Johannes Urzidil / Josef Sudek ~ Giochi e lacrime

Josef Sudek, Praga, 1928

 

Ogni bambino aveva dei segreti soltanto suoi, poi ciascun gruppo aveva dei segreti nei confronti degli altri gruppi, e infine tutti insieme avevano dei segreti nei confronti degli adulti. Il mondo degli adulti era comunque sentito come un mondo ostile.

 

Giochi e lacrime

 

Nel giardino i bambini giocavano a « Inferno e Paradiso ». la serietà del gioco li assorbiva completamente. Con un pezzo di gesso avevano tracciato sul terreno nove caselle; prima una rettangolare, poi, sopra a questa, tre paia di caselle quadrate, quindi di nuovo una rettangolare che rappresentava l’Inferno, e da ultimo il Paradiso, in forma di semicerchio. All’adulto questo disegno poteva ricordare la pianta di una chiesa romanica, con l’atrio, la navata maggiore e l’emiciclo del coro. È probabile, del resto, che il gioco, col suo simbolismo religioso, avesse proprio quell’origine. I giocatori infatti dovevano progredire superando con fatica le prove delle varie caselle. Si saltava su una gamba sola, imponendosi quindi una volontaria limitazione e, contemporaneamente, bisognava spingere un sasso da una casella all’altra, finché, dopo le sette fatiche terrene, o per propria colpa si finiva all’Inferno, oppure, con un felice dispendio di energia, si raggiungeva il Paradiso. Chi non resisteva su una gamba sola o mandava il sasso in una casella sbagliata – il percorso era prestabilito con esattezza e contrassegnato da numeri progressivi – aveva perso e doveva ricominciare da capo. Chi invece finiva all’Inferno doveva uscire dal gioco, almeno per qualche giro.

Quel giardino altro non era in realtà che un cortile erboso sul retro di una modesta casa di periferia, e i genitori di Adele lo avevano preso in affitto per lei e sua sorella, di tre anni più grande. Il bambino dell’appartamento a pianterreno aveva il permesso di giocare in quel cortile con Adele, e la ammirava molto perché quella bambina era per lui la vera padrona del giardino. Se voleva camminare sull’erba, ogni volta prima le lanciava un’occhiata. Ma anche vicino alla casa dirimpetto c’era un terreno non costruito, pieno di buche e grosse pietre. Lì il bambino giocava con altri amici, e il loro gioco preferito era « Ladri e pola »; quest’ultimo termine era un’abbreviazione di poliziotto. Al bambino piaceva di più fare il ladro che non il poliziotto. Naturalmente giocavano anche con le biglie o, al posto delle biglie, con grosse fave o anche con bottoni sottratti alla scatola del cucito che avevano in casa. C’era inoltre una specie di gioco politico, chiamato « Le nazionalità ». uno era italiano, l’altro tedesco, poi c’era il russo, l’austriaco, secondo i casi. Si metteva una palla in una piccola buca del terreno che per ragioni sconosciute era chiamata « zuppa ». Poi tutti i giocatori si disponevano in cerchio con le mani tese a una certa distanza, uguale per tutti, dalla palla. E il capo ordinava:

« Ora si presenti,
per la sua vendetta,
il giocatore… »

Seguiva una breve pausa, durante la quale tutti trattenevano il fiato in attesa della nazionalità che il capo avrebbe chiamato.

« Italiano! »

Di che cosa poi l’italiano, o chiunque altro di diversa nazionalità, dovesse vendicarsi non era chiaro. Eppure il gioco si basava proprio sul fatto che ci fosse sempre uno che doveva vendicarsi. L’italiano, dunque, afferrava svelto la palla, gli altri correvano mentre il capo contava fino a dieci, e bisognava arrivare il più lontano possibile. Poi l’italiano sceglieva il suo nemico, per esempio il francese, e cercava di colpirlo con la palla. Se ci riusciva la vittoria era sua, e diventava il capo per il giro successivo. Se invece lo mancava, giungeva l’ordine: « Il francese dà all’italiano il colpo di grazia! ». ricevuto il colpo di grazia – un tiro particolarmente violento – l’italiano veniva escluso dal giro successivo. Se anche questo colpo andava a vuoto, si ricominciava da capo. In questo gioco c’era il nemico, la guerra, la vendetta, e anche una sorta di diritto internazionale. Naturalmente si giocava anche a rincorrersi, a nascondino, o magari a « Chi ha paura dell’uomo nero? ». Tutti gridavano : « Nessuno! » e poi correvano incontro all’uomo nero, che doveva acchiappare uno dei giocatori il quale, a sua volta, diventava l’uomo nero. Quando fuori pioveva, insieme alle bambine si giocava alla « Scuola » sui cinque gradini dell’ingresso della casa. La sorella maggiore di Adele faceva la maestra, aveva una bacchetta di bambù e la usava moltissimo.

Nel seminterrato della casa c’era il laboratorio di uno stuccatore che vi fabbricava oggetti di gesso ornamentali, foglie di acanto intrecciate, fusaiole, vasi bizzarri, maschere e teste placide o grottesche, ma anche figure intere che servivano a decorare le case. Spesso il bambino lo stava a guardare mentre lavorava. Le grandi figure semi vestite, che accennavano a cose sconosciute, lo interessavano moltissimo. Lo stuccatore fabbricava col gesso anche frutti artificiali che poi dipingeva con i loro colori, e busti di grandezza naturale che servivano a ornare i negozi dei parrucchieri. Una coppia di busti di questo genere, che rappresentavano uno zingaro e una zingara addirittura in versione policroma, si trovava di sopra, nel loro soggiorno. La zingara aveva monete di bronzo fra i capelli e nella bocca semiaperta il padre del bambino infilava ogni tanto un mozzicone di sigaretta. Le zingare fumano, diceva.

Una madre, il bambino non l’aveva più.

