Blaise Cendrars ~ Dal mondo intero -3) Panama o le avventure dei miei sette zii

Amedeo Modigliani, Ritratto di Blaise Cendrars, 1917

 

Il Canale di Panama è intimamente legato alla mia infanzia … / Giocavo sotto il tavolo / Sezionavo le mosche / Mia madre mi raccontava le avventure dei suoi sette fratelli / I miei sette zii / E quando riceveva le lettere / Che meraviglia!

 

Panama o le avventure dei miei sette zii

 

Adriano Cecioni, Ragazzi mascherati da grandi, 1867-68

 

A Edmond Bertrand
barman al Matachine

Libri
Ci sono libri che parlano del Canale di Panama[1]
Non so cosa dicono i cataloghi delle biblioteche
E non seguo i giornali finanziari
Nonostante i notiziari della Borsa siano la nostra preghiera quotidiana

 

Il Canale di Panama è intimamente legato alla mia infanzia …
Giocavo sotto il tavolo
Sezionavo le mosche
Mia madre mi raccontava le avventure dei suoi sette fratelli
I miei sette zii
E quando riceveva le lettere
Che meraviglia!
Quelle lettere con i bei francobolli esotici e i versi di Rimbaud in evidenza[2]
Non mi raccontava nulla quel giorno
E restavo triste sotto il mio tavolo

 

È in quel periodo che ho letto la storia del terremoto di Lisbona
Ma penso proprio
Che il crac di Panama sia stato di portata più universale
Perché ha sconvolto la mia infanzia.

 

Avevo un bel libro con le figure
E per la prima volta vedevo
La balena
La grande nuvola
Il tricheco
Il sole
Il grande tricheco
L’orso il leone lo scimpanzé il serpente a sonagli e la mosca
La mosca
La terribile mosca
– Mamma, le mosche! le mosche! e i tronchi d’albero!
– Dormi, dormi, bimbo mio.
Ahasvérus[3] è stupido

Avevo un bel libro con le figure
Un grande levriero che si chiamava Dourak [4]
Una tata inglese
Banchiere
Mio padre perse tre quarti della sua fortuna
Come molte persone oneste che persero il loro denaro nel crac,
Mio padre,
Meno stupido
Perse quello di altri,
Colpi di pistola.
Mia madre piangeva.
Quella sera mi mandarono a dormire con la tata inglese

Poi dopo tanti, tanti giorni …
Abbiamo dovuto traslocare
E le poche stanze nel nostro piccolo appartamento erano stipate di mobili
Non stavamo più nella nostra villa sul mare
Me ne stavo solo per giorni interi
Tra i mobili ammassati
Potevo anche rompere i piatti
Spaccare le poltrone
Fare a pezzi il pianoforte …
Poi dopo tanti, tanti giorni
Arrivò una lettera di uno dei miei zii

 

È il crac di Panama che fece di me un poeta!
È stupefacente
Tutti quelli della mia generazione sono così
Giovani
Che hanno subito strani contraccolpi
Non giochiamo più con i mobili
Non giochiamo più con roba vecchia
Sempre e ovunque rompiamo piatti
Ci imbarchiamo
Cacciamo le balene
Ammazziamo i trichechi
Abbiamo sempre paura della mosca tze-tze
Perché non ci piace stare a dormire.

L’orso il leone lo scimpanzé il serpente a sonagli mi avevano insegnato a leggere …
Ah! La prima lettera che ho decifrato da solo, era più brulicante di tutto il creato
Mio zio raccontava:
Faccio il macellaio a Galveston [5]
I mattatoi sono a sei leghe dalla città
Sono io che riporto le bestie sanguinanti, la sera, lungo il mare
E quando passo le piovre si alzano in aria
Tramonta il sole …
Ma c’era ancora qualcosa
La tristezza
E la nostalgia.

Oh, zio, sei scomparso nel ciclone del 1895
Più tardi ho visto la città ricostruita e ho passeggiato lungo il mare dove trascinavi le bestie sanguinanti
C’era la banda dell’Esercito della Salvezza sotto un chiosco di graticcio
Mi hanno offerto una tazza di tè
Non si è mai ritrovato il tuo corpo
E a vent’anni ho ereditato i tuoi 400 dollari di risparmio
Ho ancora la scatola di biscotti che ti serviva da porta reliquie
È di latta
Tutta qui la tua povera religione
Un bottone d’uniforme
Una pipa dalla Cabilia
Grani di cacao
Una decina dei tuoi acquerelli
E le foto delle bestie da concorso, tori giganteschi che tieni per la cavezza
Tu in maniche di camicia con un grembiule bianco

Anche io amo gli animali
Sotto la tavola
Solo
Gioco già con le sedie
Armadi porte
Finestre
Mobili modern-style[6]
Animali prestabiliti
Che troneggiano nelle case
Come ricostruzioni di bestie antidiluviane nei musei
Il primo sgabello è un uro![7]
Sfondo le vetrine
E ho buttato via tutto
La città, in pasto al mio cane
Le figure
I libri
La tata
Visite e visitatori,
Ah, che ridere!

Gianfilippo Usellini, Il carnevale dei poveri, 1941

Ma come pretendete che prepari gli esami?
Mi avete mandato in tutti i collegi d’Europa
Licei
Ginnasi
Università
Come pretendete che prepari gli esami
Quando una lettera appare sotto la porta
Ho visto
Che bella pedagogia!
Ho visto al cinema il viaggio che ha fatto
Ci ha messo sessantotto giorni per arrivare a me
Piena di errori di ortografia
Il mio secondo zio:
Ho sposato la donna che fa il miglior pane del distretto
Abito a tre giorni di cammino dal mio più prossimo vicino
Ora faccio il cercatore d’oro in Alaska
Ma la mia pala non ha mai raccolto più di 500 franchi d’oro
Ormai la vita non è più pagata per quello che vale!
Mi sono congelato tre dita
Fa freddo …
Ma c’era ancora qualcosa
La tristezza
E la nostalgia.

Oh, zio, mia madre mi ha raccontato tutto
Hai rubato dei cavalli per fuggire con i tuoi fratelli
Hai fatto il mozzo a bordo di un mercantile
Ti sei rotto una gamba saltando da un treno in corsa
E dopo l’ospedale, sei stato in prigione per aver fermato una diligenza
E scrivevi poesie ispirate a de Musset
San Francisco
Là hai letto la storia del generale Suter[8] che ha conquistato la California agli Stati Uniti
E che, miliardario, è stato rovinato dalla scoperta delle miniere d’oro nelle sue terre
Hai cacciato a lungo nella valle del Sacramento dove io ho lavorato a dissodare la terra
Ma che è successo?
Capisco il tuo orgoglio
Mangiare il pane più buono del distretto e subire la rivalità dei vicini, 12 donne in 1000 chilometri quadrati
Ti hanno trovato
Con un buco di carabina in testa
Tua moglie non c’era
Tua moglie dopo si è risposata con un ricco produttore di marmellate

Ho sete
Per Dio!
Per Dio
Di un Dio!
Vorrei leggere la Feuille d’Avis de Neuchâtel[9] o le Courrier de Pampelune
In mezzo all’Atlantico non si sta meglio che in una redazione
Mi rigiro nella rete dei meridiani come uno scoiattolo in gabbia
Toh, ecco un Russo con la faccia simpatica
Dove andare
Neanche lui sa dove piantare le tende
A Leopoldville o a Sedjerah vicino a Nazareth, da Mr. Junod[10] o dal mio vecchio amico Perl
In Congo in Bessarabia a Samoa
Conosco tutti gli orari
Tutti i treni e le coincidenze
Quando arrivano e quando partono
Tutti i piroscafi tutte le tariffe e tutte le imposte
Per me è indifferente
Ho degli indirizzi
Vivere di prestiti
Torno dall’America a bordo del Volturno[11], per 35 franchi da New York a Rotterdam

Riccardo Francalancia, Ritratto di Gustavo, 1923

È il battesimo dell’Equatore
Le macchine sempre in funzione fanno una buona claque
Boys
Platch
I mastelli d’acqua
Un americano con le dita sporche d’inchiostro batte il tempo
Telegrafo senza fili
Danzare in ginocchio tra le bucce d’arancia e le scatole vuote di conserva
Una delegazione è dal capitano
Il rivoluzionario Russo esperienze erotiche
Gaoupa,
La peggior parolaccia ungherese
Accompagno una marchesa napoletana incinta di 8 mesi
Sono io che conduco gli emigranti da Chișinău ad Amburgo
È nel 1901 che ho visto la prima automobile,
In panne,
All’angolo di una via
Quel piccolo treno che a Soletta chiamano ferro da stiro
Telefonerò al mio console
Datemi subito un biglietto di III classe
Per l’Uranium Steamship C°
Che valga i soldi che ho speso
La nave è al molo
Ancora sottosopra
I portelli spalancati
Lascio la nave come si lascia una sporca puttana

In viaggio
Non ho carta per pulirmi
Ed emergo
Come il dio Tangaloa che pescando con la lenza tirò fuori il mondo dalle acque
L’ultima lettera del mio terzo zio:
Papeete, 1° settembre 1887.
Sorella mia carissima sorella
Sono diventato buddista membro di una setta politica
Sono qui per acquistare dinamite
Si vende in drogheria come da voi la cicoria
In piccoli pacchetti
Poi tornerò a Bombay per far saltare in aria gli Inglesi
Si mette male!
Non ti rivedrò mai più …
Ma c’era ancora qualcosa
La tristezza
E la nostalgia.

