Firenze ~ Vasco Pratolini

Ottone Rosai, Panorama , 1954

 

…Con quelle dispense tra mano, nottetempo adesso, al tavolo di cucina, leggendariamente a lume di candela, ma anche questo è vero, ne intrapresi la lettura. Abitavo in quel periodo di là d’Arno, Quartiere Santo Spirito all’incirca, via Toscanella, quasi dirimpetto al laboratorio e allo studio di Rosai, che conoscevo.

 

Ritorno a Firenze

 

Torno in questa Università degli studi dopo 52 anni, idealmente rientrando dallo stesso portone, del resto qui a due passi, di Piazza San Marco, lasciandomi alle spalle il monumento a Manfredo Fanti e le celle dell’Angelico. Correva l’anno 1931. Era morta la donna che amavo, di due anni più vecchia di me, una vecchia meravigliosa ragazza di vent’anni, alla quale promisi che, lei scomparsa, avrei continuato a scrivere le poesiole e i raccontini, tuttora la più parte inediti naturalmente, che ogni volta le dedicavo. E ubbidito al suo desiderio di mettere ordine nella mia vita, ora che, abbandonato il mio ultimo mestiere, avevo deciso di dedicarmi interamente allo studio. Le lezioni, gratuite, di latino all’amico Becheroni… Valicai quel portone con uno scopo preciso: informarmi alla Facoltà di Lettere, appunto, sul piano di studi per l’anno accademico 1931-1932. Che io fossi, in teoria, un liceale maturo non avevo nessun dubbio. Oltre alla poesia, alle narrazioni, mi appassionavano le arti (allora dette figurative), gli antichi Maestri e i moderni, l’architettura, il cinema, il teatro. La “piccionaia” della “Pergola” e del “Verdi”, i concerti alla Sala Bianca, quando avventurosamente riuscivo a conquistare un biglietto… Questo scopo preciso e qualche lire in tasca, risparmiata mediante capriole. E molte speranze, un nuovo amore – e con in testa il Fascio che tuttavia non mescolavo mai, questo posso ben ricordarlo a me stesso, né con la mia fama né coi miei studi. Rimasi forse un paio d’ore lungo i corridoi e nella segreteria di Piazza San Marco. Ne uscii con un mazzetto di dispense che cominciai a sfogliare lungo il marciapiede qui sotto, e via Ricasoli, via del Proconsolo, fino a Piazza Peruzzi, al confine del “Quartiere” – Quartiere di Santa Croce – dove aveva sede l’Istituto Filologico. Alla cui scuola serale già “studiavo” francese. E non indegnamente, se venni promosso dal primo al secondo corso superiore con la media del sette e un quarto su dieci. Mi rilasciarono l’attestato, preludio al diploma, che nonostante il mio disordine si trova ancora, bello incorniciato, in qualche anfratto della mia casa romana. Qualcuno lo ha salvato, nel corso degli anni, dai miei naufragi. Fu la mia prima laurea. La tirerò fuori domani che rientro, e vi appenderò accanto questa di cui mi avete voluto onorare.

 

Ottone Rosai, Il Duomo, 1954

Un giorno a New Haven, durante un seminario, un ragazzo dell’Ohio che alla sua università naturale di Cleveland aveva preferito la più prestigiosa Yale, edotto della mia “formazione”, mi domandò quando e dove avevo imparato le lingue. Come se davvero le sapessi, risposi, e comunque tra i diversi mestieri della mia adolescenza e primissima giovinezza, oltre al tipografo, l’acquafrescaio, il travetto, ho fatto anche il vice-portiere, turno di notte, ed era vero, Hotel Moderno (davanti alla Posta Centrale, controllate). Ma più, qui un po’ bleffai, seguendo i corsi, tradussi, dell’Italian Philological Institute, in Florence, mia patria. Diventammo, siamo rimasti amici…

…Con quelle dispense tra mano, nottetempo adesso, al tavolo di cucina, leggendariamente a lume di candela, ma anche questo è vero, ne intrapresi la lettura. Abitavo in quel periodo di là d’Arno, Quartiere Santo Spirito all’incirca, via Toscanella, quasi dirimpetto al laboratorio e allo studio di Rosai, che conoscevo. Attraverso lui, le mie prime frequentazioni letterarie e artistiche, di sfuggita. Già avevo tra i moderni, il mio trio d’elezione nel panorama degli scrittori italiani contemporanei: Palazzeschi, Jahier, Tozzi. Sospinti dal grecale e dal ghibli che si levavano dalle pagine di Campana. Dirò che non ancora ero arrivato a Svevo. Gli amici di Rosai allora: Dino Garrone, Berto Ricci; e il grande incontro, con Palazzeschi in persona, al quale dedicai una poesia, perduta e ritrovata, che finiva: “Come son belli Palazzeschi e il sole”. Tra i più giovani sodali di Rosai, colui che per primo mi avrebbe dato la sua amicizia: Bilenchi…

Ottone Rosai, Santa Maria Novella, 1954

…Ora, una di codeste dispense, incominciava: “La Divina Commedia non va letta alla luce, o non soltanto alla luce”, insomma il concetto era questo: la Divina Commedia non ha niente a che fare con l’Estetica di Benedetto Croce. Che comunque si sollecitava lo studente-lettore a tenere in conto di massimo pensatore. A stabilire con essa Estetica, esso pensiero, una vera e propria dialettica. Crocianamente intesa, suppongo. La strada che successivamente, per altri sentieri e monti e mari, avrebbe portato a Hegel e a Maex.

