Fernanda Pivano ~ Prefazione a Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters (1948)

Edgar Lee Masters

 

Che questi quadri abbiano per soggetto uomini morti invece che vivi, non è che l’estrema conseguenza della disintegrazione della realtà fisica nel tempo…

 

Fernanda Pivano

Quando, nel ’41, si fece uscire la prima traduzione di Spoon River (il ministero della cultura popolare diede il permesso a un’Antologia di S. River credendo di veder pubblicata la scelta delle edificanti massime di un non meglio conosciuto San River) si disse che la seduzione esercitata dalla letteratura americana sui lettori degli altri paesi era forse dovuta, più che ai suoi caratteri letterari, al sapore di rivelazione scandalistica che essa porta con sé; e già nel ’31 Cesare Pavese aveva ammonito su un numero di «La Cultura» che «certi corrispondenti italiani di laggiù hanno ridotto Spoon River a un documento culturale etnico, specchio giornalistico di una civiltà (che, come ce la presentan loro, comincerebbe davvero a dar noia) da contrapporre – per tarparla – alla bimillenaria tradizione nostra».

Ora – a sette e diciassette anni di distanza – non si può dire che la situazione sia molto mutata. La letteratura americana è stata considerata via via «derivata» da quella inglese, «barbara», «giovane», «ingenua», «decadente», «cerebrale», «pornografica», a seconda se i suoi eroi sono stati Hawthorne o Emerson, Twain o Cooper, Saroyan o Hemingway o Faulkner o Caldwell o Miller; ma sempre il «contenuto» ne è stato il solletico più violento, proprio per quel tanto di coreografico o caramelloso di cui il provincialismo importatore europeo rivestiva elementi quotidiani o drammi quotidiani sconosciuti agli europei (a meno che la bimillenaria civiltà nostra, o cara vecchia Europa che sia, rivendichi a sé i tomahawks indiani e i loro scotennati pionieri, o i canti schiavi e i revivals dei negri o che so io).

Coreografico o caramelloso è diventato il «contenuto» americano per l’importatore europeo, e ne fanno fede le varie ricostruzioni europee di quegli ambienti: basta pensare alla Putain respecteuse, dove, impegno o non impegno, i personaggi sono poco più che marionette o caricature, e fanno sorridere davanti alle altrettanto – se non di più – «impegnate» polemiche di un Richard Wright o, forse fuor di qualsiasi impegno, di un Faulkner; come gli Indiani di Chateaubriand, a suo tempo, hanno fatto sorridere davanti agli Indiani descritti da penne autoctone.

Per quanto sembri strano, è invece necessario, dunque, ripetere che allo stesso modo che le civiltà non nascono come funghi, più o meno velenosi, alla pioggia, le forme letterarie vere non si costruiscono dal di fuori ma nascono da elementi intuitivi che poi restano a far loro da substrato. E questo discorso naturalmente c’interessa solo per dire che quando si afferma che l’Antologia di Spoon River segna l’inizio della «rinascita» nella letteratura americana, non si allude né alla sua forma epigrafica né alla pretesa scoperta del suo ambiente nuovo – del nuovo contenuto -: il villaggio.

È vero che la scoperta del «nuovo» uomo medio (senza aloni di epicità o di eroismi e quindi senza possibilità di folclore), la scoperta della povera vita di tutti i giorni in uno scialbo villaggio come ce ne sono tanti, apriva un nuovo orizzonte. Su questo orizzonte si profilano nel 1919 Winesburg, Ohio di Anderson, nel 1920 Main Street di Sinclair Lewis. Ma l’importanza del libro non sta nella scelta dell’ambiente come ambiente (vedremo come questo fosse già noto), e nemmeno nella sua polemica antipuritana (che naturalmente ha fatto il successo del libro), ma proprio nell’ardore tutto puritano con cui venne affrontato, in quel particolare momento storico, il problema dell’esistenza e delle proprie azioni.