Vagabondaggio
Sono stato in prigione a Marsiglia e mi riportano a scuola per forza tutte le voci gridano contemporaneamente
Gli animali e le pietre
E la parola più bella la dice il muto
Sono stato un libertino e mi sono preso tutte le licenze del mondo
Voi che avevate fede perché non siete arrivato in tempo
Alla vostra età
Oh, zio
Eri un bel ragazzo e suonavi molto bene la cornetta
È stata questa la tua rovina per dirla alla buona
Amavi tanto la musica che preferivi il sibilo delle bombe alle sinfonie degli abiti da sera
Hai lavorato con allegri Italiani alla costruzione di una ferrovia nei dintorni di Baghavapur
Pieno di brio
Capofila dei tuoi compagni
Con il tuo buonumore e il tuo bel talento di suonatore di banda
Nelle baracche sei diventato il beniamino delle donne

Come Mosè hai accoppato il tuo caposquadra
Sei fuggito
Per dodici anni non si è avuta nessuna tua notizia
E come Lutero un fulmine ti ha fatto credere in Dio
In solitudine
Impari il bengalese e l’urdù per imparare a fabbricare le bombe
Sei stato in contatto con associazioni segrete di Londra
È a White-Chapel che ho ritrovato le tue tracce
Sei condannato ai lavori forzati
La tua vita circoncisa
Tanto che
Ho voglia di assassinare qualcuno a bastonate o con un ferro rovente e per avere l’occasione di vederti
Perché non t’ho mai visto
Devi avere una lunga cicatrice sulla fronte

Quanto al mio quarto zio era il cameriere del generale Robertson[12] che ha fatto la guerra contro i Boeri
Scriveva raramente lettere così concepite
Sua Eccellenza si è degnato di aumentarmi lo stipendio di 50 lire
Oppure
Sua Eccellenza se ne va in guerra con 48 paia di scarpe
Oppure
Taglio le unghie a Sua Eccellenza ogni mattina …
Ma io lo so
C’era ancora qualcosa
La tristezza
E la nostalgia della mia terra.

Giacomo Balla, Fallimento, 1902

Zio Jean, sei il solo dei miei sette zii che abbia conosciuto
Eri tornato al paese perché ti sentivi malato
Avevi un gran baule in pelle di ippopotamo sempre chiuso
Ti rinchiudevi nella tua camera per curarti
Quando ti ho visto la prima volta, dormivi
Il tuo volto era terribilmente sofferente
La barba lunga
Dormivi da quindici giorni
E appena mi sono chinato su di te
Ti sei svegliato
Eri pazzo
Hai tentato di uccidere la nonna
Ti hanno rinchiuso in manicomio
È là che ti visto la seconda volta
Legato
Con la camicia di forza
Ti hanno impedito di liberarti
Facevi dei poveri movimenti con le mani
Come volessi remare
Transvaal
Eravate in quarantena e le guardie a cavallo avevano puntato il cannone sulla vostra nave
Pretoria
Un Cinese stava per strangolarti
Tougéla[13]
Lord Robertson è morto
Tornava a Londra
Il guardaroba di Sua Eccellenza cadde in acqua e fu un gran colpo per te
Sei morto in Svizzera nel manicomio di Saint-Aubain
Il tuo senno
Il tuo funerale
È là che ti ho visto la terza volta
Nevicava
Io, dietro il carro funebre, discutevo con i becchini per la loro mancia
Hai amato solo due cose al mondo
Un cacatoa
E le unghie rosa di Sua Eccellenza

Non c’è speranza
E bisogna lavorare
Le vite circoscritte sono le più piene
Tessuti steganici[14]
Remy de Gourmont[15] abita al 71 della rue des Saints-Pères
Corda da esplosivo o per pacchi[16]
«Anche se sono separati due uomini si possono incontrare di nuovo ma una montagna non incontrerà mai un’altra montagna»
Dice un proverbio ebraico
I precipizi si incrociano
Ero a Napoli
1896
Quando ho ricevuto il Petit Journal Illustré
Il capitano Dreyfus degradato davanti all’esercito
Il mio quinto zio:
Sono chef al Club-Hôtel di Chicago
Ho 400 sguatteri ai miei ordini
Ma non mi piace la cucina degli Yankees
Prendete nota del mio nuovo indirizzo
Tunisi ecc.
Cari saluti dalla zia Adele
Prendete nota del mio nuovo indirizzo
Biarritz ecc.

Oh, zio, solo tu non hai mai sofferto di nostalgia
Nizza Londra Budapest Bermude San Pietroburgo Tokyo Memphis
Tutti i grandi hotels si contendono i tuoi servizi
Tu sei il maître
Hai inventato tanti dolci che portano il tuo nome
La tua arte
Ti dai ti vendi ti mangiano
Non si sa mai dove sei
Non ti piace restare nello stesso posto
Sembra che tu abbia una Storia della Cucina di tutti i tempi e di tutti i popoli
In 12 vol. in 8°
Con i ritratti dei più famosi cuochi della storia
Conosci tutti gli avvenimenti
Ovunque accadesse qualcosa tu c’eri
Forse sei a Parigi.
I tuoi menù
Sono la nuova poesia

 

Ho lasciato tutto questo

Aspetto
La ghigliottina è il capolavoro dell’arte plastica
Il suo scatto
Moto perpetuo
Il sangue dei delinquenti
I canti della luce fanno vacillare le torri
I colori crollano sulla città
Manifesto più grande di te e di me
Bocca aperta che urla
Dentro ci bruciamo
I tre giovani tra le fiamme
Anania Mizael Azaria[17]
Adams Express Co.[18]
Dietro l’Opéra
Bisogna giocare alla cavallina
Alla pecora che bruca
Donna-trampolino
Il bel giocattolo della pubblicità
In cammino!
«Simeone, Simeone»[19]
Parigi-addii.

È sorprendente
Come suonano le ore
Quai-d’Orsay-Saint Nazaire!
Passiamo sotto la Tour Eiffel – una giravolta -e ricadiamo dall’altra parte del mondo

Poi si ricomincia

Le catapulte del sole assediano i tropici irascibili
Ricco peruviano proprietario del giacimento di guano di Angamos
Lancio dell’Acaraguan Banaan
All’ombra
I mulatti ospitali
Ho passato più di un inverno in queste isole fortunate
L’uccello serpentario è meraviglioso
Belle signore prosperose
Beviamo bibite ghiacciate in terrazza
Una torpediniera brucia come un sigaro
Una partita di polo nel campo di ananas
E i manghi fanno vento alle ragazze studiose
My gun
Sparo
Un osservatorio sulle pendici del vulcano
Grossi serpenti nel fiume in secca
Siepe di cactus
Un asino raglia con la coda al vento
La piccola india strabica vuole andare a Buenos Aires
Il musicista tedesco mi chiede in prestito il frustino col manico d’argento e un paio di guanti svedesi
Questo grosso olandese è geografo
Giochiamo a carte in attesa del treno
È il compleanno della Malese
Ricevo un pacchetto, 200.000 pesetas e una lettera del mio sesto zio:
Aspettami all’agenzia fino alla prossima primavera
Divertiti molto bevi senza annacquare e non risparmiare in donne
Il miglior elettuario
Caro nipote…
E c’era ancora qualcosa
La tristezza
La nostalgia

Adriano Cecioni, Interno (Gioco interrotto), 1863

Oh, zio, ti ho aspettato un anno e non sei venuto
Eri partito con una spedizione di astronomi che andava a osservare il cielo sulla costa occidentale della Patagonia
Gli facevi da interprete e da guida
I tuoi consigli
La tua esperienza
Non c’è nessuno bravo come te a puntare il sestante all’orizzonte
Strumenti in equilibrio
Elettromagnetici
Nei fiordi della Terra del Fuoco
Ai confini del mondo
Pescavate schiume di protozoi alla deriva tra due oceani al chiarore dei pesci elettrici
Collezionavate aeroliti di perossido di ferro
Una domenica mattina:
Hai visto un vescovo con la mitra emergere dalle acque
Aveva una coda di pesce e ti aspergeva con segni di croce
Sei fuggito sulle montagne urlando come un vari ferito
La notte stessa
Un uragano distrusse l’accampamento
I tuoi compagni dovettero abbandonare la speranza di ritrovarti vivo
Raccolsero con cura la documentazione scientifica
E dopo tre mesi,
I poveri intellettuali,
Arrivarono una sera ad un bivacco di gauchos dove per l’appunto parlavano di te
Ti ero venuto incontro
Tupa
La bella natura
Gli stalloni s’inculano
200 tori neri muggiscono
Tango argentino

E dunque

Non ci sono più belle storie
La Vita dei Santi
Das Nachtbüchlein von Schumann
Cymballum mundi
La tariffa delle Puttane di Venezia
Navigation de Jean Struys, Amsterdam, 1528

Shalom Aleichem
Le crocodile de Saint-Martin
[20]
Strindberg ha dimostrato che la terra non è rotonda
Già Gavarni[21] aveva abolito la geometria
Pampas
Disco
Gli irochesi del vento
Salse piccanti
La spirale delle gemme
Maggi
Byrrh
Daily Chronicle
L’onda è una cava dove la tempesta come uno scultore estrae blocchi di pietra
Quadrighe di schiuma imbizzarrite
In eterno
Dal principio del mondo
Fischio
Un dolce brusio come di vetri rotti

