Robert Lowell ~ Ulisse e Circe

Robert Lowell seduto ad un bar a Parigi, 1963

Lei è in piedi, i capelli intricati e tortuosi come il suo cuore. Parlano come due ospiti che aspettano sia l’altro ad andarsene – la ibrida armonia di lei dell’irriconoscibile….

 

Ulisse e Circe

 

 

Dieci anni prima di Troia, dieci anni prima di Circe –
le cose divennero i nomi che Ulisse aveva dato loro
per perdere poi quel nome:
Mirmidoni, Spartani, soldato del terribile Ulisse…
Perché dovrei rinnovare il suo infame dolore?
Ebbe la sua parte, s’inventò di costruire
il cavallo di legno grande quanto una casa
e pose fine alla guerra di dieci anni.
«Grazie all’astuzia», dice, «feci
quel che né Diomede, né Achille figlio di Teti…
Io distrussi Troia».

 

II.

Cosa c’è più maritale dello svegliarsi alle cinque
con il sole e tre ore di libertà?
Vede il familiare fiume bruno-bluastro
scivolare sotto il giovane avambraccio di lei
e poi intersecarsi. Sorge il sole
rosso falò,
si agita appena nei rami più bassi –
come una locusta mangia l’albero e lo lascia intero.
Forse dopo dieci minuti,
o quando di nuovo si risveglia,
il sole è bianco come lo è quasi sempre,
monotono trasforma la notte in giorno
mentre lui non muta, in guerra o in pace.
Le persiane proiettano
strisce di luci, strisce d’ombra
ma predomina l’ombra
sulla sincerità del letto sibaritico di lei.
Lei giace accanto a lui,
un delizioso, sonnolento ceppo. Dice:
«Che cose meravigliose mi stan dicendo-
ora non posso rispondere, tanto è il tempo che dormo!».

 

III.

Oh che il mattino venga senza fare giorno –
disteso e sveglio teme la servitù
la cortesia
delle loro voci selvagge, insistenti.
È fuori controllo… l’esotico palazzo di lei
costruito in cerchi che nessun greco sobrio può navigare.
Ha paura che i piagnucolanti, untuosi animali
che sotterrano carne masticata sotto la sua finestra
siano solo esseri umani pronti a reclamare
il suo posto d’onore sul divano.
Il cuore gli si ferma in gola;
è soltanto un dolore della mente,
il crepuscolo già di primo mattino…
«Perché fuggo da me stesso,
è per la sua bellezza
che mi ha fatto sentire come gli altri?»

 

IV.

Lei è in piedi, i capelli
intricati e tortuosi come il suo cuore.
Parlano come due ospiti
che aspettano sia l’altro
ad andarsene –
la ibrida armonia di lei
dell’irriconoscibile.
Qui la sua scelta di abbandono
diviene una necessità;
la compassione è terrore,
nessuno scisma può dividere
la spietata franchezza
del carattere arrendevole di lei.
I suoi occhi zampillano,
e ipnotizzano
i suoi compagni,
animali ritardati.
Non riescono a star svegli,
e non hanno orari,
come degenerati
si bevono il giorno
e lo trasudano in isterica sottomissione.

Giovane,
fece scelte strategiche;
nella mezza età accetta
la sua vita improbabile che verrà;
morirà come gli altri e come gli dei vorranno,
annegando il suo ultimo equipaggio
nell’oceano inesplorato,
cercando il mondo disabitato oltre il sole,
perso nel fragoroso affronto di un gran vento.

Sulla piccola isola di Circe
superò le strettezze –
con meschinità,
si atteggiò a nobile per adattarsi alla casa.
Niente gli piace
della sua vita, un mito impoverito.

Il loto porta nostalgia
dei duelli senza quartiere che odiava;
ma lei è solo dov’è
e parla una lingua speziata dal gergo inusuale
di una generazione precedente alla sua –
ora dialetto dell’isola.
Con lei se ne va la sua stessa gran stagione;
le stupende ragazze di allora
sono ancora le sue migliori amiche,
la loro reputazione persa come quella di Elena,
salvata dalla sua grazia.

Lei è una che taglia via –
i suoi scarti sono sparsi per terra,
il non usato, il mal usato,
giacche da marinaio e decorazioni,
la bestia decapitata.

Vuole la sua casa di traverso –
conserva chiavi di lucchetti perduti,
ritratti non identificabili, cose morte
avvolte in carta colore della polvere…

i fumi del vino prima del litigio.

Scherzi da nulla bruciano a lungo –
l’aria nella vasta entrata ribolle
nelle travi scricchiolanti per mille insetti;
nonostante sia pieno autunno,
il momento in cui gli insetti muoiono
all’istante come si augurerebbe a un amico.

Mentre torna alla nave,
un albero solitario all’improvviso
perde metà delle foglie;
restano verdi sul terreno.
Altri alberi tengono. In un giorno o due,
anche le loro foglie cadranno,
come i suoi compagni,
macchiate per la loro esitazione
di bruno prima del tempo.

 

V.

