgsky
e i Lieder di Hugo Wolf
e le sabbie del Gobi
e a Hailar una carovana di cammelli bianchi.
Penso proprio di essere stato ubriaco per più di 500 chilometri
ma ero al piano ed è tutto ciò che ho visto,
si dovrebbe chiudere gli occhi quando si viaggia
dormire
avrei tanto voluto dormire.
Riconosco a occhi chiusi tutti i paesi dal loro odore
e riconosco tutti i treni dal loro rumore
i treni d’Europa sono a quattro tempi mentre quelli d’Asia sono a cinque o sette tempi.
Altri vanno in sordina sono ninna nanne
e ci sono quelli che nel monotono rumore delle ruote mi ricordano la pesante prosa di Maeterlinck:
ho decifrato tutti i testi confusi delle ruote e ho riunito gli elementi sparsi di una violenta bellezza
che possiedo
e che mi forza.

Tsitsika e Harbin
non vado oltre
è l’ultima stazione,
scesi ad Harbin proprio quando davano fuoco agli uffici della Croce Rossa.

Oh, Parigi:
grande focolare che irradia calore con i tizzoni incrociati delle tue strade dove vecchie case si affacciano per riscaldarsi
come nonne.
Ed ecco dei manifesti, rosso verde multicolori come il mio breve passato giallo,
giallo il fiero colore dei romanzi francesi all’estero.
Mi piace sfiorare gli autobus in corsa nelle grandi città
quelli della linea Saint-Germain-Montmartre mi conducono all’assalto della Butte,
i motori muggiscono come tori d’oro
le vacche del crepuscolo brucano il Sacré-Coeur.
Oh, Parigi
stazione centrale scalo delle volontà crocevia di inquietudini
solo i venditori di chincaglierie hanno ancora un po’ di luce alla porta.
La Compagnia Internazionale dei Vagoni Letto e dei Grandi Espressi Europei mi ha inviato il suo prospetto:
è la più bella chiesa del mondo.
Ho amici che mi circondano come parapetti
hanno paura quando parto che non ritorni più
tutte le donne che ho incontrato si levano all’orizzonte
con gesti penosi e sguardi tristi come semafori[9] sotto la pioggia,
Bella, Agnès, Catherine e la madre di mio figlio in Italia
e lei, la madre del mio amore in America.
Ci sono urla di sirene che mi lacerano l’anima
laggiù in Manciuria un ventre sussulta ancora come per un parto.
Vorrei
vorrei non aver mai fatto i miei viaggi.
Stasera un grande amore mi tormenta
e mio malgrado penso alla piccola Jehanne di Francia.
È in una sera di tristezza che ho scritto questo poema in suo onore
Jeanne
la piccola prostituta
sono triste sono triste
andrò al Lapin Agile a ricordarmi della mia giovinezza perduta
e a bere qualche bicchierino.
Poi rientrerò solo.

Parigi

Città della Torre unica della grande Forca e della Ruota

Parigi 1913

 

 

§

 

 

Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France

 


Natalia Goncharova, Aeroplano sopra il treno, 1913

 

Dédiée aux musiciens

En ce temps-là j’étais en mon adolescence
J’avais à peine seize ans et je ne me souvenais déjà plus de mon enfance
J’étais à 16.000 lieues du lieu de ma naissance
J’étais à Moscou, dans la ville des mille et trois clochers et des sept gares
Et je n’avais pas assez des sept gares et des mille et trois Tours
Car mon adolescence était si ardente et si folle
Que mon cœur, tour à tour, brûlait comme le temple d’Éphèse ou comme la Place Rouge de Moscou
Quand le soleil se couche.
Et mes yeux éclairaient des voies anciennes.
Et j’étais déjà si mauvais poète
Que je ne savais pas aller jusqu’au bout.