Il mio settimo zio
Non si è mai saputo che fine ha fatto
Pare che io ti assomigli

Le dedico questo poema
Monsieur Bertrand
Mi ha offerto dei liquori forti per difendermi dalle febbri del canale
Si è abbonato all’Eco della stampa per avere tutti i ritagli che parlano di me
Ultimo francese di Panama (ne sono rimasti appena 20)
Le dedico questo poema
Barman di Matachine
Migliaia di cinesi sono morti dove adesso c’è un bar pieno di luci
Distillate alcool
Vi siete arricchito sotterrando i morti di colera
Mandatemi la fotografia della foresta di sugheri che si addossa alle 400 locomotive abbandonate dai francesi
Cadaveri – in vita
La palma si è innestata nella benna di una gru carica di orchidee
I cannoni di Aspinwall[22] rosicchiati dai tucani
La draga per le tartarughe
I puma che si rifugiano nel gazometro sfondato
Le chiuse perforate dai pesi sega
I tubi delle pompe otturati da una colonia di iguane
I treni bloccati dall’invasione di bruchi
E l’ancora gigantesca con lo stemma di Luigi XV che nessuno sa spiegare come sia finita nella foresta
Ogni anno sostituite le porte del vostro stabilimento incrostate di firme
Tutti quelli che sono passati
Che testimonianza quelle 32 porte
Lingue vive di questo dannato canale che vi è tanto caro

Questo mattino è il primo giorno del mondo
Istmo
Da qui si vedono simultaneamente tutti gli astri del cielo e tutte le forme di vegetazione
Precellenza delle montagne equatoriali
Zona unica
C’è ancora il piroscafo dell’Amidon Paterson
Le iniziali colorate dell’Atlantic Pacific Tea-trust
Il Los Angeles limited che parte alle 10.02 e arriva il tredicesimo giorno l’unico treno al mondo con il wagon-coiffeur
Il Trunk le eclissi e le carrozzine per bambini
Per imparare a sillabare l’ABC della vita sotto la ferula delle sirene alla partenza
Toyo Kisen Kaisha [23]
Ho pane e formaggio
Un colletto pulito
La poesia comincia oggi

La Via Lattea intorno al collo
I due emisferi negli occhi
A tutta velocità
Niente avarie
Se avessi tempo di fare un po’ di risparmi parteciperei al rally aereo
Ho prenotato un posto sul primo treno che passerà sotto la Manica
Sono il primo aviatore che attraversa l’Atlantico in mono-cocca
900 milioni

Terra Terra Acque Oceani Cieli
Ho nostalgia
Seguo tutti i volti e ho paura delle buche delle lettere
Le città sono dei ventri
Non seguo più le vie
Linee
Cavi
Canali
Né ponti sospesi!

Soli lune stelle
Mondi apocalittici
Avete ancora la vostra buona carta da giocare
Un sifone starnutisce
Le chiacchiere letterarie continuano
Sottovoce
Alla Rotonde
Come nel fondo di un bicchiere

ASPETTO

Vorrei essere la quinta ruota del carro
Temporale
Volere l’impossibile
Nulla e ovunque

PARIGI E DINTORNI: Saint-Cloud, Sèvres, Montmorency, Courbevoie, Bougival, Rueil, Montrouge, Saint-Denis, Vincennes, Ètampes, Melun, Saint-Martin, Méréville, Barbizon, Forges-en-Bière

giugno 1913 – giugno 1914

§

Le Panama ou les Aventures de mes Sept Oncles

Paul Klee, Wald Bau, 1919

à Edmond Bertrand
barman au Matachine

Des livres
Il y a des livres qui parlent du Canal de Panama
Je ne sais pas ce que disent les catalogues des bibliothèques
Et je n’écoute pas les journaux financiers
Quoique les bulletins de la Bourse soient notre prière quotidienne

Le Canal de Panama est intimement lié à mon enfance…
Je jouais sous la table
Je disséquais les mouches
Ma mère me racontait les aventures de ses sept frères
De mes sept oncles
Et quand elle recevait des lettres
Éblouissement !
Ces lettres avec les beaux timbres exotiques qui portent les vers de Rimbaud en exergue
Elle ne me racontait rien ce jour-là
Et je restais triste sous ma table

C’est aussi vers cette époque que j’ai lu l’histoire du tremblement de terre de Lisbonne
Mais je crois bien
Que le crach du Panama est d’une importance plus universelle
Car il a bouleversé mon enfance.

J’avais un beau livre d’images
Et je voyais pour la première fois
La baleine
Le gros nuage
Le morse
Le soleil
Le grand morse
L’ours le lion le chimpanzé le serpent à sonnettes et la mouche
La mouche
La terrible mouche
— Maman, les mouches ! les mouches ! et les troncs d’arbres !
— Dors, dors, mon enfant.
Ahasvérus est idiot

J’avais un beau livre d’images
Un grand lévrier qui s’appelait Dourak
Une bonne anglaise
Banquier
Mon père perdit les 3/4 de sa fortune
Comme nombre d’honnêtes gens qui perdirent leur argent dans ce crach,
Mon père
Moins bête
Perdait celui des autres,
Coups de revolver.
Ma mère pleurait
Et ce soir-là on m’envoya coucher avec la bonne anglaise

Puis au bout d’un nombre de jours bien long …
Nous avions dû déménager
Et les quelques chambres de notre petit appartement étaient bourrées de meubles
Nous n’étions plus dans notre villa de la côte
J’étais seul des jours entiers
Parmi les meubles entassés
Je pouvais même casser de la vaisselle
Fendre les fauteuils
Démolir le piano …
Puis au bout d’un nombre de jours bien long
Vint une lettre d’un de mes oncles

C’est le crach du Panama qui fit de moi un poète !
C’est épatant
Tous ceux de ma génération sont ainsi
Jeunes gens
Qui ont subi des ricochets étranges
On ne joue plus avec des meubles
On ne joue plus avec des vieilleries
On casse toujours et partout la vaisselle
On s’embarque
On chasse les baleines
On tue les morses
On a toujours peur de la mouche tsé-tsé
Car nous n’aimons pas dormir.

L’ours le lion le chimpanzé le serpent à sonnettes m’avaient appris à lire …
Oh cette première lettre que je déchiffrai seul et plus grouillante que toute la création
Mon oncle disait
Je suis boucher à Galveston
Les abattoirs sont à 6 lieues de la ville
C’est moi qui ramène les bêtes saignantes, le soir, tout le long de la mer
Et quand je passe les pieuvres se dressent en l’air
Soleil couchant ….
Et il y avait encore quelque chose
La tristesse
Et le mal du pays.

Ernst Ludwig Kirchner, Autoritratto da soldato, 1915

Mon oncle, tu as disparu durant le cyclone de 1895
J’ai vu depuis la ville reconstruite et je me suis promené au bord de la mer où tu menais les bêtes saignantes
Il y avait une fanfare salutiste qui jouait dans un kiosque en treillage
On m’a offert une tasse de thé
On n’a jamais retrouvé ton cadavre
Et à ma vingtième année j’ai hérité de tes 400 dollars d’économie
Je possède aussi la boîte à biscuits qui te servait de reliquaire
Elle est en fer-blanc
Toute ta pauvre religion
Un bouton d’uniforme
Une pipe kabyle
Des graines de cacao
Une dizaine d’aquarelles de ta main
Et les photos des bêtes à prime, les taureaux géants que tu tiens en laisse
Tu es en bras de chemise avec un tablier blanc

Moi aussi j’aime les animaux
Sous la table
Seul
Je joue déjà avec les chaises
Armoires portes
Fenêtres
Mobilier modern-style
Animaux préconçus
Qui trônent dans les maisons
Comme la reconstitution des bêtes antédiluviennes dans les musées
Le premier escabeau est un aurochs !
J’enfonce les vitrines
Et j’ai jeté tout cela
La ville, en pâture à mon chien
Les images
Les livres
La bonne
Les visites
Quels rires !

Comment voulez-vous que je prépare des examens?
Vous m’avez envoyé dans tous les pensionnats d’Europe
Lycées
Gymnases
Université
Comment voulez-vous que je prépare des examens
Quand une lettre est sous la porte
J’ai vu
La belle pédagogie !
J’ai vu au cinéma le voyage qu’elle a fait
Elle a mis soixante-huit jours pour venir jusqu’à moi
Chargée de fautes d’orthographe
Mon deuxième oncle :
J’ai marié la femme qui fait le meilleur pain du district
J’habite à trois journées de mon plus proche voisin
Je suis maintenant chercheur d’or à Alaska
Je n’ai jamais trouvé plus de 500 francs d’or dans ma pelle
La vie non plus ne se paye pas à sa valeur !
J’ai eu trois doigts gelés
Il fait froid …
Et il y avait encore quelque chose
La tristesse
Et le mal du pays.

