Benedikt Livšic ~ «Quando Marinetti venne in Russia» (2)

Lo trovai vestito in modo bizzarro: già in smoking, la cravatta annodata, Marinetti stava in mezzo alla stanza con le sole mutande addosso ed esaminava tristemente i pantaloni che si erano scuciti nel punto critico.

 

Noi e l’Occidente (seconda parte)

4. Il giorno successivo alla prima conferenza di Marinetti, ci riunimmo da Kul’bin che aveva organizzato una cena in onore dell’ospite italiano. Eravamo una quindicina, ma solo quelli che parlavano più o meno correttamente il francese, presero parte alla conversazione a tavola. Chlebnikov volutamente non venne, e forse mi considerò un traditore, anche se in teoria ammetteva l’esistenza di pecore ospitali che non si erano rivestite delle trine del servilismo.

Marinetti si comportava con molto tatto, cercando di somigliare il meno possibile a una vedette in tournée. Aveva anche trovato il modo di ricordarsi esattamente diversi nomi russi, dimostrando così un minimo di cortesia verso il paese in cui era ospite, cautelandosi anche contro quelle gaffes comiche che Duhamel, in seguito, non sarebbe riuscito ad evitare quando mi intervistò sui poeti proletari come Gumilëv e Achmatova.

Con molto brio lesse due o tre brani del suo ultimo libro Zang-Tum-Tumb [1]che mostrava senza dubbio il suo dono del virtuoso dell’onomatopea. Mentre declamava, Kul’bin riuscì a fargli il ritratto: qualche linea dritta che rendeva in modo eccellente il carattere del suo volto.

Quando Nikolaj Ivanoviç, instancabile nelle ricerche e nelle operazioni matematiche, gli fece notare che le lettere iniziali del suo nome e cognome, Filippo Tommaso Marinetti, contenevano i suoni fondamentali della parola FuTurisMo, Marinetti a’illuminò. Gli sembrò un oroscopo decifrato. Da questo momento in poi, non scrisse più la parola “futurismo” senza sottolinearne le sue iniziali a lettere maiuscole.

I movimenti e i gesti di Marinetti si distinguevano per l’impetuosità e per l’ardore, ciò lo differenziava dalla massa, benché non si potesse riconoscere nella compagnia formatasi sul Maksimilianovskij una tipica esponente della San Pietroburgo equilibrata e posata. Lungi da me il sospettare un’affettazione artificiale nel nostro ospite: la sua sincerità mi sembrava fuori discussione, la sua esuberanza era priva di qualsiasi ombra di falsità…

Ma quell’atteggiamento era davvero espressione di un amore e di un odio autentici? La risposta alla domanda che mi ponevo era negativa. L’amore per l’avvenire e l’odio per il passato non erano per Marinetti semplici sentimenti umani, ma fenomeni analogici di attrazione reciproca e di repulsione fra elementi chimici: non a caso nelle sue declamazioni mi sembrava di avvertire il crepitio tipico delle reazioni chimiche. Ma i budetljani[2] dormivano con Puškin sotto il guanciale anche se talvolta lo defenestravano dal battello dell’epoca contemporanea!

 

David Burljuk, Donna futuristica dai tre occhi, 1910

 

Durante la cena mi avevano messo vicino a Marinetti. Il vino ci sciolse presto la lingua. Marinetti era già al corrente del volantino del giorno prima perché qualcuno glielo aveva tradotto e fu lui a parlarne per primo.

– Avete ragione in una cosa: il sangue non è acqua… non è facile passarci sopra. E poi è inutile! Ma noi abbiamo un nemico comune, il passatismo. Dobbiamo agire uniti…

– Il passatismo italiano e quello russo (da noi non possiamo usare questo termine se non in modo convenzionale) sono cose profondamente diverse… il peso del passato, vostra tragedia principale, da noi è quasi sconosciuto: esso è infatti direttamente proporzionale alla quantità di genio nazionale incarnato nelle opere d’arte. I vostri slogan perdono da noi tutto il loro mordente. In Russia non abbiamo avuto dei Michelangelo ma degli Opekušin, degli Antokol’skij, dei Trubeckoj; a chi possono dare fastidio? E inoltre, è davvero questa l’arte russa?