«A lungo in acqua e spesso toccando il fondo
alla grande luce verde del mare
scoprii che la mia stanchezza
era la luce del mondo.

La terra non è terra
se i miei occhi sono sulla luna,
la sua somiglianza colta
nell’attimo preciso della sua assenza –

duplice,
aperta a tutti gli uomini, infedele.

Dopo tanti millenni,
Circe,
non sei stanca
di trasformare i porci in porci?

Come posso piacerti,
se non sono un uomo?

Le mie ossa sono diventate fredde per sopravvivere –
io che speravo di lasciare la terra
più giovane che all’arrivo.

Gli anni sono l’acqua sporca
che non vanno via dallo spazzolone.

Gli anni camminano sulle nostre facce –
alla fine del tunnel,
se si può credere alla fede,
la nostra carne si farà più leggera.»

 

VI.

Penelope

Ulisse si muove in cerchi –
né la debolezza del figlio,
né passione per la moglie,
che avrebbe potuto aiutarla, lo trattennero.
Lei non vede nessuna prodezza
nella sua fuga o nel ritorno –
dieci anni prima e dieci anni dopo.
A piedi e ben in vista
viene a casa dal Long Wharf.
Nessuno a Itaca lo riconosce,
eppure lo si nota anche troppo.
Le sue ginocchia corrono più veloci dei piedi,
ha il respiro affannato,
il suo occhio è del viaggiatore che accoglie.
Cerca il suo faro,
un tempo così aggressivamente bianco –
un punto di riferimento, ora una marina.
Che faccia bianca e che aria infelice
aveva venti anni fa,
perfino alla vigilia del suo imbarco
e del suo carnevale di gloria,
quando attrasse Penelope
nella danza fino a svenirgli tra le braccia.
Il rischio era il suo mestiere.
La sua polverosa strada assolata è alla fine;
la immagina corrergli incontro
in quella appassionata veste fatta a sacco
che indossava l’ultimo mese di gravidanza.
Quando gli occhi senza occhiali erano stelle –
un coniglio senza via di fuga… Oggi la sua casa
è più conviviale e condiscendente;
lei a casa,
ben fornita con il suo entourage,
il figlio, gli amici del figlio, gli amanti –
il caos normale del vivere bene,
salute e ricchezza in abiti contrastanti –
solo l’infermità potrebbe
giustificare la bruttezza…
Lui ha visto il mondo conosciuto,
la meschinità e i fuochi degli uomini;
la piena foga del suo pellegrinaggio
assume il peso
e la gravità dell’essere vivo.
Entra nella casa,
a occhi chiusi, bocca aperta.
Il letto coniugale è a un passo;
scambia
la figlia per sua madre.
Non c’è da meravigliarsi.
Gli uomini lo scacciano –
come un animale sciocco ma cattivo.
È di nuovo fuori;
le sue mani non invitate sono crude, dicono
ti amo attraverso la finestra chiusa.
A quarant’anni, il suo è ancora
il più bel seno della stanza.
La guarda;
lei guarda lui ammirarla,
poi si rivolge ai pretendenti – sapendo
che l’arte bugiarda della divina Minerva
non farà di lui
l’invincibile che era,
nella sua vita di prima, o giovane…
Dietro front –
si muove in cerchi come un pescecane
visibilmente, dietro la finestra –
fiero della carne, gli occhi pesti, fiero delle cicatrici,
un assassino per vocazione
nel machismo della senilità,
pregustando l’apogeo del caos –
affiorando per distruggere la scia.
È enorme. Per i pretendenti
lui è Tom, Dick o Harry –
le sue branchie hanno pieghe ordinate –
innaturali valvole di ventilazione
chiuse da una sola leva
come celle di un carcere –
dieci anni indietro e dieci avanti.

 

 

Ulysses and Circe

 

I.

Ten years before Troy, ten years before Circe⎯⎯
things changed to the names he gave them,
then lost their names:
Myrmidons, Spartans, soldier of dire Ulysses . . .
Why should I renew his infamous sorrow?
He had his part, he thought of building
the wooden horse as big as a house
and ended the ten years’ war.
“By force of fraud,” he says, “I did
what neither Diomedes, nor Achilles son of Thetis,
nor the Greeks with their thousand ships . . .
I destroyed Troy.”

 

II.

What is more uxorious than waking at five
with the sun and three hours free?
He sees the familiar bluish-brown river
Dangle down her flat young forearm,
then crisscross. The sun rises,
a red bonfire,
weakly rattling in the lower branches⎯⎯
that eats like a locust and leaves the tree entire.
In ten minutes perhaps,
or whenever he next wakes up,
the sun is white as it mostly is,
dull changer of night to day,
itself unchanged, in war or peace.
The blinds give
bars of sunlight, bars of shade,
but the latter predominate
over the sincerity of her sybaritic bed.
She lies beside him,
a delicious, somnolent log. She says,
“Such wonderful things are being said to me⎯⎯
I’m such an old sleeper, I can’t respond …”

 

III.