Il padre andava tutte le mattine in ufficio, il bambino alla stessa ora andava alla scuola vicino a casa. Per mezzogiorno la domestica, che nel frattempo aveva riordinato la casa, preparava il pranzo. Un pomeriggio sì e uno no il bambino andava a prendere il padre all’uscita dall’ufficio. Poi, qualche volta, facevano una passeggiata lungo il viale del parco, e dal bordo del laghetto davano da mangiare ai cigni i resti delle ciambelle che il padre comperava da una vecchietta, che vendeva anche caramelle e noccioline. Altre volte andavano a passeggio per la città e arrivavano fino al fiume. Non parlavano molto. Sul ponte, il bambino aveva il permesso di pagare lui il soldo del pedaggio. Abbastanza spesso il padre lo portava con sé alla birreria « Alla città di Mosca », dove aveva il suo tavolo abituale. Non si capiva bene perché mai la birreria si chiamasse « Alla città di Mosca »; l’origine di quel nome andava cercata probabilmente in qualche remota vicenda storica. Nella sala c’erano un busto di gesso di Napoleone e un’oleografia che rappresentava l’imperatore Bonaparte mentre attraversa un fiume ghiacciato, la Beresina probabilmente. Il proprietario del locale aveva un nome un po’ strano per un birraio, si chiamava Wasserreich.[1]

« Ah, oggi ha portato il suo principino » diceva l’ufficiale postale Hammerschlag, quando il padre entrava con il bambino. E con un cenno amichevole del capo aggiungeva : « Guarda un po’ com’è ancora cresciuto il piccolo Boris ». Il bambino, va da sé, non si chiamava Boris, semplicemente l’ufficiale postale si era messo in mente di chiamarlo così perché era nato nello stesso giorno del re Boris di Bulgaria.

Al tavolo dei clienti abituali sedeva anche il signor Gottstein, chiamato « il vecchio Gottstein » : in tasca aveva sempre qualche caramella di malto, e dicevano che tenesse in casa un dispositivo meccanico che gli permetteva di aprire la porta della sua stanza pur rimanendo a letto. Passava per un patito di ogni innovazione tecnica e stupiva continuamente i suoi amici con nuove invenzioni, la cui attrattiva principale consisteva nell’essere ripiegabili: per esempio un aggeggio per radersi composto di specchio, tazza del sapone e pennello, che si poteva ripiegare in modo tale da tenerlo comodamente nella tasca dei pantaloni. Il signor Gottstein aveva inoltre una grande barba alla cappuccina. C’era anche l’ingegnere navale in pensione Bandler, che ai suoi tempi aveva prestato servizio nella Marina imperiale a Pola (al bambino veniva sempre in mente il gioco di « Ladri e pola »). Egli usava ordinare con voce tonante dei piatti che passavano per italiani, per esempio « risotto con riso », come se temesse che gli portassero un risotto senza riso. Quest’uomo aveva un’altra abitudine curiosa: portava sempre con sé un sacchetto di parmigiano grattugiato con il quale insaporiva ogni cibo. Spargeva il parmigiano perfino sullo « Stehkäs », che era quanto meno pleonastico come il « risotto con riso ». Si chiamava « Stehkäs » [2] un triangolo di Emmenthal duro e pieno di buchi, tagliato in modo tale da poter stare in piedi sulla stretta crosta.

Poi c’era il barbuto portiere del palazzo del conte Nostitz. Il suo nome era Schulz. Però, per semplicità, veniva chiamato « signore di Nostitz ». Portava, divisa in due, un’ampia catena d’argento da orologio e, appeso a questa a mo’ di ciondolo, un cavallo pure d’argento su un piedistallo.

Ma il cliente più meraviglioso di tutti era, per il bambino, l’ispettore delle ferrovie Radler. Lo avvolgeva un caldo alone di romanticismo e, ogni volta che entrava, si aveva la sensazione che il vento delle savane americane fosse rimasto nascosto tra le pieghe del suo pastrano. Da giovane, per evitare il servizio militare sotto gli austriaci, il signor Radler era andato in Brasile. Nessuno ne parlava mai, ma tutti lo sapevano. In Brasile aveva girato gli altipiani e le sierre, aveva attraversato le foreste vergini facendosi strada con l’ascia, aveva pernottato nelle capanne di indios malfidi e vissuto memorabili avventure con cani selvatici, scimmie urlatrici, castori, ragni tropicali e pappagalli. Una volta era venuto a « La città di Mosca » con due colibrì imbalsamati, non più grandi di una libellula, dai colori metallici che splendevano come l’arcobaleno. Aveva lavorato come facchino, vestitore di cadaveri e cameriere, esibiva cicatrici che si era procurato in scontri pericolosi e aveva tatuate sul braccio due frecce incrociate ed un arco. Il signor Gottstein diceva in confidenza che quello era un segno dei framassoni americani e sosteneva inoltre che i colibrì di cui si è detto si potevano comperare nel negozio Stanek sulla Ferdinadstrasse. Comunque, vere o inventate che fossero le avventure dell’ispettore Radler, egli appariva al bambino come la prova vivente dell’esistenza dell’America. Fino ad allora tutto ciò che si diceva dei paesi lontani gli era sembrato dubbio, il prodotto di una segreta intesa tra gli adulti, che erano certo in combutta coi commercianti di carte geografiche e di mappamondi. Ora però c’era il signor Radler, ispettore delle ferrovie e collega di suo padre, un uomo obiettivo e degno di fiducia, con cicatrici e tatuaggio, che da anni e anni sovraintendeva al traffico ferroviario locale Neuhaus-Neubistritz e Kolin-Tschertschan, e raccontava di praterie sconfinate, di mandrie di bufali e cavalli selvaggi, di indiani Omagua che si adornavano di penne, e di meticci con gli occhi sfavillanti.