– E Puškin?

– Noi abbiamo Chlebnikov. Per la nostra generazione, egli rappresenta ciò che Puškin rappresentò l’inizio del XIX secolo, e Lomonosov per il XVIII…

Cercavo come potevo di spiegare al mio interlocutore ciò che la lingua e la poesia russa dovevano a Chlebnikov. Non riuscii comunque ad essere molto persuasivo perché Marinetti dichiarò a un tratto:

– No, la creazione delle parole non è tutto… noi, per esempio, abbiamo distrutto la sintassi!… adoperiamo il verbo solo all’infinito, abbiamo soppresso l’aggettivo, abbiamo fatto sparire i segni di interpunzione…

– La vostra combattività è improntata alla superficialità. Voi combattete separatamente le parti del discorso e non provate a penetrare al di là della superficie delle categorie etimologiche. Non volete rendervi conto che la proposizione grammaticale non è altro che la forma esteriore del ragionamento logico. Tutte le vostre frecce indirizzate verso la sintassi tradizionale superano il bersaglio. Nonostante le novità da voi introdotte, il nesso tra soggetto logico e predicato resta indistruttibile perché, dal punto di vista di quest’ultimo, è indifferente esprimere i termini del ragionamento logico con una piuttosto che con un’altra parte del discorso.

– Lei nega la possibilità di una demolizione della sintassi!

– Per niente. Noi affermiamo soltanto che con i mezzi ai quali voi, futuristi italiani, vi limitate, non si può arrivare a niente.

– Noi abbiamo posto avanti a tutto la dottrina dello zaum’ come base della poesia irrazionale – mi appoggiò Kul’bin seduto vicino a noi.

– Lo zaum’? – Marinetti non capiva. – E che sarebbe?

Lo spiegai.

– Ma è la stessa cosa delle mie parole in libertà! Conosce il mio manifesto tecnico della letteratura?

– Si capisce. Ma trovo che lei si contraddice da solo.

– E come? – si scaldò Marinetti.

– Con la sua stessa lettura!… quale scopo persegue le con l’ammucchiamento amorfo che chiama parole in libertà? Non è forse per ridurre al minimo, con il massimo disordine, il ruolo di intermediario svolto dal ragionamento? Fra il tracciato tipografico del suo Zang-Tum-Tumb e la sua pronuncia ad alta voce, c’è un abisso.

– Molti degli ascoltatori che hanno anche letto il libro per conto loro, mi hanno detto la stessa cosa.

– Ciò conferma quello che stavo per dirle… ha provato a rendersi conto di come si spiega la differenza fra la scrittura delle sue parole in libertà e la lettura che ne fa? Ho appena finito di ascoltare la sua declamazione e dentro di me pensavo: vale la pena distruggere, anche soltanto come fa lei, la proposizione tradizionale per poi ristabilirla di nuovo restituendole, con la suggestione dei gesti, della mimica, dell’intonazione, dell’onomatopea, il predicato logico che le era stato amputato?

– Ma lei sa bene che Boccioni scolpisce sempre lo stesso oggetto usando materiale diverso: marmo, legno, bronzo?

– Non è questo. Secondo me, un’opera d’arte è compiuta solo quando è chiusa in sé e non ha bisogno di ricorrere a qualcosa fuori di sé. La poesia è una cosa, la declamazione un’altra…

– La declamazione! – m’interruppe Marinetti. – Non si tratta di questo. Essa non è che uno stadio di transizione, un rimpiazzo temporaneo della sintassi; che, fino ad ora, ha fatto da interprete e da guida. Quando saremo arrivati ad introdurre nell’uso comune ciò che io chiamo “immaginazione senza fili”, quando sapremo rifiutare la prima serie di analogie, per limitarci solo alla seconda serie, in una parola, quando avremo posto le basi si una nuova concezione intuitiva del mondo in cui la ragione occuperà il posto che le è dovuto (posto più che modesto), allora non si parlerà nemmeno più di declamazione.