Le Kremlin était comme un immense gâteau tartare
Croustillé d’or,
Avec les grandes amandes des cathédrales toutes blanches
Et l’or mielleux des cloches…

Un vieux moine me lisait la légende de Novgorode
J’avais soif
Et je déchiffrais des caractères cunéiformes
Puis, tout à coup, les pigeons du Saint-Esprit s’envolaient sur la place
Et mes mains s’envolaient aussi, avec des bruissements d’albatros
Et ceci, c’était les dernières réminiscences du dernier jour
Du tout dernier voyage
Et de la mer.

Pourtant, j’étais fort mauvais poète.
Je ne savais pas aller jusqu’au bout.
J’avais faim
Et tous les jours et toutes les femmes dans les cafés et tous les verres
J’aurai voulu les boire et les casser
Et toutes les vitrines et toutes les rues
Et toutes les maisons et toutes les vies
Et toutes les roues des fiacres qui tournaient en tourbillon sur les mauvais pavés
J’aurais voulu les plonger dans une fournaise de glaives
Et j’aurai voulu broyer tous les os
Et arracher toutes les langues
Et liquéfier tous ces grands corps étranges et nus sous les vêtements qui m’affolent…
Je pressentais la venue du grand Christ rouge de la révolution russe…
Et le soleil était une mauvaise plaie
Qui s’ouvrait comme un brasier.

 

Olga Rozanova, Fuoco nella città, 1914

 

En ce temps-là j’étais en mon adolescence
J’avais à peine seize ans et je ne me souvenais déjà plus de ma naissance
J’étais à Moscou, où je voulais me nourrir de flammes
Et je n’avais pas assez des tours et des gares que constellaient mes yeux
En Sibérie tonnait le canon, c’était la guerre
La faim le froid la peste le choléra
Et les eaux limoneuses de l’Amour charriaient des millions de charognes
Dans toutes les gares je voyais partir tous les derniers trains
Personne ne pouvait plus partir car on ne délivrait plus de billets
Et les soldats qui s’en allaient auraient bien voulu rester…
Un vieux moine me chantait la légende de Novgorode.

Moi, le mauvais poète qui ne voulais aller nulle part,je pouvais aller partout
Et aussi les marchands avaient encore assez d’argent
Pour aller tenter faire fortune.
Leur train partait tous les vendredis matin.
On disait qu’il y avait beaucoup de morts.
L’un emportait cent caisses de réveils et de coucous de la Forêt-Noire
Un autre, des boîtes à chapeaux, des cylindres et un assortiment de tire-bouchons de Sheffield
Un autre, des cercueils de Malmoë remplis des boîtes de conserve et de sardines à l’huile
Puis il y avait beaucoup de femmes
Des femmes des entre-jambes à louer qui pouvaient aussi servir
Des cercueils
Elles étaient toutes patentées
On disait qu’il y avait beaucoup de morts là-bas
Elles voyageaient à prix réduits
Et avaient toutes un compte-courant à la banque.

Or, un vendredi matin, ce fut enfin mon tour
On était en décembre
Et je partis moi aussi pour accompagner le voyageur en bijouterie qui se rendait à Kharbine
Nous avions des coupés dans l’express et 34 coffres de joaillerie de Pforzheim
De la camelote allemande « Made in Germany »
Il m’avait habillé de neuf, et en montant dans le train j’avais perdu un bouton
– Je m’en souviens, je m’en souviens, j’y ai souvent pensé depuis –
Je couchais sur les coffres et j’étais tout heureux de pouvoir jouer avec le browning nickelé qu’il m’avait aussi donné

J’étais très heureux insouciant
Je croyais jouer aux brigands
Nous avions volé le trésor de Golconde
Et nous allions, grâce au transsibérien, le cacher de l’autre côté du monde
Je devais le défendre contre les voleurs de l’Oural qui avaient attaqué les saltimbanques de Jules Verne
Contre le khoungouzes, les boxers de la Chine
Et les enragés petits mongols du Grand-Lama
Alibaba et les quarante voleurs
Et les fidèles du terrible Vieux de la montagne
Et surtout, contre le plus modernes
Les rats d’hôtel
Et les spécialistes des express internationaux.