Se, dopo aver vuotato vari boccali di birra, avanzava ancora un po’ di tempo, i signori della tavolata solevano passare all’analisi della politica estera. Questo tema al bambino non interessava per niente. Attraverso la porta oscillante sgattaiolava in cucina, dove di solito già si trovava la signora Wasserreich con la figlia, una biondina dalla pelle bianchissima e gli occhi chiari che lavorava nella compagnia d’operetta della città e aveva un promettente avvenire. Nel frattempo i signori in sala erano arrivati al punto di commentare per mezzo del canto le loro considerazioni sulla politica estera, per esempio con la seguente filastrocca:

« Un sovrano già da un pezzo
van cercando in Bulgaria,
ma quel posto è di gran prezzo
e dà scarsa garanzia ».

 

Josef Sudek, Vicar’s Lane, Praga

 

I bambini erano seduti nell’angolo del giardino, nella cosiddetta « tana ». La « tana » era nascosta dietro a un cespuglio, tra due sporgenze del muro sulle quali poggiava un assito; in questo modo nessuno li vedeva e riuscivano perfino a proteggersi dalla pioggia. Nella « tana » c’era una buona scorta di vecchi barattoli, di pezzi di stoffa, di assicelle e di vari altri oggetti importanti per la vita dei bambini. La « tana » aveva qualcosa di misterioso, come la dimora di Robinson sull’isola. Ogni bambino aveva dei segreti soltanto suoi, poi ciascun gruppo aveva dei segreti nei confronti degli altri gruppi, e infine tutti insieme avevano dei segreti nei confronti degli adulti. Il mondo degli adulti era comunque sentito come un mondo ostile.

« Domani arriva mio zio, » disse Adele ad un tratto « resta qui una settimana e poi mi porta con sé a Vienna per vedere l’Imperatore ». Aveva detto così, come se nulla fosse più naturale che andare a Vienna per vedere l’Imperatore, quasi si potesse trovarlo in un baraccone.

Il bambino aveva avuto diversi occasioni di vedere il ritratto dell’Imperatore. Ad esempio nella casa di campagna, sulle illustrazioni dei calendari dei contadini: « L’Imperatore Francesco Giuseppe sotto una gragnola di pallottole durante la battaglia di Santa Lucia ». Dappertutto, sul campo di battaglia, si vedevano morti, moribondi, soldati che sparavano, e cannoni spezzati, cavalli stramazzati, granate che scoppiavano in aria, ma in mezzo a tutto questo l’Imperatore cavalcava col braccio teso sul suo bianco destriero che si impennava audacemente. Dal quadro in verità non si capivano bene i motivi di quello che stava accadendo, ma il tutto era lo stesso molto impressionante. E ancora: « L’Imperatore Francesco Giuseppe in Ungheria durante l’inondazione ». L’Imperatore stava eretto su una zattera malsicura, in mezzo a onde tumultuose, mentre diverse persone mezzo affogate nel fango sembravano salutarlo con entusiasmo. Si scorgevano sullo sfondo case scoperchiate, piante sradicate e suppellettili che galleggiavano sull’acqua. Era un quadro bellissimo sul settimanale « Das interessante Blatt » il bambino aveva potuto ammirare anche un’altra illustrazione : « L’Imperatore va a caccia di camosci a Ischl ». L’Imperatore si trovava in alto, su un’altura rocciosa tra i boschi, in costume alpino e con la carabina in spalla, e guardava coi suoi occhi penetranti un picco lontano sul quale si scorgeva un grazioso branco di camosci del tutto ignari del pericolo che li sovrastava. Inoltre il bambino conosceva un importante detto dell’Imperatore. Nella birreria « Alla città di Mosca » era esposta una targa con la seguente scritta:

« Birreria cittadina di Leitmeritz!
Sua Maestà apostolica imperial-regia,
durante la sua visita alla Birreria cittadina
di Leitmeritz, ha avuto la compiacenza
di dichiarare: La vostra birra è ottima ».

L’ispettore Radler, comunque, non aveva una gran stima dell’Imperatore, in quanto egli non aveva voluto farsi incoronare re di Boemia.

In fondo il bambino ammirava e invidiava Adele, perché tra poco avrebbe visto l’Imperatore, magari nell’uniforme di feldmaresciallo col pennacchio verde. La generale che veniva suonata dal corno all’inizio delle parate imperiali, lui l’aveva già sentita fischiettare da suo padre: « Trallalera-trallallà-trallallera-trallallà ». Ora la canticchiò ad Adele. Ma volendo vantarsi con lei delle proprie conoscenze, aggiunse: « Sarà, ma la ruota gigante e il campanile di Santo Stefano sono molto più belli ». Poi tirò fuori dalle tasche alcune inserzioni ritagliate dalle « Immagini di Vienna », come ad esempio: « Io, Anna Czillag, con i miei capelli alla Loreley lunghi ben centosessantacinque centimetri »; oppure « Chi ha la mente lucida usa soltanto il lievito in polvere del dottor Oetker »; o ancora: « Tre parole. Altvater-Gessler-Jägerndorf ». Le ragazzine si misero a discutere su com’erano i capelli alla Loreley.

Con l’arrivo dello zio, Adele scomparve dal giardino, e così al bambino passò la voglia di andarci a giocare. Cercava di incontrarla nell’atrio, oppure molte volte, dal terreno non costruito, guardava a lungo le finestre del secondo piano Talora si affacciava la sorella, ma alla domanda del bambino rispondeva sempre: « Adele è uscita con lo zio », oppure: « Adele sta giocando con lo io ». Certamente lo zio prendeva Adele sulle ginocchia o le passava la mano tra i grandi riccioli. E Dio sa quali storie le raccontava, probabilmente quasi tutte erano inventate di sana pianta. Il bambino passava ore intere a immaginare in che modo potesse mettere in ridicolo questo zio o giocargli qualche brutto tiro. Ma lo zio rimase sempre irraggiungibile, anzi il bambino non riuscì a vederlo in faccia neppure una volta.