 

David Burljuk, Donna futuristica, 1911

 

– Bergson… – Kul’bin cercò di aprire la bocca.

– Bergson non c’entra per niente! Lei dunque non ha letto il mio Supplemento al manifesto tecnico della letteratura futurista[3]? – si stupiva Marinetti con aria offesa. – Dissociandomi da ogni influenza della filosofia bergsoniana vi ho evidenziato che, fin dal 1902, avevo preso come epigrafe per il mio poema la Conquista delle stelle, il passaggio del Colloquio di Monos e Una, in cui Poe, paragonando l’ispirazione poetica alla percezione della ragione, dà la preferenza assoluta all’ispirazione[4]. Perché – disse alzando la voce e innervosendosi – non si può pronunciare la parola “intuizione” senza vede spuntare immediatamente la figura di Bergson? Si potrebbe pensare che prima di lui non sia esistito al mondo che il razionalismo e nient’altro.

Non c’era tra noi nessun bergsoniano e lasciammo volentieri il nostro ospite a fare giustizia a modo suo di un fantasma onnipresente che gli era tanto più insopportabile in quanto non poteva dichiararsi suo avversario.

– L’intuizione! – continuava Marinetti scaldandosi. – Chi ha detto che tra l’intuizione e la percezione razionale si possa tracciare un limite netto? Io non l’ho mai affermato. Anzi, la relatività dei due ordini di percezione che si scambiano reciprocamente ad ogni passo è per me incontestabile. La poesia ideale, che al momento attuale possiamo soltanto sognare e che non sembra essere altro che una catena ininterrotta di “analogie di second’ordine”, sarà infatti del tutto irrazionale. Ma per questo bisogna ancora superare molte cose: eliminare dalla letteratura la psicologia e sostituirla con l’ossessione lirica della materia…

– Lei dice l’ossessione della materia! – Era il mio cavallo di battaglia – Ma, se questa non è una metafora poetica, lei deve riconoscere che sotto questo rapporto la priorità appartiene a noi, quelli che voi chiamate asiatici… Non basta la sola ossessione della materia. Per la sua trasformazione in opera d’arte, occorre innanzitutto l’esistenza del sentimento del materiale… ma è precisamente questo che manca in Occidente. l’Occidente non sente il materiale come sostanza organica dell’arte. Questo può essere confermato da decine di esempi. negli ultimi quarant’anni non c’è che l’imbarazzo della scelta.

– Però la liberazione della pittura, da voi in Russia, è cominciata sotto l’influenza dei francesi…

– Noi opponiamo all’Occidente, non la Russia, ma tutto l’Oriente di cui non siamo che una parte… È possibile che lei abbia dimenticato i tempi in cui i nomi di Hokusai e di Utamaro, a Parigi, erano famosi come quelli di Claude Monet o di Renoir?

 

 

E il divisionismo? Di solito viene considerato come figlio di una virgola impressionistica e come nipote della larga pennellata di Delacroix. Ma non è forse più simile al mosaico, che ha in sé tutte le proprietà del divisionismo – fino a quella della vibrazione della luce ottenuta usando tessere d’oro? Non a caso il divisionismo, nella persona di Signac, è finito in un vicolo cieco, mentre da noi in Russia, ha continuato ad esistere come cellula organica, frazionandosi, allargandosi, e trasformandosi nelle vetrate di Vladimir Burljuk. Ha visto i quadri di Jakulov? Lo sa lei che il suo disco solare rotatorio precede di un anno il simultaneo di Delaunay?

– Lei non parla che di pittura…

– Perché, come la scultura e la musica, è la lingua internazionale dell’arte. Lei crede che in poesia sia diverso. Purtroppo per lei Chlebnikov non significa niente: è del tutto intraducibile in quelle opere in cui, con più forza, si è espressa la sua genialità. Le audacie più temerarie di Rimbaud sono balbettii infantili in confronto a ciò che ottiene Chlebnikov facendo esplodere le stratificazioni linguistiche millenarie e tuffandosi intrepido negli abissi articolativi della parola originaria.