 

Marc Chagall, Lo spazzino e gli uccelli, 1914-15

 

Et pourtant, et pourtant
J’étais triste comme un enfant
Les rythmes du train
La « moëlle chemin-de fer » des psychiatres américains
Le bruit des portes des voix des essieux grinçant sur les rails congelés
Le ferlin d’or de mon avenir
Mon browning le piano et les jurons des joueurs de cartes dans le compartiment d’à côté
L’épatante présence de Jeanne
L’homme aux lunettes bleues qui se promenait nerveusement dans le couloir et qui me regardait en passant
Froissis de femmes
Et le sifflement de la vapeur
Et le bruit éternel des roues en folie dans les ornières du ciel
Les vitres sont givrées
Pas de nature !
Et derrière, les plaines sibériennes le ciel bas et les grands ombres des Taciturne qui montent et qui descendent
Je suis couché dans un plaid
Bariolé
Comme ma vie
Et ma vie ne me tient pas plus chaud que ce châle
Écossais
Et l’Europe tout entière aperçue au coupe-vent d’un express à tout vapeur
N’est pas plus riche que ma vie
Ma pauvre vie
Ce châle
Effiloché sur des coffres remplis d’or
Avec lesquels je roule
Que je rêve
Que je fume
Et la seule flamme de l’univers
Est une pauvre pensée…

Du fond de mon cœur des larmes me viennent
Si je pense, Amour, à ma maîtresse ;
Elle n’est qu’une enfant, que je trouvai ainsi
Pâle, immaculée, au fond d’un bordel.

Ce n’est qu’une enfant, blonde, rieuse et triste,
Elle ne sourit pas et ne pleure jamais ;
Mais au fond de ses yeux, quand elle vous y laisse boire,
Tremble un doux lys d’argent, la fleur du poète.

Elle est douce et muette, sans aucun reproche,
Avec un long tressaillement à votre approche ;
Mais quand moi je lui viens, de-ci, de-là, de fête,
Elle fait un pas, puis ferme les yeux – et fait un pas.
Car elle est mon amour, et les autres femmes
N’ont que des robes d’or sur de grands corps de flammes,
Ma pauvre amie est si esseulée.
Elle est toute nue, n’a pas de corps – elle est trop pauvre.

Elle n’est qu’une fleur candide, fluette,
La fleur du poète, un pauvre lys d’argent,
Tout froid, tout seul, et déjà si fané
Que les larmes me viennent si je pense à son cœur.

Et cette nuit est pareille à cent mille autres quand un train file dans la nuit
– Les comètes tombent –
Et que l’homme et la femme, même jeunes, s’amusent à faire l’amour.

Le ciel est comme la tente déchirée d’un cirque< pauvre dans un petit village de pêcheurs
En Flandres
Le soleil est un fumeux quinquet

Et tout au haut d’un trapèze une femme fait la lune.
La clarinette le piston une flûte aigre et un mauvais tambour
Et voici mon berceau
Mon berceau
Il était toujours près du piano quand ma mère comme Madame Bovary jouait les sonates de Beethoven
J’ai passé mon enfance dans les jardins suspendus de Babylone
Et l’école buissonnière, dans les gares devant les trains en partance
Maintenant, j’ai fait courir tous les trains derrière moi
Bâle-Tombouctou
J’ai aussi joué aux courses à Auteuil et à Longchamp
Paris-New York
Maintenant, j’ai fait courir tous les trains tout le long de ma vie
Madrid-Stockholm
Et j’ai perdu tous mes paris
Il n’y a plus que la Patagonie, la Patagonie, qui convienne à mon immense tristesse, la Patagonie, et un voyage dans les mers du Sud
Je suis en route
J’ai toujours été en route
Je suis en route avec la petite Jehanne de France
Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses roues
Le train retombe sur ses roues
Le train retombe toujours sur toutes se roues

 

Mikhail Fedorovoch Larionov,
Rissa all’osteria, 1911

 