 

Josef Sudek, Still life, 1952

 

L’ispettore Radler raccontò: « Come ho fatto a ritornare? Beh, è una storia curiosa. Eravamo alla fine degli anni Settanta. Risalivamo il Rio delle Amazzoni con un battello a vapore. C’erano foreste vergini, a volte anche praterie e corsi d’acqua che alla foce prendevano un colore verde-azzurro. Di giorno si vedevano uccelli rari, are e cappellacce. Si incontravano scimmie con la coda prensile, e anche coccodrilli. Dai boschi giungeva il profumo dell’alloro. Dagli alberi giganteschi o dalle pareti dei dirupi pendevano per metri e metri le liane, spesso fino alla superficie dell’acqua, ricoperta da fitti grappoli di fiori sui quali saltellavano gli uistitì ».

« Non è vero niente. Gli animali che dice lei non esistono » disse ammiccando il vecchio Gottstein. « Lei sta inventando tutte queste storie basandosi sulla Vita degli animali di Brehm e sui romanzi di Gerstäcker ».

Questo commento così privo di tatto Radler fece finta di non averlo udito. « Per giornate intere del nostro viaggio » proseguì « passavamo davanti a terreni dissodati dove c’erano le grandi piantagioni. A volte attraccavamo per procurarci le cose più necessarie, accamparci per la notte o prendere le ordinazioni. Ogni fattoria aveva un nome indicato da grandi targhe sulla riva: “Estremadura”, “Bianca” e simili, secondo i gusti del proprietario. Avevo intenzione di cercar lavoro in qualche località lungo il fiume, di guadagnare del denaro e, se possibile, di non tornare mai più in Europa. Prestavo servizio sul battello, trasportavo gomene, botti e carbone, spazzavo il ponte, pescavo pesci, aiutavo in cucina. Si impara a fare di tutto in quei paesi.

« Un mattino ci avvicinammo a una fattoria che si ergeva serena e invitante sotto grandi alberi. Sul cartello vicino al molo si leggeva a lettere cubitali la parola “Bohemia”. Pregai il comandante di attraccare, perché speravo di poter parlare con qualcuno del mio paese. Ma lui non ne volle sapere. Vidi da lontano, sotto gli alberi, una donna con dei bambini. Vidi la casa ridente e la targa con la scritta “Bohemia” dileguare poco a poco. Quella notte rimasi steso sul ponte a guardare le stelle di quel cielo straniero. Sognai i nostri boschi di abeti, i paesi con i piccoli stagni nel mezzo, i tigli intorno alla chiesa del villaggio, il ponte Carlo con le sue torri e le sue statue… »

« E l’arrosto di maiale coi crauti e gli gnocchi di pane » interloquì il signor Gottstein.

« Se fosse stato in quei luoghi, la tristezza sarebbe venuta anche a lei » disse il signor Radler. « Lei non immagine neppure che cosa un uomo può provare di fronte a una parola inattesa. Stavo sdraiato su un tavolaccio del battello e piangevo. Tre giorni dopo, al ritorno, passammo nuovamente davanti a quella fattoria. Non si vedeva anima viva. Chiamai, ma nessuno rispose. Arrivati a Macapa, alla foce del fiume, mi fermai per un bel po’, adattandomi a ogni sorta di mestieri. Quando non avevo nulla da fare, fissavo lo specchio d’acqua per ore intere, e la parola “Bohemia” non mi usciva dalla mente. Infine, riuscii a trovar posto su una nave in rotta per l’Europa. Da Amburgo, rientrai direttamente in patria. Mi fecero fare dodici anni di servizio militare. Ma non lo rimpiango ».

Fu questo, più o meno, il racconto dell’ispettore Radler. Il bambino lo ammirava come si ammira un poeta, che non dice mai cose false, ma anzi, poetando, racconta la verità. Qualche tempo dopo, però, si ruppe la consuetudine di quelle tavolate. Uno dei clienti abituali, durante un alterco, aveva dato al signor Radler del « disertore ».

 

Josef Sudek, Finestra del mio studio c. 1940–54

 

Nella stanza c’era un grande pianoforte verticale color marrone, con due bracci mobili di ottone che reggevano delle candele a tortiglione rosse che nessuno però aveva mai acceso. Quando cominciava a farsi buio, infatti, il padre non suonava più secondo lo spartito, ma preferiva abbandonarsi alla libera improvvisazione. Il bambino, rannicchiato sulla poltrona in un angolo, ascoltava. Era uno dei passatempi preferiti. Ai suoi occhi il padre era un grande musicista, perché, oltre al pianoforte, era capace di suonare, altrettanto bene, il violino e il flauto (questo però il bambino lo sapeva solo per sentito dire, poiché in casa questi due strumenti non c’erano). Il nonno, che era stato maestro di scuola, suonava l’organo nella chiesa del suo villaggio fra i boschi: come organista era molto rinomato, e il padre amava raccontare delle grandi Messe e delle Passioni che il nonno aveva eseguito insieme con i suoi allievi. Egli stesso, poi, aveva preferito dedicarsi alla musica profana. Suonava tutto alla rinfusa: valzer, marce, la Sonata al chiaro di luna, la Preghiera della Vergine, la Figlia del reggimento, il Messia di Händel, la Marcia di Philippovich, la Rosellina selvatica, l’Ouverture del Tristano e O abitanti della valle dell’Eger siate uniti!. Al bambino piaceva soprattutto un arrangiamento della Dama Bianca, per il quale era stato anche composto un testo molto romantico, che gli rimase profondamente impresso:

« Vedete quel castello coi suoi merli
come s’erge superbo fino al cielo!
Vi dimora non veduta una fanciulla
che sul castello giorno e notte veglia.
Siate accorti, siate attenti:
la Dama Bianca può udire quel che dite,
la Dama Bianca vi vede come siete! »

Nella stanza, oltre il piano, c’era una mensola sulla quale si trovavano le opere scelte di Goethe, di Schiller e di Wieland, il Trombettiere di Säckingen di Scheffel, l’Enciclopedia Brockhaus in una vecchissima edizione ornata da incisioni, di cui però mancavano alcuni tomi, un libro utilissimo intitolato La donna come medico di famiglia, parecchi numeri della rivista « Per terra e per mare », del tempo della guerra franco-tedesca, le norme per la circolazione sulle ferrovie austriache, e inoltre un gran numero di volumi di matematica e di tecnica. Il padre, infatti, era ingegnere e inventore tecnico.