– A che serve questo arcaismo? – Marinetti alzava le spalle – È forse capace di esprimere tutta la complessità dei ritmi contemporanei?

– La sua domanda è molto rivelatrice. Non è che un’ulteriore conferma di questa indifferenza nei confronti del materiale, indifferenza che voi cercato invano di nascondere dietro frasi sonore sull’ossessione lirica della materia. In realtà, in nome di cosa proponete di sopprimere i segni di interpunzione? In nome della bellezza della velocità, non è vero? Ma noi, mi scusi, ce ne infischiamo di questa bellezza! Distesi su una cuccetta di vagone letto, non desideriamo affatto avere la sensazione del nostro spostamento nello spazio. Il massimo conforto a cui aspiri la tecnica contemporanea consiste precisamente nel fatto che siano attenuate, per quanto possibile, le scosse, gli sballottamenti, ed altre “bellezze” della velocità. È possibile che il possesso di una donna non vi dia godimento altro che facendo del’atto sessuale l’oggetto della vostra ammirazione? Noi chiamiamo questo “depravazione”…

– Voi russi siete pigri e poco vitali. Voglio ammettere che questa sia una caratteristica orientale…

– Siamo soltanto più conseguenti di voi. Già da cinque anni abbiamo soppresso i segni di interpunzione e non per rimpiazzarli con una nuova punteggiatura, la quale, a dire il vero, non fa che rallentare i vostri famosi ritmi… noi, sottolineiamo in tal modo la continuità della massa verbale, la sua essenza di elemento naturale cosmico. L’unica ossessione della materia accessibile al poeta è quella del materiale della sua arte, la penetrazione del poeta nella forza naturale della parola. Questo non è arcaismo, ma pratica della cosmologia che non ammette limitazioni di tempo.

– Questa è metafisica – diceva Marinetti arrossendo ad un tratto. – Metafisica con tutto quello che ha in sé di più rivoltante, con pretese di sfruttamento monopolizzato di tutti i valori “dell’aldilà”! Che c’entra qui il futurismo? – gridava ora rivolto a tutta la tavola? 

– E che c’entra con la conquista della Tripolitania? – gridavo io altrettanto forte.

Allarmato, Kul’bin si avvicinò e decise che era giunto il momento di versare acqua sul fuoco.

Dopo aver sistemato fra noi una delle più belle rappresentanti della “colonia italiana della Neva”, egli spostò velocemente la conversazione su un’altro soggetto. Magnanimo, cedetti a Marinetti il diritto di disporre della sorte di Omar al Mukhtar, di cui d’altronde non potevo cambiare niente. In cambio egli mi lasciò il godimento illimitato degli abissi delle parole, che a suo parere, non valevano neppure un pezzetto di terra tripolitana.

Ritrovando il suo buon’umore, Marinetti mi fece dono del suo ultimo libro, il molto rumoroso Zang-Tum Tumb, con una dedica a forma di freccia, come emblema dell’unione dei futuristi italiani e russi, diretta contro ogni forma di passatismo.

Ci lasciammo per ritrovarci il giorno seguente verso mezzanotte al “Cane randagio”, dove era stato preparato un ricevimento in onore dell’illustre ospite.