Era una nuova coscienza che nasceva, attraverso un lungo processo letterario. Verso la fine dell’800, in America, paradiso dell’uomo medio, il benessere e la soddisfazione generale si esprimeva nella sovranità di William Dean Howells, il «re» dei realisti americani. Dal 1869, quando uscì il suo primo romanzo, questo scrittore molto per bene era seduto sul trono, magari non tanto sfavillante, del gusto e dell’opinione pubblica, tanto che l’enfant terrible del secolo, Mark Twain, lo definiva: «la corte di cassazione della letteratura americana». Su questo trono si trovava benissimo, e non aveva nessuna voglia di scenderne; e i ricchi industriali e le mogli dei ricchi industriali non avevano nessuna voglia di veder sostituita la sua rosea e sorridente dittatura da tipi scontrosi e pessimisti come Norris e Dreiser.

Ma avvenne che le classi di coloro che con la loro miseria permettevano a quei ricchi industriali di ammazzare il tempo sfogliando le prime costose riviste illustrate e beandosi nel mondo puritano di Howells (chi si è dato la pena di leggere i suoi quaranta romanzi, ha constatato che non presentano nemmeno un caso di adulterio) incominciarono a diventare un po’ troppo numerose per poter essere ignorate. Era quello che si chiama una crisi sociale: il vecchio tipo di democrazia individualistica si avvia a risolversi nelle due correnti opposte dell’alto capitalismo e del socialismo; e il trono di Howells incomincia a vacillare.

Già aveva cominciato Edward Eggleston a mettere un po’ di grigio nel rosa delle storie idilliche di George Cable, e a mostrare che la vita del pioniere era una abbrutente lotta quotidiana per il pane più che una bucolica vacanza agreste o un’eroica impresa di conquista; e Hamlin Garland (non a caso di origine medio-occidentale) teorizzò il movimento dandogli il nome di «veritismo». Così verso la fine del secolo poteva scaturire in America un forte naturalismo che, forse per la coincidenza dell’ottimismo di Zola con la struttura fondamentalmente pragmatistica del carattere americano, non assume mai (eccetto in Norris) forme pessimistiche o corrosive: Garland reagiva forse soltanto al folclore; della crisi sociale non si accorse. Della crisi sociale si accorsero Norris e Crane e Dreiser; e aprirono la via alla narrativa americana moderna. Negli ultimi anni dell’800, mentre Stephen Crane viveva in miseria a New York facendo il corrispondente di questo e quel giornale, Frank Norris si dava da fare nelle riviste letterarie per introdurre in America il naturalismo francese, e scriveva romanzi come Mc Teague o L’epica del grano; e, prima di Upton Sinclaire e di tutti gli altri, se la prendeva coi trusts delle strade ferrate che sfruttavano gli agricoltori, o con gli avidi personaggi del mondo affaristico. Erano i primi riflessi della crisi sociale; e c’è a questo proposito un aneddoto su Crane. Quando, ancora ragazzo, egli aiutava il fratello giornalista a raccogliere notizie, gli accadde di fare il resoconto di una dimostrazione di operai. Il giovane Stephen ebbe l’intuizione – e l’ingenuità – di descrivere l’avvenimento facendo risaltare il contrasto fra i lavoratori che sfilavano e gli oziosi eleganti che li stavano a guardare. Il resoconto, pubblicato sulla «Tribuna di New York» aiutò il proprietario del giornale a non essere eletto presidente della repubblica; e costò il posto al fratello di Crane. Può darsi che sia un aneddoto; ma è significativo. Comunque, più tardi, nel 1893, il futuro scrittore nazionale presentò a R. W. Golder, del «Century Magazine», Maggle, A Girl of the Street, e si trovò di fronte a un Americano scandalizzato dalla crudezza del libro. Nessun editore, in quel paese e in quell’epoca, poteva accettare questo primo tentativo americano di ambientazione nei bassifondi. Crane dovette pubblicarlo a sue spese e sotto pseudonimo; e questo non è un aneddoto, è storia.