Nella sere d’inverno la casa si riempiva di un profumo di mele arrostite. Quella delle mele era una faccenda del tutto speciale. Ogni anno ne veniva ordinata una cassa intera in Tirolo. Arrivavano imballate nella paglia, le mele dalle gote gialle e rosse; quelle ammaccate o un po’ marce venivano scelte e allineate tra i doppi vetri della finestra per essere mangiate subito, mentre quelle intatte venivano conservate in cantina. Ma siccome ogni due giorni si trovava qualche nuova mela ammaccata che bisognava tirar fuori, alla fin fine, nonostante la grossa ordinazione, per tutto l’inverno non si riusciva a vedere una sola mela veramente perfetta. Di questa circostanza il ragazzo si accorse però soltanto in seguito, ripensandoci vari anni dopo. A quell’epoca anche le mele ammaccate erano squisite, specialmente se venivano arrostite sulla stufa di ferro.

Nell’angolo vicino al cassettone era appoggiato un vecchio fucile militare ad avancarica « Werndl », con la baionetta inastata. Il padre sosteneva che tenerlo lì era una specie di protezione contro i malandrini, benché ovviamente il fucile non fosse carico ed egli stesso avesse criticato più volte l’arretratezza di quel modello, che considerava responsabile della sconfitta degli austriaci nella guerra del 1866 contro i prussiani, i quali, con le armi a retrocarica e i fucili ad ago, avevano ottenuto a Königgrätz una facile vittoria. Da dove esattamente giungesse quel trofeo, il bambino non lo sapeva. Lì accanto c’era la spada da parata del bisnonno, che era stato il medico personale di una nobile famiglia in un paese dell’Austria occidentale. Lo spadino era molto elegante, con la lama triangolare finemente cesellata. Sula cassettone era appoggiato un coltello bosniaco con il manico di osso intarsiato ed un ricco fodero di ottone. Quando d’estate si andava in campagna, il padre usava questo coltello per cavare i funghi nel bosco, e ogni volta, per tagliare un ramo di nocciolo per sé e uno per il bambino. Il padre, che era cresciuto in campagna, aveva una grande confidenza con la natura e trasmetteva questo amore al figliolo, che fin dalla più tenera infanzia aveva imparato a riconoscere quasi tutti gli uccelli dal loro cinguettio, sapeva distinguere i minerali e conosceva le diverse piante, alcune perfino con il nome latino.

 

Josef Sudek, Unor meho atelieru (February from the window in my studio), 1948

 

Lo zio si fermò più a lungo del previsto. Comunque passò una settimana senza che il bambino vedesse Adele. Si appostava nell’ingresso e origliava alla porta per sentire se Adele stava scendendo le scale. Finalmente, una domenica pomeriggio, Adele comparve con suo zio. Il bambino ebbe un sussulto e uscì dalla porta come per caso. Adele aveva un’aria molto altezzosa e stava per proseguire limitandosi a un breve cenno del capo, quando lo zio, un uomo alto coi baffi neri, si fermò e chiese: « Chi è questo simpatico ragazzino? ». Adele disse: « È uno che gioca qualche volta con me ». questo « qualche volta » mortificò molto il bambino. Lo zio aveva una catena d’oro da orologio con un tallero di re Giorgio come ciondolo, ma anche il padre del bambino aveva un ciondolo simile, che anzi era incastonato. Ma quando lo zio di Adele disse: « Vuoi venire con noi al circo Sarrasani? » il bambino rispose pronto: « Sì ».

« Allora chiedi il permesso alla tua mamma » disse lo zio. « Ma non ce l’ha, » disse Adele « ha soltanto un padre ». Il bambino si vergognò di quel « soltanto », ma lo zio s’era un po’ spaventato, bussò dal padre e si mise d’accordo con lui per l’uscita.

Il circo era gremito di gente fino alla sommità. Un’orchestra suonava a più non posso dall’alto di un’impalcatura la Marcia di Castaldo e altri brani, con frequente impiego di strumenti a percussione. Dapprima si presentarono cinque puledrini neri, che subito si misero a trottare e danzare a tempo di musica. Seguirono dei cani bianchi in marsina rossa che si costruirono una casetta e scivolarono giù nel toboga. Quindi furono introdotti degli orsi, che pure si dimostrarono molto dotati per la musica e si misero a dondolare su e giù sull’asse di un’altalena. Poi fu allestita una vasca nel mezzo della pista, e vi comparvero delle foche che schiamazzando si misero a giocare a palla reggendo lunghi bastoni in bilico sul naso. fra un numero e l’altro arrivavano dei clown che si toglievano una dozzina di giacche, dei giocolieri che eseguivano esercizi acrobatici vertiginosi con un numero incalcolabile di piatti e, dopo le foche, un mago che dalle maniche della giacca fece uscire un’intera famiglia di conigli, tenne sospesa per aria una donna avvolta in un lenzuolo e alla fine tagliò in tre parti un uomo che stava dentro un cesto, dopodiché, però, lo stesso uomo ad un tratto riapparve tutto intero in alto sul trapezio, sventolando bandierine multicolori. Poi fu la volta di Isabella.