 

Tato (Guglielmo Sansoni), Sensazioni di volo, 1929

 

5. Marinetti passò al “Cane randagio” non solo una notte, ma diverse notti di seguito. I festeggiamenti si prolungarono per quasi una settimana e presero le proporzioni di quei festini che, all’epoca di Mayne Reid, raccoglievano attorno ai quarti di carne di bisonte una intera tribù indiana.[5] Le maniche rimboccate come un macellaio o forse come un prestigiatore, davanti agli occhi di una folla i cui elementi cambiavano continuamente, Marinetti tagliava il futurismo in quarti. Noi ci trovavamo come un consiglio di anziani troneggianti ai due lati dell’italiano che officiava, noi, i budetljani nazionali che Boris Pronin trattava di solito dall’alto in basso… Ora, di colpo, aumentavamo di valore; amara gioia per degli “asiatici” quella di scaldarsi ai raggi della gloria europea, ma il “Cane” non era il posto adatto per osservare regole ortodosse! In più, ci si poteva consolare con il fatto che gli acmeisti, che incarnavano gli ultimi limiti concepibili della “vera” arte, dietro i quali, secondo il parere degli organizzatori del “Cane” si spalancava già l’abisso della demenza futurista, questi acmeisti erano respinti negli angoli oscuri, banditi dalla tavola del festino per tacito decreto di Pronin.

Marinetti, con una disinvoltura straordinaria, agitava di qua e di là la sua voluminosa dottrina, estraendone, come un prestigiatore da fiera, le cose più inattese. Aveva un’abilità stupefacente: con un colpo d’occhio sulla folla che lo circondava indovinava senza sbagliarsi cosa le occorresse e in che modo potesse accattivarsela senza problemi.

Qui, in questa cantina, dove il rumore delle forchette e dei coltelli copriva i discorsi più interessanti e dove, un mese sopo, Paul Fort, indotto in errore dall’ambiente, avrebbe avvelenato con le sue “conferenze” i “farmacisti” innocenti, Marinetti non fece né una conferenza né una comunicazione benché fosse capace di parlare ininterrottamente a qualsiasi ora del giorno o della notte sul tema del futurismo che era diventato l’unico scopo della sua vita.

Al “Cane randagio” non salì una sola volta sulla tribuna per esporre il suo credo al pubblico che occupava i tavolini. Se ne stava anche lui seduto a tavola, e vuotava un bicchiere dopo l’altro, indifferente a tutto ciò che accadeva a due passi da lui. Però bastava che una persona qualsiasi, andando al pianoforte, si mettesse a suonare qualche accordo strascicato che annunciava l’inevitabile tango, perché Marinetti, risvegliandosi a un tratto dalla sua sonnolenza, iniziasse subito un discorso roboante.

Una decina di giorni prima del viaggio in Russia, aveva pubblicato il manifestoAbbasso il tango e Parsifal, e ora ne citava a memoria i passaggi più sferzanti.[6]

– Possedere una donna non vuol dire strusciarsi contro di lei, ma penetrarne il corpo con il corpo, – esclamava con aria minacciosa.

– Ficcare soltanto il ginocchio fra le cosce? Che ingenuità! E l’altro? – si rivolgeva a una coppia impietrita che stava per mettersi a ballare.

Terrificati da questi aforismi, i ballerini di tango più accaniti restavano inchiodati alla loro sedia. Marinetti, con aria trionfante, guardava da tutte le parti e ricadeva nella sonnolenza, finché il nome di Puškin pronunciato da qualcuno lo faceva di nuovo ballare dietro il tavolo.

– Ho sentito Puškin – attaccava con sdegno il “farmacista” imprudente che si era ricordato al momento sbagliato delle tradizioni del grande passato – I morti continueranno ad afferrare i vivi! Lei ieri diceva – rivolgendosi a me – che non volete lasciarvi sfuggire i provvidenziali vantaggi, la fortuna storica di essere massimalisti in arte! Provi a dimostrarlo dicendo che non esistono da voi musei, biblioteche ed altri spauracchi! Col vostro Puškin vi chiudono la bocca come a noi con i nostri defunti!

Questi brevi interventi valevano un discorso di un’ora, perché potevano servire come lezioni pragmatiche di applicazione di una dottrina. Ma avevamo bisogno di simili lezioni? Penso di no, anche se talvolta ci accadeva di peccare di eccessiva attrazione per una parvenza di scienza, separando nel modo tipico dell’intelligencja russa la teoria dalla pratica.