Oh mon oncle, ma mère m’a tout dit
Tu as volé des chevaux pour t’enfuir avec tes frères
Tu t’es fait mousse à bord d’un cargo-boat
Tu t’es cassé la jambe en sautant d’un, train en marche
Et après l’hôpital, tu as été en prison pour avoir arrêté une diligence
Et tu faisais des poésies inspirées de Musset
San-Francisco
C’est là que tu lisais l’histoire du général Suter qui a conquis la Californie aux États-Unis
Et qui, milliardaire, a été ruiné par la découverte des mines d’or sur ses terres
Tu as longtemps chassé dans la vallée du Sacramento où j’ai travaillé au défrichement du sol
Mais qu’est-il arrivé
Je comprends ton orgueil
Manger le meilleur pain du district et la rivalité des voisins 12 femmes par 1.000 kilomètres carrés
On t’a trouvé
La tête trouée d’un coup de carabine
Ta femme n’était pas là
Ta femme s’est remariée depuis avec un riche fabricant de confitures

J’ai soif
Nom de Dieu
De nom de Dieu
De nom de Dieu
Je voudrais lire la Feuille d’Avis de Neuchâtel ou le Courrier de Pampelune
Au milieu de l’Atlantique on n’est pas plus à l’aise que dans une salle de rédaction
Je tourne dans la cage des méridiens comme un écureuil dans la sienne
Tiens voilà un Russe qui a une tête sympathique
Où aller
Lui non plus ne sait où déposer son bagage
A Léopoldville ou à la Sedjérah près Nazareth, chez Mr. Junod ou chez mon vieil ami Perl
Au Congo en Bessarabie à Samoa
Je connais tous les horaires
Tous les trains et leurs correspondances
L’heure d’arrivée l’heure du départ
Tous les paquebots tous les tarifs et toutes les taxes
Ça m’est égal
J’ai des adresses
Vivre de la tape
Je reviens d’Amérique à bord du Volturno, pour 35 francs de New York à Rotterdam

C’est le baptême de la ligne
Les machines continues s’appliquent de bonnes claques
Boys
Platch
Les baquets d’eau
Un Américain les doigts tachés d’encre bat la mesure
La télégraphie sans fil
On danse avec les genoux dans les pelures d’orange et les boîtes de conserve vides
Une délégation est chez le capitaine
Le Russe révolutionnaire expériences erotiques
Gaoupa
Le plus gros mot hongrois
J’accompagne une marquise napolitaine enceinte de 8 mois
C’est moi qui mène les émigrants de Kichinef à Hambourg
C’est en 1901 que j’ai vu la première automobile,
En panne,
Au coin d’une rue
Ce petit train que les Soleurois appellent un fer à repasser
Je téléphonerai à mon consul
Délivrez-moi immédiatement un billet de 3e classe
The Uranium Steamship C°
J’en veux pour mon argent
Le navire est à quai
Débraillé
Les sabords grand ouverts
Je quitte le bord comme on quitte une sale putain

En route
Je n’ai pas de papier pour me torcher
Et je sors
Comme le dieu Tangaloa qui en péchant à la ligne tira le monde hors des eaux
La dernière lettre de mon troisième oncle :
Papeete, le 1er septembre 1887.
Ma sœur, ma très chère sœur
Je suis bouddhiste membre d’une secte politique
Je suis ici pour faire des achats de dynamite
On en vend chez les épiciers comme chez vous la chicorée
Par petits paquets
Puis je retournerai à Bombay faire sauter les Anglais
Ça chauffe
Je ne te reverrai jamais plus …
Et il y avait encore quelque chose
La tristesse
Et le mal du pays.

Vagabondage
J’ai fait de la prison à Marseille et l’on me ramène de force à l’école
Toutes les voix crient ensemble
Les animaux et les pierres
C’est le muet qui a là plus belle parole
J’ai été libertin et je me suis permis toutes les privautés avec le monde
Vous qui aviez la foi pourquoi n’êtes-vous pas arrivé à temps
A votre âge
Mon oncle
Tu étais joli garçon et tu jouais très bien du cornet à pistons
C’est ça qui t’a perdu comme on dit vulgairement
Tu aimais tant la musique que tu préféras le ronflement des bombes aux symphonies des habits noirs
Tu as travaillé avec des joyeux Italiens à la construction d’une voie ferrée dans les environs de Baghavapour
Boute en train
Tu étais le chef de file de tes compagnons
Ta belle humeur et ton joli talent d’orphéoniste
Tu es la coqueluche des femmes du baraquement

Henri Rousseau, La nave nella tempesta, 1899

Comme Moïse tu as assommé ton chef d’équipe
Tu t’es enfui
On est resté 12 ans sans aucune nouvelle de toi
Et comme Luther un coup de foudre t’a fait croire à Dieu
Dans ta solitude
Tu apprends le bengali et l’urlu pour apprendre à fabriquer les bombes
Tu as été en relation avec les comités secrets de Londres
C’est à White-Chapel que j’ai retrouvé ta trace
Tu es convict
Ta vie circoncise
Telle que
J’ai envie d’assassiner quelqu’un au boudin ou à la gaufre pour avoir l’occasion de te voir
Car je ne t’ai jamais vu
Tu dois avoir une longue cicatrice au front

Quant à mon quatrième oncle il était valet de chambre du général Robertson qui a fait la guerre aux Boërs
Il écrivait rarement des lettres ainsi conçues
Son Excellence a daigné m’augmenter de 50 £
Ou
Son Excellence emporte 48 paires de chaussures à la guerre
Ou
Je fais les ongles de Son Excellence tous les matins…
Mais je sais
Qu’il y avait encore quelque chose
La tristesse
Et le mal du pays.

Mon oncle Jean, tu es le seul de mes sept oncles que j’aie jamais vu
Tu étais rentré au pays car tu te sentais malade
Tu avais un grand coffre en cuir d’hippopotame qui était toujours bouclé
Tu t’enfermais dans ta chambre pour te soigner
Quand je t’ai vu pour la première fois, tu dormais
Ton visage était terriblement souffrant
Une longue barbe
Tu dormais depuis 15 jours
Et comme je me penchais sur toi
Tu t’es réveillé
Tu étais fou
Tu as voulu tuer grand’mère
On t’a enfermé à l’hospice
Et c’est là que je t’ai vu pour la deuxième fois
Sanglé
Dans la camisole de force
On t’a empêché de débarquer
Tu faisais de pauvres mouvements avec tes mains
Comme si tu allais ramer
Transvaal
Vous étiez en quarantaine et les horse-guards avaient braqué un canon sur votre navire
Prétoria
Un Chinois faillit t’étrangler
Le Tougéla
Lord Robertson est mort
Retour à Londres
La garde-robe de Son Excellence tombe à l’eau ce qui te va droit au cœur
Tu es mort en Suisse à l’asile d’aliénés de Saint-Aubain
Ton entendement
Ton enterrement
Et c’est là que je t’ai vu pour la troisième fois
Il neigeait
Moi, derrière ton corbillard, je me disputais avec les croque-morts à propos de leur pourboire
Tu n’as aimé que deux choses au monde
Un cacatoès
Et les ongles roses de Son Excellence

Il n’y a pas d’espérance
Et il faut travailler
Les vies encloses sont les plus denses
Tissus stéganiques
Remy de Gourmont habite au 71 de la rue des Saints-Pères
Filagore ou seizaine
« Séparés un homme rencontre un homme mais une montagne ne rencontre jamais une autre montagne »
Dit un proverbe hébreu
Les précipices se croisent
J’étais à Naples
1896
Quand j’ai reçu le Petit Journal Illustré
Le capitaine Dreyfus dégradé devant l’armée
Mon cinquième oncle :
Je suis chef au Club-Hôtel de Chicago
J’ai 400 gâte-sauces sous mes ordres
Mais je n’aime pas la cuisine des Yankees
Prenez bonne note de ma nouvelle adresse
Tunis etc.
Amitiés de la tante Adèle
Prenez bonne note de ma nouvelle adresse
Biarritz etc.

Oh mon oncle, toi seul tu n’as jamais eu le mal du pays
Nice Londres Buda-Pest Bermudes Saint-Pétersbourg Tokio Memphis
Tous les grands hôtels se disputent tes services
Tu es le maître
Tu as inventé nombre de plats doux qui portent ton nom
Ton art
Tu te donnes tu te vends on te mange
On ne sait jamais où tu es
Tu n’aimes pas rester en place
Il paraît que tu possèdes une Histoire de la Cuisine à travers tous les âges et chez tous les peuples
En 12 vol. in-8°
Avec les portraits des plus fameux cuisiniers de l’histoire
Tu connais tous les événements
Tu as toujours été partout où il se passait quelque chose
Tu es peut-être à Paris.
Tes menus
Sont la poésie nouvelle

J’ai quitté tout cela
J’attends
La guillotine est le chef-d’œuvre de l’art plastique
Son déclic
Mouvement perpétuel
Le sang des bandits
Les chants de la lumière ébranlent les tours
Les couleurs croulent sur la ville
Affiche plus grande que toi et moi
Bouche ouverte et qui crie
Dans laquelle nous brûlons
Les trois jeunes gens ardents
Hananie Mizaël Azarie
Adam’s Express C°
Derrière l’Opéra
Il faut jouer à saute-mouton
A la brebis qui broute
Femme-tremplin
Le beau joujou de la réclame
En route !
Siméon, Siméon
Paris-adieux

C’est rigolo
Il y a des heures qui sonnent
Quai-d’Orsay-Saint-Nazaire !
On passe sous la Tour Eiffel — boucler la boucle — pour retomber de l’autre côté du monde
Puis on continue