« Blaise, dis sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

Nous sommes loin, Jeanne, tu roules depuis sept jours
Tu es loin de Montmartre, de la Butte qui t’a nourrie du Sacré-Cœur contre lequel tu t’es blottie
Paris a disparu et son énorme flambée
Il n’y a plus que les cendres continues
La pluie qui tombe
La tourbe qui se gonfle
La Sibérie qui tourne
Les lourdes nappes de neige qui remontent
Et le grelot de la folie qui grelotte comme un dernier désir dans l’air bleui
Le train palpite au cœur des horizons plombés
Et ton chagrin ricane…

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de
Montmartre ? »

Les inquiétudes
Oublie les inquiétudes
Toutes les gares lézardées obliques sur la route
Les files télégraphiques auxquelles elles pendent
Les poteaux grimaçants qui gesticulent et les étranglent
Le monde s’étire s’allonge et se retire comme un accordéon qu’une main sadique tourmente
Dans les déchirures du ciel les locomotives en furie S’enfuient
Et dans les trous
Les roues vertigineuses les bouches les voix
Et les chiens du malheur qui aboient à nos trousses
Les démons sont déchaînés
Ferrailles
Tout est un faux accord
Le broun-roun-roun des roues
Chocs
Rebondissements
Nous sommes un orage sous le crâne d’un sourd…

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

Mais oui, tu m’énerves, tu le sais bien, nous sommes bien loin
La folie surchauffée beugle dans la locomotive
Le peste le choléra se lèvent comme des braises ardentes sur notre route
Nous disparaissons dans la guerre en plein dans un tunnel
La faim, la putain, se cramponne aux nuages en débandade
Et fiente des batailles en tas puants de morts
Fais comme elle, fais ton métier…

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

Oui, nous le sommes, nous le sommes
Tous les boucs émissaires ont crevé dans ce désert
Entends les sonnailles de ce troupeau galeux Tomsk Tcheliabinsk Kainsk Obi Taïchet Verkné Oudinsk Kourgane Samara Pensa-Touloune
La mort en Mandchourie
Est notre débarcadère est notre dernier repaire
Ce voyage est terrible
Hier matin
Ivan Oulitch avait les cheveux blancs
Et Kolia Nicolaï Ivanovovich se ronge les doigts depuis quinze jours…
Fais comme elles la Mort la Famine fais ton métier
Ça coûte cent sous, en transsibérien, ça coûte cent roubles
En fièvre les banquettes et rougeoie sous la table
Le diable est au piano
Ses doigts noueux excitent toutes les femmes
La Nature
Les Gouges
Fais ton métier
Jusqu’à Kharbine…

 

Kazimir Malevič, Casa rossa, 1932

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

Non mais… fiche-moi la paix… laisse-moi tranquille
Tu as les hanches angulaires
Ton ventre est aigre et tu as la chaude-pisse
C’est tout ce que Paris a mis dans ton giron
C’est aussi un peu d’âme… car tu es malheureuse
J’ai pitié j’ai pitié viens vers moi sur mon cœur
Les roues sont les moulins à vent d’un pays de Cocagne
Et les moulins à vent sont les béquilles qu’un mendiant fait tournoyer
Nous sommes les culs-de-jatte de l’espace
Nous roulons sur nos quatre plaies
On nous a rogné les ailes
Les ailes de nos sept péchés
Et tous les trains sont les bilboquets du diable
Basse-cour
Le monde moderne
La vitesse n’y peut mais
Le monde moderne
Les lointains sont par trop loin
Et au bout du voyage c’est terrible d’être un homme avec une femme…

« Blaise, dis, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

J’ai pitié, j’ai pitié, viens vers moi je vais te conter une histoire
Viens dans mon lit
Viens sur mon cœur
Je vais te conter une histoire…

Oh viens ! viens !

Au Fidji règne l’éternel printemps
La paresse
L’amour pâme les couples dans l’herbe haute et la chaude syphilis rôde sous les bananiers
Viens dans les îles perdues du Pacifique !
Elles ont nom du Phénix, des Marquises
Bornéo et Java
Et Célèbes à la forme d’un chat.