In ogni modo Marinetti era convinto di svolgere in Russia funzioni da mentore: le docce d’acqua gelata come il nostro volantino raffreddavano ben poco il suo ardore di apostolo.

 

Ugo Pozzo, Cosmopoli, 1925

 

6. Ne fui convinto il giorno dopo, quando passai al “Regina” per recarmi con lui alla seconda conferenza della Sala della Borsa di Kalašnikov.

Lo trovai vestito in modo bizzarro: già in smoking, la cravatta annodata, Marinetti stava in mezzo alla stanza con le sole mutande addosso ed esaminava tristemente i pantaloni che si erano scuciti nel punto critico. Non aveva con sé altri pantaloni neri e gli sembrava sconveniente comparire davanti al pubblico della capitale in completo grigio.

Invano cercai di convincerlo a non dare importanza a queste cose, invano cercai di risvegliare in lui il coraggio e l’indifferenza futuristi di fronte all’opinione pubblica, invano lo stimolavo parlandogli della blusa gialla di Majakovskij e delle gote imbrattate di Burljuk: fu irremovibile. Niente da fare, si dovette chiamare il cameriere e dargli l’ordine di rimediare in qualsiasi modo al danno entro un quarto d’ora.

Il ragazzo probabilmente decise di risolvere il problema con le sue proprie forze, sopravvalutando evidentemente il suo talento di sarto: appena Marinetti infilò i disgraziati pantaloni, questi si aprirono nello stesso punto.

Tardare ancora era impossibile: restavano appena venti minuti all’inizio della conferenza. Dopo aver fissato alla meno peggio i pantaloni con spilli di sicurezza il capo del futurismo europeo si precipitò giù per le scale, verso l’automobile che ci aspettava.

Mentre eravamo ancora in camera, avevo notato sul tavolo di Marinetti un mucchio di buste ancora sigillate e gli avevo chiesto cos’era quella corrispondenza.

– Lettere di donne che ho ricevuto qui. A Mosca ne sono arrivate il doppio – mi rispose con fierezza.

– E non le ha neppure aperte? Forse perché disprezza le donne?

– Non solo. Lei sa bene che non conosco il russo, ma quasi tutte scrivono in russo… Ciò che è così tipico di voi slavi, e ciò somiglia tanto poco a noi…

– Cosa significa “ciò”? E di chi parla: degli italiani o dei futuristi?

– Siete gente buffa, voi “russi”, – continuò senza rispondere alla mia domanda. – Quando vi accorgete che una donna vi piace, per tre anni vi frugate l’anima e riflettete per sapere se l’amate o no; dopo, per tre anni esitate, pensando se dovete dirglielo e in quale modo… Dopo viene il momento del fidanzamento, che cercate di far durare il più possibile… Quando finalmente diventate marito e moglie vi accorgete che l’amore è finito da un pezzo fra voi due e che siete arrivati in ritardo di una buona decina d’anni!

– Dove ha imparato queste sciocchezze?

– Ne è piena tutta la vostra letteratura… Turgenev… Tolstoj… Da noi è diverso (ancora questo “noi” vago). Se una donna ci piace, la ficchiamo in macchina, tiriamo giù le tendine, e in dieci minuti otteniamo quello che voi cercate di ottenere con anni e anni.

Cosa potevamo contrapporre a questa enfasi fallica da cento cavalli a vapore? Non risposi niente.

Scambiando il mio silenzio per Approvazione, Marinetti perse ogni senso della misura. Assumendo un tono da vate, si mise a farmi una predica, o più esattamente a fare una predica a tutti i futuristi russi da me rappresentati.

– Non capisco perché litighiate sempre! È possibile che non siate capaci di elaborare un programma in comune e di aprire il tiro a raffica sul nemico? Noi futuristi italiani, abbiamo rinunciato alle nostre divergenze personali in nome della causa comune. Perché non rinunciate anche voi alle diversità che vi dilaniano e non vi unite a immagine nostra?