Intanto nel 1900 Dreiser presentava all’editore Doubleday Page Sister Carrie; lo lesse Frank Norris, consulente della casa, e fece approvare la pubblicazione. Ma quando l’editore lesse il libro stampato, andò su tutte le furie, e relegò in un magazzino l’intera edizione. Povero editore, deve esser rimasto male a vedere nel 1907 il libro, pubblicato da un rivale, circolare trionfante insieme al già sbertucciato Maggie di Crane. La via della reazione era aperta: se il mondo non era fatto soltanto di donne molto oneste e di centri molto quieti e molto per bene ma anche di altre cose meno carine, tanto valeva dirlo. Al massimo si poteva canzonare quelli che non lo capivano, e si potevano cercare le cause della nuova miseria; nel 1914 esce il primo romanzo di Sinclair Lewis, nel 1916 il primo romanzo di Sherwood Anderson.

Dreiser e Lewis e Anderson sono medioccidentali, e vivono a Chicago. I padri pellegrini della Mayflower sono morti per sempre, e con loro il mito della Nuova Inghilterra come terra eletta. Rimangono i loro incubi, i loro rancori; con l’irrequietezza pioniera fanno da lievito a tutta la letteratura americana. Chicago, dopo la Grande Esposizione del 1892, in un rigoglio improvviso di floridezza, era diventata un centro di prim’ordine, e si era arrogata l’antica prerogativa di Boston: era diventata la nuova capitale letteraria americana.

A Chicago, nel 1915, esce l’Antologia di Spoon River e segna la rinascita della poesia americana, di cui la Dickinson era stata troppo solitaria preannunciatrice; e non per niente Masters è contemporaneo di Sandburg e vive nella stessa Chicago (Chicago Poems è del 1916). In Sandburg, non sono gli abitanti del villaggio, a soffrire, ma gli operai della città.

I due temi della letteratura contemporanea americana sono fissati; e si intrecciano in un altro contemporaneo e conterraneo dei due poeti – Sherwood Anderson – nella reazione all’industrializzazione crescente; e intanto questa reazione si svolge per vie diversissime. In Anderson è un ribollire di sangue, è un rimpianto orgoglioso delle glorie autoctone americane, e si risolve in una disperata evasione nel mondo della fantasia; in Upton Sinclair si risolve in una satira alla plutocrazia. Sono i tempi dell’amministrazione Roosevelt, in piena campagna contro i trusts: Sinclair ne denunzia la disonestà e rivela i retroscena delle grandi istituzioni nazionali. Contemporaneamente Jack London evade nel mondo primitivo, cercando forse nel cane Buck il «compagno» ideale auspicato da Whitman e facendosi apostolo, con Curwood e Grey e gli altri, di un sia pur grossolano ritorno alla natura inteso come lotta dell’uomo contro gli elementi. Questa lotta, che in Melville era ribellione astratta, ha origini certo meno filosofiche ma forse più umane, anche se forma infinitamente più rozza; e forse a questa forma è dovuta la fama che portò London a una notorietà invano sognata dai colleghi più puri.

♣ ♣

Così si svolgeva la letteratura in Chicago; ma un giorno vi arrivò da New York Edna Kenton, ad annunziare la nascita della rivista «Le sette arti». L’avvenimento è riportato da Anderson in pagine incantevoli dell’Autobiografia; e commenti scambiati tra lui e Ben Hecht mostrano che il gruppo di Chicago si accorge di aver detto quello che aveva da dire, e che la capitale letteraria si spostava per la terza volta: questa volta da Chicago a New York.

Così Masters rappresenta in America le estreme conseguenze del realismo di qua dell’anarchia del dada. Il realismo, che ha le sue basi sulle scoperte della scienza moderna, ha però come seguito letterario una sempre maggiore interferenza dell’analisi psicologica, parallelamente allo sviluppo della moderna psicologia scientifica (il Testbook of Psychilogy di William James è del 1893). Dal romanzo di Henry James attraverso gli stadi della divulgazione di Freud (le Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse sono del 1916) e delle scoperte di Einstein (la Teoria speciale e generale della relatività esce nel 1905, e i Fondamenti della relatività generale nel 1912) l’espressione letteraria arriva a far agire la catena degli avvenimenti nel cerchio della sensibilità di una o più persone per chiuderla in un certo numero di quadri che si susseguono in un sincronismo che ignora qualsiasi successione logico-razionalistica.