Isabella non era molto più grande di Adele. Ma quale portamento, che incedere stupendo! Con le braccia aperte entrò nella pista circolare, s’inchinò sorridendo in tutte le direzioni, con divina noncuranza gettò dietro di sé il mantello di seta d’oro orlato di piume di struzzo, sicché un inserviente dovette accorrere per raccoglierlo; ora indossava soltanto un costumino tutto ricoperto di smaglianti lustrini. Le braccia e le gambe erano nude, e al bambino tornarono in mente le statue che aveva visto dallo stuccatore. Ma poi, fattasi ad un tratto seria in volto, Isabella saltò sul trapezio, e di lì con movenze sempre più aggraziate, salì più in alto, sempre più in alto, fino alla sommità del tendone sotto la grande lampada ad arco, simile al colibrì che il bambino aveva visto dal signor Radler. Lassù rimase in equilibrio su una sola gamba, mentre l’altra si piegava all’indietro fino a raggiungere l’orecchio, quindi si tenne in equilibrio su una mano e volteggiò nell’aria in piroette sempre più veloci, per poi lasciarsi cadere inaspettatamente, con un piccolo grido, molti metri più sotto, sul trapezio, dove danzò al ritmo della musica che si era fatta lieve e carezzevole, e infine, fra gli applausi fragorosi del pubblico, terminò il suo volo planando sul tappeto, si voltò di nuovo da tutte le parti distribuendo baci con le mani, senza dimenticare di dir grazie con un cenno del capo all’inserviente il quale, con grande deferenza, la riavvolgeva nel suo piccolo mantello di seta dorata.

 

Josef Sudek, Le ultime rose, 1956

 

Dieci minuti prima dell’ultima ora di lezione, la campana squillò concitata per tutto l’edificio scolastico. Nelle aule ci fu subito un grande trambusto: i bambini si infilarono il cappotto e si misero in fila per due.

« Esercitazione antincendio » pensarono tutti. Ma chissà forse il fuoco c’era davvero. gli insegnanti, con espressione seria e compunta, badavano soprattutto a mantenere l’ordine. Era difficile decifrare dai loro volti se stessero recitando o meno. Che fosse una sorpresa anche per loro, e il fuoco questa volta ci fosse sul serio? Nei lunghi corridoi dov’erano appese le tavole di storia naturale e le carte geografiche i bambini procedevano con lentezza. Giunti al pianerottolo, dovettero fermarsi e aspettare che fossero passati gli alunni delle classi dei piani superiori. Tutti erano compresi dell’importanza di quel momento. Pochi parlavano. Si mescolavano sui loro volti paura e sicurezza. Altri erano convinti che le fiamme divampassero già alla sommità del tetto, anzi, nella loro voglia di avventura, si auguravano ardentemente che così fosse, La campana suonava a stormo senza tregua.

La fila degli alunni che scendevano a due a due dai piani superiori sembrava non avere più fine. Alcuni sostenevano di sentire che il calore si avvicinava sempre più. Altri credevano di sapere che l’incendio si era sviluppato nel laboratorio di fisica. SI sperava di poter presto assistere allo spettacolo dell’arrivo dei pompieri. I carri provvisti di idranti, scale e uomini con l’elmo di protezione avrebbero attraversato le strade a tutta velocità. Ogni pompiere ha in mano una fiaccola splendente. Il trombettiere suona lunghi e concitati allarmi. Finalmente anche l’ultima fila lasciò il corridoio. Pareva che il cuore danzasse giù per le scale, si credeva di sentirlo alle proprie spalle. Senza volerlo, i ragazzi si tenevano stretti per mano. ora uscivano sciamando dal largo portone. Si sciolsero le file e l’esercito degli scolari sbandò e si disperse.

Ecco la strada. Niente scale, però, né idranti né fiaccole, non si udiva una sola fanfara. Nient’altro che il consueto andirivieni pomeridiano. La scuola riposava, con le finestre vuote, annoiate. I maestri si dirigevano verso casa discorrendo tra loro a bassa voce.

E così anche questo era solo un inganno. Pensare che le fiamme avrebbero potuto scardinare le finestre, e dentro, nelle aule, avvolgere i banchi di legno, la cattedra e la lavagna con i suoi problemi di aritmetica non risolti! Chissà, magari avrebbero distrutto il registro di classe con tutte le note e i giudizi e, in molti casi, avrebbero anche lasciato il segno sul volto dei maestri più odiosi Per la strada il traffico si sarebbe bloccato, e solo molto tardi si sarebbe arrivati a casa, e al minaccioso cipiglio del padre la risposta sarebbe stata un gridi di trionfo: « L’incendio, l’incendio! ».

Ma era stata soltanto una prova, una prova senza fuoco. L’indomani bisognava portare a termine i problemi di aritmetica. Le facce dei maestri sarebbero state come sempre pallide e giallastre. Chissà se qualche volta gli incendi scoppiano davvero da qualche parte. Forse vengono sempre soltanto minacciati per via della disciplina, per stimolare il senso dell’ordine che è in grado di contrastare il fuoco. Comunque, se l’incendio scoppiasse davvero, così si diceva, nessuno si brucerebbe neppure un capello, purché si riuscisse a mantenere l’ordine e la calma.

Il bambino se ne andò scornato verso casa, facendo dondolare avanti e indietro la cartella. Lungo la strada si fermò per un poco davanti alle piccole cartolerie nelle cui vetrine erano esposti dei francobolli esotici. I francobolli d’oltreoceano, stampati a più colori, coi loro berretti frigi, le navi, e quegli strani paesaggi in miniatura lo riempivano di un desiderio struggente. Sull’ « America » da ue cent bruno-violetto vide Colombo nell’atto di posare il piede sul suolo di un Nuovo mondo. E sognò i viaggi del signor Radler sul Rio delle Amazzoni.