Nous ne pouvons pas aller au Japon
Viens au Mexique !
Sur les hauts plateaux les tulipiers fleurissent
Les lianes tentaculaires sont la chevelure du soleil
On dirait la palette et les pinceaux d’un peintre
Des couleurs étourdissantes comme des gongs,
Rousseau y a été
Il y a ébloui sa vie
C’est le pays des oiseaux
L’oiseau du paradis, l’oiseau-lyre
Le toucan, l’oiseau moqueur
Et le colibri niche au cœur des lys noirs
Viens !
Nous nous aimerons dans les ruines majestueuses d’un temple aztèque
Tu seras mon idole
Une idole bariolée enfantine un peu laide et bizarrement étrange
Oh viens !

Si tu veux, nous irons en aéroplane et nous survolerons le pays des mille lacs,
Les nuits y sont démesurément longues
L’ancêtre préhistorique aura peur de mon moteur
J’atterrirai
Et je construirai un hangar pour mon avion avec les os fossiles de mammouth
Le feu primitif réchauffera notre pauvre amour
Samowar
Et nous nous aimerons bien bourgeoisement près du pôle
Oh viens !

 

Vasilij Kandinskij, Improvvisazione – Diluvio, 1913

 

Jeanne Jeannette Ninette Nini ninon nichon
Mimi mamour ma poupoule mon Pérou
Dodo dondon
Carotte ma crotte
Chouchou p’tit cœur
Cocotte
Chérie p’tite chèvre
Mon p’tit-péché mignon
Concon
Coucou
Elle dort.

Elle dort
Et de toutes les heures du monde elle n’en pas gobé une seule
Tous les visages entrevus dans les gares
Toutes les horloges
L’heure de Paris l’heure de Berlin l’heure de Saint-Pétersbourg et l’heure de toutes les gares
Et à Oufa, le visage ensanglanté du canonnier
Et le cadran bêtement lumineux de Grodno
Et l’avance perpétuelle du train
Tous les matins on met les montres à l’heure
Le train avance et le soleil retarde
Rien n’y fait, j’entends les cloches sonores
Le gros bourdon de Notre-Dame
La cloche aigrelette du Louvre qui sonna la Barthélémy
Les carillons rouillés de Bruges-La-Morte
Les sonneries électriques de la bibliothèque de New-York
Les campagnes de Venise
Et les cloches de Moscou, l’horloge de la Porte-Rouge qui me comptait les heures quand j’étais dans un bureau
Et mes souvenirs
Le train tonne sur les plaques tournantes
Le train roule
Un gramophone grasseye une marche tzigane
Et le monde comme l’horloge du quartier juif de Prague tourne éperdument à rebours.

Effeuille la rose des vents
Voici que bruissent les orages déchaînés
Les trains roulent en tourbillon sur les réseaux enchevêtrés
Bilboquets diaboliques
Il y a des trains qui ne se rencontrent jamais
D’autres se perdent en route
Les chefs-de gare jouent aux échecs
Tric-Trac
Billard
Caramboles
Paraboles
La voie ferrée est une nouvelle géométrie
Syracuse
Archimède
Et les soldats qui l’égorgèrent
Et les galères
Et les vaisseaux
Et les engins prodigieux qu’il inventa
Et toutes les tueries
L’histoire antique
L’histoire moderne
Les tourbillons
Les naufrages
Même celui du Titanic que j’ai lu dans un journal
Autant d’images-associations que je ne peux pas développer dans mes vers
Car je suis encore fort mauvais poète
Car l’univers me déborde
Car j’ai négligé de m’assurer contre les accidents de chemins de fer
Car je ne sais pas aller jusqu’au bout
Et j’ai peur

J’ai peur
Je ne sais pas aller jusqu’au bout
Comme mon ami Chagall je pourrais faire une série de tableaux déments
Mais je n’ai pas pris de notes en voyage
« Pardonnez-moi mon ignorance »
« Pardonnez-moi de ne plus connaître l’ancien jeu des vers »
Comme dit Guillaume Apollinaire
Tout ce qui concerne la guerre on peut le lire dans les Mémoires de Kouropatkine
Ou dans les journaux japonais qui sont aussi cruellement illustrés
A quoi bon me documenter
Je m’abandonne
Aux sursauts de ma mémoire…