Che questi quadri abbiano per soggetto uomini morti invece che uomini vivi, non è che l’estrema conseguenza della disintegrazione della realtà fisica nel tempo. L’elemento connettivo non è più la realtà di uno svolgimento successivo di stati fisici o psichici derivati necessariamente o razionalmente l’uno dall’altro, ma è la dimensione unica della memoria, nella quale si unificano in un identico piano i vari momenti fisici o psichici, per indipendenti che essi siano l’uno dall’altro.

Si sa che l’interferenza nel realismo dell’analisi psicologica e lo sgretolamento della realtà fisica nel tempo, nelle arti figurative prendono il nome di espressionismo e di cubismo, a seconda se l’accento cade su quella interferenza o su quello sgretolamento. Ora, mentre Masters a Chicago «rinnovava» la poesia e la letteratura americana, nella vecchia Europa si leggeva Der Weltfreund di Franz Werfel (uscito nell’11) e il Condor, uscito nel ’12 con la prefazione che si può considerare il «manifesto» dell’espressionismo; e Joyce lavorava a The Portrait of the Artist a Young Man (che uscirà nel ’16).

Non va dimenticato che mentre a Chicago avveniva la rinascita della poesia e della narrativa americana, la Galleria di Stieglitz («il padre di tutti gli artisti», come lo chiama Anderson) aveva iniziato a New York la pubblicazione di «291», la rivista pre-dada di Francis Picabia. «291» è del 1915: nello stesso anno arrivava a New York Duchamp e nel 1917 pubblicava altre due riviste, «L’uomo cieco» e «Wrong-wrong». Nello stesso 1917 Duchamp presenta agli Indipendenti il vaso da notte intitolato Fontaine e firmato R. Mutt, e Man Ray vara il Suicide e il Boardwalk. Era l’anarchia; l’anarchia contemporanea a quella europea, che mostrava l’America «ingenua» e «barbara» per lo meno al passo con gli avvenimenti della bimillenaria Europa. Questo dico non perché sembri probabile un rapporto diretto di Masters con dada, ma perché, visto che la rivoluzione era in atto in America come in Europa, si potrebbe anche frugare fino a che punto l’espressionismo tedesco abbia influito – o sia stato conosciuto – sull’avvocato che per far passare le ore d’ozio scriveva versi su versi. (È noto che dopo averne pubblicato una quindicina di volumi cedette alle insistenze dell’amico William Reedy, direttore del «Reedy’s Magazine», e scrisse la storia segreta di un villaggio medioccidentale dandole, sempre dietro suggerimento dell’amico, la forma dell’Antologia palatina.

Si potrebbe farlo, e forse servirebbe a spiegare il senso dell’autoctonia della letteratura americana moderna; perché certo non servirebbe a spiegare come Spoon River non sia né la storia di un villaggio, né una rivolta realistica, né la chiave di una nuova forma. Tanto è vero che da mezzo secolo, ho accennato sopra, la letteratura americana era fedele al culto del villaggio, celebrandone i meriti con affetto sentimentale e scavandone la superficie in cerca della bontà e dell’eroismo che, per dato inoppugnabile, si dovevano celare sotto quella superficie; tanto è vero che la prima raccolta di versi di Robert Frost, il poeta-fotografo della provincia, è del 1913, e d’altra parte già c’era stato un fermento di reazione all’edulcorato ottimismo arcadico della tradizione nei libri di Crabbe e Howe e così via; e tanto è vero che tutte le imitazioni di essa, letterarie, teatrali e cinematografiche sono risultate poco più che giochetti strani.