Vassilij Kandinskij, Small Pleasures, 1913

Les catapultes du soleil assiègent les tropiques irascibles
Riche Péruvien propriétaire de l’exploitation du guano d’Angamos
On lance l’Acaraguan Bananan
A l’ombre
Les mulâtres hospitaliers
J’ai passé plus d’un hiver dans ces des fortunées
L’oiseau-secrétaire est un éblouissement
Belles dames plantureuses
On boit des boissons glacées sur la terrasse
Un torpilleur brûle comme un cigare
Une partie de polo dans le champ d’ananas
Et les palétuviers éventent les jeunes filles studieuses
My gun
Coup de feu
Un observatoire au flanc du volcan
De gros serpents dans la rivière desséchée
Haie de cactus
Un âne claironne la queue en l’air
La petite Indienne qui louche veut se rendre à Buenos-Ayres
Le musicien allemand m’emprunte ma cravache à pommeau d’argent et une paire de gants de Suède
Ce gros Hollandais est géographe
On joue aux cartes en attendant le train
C’est l’anniversaire de la Malaise
Je reçois un paquet à mon nom, 200.000 pesetas et une lettre de mon sixième oncle :
Attends-moi à la factorerie jusqu’au printemps prochain
Amuse-toi bien bois sec et n’épargne pas les femmes
Le meilleur électuaire
Mon neveu…
Et il y avait encore quelque chose
La tristesse
Et le mal du pays.

Oh mon oncle, je t’ai attendu un an et tu n’es pas venu
Tu étais parti avec une compagnie d’astronomes qui allait inspecter le ciel sur la côte occidentale de la Patagonie
Tu leur servais d’interprète et de guide
Tes conseils
Ton expérience
Il n’y en avait pas deux comme toi pour viser l’horizon au sextant
Les instruments en équilibre
Électro-magnétiques
Dans les fiords de la Terre de Feu
Aux confins du monde
Vous péchiez des mousses protozoaires en dérive entre deux eaux à la lueur des poissons électriques
Vous collectionniez des aérolithes de peroxyde de fer
Un dimanche matin :
Tu vis un évêque mitre sortir des eaux
Il avait une queue de poisson et t’aspergeait de signes de croix
Tu t’es enfui dans la montagne en hurlant comme un vari blessé
La nuit même
Un ouragan détruisit le campement
Tes compagnons durent renoncer à l’espoir de te retrouver vivant
Ils emportèrent soigneusement les documents scientifiques
Et au bout de trois mois,
Les pauvres intellectuels,
Ils arrivèrent un soir à un feu de gauchos où l’on causait justement de toi
J’étais venu à ta rencontre
Tupa
La belle nature
Les étalons s’enculent
200 taureaux noirs mugissent
Tango-argentin

Bien quoi
Il n’y a donc plus de belles histoires
La Vie des Saints
Das Nachtbuechlein von Schuman
Cymballum mundi
La Tariffa delle Puttane di Venegia
Navigation de Jean Struys, Amsterdam, 1528
Shalom Aleichem
Le crocodile de Saint-Martin
Strindberg a démontré que la terre n’est pas ronde
Déjà Gavarni avait aboli la géométrie
Pampas
Disque
Les iroquoises du vent
Saupiquets
L’hélice des gemmes
Maggi
Byrrh
Daily Chronicle
La vague est une carrière où l’orage en sculpteur abat des blocs de taille
Quadriges d’écume qui prennent le mors aux dents
Eternellement
Depuis le commencement du monde
Je siffle
Un frissoulis de bris

Mon septième oncle
On n’a jamais su ce qu’il est devenu
On dit que je te ressemble
……………………………………………………………………….
Je vous dédie ce poème
Monsieur Bertrand
Vous m’avez offert des liqueurs fortes pour me prémunir contre les fièvres du canal
Vous vous êtes abonné à l’Argus de la Presse pour recevoir toutes les coupures qui me concernent.
Dernier Français de Panama (il n’y en a pas 20)
Je vous dédie ce poème
Barman du Matachine
Des milliers de Chinois sont morts où se dresse maintenant le Bar flamboyant
Vous distillez
Vous vous êtes enrichi en enterrant les cholériques
Envoyez-moi la photographie de la forêt de chênes-lièges qui pousse sur les 400 locomotives abandonnées par l’entreprise française
Cadavres-vivants
Le palmier greffé dans la banne d’une grue chargée d’orchidées
Les canons d’Aspinwall rongés par les toucans
La drague aux tortues
Les pumas qui nichent dans le gazomètre défoncé
Les écluses perforées par les poissons-scie
La tuyauterie des pompes bouchée par une colonie d’iguanes
Les trains arrêtés par l’invasion des chenilles
Et l’ancre gigantesque aux armoiries de Louis XV dont vous n’avez su m’expliquer la présence dans la forêt
Tous les ans vous changez les portes de votre établissement incrustées de signatures
Tous ceux qui passèrent chez vous
Ces 32 portes quel témoignage
Langues vivantes de ce sacré canal que vous chérissez tant

Ce matin est le premier jour du monde
Isthme
D’où l’on voit simultanément tous les astres du ciel et toutes les formes de la végétation
Préexcellence des montagnes équatoriales
Zone unique
Il y a encore le vapeur de l’Amidon Paterson
Les initiales en couleurs de l’Atlantic-Pacific Tea-Trust
Le Los Angeles limited qui part à 10 h 02 pour arriver le troisième jour et qui est le seul train au monde avec wagon-coiffeur
Le Trunk les éclipses et les petites voitures d’enfants
Pour vous apprendre à épeler l’A B C de la vie sous la férule des sirènes en partance
Toyo Kisen Kaïsha
J’ai du pain et du fromage
Un col propre
La poésie date d’aujourd’hui
La voie lactée autour du cou
Les deux hémisphères sur les yeux
A toute vitesse
II n’y a plus de pannes
Si j’avais le temps de faire quelques économies je prendrais part au rallye aérien
J’ai réservé ma place dans le premier train qui passera le tunnel sous la Manche
Je suis le premier aviateur qui traverse l’Atlantique en monocoque
900 millions

Terre Terre Eaux Océans Ciels
J’ai le mal du pays
Je suis tous les visages et j’ai peur des boîtes aux lettres
Les villes sont des ventres
Je ne suis plus les voies
Lignes
Câbles
Canaux
Ni les ponts suspendus !

Soleils lunes étoiles
Mondes apocalyptiques
Vous avez encore tous un beau rôle à jouer
Un siphon éternue
Les cancans littéraires vont leur train
Tout bas
A la Rotonde
Comme tout au fond d’un verre
J’ATTENDS

Je voudrais être la cinquième roue du char
Orage
Midi à quatorze heures
Rien et partout

PARIGI E DINTORNI: Saint-Cloud, Sèvres, Montmorency, Courbevoie, Bougival, Rueil, Montrouge, Saint-Denis, Vincennes, Ètampes, Melun, Saint-Martin, Méréville, Barbizon, Forges-en-Bière

giugno 1913 – giugno 1914

§

Note:

[1]“Le crach du Panama”, che Cendrars, affascinato dalla geografia vive con gli occhi del bambino, arriva a porre a fondamento della propria vocazione poetica, fu una vicenda di grande impatto nazionale e intimamente legata alla vocazione colonialista francese. Lo scandalo nacque dalle difficoltà di finanziamento incontrate dalla Compagnie universelle du canal interocéanique de Panama, creata da Ferdinand de Lesseps, che aveva già realizzato il Canale di Suez, il quale, per raccogliere i fondi necessari a realizzare il progetto, aveva lanciato una sottoscrizione pubblica per il suo finanziamento. A seguito della corruzione del mondo politico e giornalistico attuata per ottenere l’appoggio ad un progetto dai costi crescenti, la Compagnie fu messa in liquidazione giudiziaria mandando in rovina i sottoscrittori delle sue azioni.

[2] Dell’esistenza di questi francobolli fregiati dei versi di Rimbaud niente si può dire, ma tutto il poema gioca sul filo dell’invenzione poetica e dell’uso di una fantasia realistica, venata di verosimiglianza che lascia il lettore prima che incredulo affascinato dal fluire pacato e plausibile di flash e immagini.

[3] Ahasvero (o Assuero) è assimilabile alla figura dell’ebreo errante. D’altronde la stessa vicenda dello scandalo finanziario di Panama ebbe risvolti antisemiti.

[4] Nome di fantasia o gioco di carte Dourak (o Durak) ha radice nel russo Дурак : fr. abruti, crétin; it. idiota.

[5] Galveston (Texas) è la città più importante dell’omonima isola che si affaccia sul Golfo del Messico. Sede di un importante scalo commerciale già nella seconda metà dell’800, fu sconvolta nel 1900 da un potente uragano che causò migliaia di vittime. Non si hanno notizie di un uragano o di un ciclone del 1895, di cui Cendrars parla al capoverso successivo.

[6] Modern style, locuzione inglese che sta per «stile moderno», è un’espressione adoperata specialmente in Francia e in Belgio, per designare lo stile liberty.

[7] L’aurochs (in it. Uro) è un toro selvatico di una razza che abitava l’Europa, oggi estinta.

[8] Diverrà libro nel 1924, L’Or. La marveilleuse histoire du general Johann August Suter.