Esercitazione antincendio! sarà proprio così quando scoppia davvero un incendio? Quando il fuoco fa crollare le pareti dietro alle quali ha covato a lungo, quando avvolge le cose, e gli uomini stessi? Chi, allora, saprà mantenere l’ordine e imporre la calma? Bisognerà anche allora aspettare sul pianerottolo? Oppure si lancerà in avanti e si verrà assaliti dalle fiamme? Oppure anche quella non sarà la realtà, ma soltanto una prova?

 

Josef Sudek, Strada di Praga, 1928

 

Il circo aveva lasciato la città. Adele, incontrando sulle scale il bambino, così gli aveva detto: « Addio, domani vado a Vienna con lo zio per vedere l’Imperatore ». Ma tutto questo per il bambino non aveva molta importanza. Aveva in tasca la cartolina con il ritratto di Isabella, lo zio l’aveva comperata per lui per Adele durante l’intervallo. Isabella si gettava dall’alto trapezio come un angelo. il bambino tormentava il padre domandandogli di continuo dove si fosse trasferito il circo Sarrasani. Ma il padre a un certo punto disse: « Adesso del tuo circo ne ho proprio abbastanza ». Il bambino scese dallo stuccatore e si mise a guardare le statue. Poi andò sul terreno incolto, dove i ragazzi facevano volare gli aquiloni. Ogni giorno guardava il giornale nella speranza di scoprirvi dove si era fermato il circo. Andò fino all’Invalidenplatz, fuori città, dove c’era stato quella volta il circo. Vide dei ragazzi che giocavano al pallone. Fischiettava fra sé e sé la Marcia di Castaldo, ma a volte doveva concentrarsi a lungo per ricordarne la melodia.

Un giorno sentì che sulla piazza della chiesa di Karolinenthal ci sarebbe stata la sera una rappresentazione di funamboli. Supplicò il padre di portarcelo, tanto che alla fine questi lo accompagnò dopo le ore d’ufficio.

In alto, sulla corda, si muovevano avanti e indietro due ragazzini e due ragazzine che tenevano in mano lunghi bilancieri lievemente arcuati. Leggeri posavano i piedi sull’amata corda, della quale sembravano conoscere ogni particolarità, ogni capriccio. Erano convinti della benevolenza di quella corda e assolutamente certi che mai essa avrebbe ceduto, facendoli apparire ridicoli. La paura del ridicolo, a quell’altezza, è più forte della paura di rompersi l’osso del collo. Certo, sotto l corda era tesa la rete. Ma quando si cadeva sulla rete, per uscirne bisognava muoversi goffamente e a fatica, come sulle onde del mare, fino a raggiungere il palo e la scala di corda, e tutta la bellezza dell’esibizione se ne andava di colpo. I ragazzini e le ragazzine non guardavano in basso e neppure sorridevano. Comunque il loro sorriso non sarebbe giunto fino agli spettatori, si sarebbe perduto nell’aria. I loro occhi fissavano con serietà grandissima oltre il punto di mezzo del bilanciere, un punto in lontananza che conoscevano soltanto loro e mai avrebbero dovuto perdere. Tutto dipendeva da questo, tenere ben fisso quel punto. Dalla strada principale giungevano lo scampanellio dei tram e i clacson delle automobili.
« Ti sei divertito? ».
« Sì, babbo ».
« Cos’è allora che non va? ».
« Niente, babbo ».
« Hai voluto venirci tu in questo posto, e ora piangi ».

 

Josef Sudek, Memorie. Amanti III. Variazione, 1964

 

Un giorno dissero che Adele era ammalata, che aveva la febbre alta, che erano preoccupati. Era passato molto tempo dall’ultima volta che il bambino aveva giocato con lei. Intanto era trascorso l’autunno, il giardino era spoglio, anche sul terreno di fronte non si combinava gran che. Adele era tornata da Vienna con sua madre, ma dello zio non aveva raccontato molto, e l’Imperatore non l’aveva visto. Aveva raccontato soltanto della gabbia delle scimmie a Schönbrunn, dell’elefante Peter, della ruota gigante e dell’ottovolante. Avevano anche visto attraverso un grosso cannocchiale l’immenso pianeta Giove con le sue quattro grandi lune. Molto interessante da vedere, istruttivo e divertente. Ora Adele non teneva più i riccioli sciolti sulle spalle, ma raccolti sopra le orecchie in piccole crocchie a forma di lumaca. Il bambino si occupava sempre meno di Adele; ma ora, che era ammalata, cominciò a diventare inquieto. Non poteva salire da lei, per il pericolo del contagio, ma avrebbe voluto farle vedere i suoi francobolli e raccontarle dello spettacolo dei funamboli. Le mandava delle figure che aveva ritagliato dai giornali illustrati, e una volta anche un’arancia amara che gli aveva portato una zia di passaggio. Ma Adele non migliorò. La febbre non cessava e il padre del bambino diceva: « Non so cosa succede lassù alla piccola Adele. Dovranno portarla all’ospedale e farle un’operazione ».

Il bambino non aveva un’idea chiara di quel che significassero le parole « ospedale » e « operazione ». Ma suscitavano in lui paura e inquietudine. Sapeva cos’era andarsene per sempre. Conosceva il posto dove sua madre giaceva sotto terra. Una volta al mese, la domenica pomeriggio, andava a passeggio con suo padre fin là. Sul tumulo c’era un’aiuola, con violacciocche e viole del pensiero, e un grande cespuglio di lillà che faceva ombra. Qualche volta gli tornava alla mente la notte in cui suo padre lo aveva preso dal lettino con le sbarre e lo aveva portato in una stanza poco illuminata. E vedeva ancora il padre, le braccia appoggiate al pianoforte, il viso girato di là, verso la finestra, dietro la quale spuntava un mattino scialbo. Riusciva ancora a distinguere chiaramente alcuni oggetti che si trovavano in quella stanza: una grande poltrona vuota, un vaso di fiori, un tavolo con bottigliette e bicchieri. E sentiva una carezza sfiorargli la fronte.