Di questa forma, Masters scrisse che l’antologia greca gli aveva suggerito qualcosa che era «meno del verso ma più della prosa»; e volle superare «una ripetizione degli epigrammi greci, ironici e teneri, satirici e partecipi, come esperimenti di temi sconosciuti» per giungere a una «rappresentazione epica della vita moderna».

E c’è riuscito; se la vita moderna si realizza in questo continuo tendere a superare ogni schema – tutti insufficienti – verso una realtà ignota e inconoscibile.

Fernanda Pivano

(1948).

 

Quasi una storia editoriale

L’Antologia di Spoon River appare nel 1943 come 13° titolo della “Universale Einaudi”. Pavese, che l’aveva scoperta già nel 1930 e ne aveva scritto sulla rivista “La Cultura” di Arrigo Cajumi, diede il testo a Fernanda Pivano perché verificasse quale era la differenza tra letteratura inglese e quella americana. E la Pivano iniziò a tradurlo; cosi, dopo la guerra, nel 1948, Einaudi pubblicò l’opera come secondo volume della prestigiosa collana nascente de “I Millenni” con il titolo originale, Spoon River Anthology, dove apparve questa prefazione. Cesare Pavese, che già aveva recensito la prima edizione su “il Saggiatore” nello stesso ’43, parlerà ancora dell’Antologia su l’Unità nel 1950.
Da allora lo Spoon River è rimasto un titolo “forte” della casa torinese e quella traduzione non è ancora stata “sostituita” dall’editore. Se la prefazione della Pivano apparirà in successive varie edizioni, dal 1993 nell’edizione economica “Einaudi Tascabili” saranno aggiunti i tre scritti di Cesare Pavese, insieme ad una nota introduttiva di Guido Davico Bonino.
Naturalmente la Giulio Einaudi editore aveva inserito il titolo nella collana “Letture per la scuola media”, questa volta con introduzione e note di Rossella Bernascone (1971).
Nel 1974, la Newton Compton, casa editrice nata appena cinque anni prima con l’intento di coniugare economicità, divulgazione e classici della letteratura, approntò la prima edizione non einaudiana dello Spoon River con traduzione di Letizia Ciotti Miller. Nel 1979 la stessa casa editrice romana diede alle stampe una nuova traduzione, con il titolo Il nuovo Spoon River, di Umberto Capra e Attilia Lavagno e un’introduzione, in seguito più volte ripresa, di Barbara Lanati (a cui dal 2011 si aggiungerà quella di Walter Mauro).
A settant’anni dall’uscita del libro di Edgar Lee Masters, i grandi editori italiani fanno uscire le loro versioni. Nel 1986 la BUR presenta l’Antologia con traduzione e note di Alberto Rossatti e un’introduzione di Viola Papetti, mentre nel 1987 è la volta di Mondadori con la traduzione del poeta Antonio Porta: questi aggiungerà una sua postfazione nella collana “Oscar classici moderni”. In “Paralleli”, una collana di “testo a fronte” che rimase in vita per un decennio, sempre Mondadori aggiunse alla traduzione di Porta l’introduzione di un altro poeta, Mario Cucchi.
Infine, nel 2016 in “Oscar moderni” appare una nuova traduzione di Luigi Ballerini, mentre quella di Porta transita nei tipi de il Saggiatore per la cura di Pietro Montorfani.
Versioni più recenti sono quelle di Luciano Paglialunga (Piemme 1996), Alessandro Quattrone (Demetra 2001), Enrico Terrinoni (Feltrinelli 2018) e Luca Manini (Rusconi 2018).

 

 

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Edgar Lee Masters, Spoon River anthology : testo integrale con traduzione a fronte ; Torino : Einaudi, 1948 (stampa 1947) ; XXII, 503 p. ; Collezione · I millenni ; 2 · Trad. di Fernanda Pivano. Titolo uniforme · Spoon River Anthology. · Classificazione Dewey · 811.52 (21.) POESIA AMERICANA IN LINGUA INGLESE, 1900-1945

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