A partir d’Irkoutsk le voyage devint beaucoup trop lent
Beaucoup trop long
Nous étions dans le premier train qui contournait le lac Baïkal
On avait orné la locomotive de drapeaux et de lampions
Et nous avions quitté la gare aux accents tristes de l’hymne au Tzar
Si j’étais peintre, je déverserais beaucoup de rouge, beaucoup de jaune sur la fin de ce voyage
Car je crois bien que nous étions tous un peu fous
Et qu’un délire immense ensanglantait les faces énervées de mes compagnons de voyage
Comme nous approchions de la Mongolie
Qui ronflait comme un incendie.
Le train avait ralenti son allure
Et je percevais dans le grincement perpétuel des roues
Les accents fous et les sanglots
D’une éternelle liturgie

 

Alexei Jawlenskj, Testa di Donna – Medusa, 1917

 

J’ai vu
J’ai vu les trains silencieux les trains noirs qui revenaient de l’Extrême-Orient et qui passaient en fantômes
Et mon œil, comme le fanal d’arrière, court encore derrière ses trains
A Talga 100 000 blessés agonisaient faute de soins
J’ai visité les hôpitaux de Krasnoïarsk
Et à Khilok nous avons croisé un long convoi de soldats fous
J’ai vu dans les lazarets les plaies béantes les blessures qui saignaient à pleines orgues
Et les membres amputés dansaient autour ou s’envolaient dans l’air rauque
L’incendie était sur toutes les faces dans tous les cœurs
Des doigts idiots tambourinaient sur toutes les vitres
Et sous la pression de la peur les regards crevaient comme des abcès
Dans toutes les gares on brûlait tous les wagons
Et j’ai vu
J’ai vu des trains de 60 locomotives qui s’enfuyaient à toute vapeur pourchassées par les horizons en rut et des bandes de corbeaux qui s’envolaient désespérément après
Disparaître
Dans la direction de Port-Arthur.

A Tchita nous eûmes quelques jours de répit
Arrêt de cinq jours vu l’encombrement de la voie
Nous les passâmes chez Monsieur Jankelevitch qui voulait me donner sa fille unique en mariage
Puis le train repartit.
Maintenant c’était moi qui avait pris place au piano et j’avais mal aux dents
Je revois quand je veux cet intérieur si calme le magasin du père et les yeux de la fille qui venait le soir dans mon lit
Moussorgsky
Et les lieder de Hugo Wolf
Et les sables du Gobi
Et à Khaïlar une caravane de chameaux blancs
Je crois bien que j’étais ivre durant plus de 500 kilomètres
Mais j’étais au piano et c’est tout ce que je vis
Quand on voyage on devrait fermer les yeux
Dormir
J’aurais tant voulu dormir
Je reconnais tous les pays les yeux fermés à leur odeur
Et je reconnais tous les trains au bruit qu’ils font
Les trains d’Europe sont à quatre temps tandis que ceux d’Asie sont à cinq ou sept temps
D’autres vont en sourdine sont des berceuses
Et il y en a qui dans le bruit monotone des roues me rappellent la prose lourde de Maeterlinck
J’ai déchiffré tous les textes confus des roues et j’ai rassemblé les éléments épars d’une violente beauté
Que je possède
Et qui me force.

Tsitsika et Kharbine
Je ne vais pas plus loin
C’est la dernière station
Je débarquai à Kharbine comme on venait de mettre le feu aux bureaux de la Croix-Rouge.