[9] Il Feuille d’avis de Neuchâtel, fondato nel 1738 nel cantone di Neuchâtel dove era nato Cendrars, era la più antica pubblicazione di un giornale di lingua francese in Svizzera.

[10] Mr Junod fa pensare a un altro svizzero, il capitano Edouard Junod che, nel medesimo giorno (28 settembre 1915) in cui il caporale Sauser, non ancora Blaise Cendrars, perde il braccio destro in un combattimento, cadrà sotto il fuoco tedesco. Ma mentre Cendrars si arruola volontario nell’agosto 1914, due mesi dopo la stesura del Panama, Edouard Junod era già un mercenario nella vecchia tradizione militare svizzera e ha già operato con la Légion in Marocco, nel Tonchino e nel Madagascar.

[11] Il piroscafo Volturno viaggiò sulla rotta Rotterdam-Halifax-New York fino ad ottobre del 1913 quando fu distrutto dal fuoco in pieno Atlantico. Al salvataggio dei naufraghi partecipò anche l’Uranium Steamship Co. di cui si fa cenno più avanti.

[12] Sir William Robert Robertson (1860 –1933) fu un ufficiale dell’Esercito Britannico, Chief of the Imperial General Staff dal 1916 al 1918 durante la 1a Guerra Mondiale. Con l’inizio della Seconda guerra del Boer, il 15 gennaio 1900 Robertson fu nominato Deputy Assistant Adjutant-General di Frederick Roberts, e fu presente a varie battaglie, ma non era ancora Generale, grado cui fu promosso solo nel 1916. L’episodio della sua morte in mare cui fa riferimento Cendrars è fantasia poetica, in quanto Robertson morì nel febbraio 1933 a seguito di una trombosi.

[13] Il fiume Tougéla (o Thukela) percorre per 520 chilometri il Sud Africa e si getta nell’Oceano Indiano.

[14] La steganografia, dal greco steganòs (coperto), è un procedimento tecnico che punta alla “copertura” del messaggio principale mantenendo nascosta l’esistenza di dati a chi non conosce la chiave atta ad estrarli. Al contrario, la crittografia ha lo scopo di non rendere accessibili i dati nascosti a chi non ne conosce la chiave.

[15] Sul rapporto di Cendrars con Gourmont si veda David Martens, «D’un Gourmont l’autre. Le premier des masques de Blaise Cendrars», in «Fabula-LhT» n° 4 , marzo 2008.

[16] Lett. filagora o sedicina, termini non corrispondenti in italiano ma che entrambi indicano una piccola corda, l’una nell’utilizzo militare, come corda che strozza la cartuccia dell’esplosivo, e l’altra ad uso comune per legare i pacchi.

[17] Si tratta dei tre giovani giudei che insieme a Daniele furono scelti tra i sapienti del palazzo del re Nabucodonosor. Quando il re richiese l’interpretazione di un suo sogno, non uccise i sapienti di corte incapaci di spiegare il sogno proprio perché Daniele con l’aiuto di Dio ne dette spiegazione. Ma quando Nabucodonosor costruì una statua d’oro di dimensioni gigantesche e chiese ai sudditi di venerarla, Anania, Mizael e Azaria si rifiutarono. Comandato che fossero bruciati vivi in una fornace ardente, Dio li preservò dal fuoco costringendo il re a riconoscere la superiorità del Dio dei Giudei (Dan 1-3).

[18] Compagnia di trasporti commerciali americana.

[19] Ci si riferisce alla maledizione di Giacobbe in punto di morte proferita verso i figli Simeone e Levi, che avevano ucciso i Sichemiti per vendicare lo stupro della sorella Dina (Gn 49, 5-7).

[20] Si tratta di una serie di raccolte, le più varie, di storie e leggende. La Vita dei Santi, Das Nachtbüchlein von Schumann, Cymballum mundi, trattato polemico in quattro dialoghi dove l’autore, Bonaveture Despériers (1498-1544) nega il fondamento di ogni religione positiva precorrendo le posizioni del libero pensiero. La tariffa delle Puttane di Venezia, Navigation de Jean Struys, Shalom Aleichem, ; Le crocodile de Saint-Martin, poema allegorico scritto nel 1794 da Louis-Claude de Saint-Martin (1743-1803), illuminista detto le Philosophe Inconnu, che abbracciò le dottrine mistiche del Böhme proponendosi di conciliare il cattolicesimo con la tradizione esoterica.

[21] Paul Gavarni, pseudonimo Sulpice-Guillaume Chevalier (Parigi 1804 – ivi 1866), fu un disegnatore e litografo. Tra le altre opere aveva illustrato l’Ebreo Errante di Eugène Süe, per il quale si veda il riferimento a Ahasvero (nota 3). Nel 1860 Gavarni aveva abbandonato il disegno e si era dedicato alla matematica.

[22] Aspinwall nome dato alla città di Colon, nel territorio di Panama, durante i lavori di scavo del canale.

[23] Altra compagnia di navigazione marittima.

Traduzione di Paola Bevilacqua:

Blaise Cendrars, Poésies complètes : 1912-1924, Du monde entier : suivi de 19 poèmes élastiques, La guerre au Luxembourg, Sonnets dénaturés, Poèmes nègres, Documentaires ; préface de Paul Morand ; Paris : Gallimard, 1967 ; Collezione · Poésie

Appendice

JOHN DOS PASSOS
Omero della transiberiana

All’Esposizione universale di Parigi del 1900 – ma forse questo è solo un sogno, forse l’ho sentito raccontare da qualcuno; no, deve essere successo veramente – da qualche parte tra la torre Eiffel e il Trocadero c’era una lunga rimessa. In quella rimessa c’era una Transiberiana nuova di zecca, locomotiva, tender, carrozza bagagli, vagoni letto, carrozza ristorante. La rimessa era buia come una stazione. Saliti dei gradini di legno ci si ritrovava in un enorme vagone verniciato di scuro. Era terribile. Il treno stava per partire. Percorrendo il corridoio dietro il fruscio dei vestiti, quel profumo di nuovo faceva venire la pelle d’oca. Il treno odorava di gomma nuova, di giocattoli appena comprati, di qualcosa di verniciato, lubrificato e ronzante. I piccoli letti erano pronti, c’erano specchi, lavabi scintillanti, una vasca. Il fischio della locomotiva. No, niente paura. Guarda dal finestrino. Ci stiamo muovendo. No, è un’immagine fuori che si sta muove, case che scorrono, colline azzurro-verdognole. Gli Urali. Qualcuno mi snocciola nomi nell’orecchio. Lago Bajkal. Irkutsk. Siberia. Yangtze, Mongolia, pagode, Pechino. Fiumi che serpeggiano fra le colline azzurro-verdognole e quell’odore elettrico vicino a qualcosa di verniciato, lubrificato e ronzante che si muove imponente, gente nelle barche, nelle giunche, il Mar Giallo, le pagode, Pechino.
E il ragazzo dell’ascensore ha detto che i treni della metropolitana non si fermano mai, si sale e si scende mentre sono in corsa, e sulla Grande Roue e in cima alla torre Eiffel mostravano lanterne magiche e immagini al cinematografo… ma doveva essere stato molti anni dopo perché io avevo paura di salirci.
Mi sono spesso chiesto di tutti gli altri che nei primi anni del secolo si facevano prendere un biglietto per quella Transiberiana immobile, la cui infanzia era stata ossessionata da Ventimila leghe e sportsmen e globtrottairs di Jules Verne (sempre che il ghiaccio del lago Bajkal tenga) e il Gordon cinese che farfuglia le sue ultime parole sul telegrafo a Khartoum, e Carlotta tornata impazzita dal Messico che a Terveuren dà fuoco a un palazzo pieno di curiosità congolesi, feticci di capelli umani, idoli itifallici dai denti di conchiglia e con le mani sui fianchi, esemplari di gomma grezza nei barattoli; e quei magnati con i panama in testa, impestati di menta e di bourbon invecchiato, scarrozzati lentamente nelle auto private lungo le nuove linee oltre il Rio Grande, a sparare dalle piattaforme posteriori agli asini, ai cani della prateria e alle occasionali bande di motociclisti, e la Twentieth Century e i ristoranti di Harvey e Buffalo Bill e gli indiani sulla scena, i piroscafi che sfrecciano verso Bishop’s Rock e le immagini delle locomotive più moderne del mondo sui pacchetti delle sigarette. Ah, Thomas Cook & Son, ecco chi porta l’acqua al vostro mulino. Impiegati in uniforme sono all’arrivo dei treni principali. Adesso che Peary e Amudsen hanno messo il tappo da una parte e l’altra del mondo, ora che c’è un bar americano a Baghdad, che il Gran Lama del Tibet ascolta Paul Whiteman suonare il Danubio blu, che le cingolette Citroën scoppiettano su e giù per le strade polverose di Timbuctù, per i Rover Boys non resta altro posto che gli alberghi Statler e le crociere intorno al mondo della Dollar Line (dormite tutte le sere nel vostro letto di ottone).
Questa Transiberiana ferma da cui si vede il panorama dell’Asia scorrere ogni ora era l’ultimo vestigio dell’epoca omerica del viaggio su rotaia. È giunto ora il momento degli inni e dei cataloghi delle navi. Sono finiti i tempi ascia, scure e traverse di legno, i tempi delle grandi odissee. I nomi leggendari che, tenebrosi e roboanti, eccitavano la nostra immaginazione infantile non sono che nomi di stazioni a piccoli caratteri nell’orario dei treni. Eppure… O forse è solo il mito che ci ronza nell’intorpidito cervello che guarda al passato?
Se ne ricava mai niente dal continuo trascinare una valigia rotta da un porto a una stazione e da una stazione a un porto? A detta dei saggi, è un’assurdità. Nei paesi dell’Islam sanno che è una follia.
Nei paesi dell’Islam sanno che è una follia, ma hanno un nostalgico rispetto per la follia. Proprio oggi mi è stato offerto il pranzo a base di stufato di manzo con olive e arance amare, cuscus e focacce, sette bicchieri di tè e una pipa di kif, da quell’uomo incredibilmente brutto e strabico da un occhio e la faccia da tartaruga alligatore che si aggira per i suk e compra tutte le pelli di volpe, in compagnia del suo amico sarto, un individuo allegro e filosofo come il sarto delle Mille e una notte, tutto perché sono stato a Baghdad, nel luogo di sepoltura di nostro signore Sidi Ab del Kader el Djilani (a questo punto c’è il bacio della mano e si mormora qualcosa sulla pace e la benedizione di Dio) e per loro persino un kafir di passaggio davanti alla tomba può essersi portato via un soffio di santità del murabit. Un pellegrino ha dunque ai loro occhi una certa importanza.
Magari hanno ragione loro, ma è assai probabile che questa mania dei trasporti – piroscafi, treni, autobus, muli, cammelli – è solo una variante perversa e complicata del kif, un vizio contratto nell’infanzia, buono solo a deliziare uno psicoanalista che classifica manie. Come per tutte le droghe, bisogna costantemente aumentare la dose. Un pensiero rassicurante: mentre il nostro corpo è sottoposto al supplizio di ciò che Blaise Cendrars chiama la gabbia dei meridiani, forse la nostra anima siede buona nel treno immobile, nella Transiberiana verniciata di scuro e dall’odore di nuovo, a guardare il panorama di fiumi e mari e montagne che scorre all’infinito.