Non avevo il tempo né la voglia di raccontare al mio interlocutore la storia degli inizi del budetljanstvo Avrei dovuto rimescolare molte, troppe cose, fin dall’orine del nostro nome dovuto al caso, il che avrebbe fatto senz’altro rizzare i capelli in teta a Marinetti nell’unico punto in cui ne aveva ancora. Preferii evitare una risposta diretta ed ascoltare i successivi sproloqui del “capo”.

Secondo le sue parole, era difficile per lui e per i suoi compagni trovare un locale adatto alla “regia” da loro organizzata. I proprietari, uno dopo l’altro, rompevano il contratto, perché il baccano che facevano gli studenti contro gli animatori del futurismo non permetteva agli altri inquilini di dormire.

– Sono stato costretto a comprare una casa: non c’era altra soluzione, concluse Marinetti.

Esistevano fra i nostri eminenti scrittori uomini capaci di eliminare gli ostacoli dalla loro strada con altrettanta facilità? E che spontaneità conservavano ancora nella loro Milano industriale: studenti, baccano! Chi mai, in Russia, si sarebbe messo in testa di lottare con tali mezzi contro il futurismo!

Come se cercasse di stupirmi con la semplicità patriarcale di quel modo di vivere, in contrasto con la mia idea di un centro industriale, Marinetti mi parlò di Medardo Rosso, il Rodin italiano; che, malgrado le divergenze di opinione, i futuristi, onoravano come l’orgoglio del loro paese. Rosso guadagnava molto, ma non era mai sicuro del domani, perché non si era abituato a combattere le sue fisime Per cautelarsi contro la mancanza di denaro, aveva inventato un metodo originale: una volta riscosso il denaro, lo disperdeva a manciate in tutti gli angoli dell’atelier e in seguito, quando si trovava in un momento difficile, si trascinava per terra a quattro zampe cercando una moneta d’oro nascosta.

I creditori lo tormentavano Un giorno aveva organizzato un vero e proprio assedio alla casa dove egli abitava. Volendo entrare in un caffè dove aveva un appuntamento e temendo di incontrare i suoi creditori che stavano di guardia alla porta, propose ai suoi amici di farlo uscire di casa dentro una cassa che gli serviva a consegnare le sue sculture ai compratori. I creditori, ritenendo che l’esecuzione di un ordine, avrebbe avvicinato il momento del pagamento, aiutarono di persona a caricare la pesante cassa sul carro.

Rosso tornò a casa esattamente nello stesso modo, e arricchì così la sua biografia di un’altra leggenda divertente.

(segue)

[1]
Zang-Tum-Tumb era uscito a Milano nel 1914.

[2]I budetljani sono i futuristi russi: il termine deriva da budetljanstvo traducibile come “futuroslavia”.

[3] Sia il Supplemento che il Manifesto tecnico della letteratura futurista sono del 1912.

[4] Nel Colloquio di Monos e Una E. A. Poe dice che lo spirito poetico è «quella facoltà dello spirito che noi sentiamo ora essere stata la più alta intelligenza», ed aggiunge: «qualche volta lo spirito poetico ha fatto un passo in più dello spirito filosofico, facendo evolvere un’idea ancora vaga».

[5] Thomas Main Reid, irlandese naturalizzato statunitense, condusse una vita avventurosa presso i nativi americani ed era conosciuto anche in Russia, tanto da essere citato da Cechov nei suoi Racconti.

[6] Abbasso il tango e Parsifal, “lettera circolare futurista a qualche amico cosmopolita” fu pubblicata in francese a Milano nel 1914.

 

§

 

Tratto da:

Benedikt Livšic, L’arciere da un occhio e mezzo, prefazione e note di Jean Claude Marcadé ; traduzione di Renata Franceschi ; Firenze 1989, hopeful monster ; ISBN 88.7757.001.6 ; Classificazione Dewey · 891.7090042 (19.) Letteratura russa. 1917-1945

 

Nikolaj Kul'bin, Ritratto di Benedikt Livšic, 1914
Nikolaj Kul’bin, Ritratto di Benedikt Livšic, 1914

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...