O Paris
Grand foyer chaleureux avec les tisons entrecroisés de tes rues et les vieilles maisons qui se penchent au-dessus et se réchauffent
Comme des aïeules
Et voici, des affiches, du rouge du vert multicolores comme mon passé bref du jaune
Jaune la fière couleur des romans de la France à l’étranger.
J’aime me frotter dans les grandes villes aux autobus en marche
Ceux de la ligne Saint-Germain-Montmartre m’emportent à l’assaut de la Butte
Les moteurs beuglent comme les taureaux d’or
Les vaches du crépuscule broutent le Sacré-Cœur
O Paris
Gare centrale débarcadère des volontés, carrefour des inquiétudes
Seuls les marchands de couleur ont encore un peu de lumière sur leur porte
La Compagnie Internationale des Wagons-Lits et des Grands Express Européens m’a envoyé son prospectus
C’est la plus belle église du monde
J’ai des amis qui m’entourent comme des garde-fous
Ils ont peur quand je pars que je ne revienne plus
Toutes les femmes que j’ai rencontrées se dressent aux horizons
Avec les gestes piteux et les regards tristes des sémaphores sous la pluie
Bella, Agnès, Catherine et la mère de mon fils en Italie
Et celle, la mère de mon amour en Amérique
Il y a des cris de sirène qui me déchirent l’âme
Là-bas en Mandchourie un ventre tressaille encore comme dans un accouchement
Je voudrais
Je voudrais n’avoir jamais fait mes voyages
Ce soir un grand amour me tourmente
Et malgré moi je pense à la petite Jehanne de France.
C’est par un soir de tristesse que j’ai écrit ce poème en son honneur
Jeanne
La petite prostituée
Je suis triste je suis triste
J’irai au Lapin agile me ressouvenir de ma jeunesse perdue
Et boire de petits verres
Puis je rentrerai seul

Paris

Ville de la Tour Unique du grand Gibet et de la Roue

Paris, 1913

 

 

§

 

 

[1] Città dell’India centro meridionale ricca di depositi alluvionali di diamanti.

[2] Si è tradotto liberamente «malattia del midollo» l’espressione un po’ enigmatica, moëlle chemin-de-fer. Secondo Christine Le Quellec Cottier, questa definizione è ripresa da Max Nordau (1849-1923), medico e scrittore ungherese, il quale in Dégénérescence (1894) risolveva moëlle épinière-chemin de fer l’inglese railway-spine, diagnosi che voleva designare gli effetti nocivi della civiltà moderna sul sistema nervoso: i riferimenti tuttavia sono più propri di effetti post-traumatici da incidente ferroviario.

[3] Ferlin (ing. ferling) era un’antica piccola moneta del valore di un quarto di denaro.

[4] Riferimento alle silenziose foreste siberiane.

[5] Il coupe-vent (tagliavento) è il dispositivo ad angolo acuto piazzato davanti alla locomotiva per diminuire la resistenza d’aria. Al contrario Luciano Erba traduce finestrino e Rino Cortiana deflettore.

[6] Con grelot de la folie ci si riferisce ai sognagli che ornavano i berretti, o i pupazzi, dei folli di corte e divenuto l’insegna della pazzia.

[7] È Sulawesi, isola indonesiana chiamata Célèbes in epoca coloniale.

[8] Questi versi famosi, che secondo Eco sono «una delle più belle canzoni d’amore della poesia moderna» (Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano : Bompiani 2003, pp. 277-8), non possono che essere tradotti “liberamente” dal momento che Cendrars attraverso il suono della lingua francese unisce la canzone d’amore al sussulto e al rumore del treno in corso per le steppe siberiane.

[9] Il sostantivo francese sémaphores, che insieme a Erba e Cortiana traduciamo con “semafori”, indica in realtà, relativamente alle vie ferrate, un tipo di segnalazione, composta da un braccio e una paletta rossa che si muovono meccanicamente, ben diversa dai nostri “semafori”, che in francese appunto sono i feux rouges, a segnalazione luminosa. A questo proposito si veda Eco, Dire quasi la stessa cosa…, op. cit., pp. 199-200.

 

Traduzione di Paola Bevilacqua da: 

Blaise Cendrars, Poésies complètes : 1912-1924, Du monde entier : suivi de 19 poèmes élastiques, La guerre au Luxembourg, Sonnets dénaturés, Poèmes nègres, Documentaires ; préface de Paul Morand ; Paris : Gallimard, 1967 ; Collezione · Poésie

2 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...