Ora era solo in casa, perché il padre era uscito. Tutto era silenzio; anche dalla strada non veniva alcun rumore. Il bambino non era di quelli che hanno paura di star soli, neppure di sera. Era già capace di accendere da sé la lampada a petrolio. Le ombre e gli angoli bui non lo turbavano affatto. Si sedette davanti al tavolino sul quale erano appoggiati i libri di scuola e il gioco delle costruzioni, e si mise a pensare. Pensava ai giochi e alle vacanze estive, alla ‘tana’ in giardino, a un suo compagno che aveva già la bicicletta, e a come il mondo era bello e triste. Andò nell’anticamera e origliò alla porta che dava sul pianerottolo Di tanto in tanto si sentivano dei passi, e udì anche delle persone che parlavano. Ma non le conosceva.

 

Josef Sudek, Senza titolo, 1967

 

La madre e la sorella di Adele erano in piedi nell’anticamera vestite di nero, con gli occhi gonfi di lacrime, e non dicevano nulla. La madre si limitò a indicare con la mano una porta socchiusa. Il bambino si fece piccolo piccolo e scivolò nella stanza seguendo il padre. Il suo sguardo fu attratto dalle immaginette sacre, e non ebbe il coraggio di spingersi più in là. Alcune avevano una cornice di pizzo di carta delicatamente traforata, altre erano a colori e sovrimpresse in oro, altre ancora pressate in rilievo. Gesù vi era raffigurato in mezzo ai bambini. Era seduto, con la veste azzurra e rossa e un’aureola di raggi d’oro sopra i capelli inanellati, e i bambini sedevano attorno a lui, si chinavano verso di lui, gli tendevano le mani, alcuni si staccavano dalla madre per corrergli accanto. Sullo sfondo si profilavano morbide colline immerse nella luce del sole; nel mezzo scorreva un placido ruscello, e in lontananza, su un’altura, si scorgeva appena una piccola città. Su una strada avanzava una carovana, cammelli carichi e cammellieri che procedevano faticosamente senza curarsi di quello che succedeva intorno a loro. Il tutto era inquadrato da una cornice di linee azzurre finemente intrecciate, e l’immagine era appoggiata su un mazzo di roselline bianche, che, probabilmente, venivano dal fioraio dietro l’angolo, quello nella Balbingasse. Nella Balbingasse non c’era traffico e perciò si giocava bene a palla. Il bambino in quella strada aveva un amico il cui padre faceva il falegname. Ci andava spesso nel suo laboratorio, dove il pavimento era coperto di trucioli e segatura, e c’era odore di resina come in un bosco. Il padre aveva ordinato al falegname una scacchiera intarsiata e aveva già insegnato al bambino le regole fondamentali del gioco. Sulla scacchiera si poteva anche giocare a « dama » e sul rovescio a « filetto ». Era semplice e divertente, soprattutto se si riusciva a fare un doppio filetto. A cos’altro c’era ancora da pensare? A Isabella. No, a Isabella no. Che razza di nome era poi Isabella? Nessun’altra bambina si chiamava così. Sembrava un nome di fiore in latino. Anche Adele era esistita soltanto una volta. Adele esisteva soltanto una volta. Soltanto una volta. Una volta.

Il Paradiso è fatto di ripide pareti azzurre Entrarci è difficile. Si getta il sasso troppo vicino o troppo lontano, e si deve ricominciare da capo. Attraverso sette riquadri ci si spinge avanti, e spesso si sbaglia. E la terra? Mio Dio, la terra!

La terra non sta mai ferma. Le parti del mondo galleggiano fra le acque e in mezzo gironzolano tutte allegre ogni sorta di isole. I fiumi, avendo ben riflettuto sui propri declivi, scendono al mare. Sulle coste giacciono piantagioni con grandi alberi. Estremadura, Bianca, Bohemia, Isabella, Adele. La neve delle cime a volte è molto simile alle nuvole. Carovane di cammelli si snodano attraverso i deserti. Nelle oasi saltellano dervisci e zufolano incantatori di serpenti. Tra le palme scaturiscono sorgenti. Chi è un eroe strappa al califfo barba e denti, e per giunta conquista la principessa. Scacco matto!

Seguendo il corteo funebre attraversiamo la città, sulla quale aleggia la foschia azzurrognola del lavoro. Da una finestra gracchiano rauche le note di un grammofono.

« La morte è beatitudine… ».

La fossa è invasa dal profumo che ora, verso sera, mandano i cipressi. Campo x, settore 5, il numero ancora non c’è. Ora scendono leggere anche lacrime di pioggia. Noi pure ti consegniamo qualcosa dei rumori della sera, il fischio delle sirene delle fabbriche, il lontano scampanellio dei tram. Gli ultimi colori del mondo si specchiano ancora nelle lucide borchie della tua bara. E tutti si chinano sulla piccola fossa. Anch’io mi chino. « Sta’ attento, » sussurra il babbo « attento a non cadere ».

 

 

[1]Letteralmente: ricco d’acqua.

[2]Letteralmente: formaggio in piedi.

 

 

§

Johannes Urzidil, L’ amata perduta ; traduzione di Sergio Solmi, revisione di Renata Colorni e Vittoria Ruberl ; Milano : Adelphi, 1982 ; Collezione · Biblioteca Adelphi ; 124 ; Titolo uniforme · Die verlorene Geliebte. · Classificazione Dewey · 833.914 (20.) NARRATIVA TEDESCA. 1945-

§

 

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