È ora il momento per gli inni omerici delle ferrovie. Blaise Cendrars ne ha già scritti alcuni in un francese salace, sonoro e diretto come lo sferragliare dei grandi treno espresso. Carl Sandburg ne ha scritti un paio. Cercherò di citare qualche frammento inadeguatamente tradotto di Prose du Transibérien et de la Petite Jeanne de France. Sembra molto appropriato in questa stanza d’albergo con i suoi mobili di pino verniciato, l’orinale blu e le tende sbiadite e divorate dalla polvere. Sotto il balcone ci sono degli alberi di cui non conosco il nome, le rotaie vuote di uno scartamento ridotto, una strada trafficata dai camion. Piove. Un rospo gracida nei cespugli. Mentre le vecchie e clamorose locomotive vengono demolite una a una, i creatori dei miti sono all’opera. Un giorno, come gli dèi erranti di Omero, saranno annoverate nella luce rosa di un pacifico Olimpo. Ecco l’inno della Transiberiana:

A quel tempo non ero che un ragazzo
Sedici anni, ma già dimentico dell’infanzia
A sedicimila leghe dal luogo di nascita
Ero a Mosca, nella città dei mille e tre campanili e sette stazioni
Ma le sette stazioni e i mille e tre campanili non mi bastavano
Poiché così folle e ardente era la mia adolescenza
Che a volte il cuore bruciava come il tempio di Efeso, e a volte come la Piazza Rossa di Mosca
Al tramonto del sole.
E i miei occhi illuminavano antiche vie.
Ero già un pessimo poeta
Al punto di non saper arrivare mai all’ultima parola.
[…]
Ho trascorso l’infanzia nei giardini pensili di Babilonia
Ho marinato la scuola per vedere i treni partire alle stazioni
Basilea-Timbuctù
E ho giocato alle corse pure ad Auteuil e Longchamp
Parigi-New York
Ora ho fatto correre i treni da un capo all’altro della mia vita
Madrid-Stoccolma
E ho perso ogni scommessa
Non rimane che la Patagonia, la Patagonia alla mia immensa tristezza, la Patagonia e un viaggio nei mari del Sud.

Sono in viaggio
Sono sempre stato in viaggio
Sono in viaggio con la piccola Giovanna di Francia
Il treno fa un salto mortale e ricade sulle ruote
Il treno ricade sulle ruote
Il treno ricade sempre sulle ruote.

«Dimmi, Blaise, manca molto a Montmartre?».

Siamo lontani, Giovanna, sette giorni di treno
Siamo lontani da Montmartre, dalla collina che ti ha allevata, dal Sacro Cuore a cui ti stringevi
Parigi è scomparsa in una vampa enorme nel cielo
Non restano altro che ceneri a non finire
La pioggia che cade
Le nuvole che si gonfiano
E la Siberia che gira
La densa coltre di neve che aumenta.
Il tintinnio folle, estremo desiderio dei campanelli delle slitte nell’aria livida
Il treno che palpita nel cuore dei plumbei orizzonti
E il tuo dolore che sogghigna…

«Dimmi, Blaise, manca molto a Montmartre?».

Le inquietudini
Dimentica le inquietudini
Tutte le stazioni crepate, trasversali alla rotta
I fili del telegrafo a cui stanno sospese
Le smorfie dei pali che gesticolano e le strozzano
Il mondo si stira, si allunga e si ritira come una fisarmonica tormentata da una sadica mano
Negli squarci del cielo, le locomotive folli
Fuggono
Nei buchi
Le ruote vertiginose le bocche le voci
E i cani del malaugurio che ci ringhiano alle calcagna.

E così via, ad accumulare ricordi di rumore metallico in corsa, di treni di sessanta locomotive a tutta velocità che scompaiono nella direzione di Port Arthur, di ospedali e puttane e mercanti di gioielli, ricordi del primo grande exploit del XX secolo visto attraverso vetri fuligginosi, battuto nella sua testa dal rombo irregolare della Transiberiana a grande scartamento. Corvi nel cielo, cadaveri ammassati nel panorama grandioso di fiumi, laghi, montagne nel crepuscolo verdognolo del capannone dell’Exposition Universelle.
Poi c’è Le Panama ou Les Aventures des mes Sept Oncles, sette zii scappati via, libro dedicato all’ultimo francese a Panama, il barista di Matachine, dove trovano la morte i cinesi, dove i lecci sono cresciuti tra le locomotive abbandonate, dove i resti dell’impresa di Lesseps sono marciti e arrugginiti e invasi di liane, tranne che l’ancora enorme nel bel mezzo della foresta marchiata con lo stemma di Luigi XV.

È anche il momento di leggere la storia del terremoto di Lisbona
Ma credo
Che il panico di Panama sia di più universale importanza
Perché ha messo scompiglio nella mia infanzia.
Avevo un bel libro illustrato
E per la prima volta vedevo
La balena
La grossa nuvola
Il tricheco
Il sole
Il grande tricheco
L’orso il leone lo scimpanzé il serpente a sonagli e la mosca
La mosca.
La terribile mosca
«Mamma, le mosche, le mosche e i tronchi degli alberi!».
«Dormi, bambino, dormi».
Assuero è un idiota
[…]
È il panico di Panama che ha fatto di me un poeta!
Stupefacente
Tutti quelli della mia generazione sono così
Giovani
Vittime di strani rimbalzi
Non giochiamo più con i mobili
Non giochiamo più con il vecchiume
Rompiamo sempre e ovunque le stoviglie
Ci imbarchiamo
Andiamo a caccia di balene
Uccidiamo trichechi
Abbiamo sempre paura della mosca tse-tse
Perché non amiamo dormire…

Che zii fantastici. Uno faceva il macellaio a Galveston, disperso durante il ciclone del 1895; uno faceva il cercatore d’oro nel Klondike; un altro diventò buddista e fu arrestato mentre cercava di far saltare in aria gli inglesi a Bombay; il quarto era cameriere personale di un generale durante la guerra boera; il quinto era un cordon bleu nei grandi alberghi; il numero sei scomparve in Patagonia con un mucchio di strumenti di precisione elettromagnetici; nessuno seppe mai le sorti del settimo zio.
Era stato il numero due a scrivere versi ispirati a de Musset e a leggere a San Francisco la storia del generale Sutter, l’uomo che aveva conquistato la California per gli Stati Uniti e che fu rovinato dalla scoperta dell’oro sulla sua piantagione. Questo zio sposò la donna che faceva il miglior pane nel raggio di mille chilometri quadrati e un giorno fu trovato con la testa trapassata da un proiettile. La zia scomparve. La zia si risposò. La zia è adesso la moglie di un ricco produttore di confetture.
In seguito, Blaise Cendrars ha scritto L’Or, la storia del generale Johann August Sutter, una narrazione che traccia la parabola più pura e più rapida di qualunque altra cosa abbia mai letto, una narrazione che affonda come un coltello nelle insulse stupidaggini di quasi tutta la prosa francese attuale, con i suoi guanti color limone e l’acqua di rose e l’acqua santa e l’affettazione cosmopolita del policier-gentlemen. Forse proprio perché è un vagabondo internazionale, contrariamente a quelli della scuola della Quai d’Orsay, Cendrars è riuscito a catturare il ritmo grandioso dell’America di settantacinque anni fa, di cui la nostra generazione comincia solo ora a creare i miti. (Se qualcuno è davvero stato qualcosa, lui è stato un grande scrittore, punto e basta). Ne L’Or infila l’assurdità tragica e turbolenta del 1849 in un razzo. È talmente veloce che bisogna leggerlo due volte per paura di essersi persi qualcosa.
Ma i sette zii. Un altro inno al trasporto che pervade tutta la sua opera, che cristallizza la tortura e la delizia di una generazione che ha avuto la mania del treno, del battello a vapore, dell’aereo.