O that morning might come without the day
he lies awake and fears the servants,
The civilities
of their savage, assiduous voices.
It’s out of hand… her exotic palace
spun in circles no sober Geek can navigate.
He is afraid the whining, greasy animals
who bury chewed meat beneath his window
are only human, and will claim
his place of honor on the couch.
His heart is swallowed in his throat;
it is only an ache of the mind,
the twilight of early morning…
“Why am I my own fugitive,
because her beauty
made me feel as other men?”

 

IV.

She stands, her hair
intricate and winding as her heart.
They talk like two guests
waiting for the other
to leave the house-
her mongrel harmony
of the irreconcilable.
Here his derelict choice
changes to necessity;
compassion is terror,
non schism can split
the ruthless openness
of her yielding character.
Her eyes well,
and hypnotize
his followers.
the retarded animals.
They cannot stay awake,
and keep their own hours,
like degenerates
drinking the day in,
sweating it out in hysterical submission.

Young,
he made strategic choices,
in middle age he accepts
his unlikely life to come;
he will die like others as the gods will,
drowning his last crew
in uncharted ocean,
seeking the unpeopled world beyond the sun,
lost in the uproarious rudeness of a great wind.

On Circe’s small island,
he grew from narrowness –
by pettiness,
he ennobled himself to fit the house.
He dislikes everything
in his impoverished life of myth.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The lotus brings a nostalgia
for the no-quarter duels he hated;
but she is only where she is.
Her speech is spiced with the faded slang
of a generation younger than his-
now the patois of the island.
Her great season goes with her;
the gorgeous girls she knew
are still her best friends,
their reputations lost like Helen’s,
saved by her grace.

She is a snipper-off’er-
her discards lie about the floors,
the unused, the misused,
seacoats and insignia,
the beheaded beast.

She wants her house askew-
kept keys to lost locks,
unidentifiable portraits, dead things
wrapped in paper the color of dust…

the surge of the wine before the quarrel.

Slight pleasantries leave lasting burns-
the air in the high hall simmers
in the cracked beams with a thousand bugs;
though this is mid-autumn,
the moment when insects die
instantly as one would ask of a friend.

On his walk to the ship,
a solitary tree suddenly
drops half its leaves;
they stay green on the ground.
Other trees hold. In a day or two,
heir leaves also will fall,
like his followers,
stained by their hesitation
prematurely brown.

 

V.

“Long awash and often touching bottom
by the sea’s great green go-light
I found my exhaustion
the light of the world.

Earth isn’t earth
if my eyes are on the moon,
her likeness caught
in the split-second of vacancy-

duplicitous,
open to all men, unfaithful.

After so many millennia,
Circe,
are you tired
of turning swine to swine?

How can I please you,
if I am not a man?

I have grown bleak-boned with survival-
I who hoped to leave the earth
younger than I came.

Age is the bilge
we cannot shake from the mop.

Age walks on our faces-
at the tunnel’s end,
if faith can be believed,
our flesh will grow lighter.”

 

VI.

Penelope

Ulysses circles-
neither his son’s weakness,
nor passion for his wife,
which might have helped her, held him.
She sees no feat
in his flight back-
ten years to and ten years fro.
On foot and visible,
he walks from Long Wharf home.
Nobody in Ithaca knows him,
and yet he is too much remarked.
His knees run quicker than his feet,
his held-in mouth is puffy,
his eye is a traveled welcome.
He looks for his lighthouse,
once so aggressively white-
a landmark, now a marina.
How white faced and unlucky-looking
he was twenty years ago,
even on the eve of his embarkation
and carnival of glory,
when he enticed Penelope
to dance herself to coma in his arms.
Risk was his métier.
His dusty, noontime road is home now;
he imagines her dashing to him
in the eager sacklike shift
she wore her last month pregnant.
Her then unspectacled eyes were stars-
a cornered rabbit… Today his house
is more convivial and condescending;
she is at home,
well furnished with the entourage,
her son, her son’s friends, her lovers-
the usual chaos of living well,
health and wealth in clashing outfits-
only infirmity could justify
the deformity…
He has seen the known world,
the meanness and beacons of men;
the full het of his pilgrimage
assumes the weight
and gravity of being alive.
He enters the house,
eyes shut, mouth loose.
The conjugal bed is just a step;
he mistakes
a daughter for her mother.
It is not surprising.
The men move him away-
a foolish but evil animal.
He is outdoors;
his uninvited hands are raw, they say

I love you through the locked window.
At forty, she is still
the best bosom in the room.
He looks at her,
she looks at him admiring her,
then turns to the suitors–knowing
the lying art of the divine Minerva
will not make him
invincible as he was,
her life ago, or young…
Volte-face-
he circles as a shark circles
visibly behind the window-
flesh-proud, sore-eyed, scar-proud,
a vocational killer
in the machismo of senility,
forestating the apogee of mayhem-
breaking water to destroy his wake.
He is oversize. To her suitors,
he is Tom, Dick, or Harry-
his gills are pleated and aligned-
unnatural ventilation-vents
closed by a single lever
like cells in a jail-
ten years fro and ten years to.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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