Ho sete
Dannazione
Maledizione
Voglio leggere la «Feuille d’Avis de Neufchâtel» o il «Pamplona Courrier»,
In mezzo all’Atlantico ci si sente a casa come in una redazione
Giro e giro nei meridiani come uno scoiattolo in gabbia
Un attimo, c’è un russo con cui potrei parlare
Di dove andare
Non sa neppure dove lasciare il bagaglio.
A Leopoldville o a Sedjerah vicino Nazareth, da Mr. Junod e o dal mio vecchio amico Perl
In Congo in Bessarabia alle Samoa
Conosco tutti gli orari
Tutti i treni e le coincidenze
Quando arrivano e quando partono
Tutti i piroscafi tutte le tariffe tutte le imposte
Non fa differenza per me
Vivere di espedienti
Torno dall’America a bordo del Volturno, per trentacinque franchi da New York a Rotterdam.

Blaise Cendrars sembra aver fatto dell’America, degli Stati Uniti, la sua specialità, preferendo le regioni più felici del Sud e dell’Ovest alle colline devastate dalla Bibbia del New England. Ecco una poesia sul Mississippi, per il quale il Vecchio Kentucky deve aver fornito uno stuolo di alligatori, che va a completare degnamente questa superba collezione di incisioni antiche raffiguranti battelli a ruota che filano sull’acqua con un negro alla valvola di sicurezza.

In questo punto il fiume è quasi un grande lago
Un turbinio d’acque gialle e melmose tra le paludose sponde
Piante acquatiche che si fondono con acri di cotone
Qua e là appaiono città e villaggi a tappezzare il fondo di qualche piccola baia con le loro fabbriche con le alte ciminiere nere con i loro lunghi pontili aggettanti dai lunghi pontili sulle palizzate aggettanti lontano nell’acqua.

Afa opprimente
La campana a bordo annuncia il pranzo
I passeggeri sfoggiano completi a quadri cravatte chiassose gilè rutilanti come i cocktail incendiari e le salse corrosive
Cominciamo a vedere gli alligatori
Quelli giovani vivaci e vigili
Quelli grossi alla deriva con il dorso coperto di muschio verdastro
La vegetazione lussureggiante annuncia la vicinanza della zona tropicale
Bambù palme giganti liriodendri alloro cedri
Il fiume è raddoppiato in larghezza
È disseminato di isole galleggianti dalle quali all’arrivo della barca si solleva uno stormo di uccelli acquatici;
Piroscafi barche a vela chiatte ogni tipo di imbarcazione e immense zattere di tronchi
Un vapore giallo si sprigiona dalle acque troppo calde del fiume.
Adesso gli alligatori ci giocano intorno a centinaia
Si sente lo schiocco delle loro mascelle e si vedono bene i loro occhietti feroci
I passeggeri passano il tempo a sparare con i loro fucili
E quando uno bravo riesce ad ammazzarne o a ferirne mortalmente uno
I suoi simili si precipitano su di lui e lo sbranano
Ferocemente
Con gridolini che paiono i vagiti di un neonato.

In Kodak ci sono poesie su New York, l’Alaska, la Florida, la caccia al tacchino e all’anatra selvatica in una regione di betulle dalla parte di Winnipeg, una notte di nebbia a Vancouver, una giunca che scarica porcellane, nidi di rondine, germogli di bambù e zenzero in un porto del Pacifico, le stelle che si fondono come zucchero nel cielo di qualche isola incontrata sopravento dal capitano Cook, la caccia all’elefante in una giungla sotto lo scroscio di piogge torrenziali; e alla fine una lista di menù dove figurano iguane e tartarughe verdi, salmone del Fiume Rosso e pinne di squalo, maialini da latte alle banane fritte, aragosta al pimento, frutti dell’albero del pane, ostriche fritte e guaiava, tutto datato en voyage 1887-1923. Il 1887 doveva essere l’anno della sua nascita.
Dix-neuf Poèmes Elastiques, Parigi. Dopo tutto, Parigi, che ci piaccia o no, è stata finora il centro dei sommovimenti, è lì che il secolo si è costruito e poi è crollato. Da Parigi si è diffuso in tutte le direzioni una specie di esperanto delle arti che ha come marchio di fabbrica il termine «moderno». Blaise Cendrars è un parigino itinerante assai portato per questo e molti altri dialetti. È una sorta di sciamano che cerca di evocare le cose che sono i nostri dèi crudeli e vendicativi. Le turbine, i motori a tripla espansione, la dinamite, le bobine dell’alta tensione. Navigazione, velocità, volo annichilimento. Non è stato trovato ancora nessun rimedio sufficientemente forte; nella Parigi cubista hanno inventato dei feticci e dei gri-gri che molti trovano efficaci. Ecco la confessione di un enfant du siècle, parigino itinerante.

E così tutte le sere attraverso Parigi a piedi
Da Batignolles al Quartiere Latino come se traversassi le Ande
Sotto il fuoco delle nuove stelle più grandi e più spaventose
La Croce del Sud più prodigiosa a ogni passo che si compie nella sua direzione mentre emerge dall’antico mondo.
Sono l’uomo senza passato. Il moncherino solo mi duole, ho preso una camera d’albergo per restare solo con me stesso.
Ho un cesto di vimini nuovo che si riempie di manoscritti.
Non ho libri, né immagini, né cianfrusaglie estetiche
C’è un giornale vecchio sul tavolo.
Lavoro in una stanza spoglia dietro uno specchio polveroso,
I piedi nudi sulle mattonelle rosse, giocano con dei palloni e una trombetta giocattolo;
Lavoro alla FINE DEL MONDO.

Ho cominciato a scrivere questi appunti sul piccolo balcone assolato a Marrakech, davanti alla grande torre color cacao di Koutoubia, con i suoi fregi color pavone, sormontata da tre palle dorate, di dimensioni decrescenti; e oltre, la catena innevata dell’Atlante; termino a Mogador, in una via stretta di case bianche come latte cagliato dove risuona il rumore dei passi sul martellare perenne e distante delle onde. È l’ora della preghiera pomeridiana e la voce del muezzin fende il cielo come un lampo di ottone per annunciare che non esiste altro dio che Dio e che Maometto è il suo profeta; parto alle sei del mattino e non ho che ruote davanti e ruote di dietro. Oh Thomas Cook & Son, che facilitate i viaggi con lunghi nastri di biglietti tenuto in cartelline con l’elastico, quale incantesimo avete gettato sui figli di questo secolo? La malizia in quei nomi: Baghdad Bahn, dal Capo al Cairo, Transiberiana, Compagnie des Wagons Lits et des Grands Express Européens, Grand Trunk, Cristo delle Ande, Canale di Panama, giocattolo meccanico che i signori Roosevelt e Goethals sono riusciti a far funzionare quando tutti gli altri avevano fallito, un mucchio di guai per gli abitanti delle due Americhe bloccati tra le chiuse giganti. Le bandiere, i dollari e i viaggi di Cook fanno il giro del mondo per ritrovarsi di fronte a sé stessi al punto di partenza. Qui in Marocco li si vedono, a tutte le ore, sfruttare il minareto da dove per cinque volte al giorno il muezzin lancia la sua sfida superba all’universo multiplo.
Se non ci fossero così tanti dèi, dèi di latta, dèi d’acciaio, dèi di uranio e manganese, dèi viventi – ecco la signora Besant che allestisce un nuovo Gesù a Bombay, scrupolosamente istruito a Oxford per il suo rôle – dèi rossi di carestia e rivoluzione, vecchi dèi costretti nelle biblioteche, dèi di gesso colorato a imitazione del corallo a Miami, dèi che sputano petrolio a Tulsa, Oklahoma, anche noi potremmo sederci sui nostri tappeti di preghiera sotto il sole bianco e immutabile dell’Islam, che vuol dire rassegnazione. Il sole della nostra generazione è esploso in pustole, la sua luce infranta vacilla in strisce di colore incerto. Prendete il treno, ché in Florida la felicità si vende a ettari. Quindi siamo condannati ad attraversare i continenti, continuamente assordati dallo stridore delle ruote, dal rombo degli aeroplani, a sguazzare in tutti i mari con l’odore dell’olio caldo nelle narici e il pulsare dei motori nel sangue. Cosa ci guadagniamo da questa Babele, città su città, continente su continente, il mondo compresso e rimpicciolito, che, teso, rimbalza come una palla di domma nuova? La pace no di certo. Ecco perché in questa epoca di macchine giganti e di uomini dalla testa di bolide c’è bisogno di un po’ di musica. Abbiamo bisogno dei figli di Omero per andare nel mondo e dare a questo gran baccano un ritmo che ci renda meno spaventati.

Tratto da John Dos Passos, Orient Express (1927), ed. it. Donzelli editore, Roma 2011, p. 175-187

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