Sia chiaro, della Divina Commedia, qualcosa io credevo di sapere. Insieme alla Vita Nova, aveva rappresentato il faro su cui (dimessi Salgari e Verne, ma anche Gargantua in edizione ridotta, anche Oliver Twist) si era orientato il ragazzo che in qualche modo continuavo ad essere. L’ho detto e ripetuto in altre circostanze: punto di partenza le terzine scolpite sul marmo sotto la Torre di Badia, tutte in giro per le strade della mia infanzia, l’epoca, fino al 1925/26, che avevo abitato in via dei Magazzini. Presto diventato, oltre che un faro, uno strumento di lavoro, una specie di programmatore per l’autodidatta ch’io ero. Le note a piè di pagina esigevano immediatamente altre letture: Compagni, Villani, una reazione a catena. Per esempio: Guido vorrei, che significava mettersi di fronte a tutto lo stilnovo… Ne risultava tra l’altro: Odo la boce del lavoratore. E forse si trovano lì, le radici del malanno, il bacillo, di cui secondo alcuni, sarei stato portatore e vittima insieme: un’affezione populista che mi accompagnerebbe sin dalla nascita. Come, proseguendo, di cronista in cronista, mi sarei imbattuto nel Velluti e nella sua Cronica domestica. Della quale dovetti ricordarmi al momento di decidere un titolo per Cronaca familiare. Gli scherzi e le deviazioni della memoria. Così per La costanza della ragione, il debito dantesco, che ha incuriosito il grande Contini. Dirò di più, prima di affrontare veramente il Decamerone avevo accostato Boccaccio attraverso la sua Vita di Dante. E i testi del Sommo Poeta su cui mi fingevo di studiare, erano quelli curati ed annotati da Michele Barbi, da Isidoro Del Lungo, da Ermenegildo Pistelli. Ero assiduo frequentatore delle Lecturae Dantis. Pistelli lo avevo addirittura conosciuto, ch’ero davvero ragazzo, anzi bambino di 5/6 anni, per mano di mio nonno cuoco e socialista che Pistelli stimava e, siccome sapevo già leggere, Pistelli mi regalò un esemplare delle Pistole d’Omero

 

Ottone Rosai, Il Carmine, 1954

 

…Anche il professore che aveva dettato quelle dispense, era oltretutto un dantista dal cognome dantesco (Purgatorio II, 91). Un grande studioso. Dopo un tale incipit, Commedia e Croce, meditandovi sopra scopersi, entravo nei miei diciott’anni, che – seppure conoscevo, per quel che mi simulavo di conoscere e capire, del mio Dante e del mio Campana, del mio Cavalcanti e del mio Palazzeschi, restando fra i poeti, del mio Baudelaire e del mio Rimbaud, magari letti dapprima nelle traduzioni sonzognane di Decio Conti – dell’Estetica di Croce, del suo sistema, avevo una vaghissima nozione. Mi nutrivo di poesia e di romanzi – i russi, i russi, deliravo, anteponevo Dostoevskij a Tolstoj – di libri di cronaca e di storia della scienza, livello Flammarion allo stato brado. Tanta erba novella per il cavalluccio scapestratello che portava il mio nome. Altro ancora – che ho cercato di ampiamente riassumere, affabulare in Allegoria e Derisione… L’invito di Croce, e per giunta dialettico, lo accolsi come il richiamo a un ordine mentale che fino ad allora mi aveva parcamente assistito. Mi si aprì davanti il tempo della filosofia… Furono tre/quattro anni duretti, stavo di casa alla “Nazionale”, full time. E chiusa la Biblioteca, le ore piccole, il biliardo, gli amori. Finché caddi ammalato, è naturale. Molto allegramente devo dire. Quante cose si riesce a fare, anche “giacere” con grande brillantezza, lo stomaco da giorni digiuno; anche ammalarsi di brutto e splendidamente guarire, in certe stagioni della vita. Quante volte non si è messi in mezzo. O per nostra scelta si resta prigionieri. D’una chioma d’oro, d’un’ideologia. Come oggi del resto. In ben diversa stagione…

Nacque insomma da quelle dispense, anche da quelle dispense almeno, una più persuasa razionale visione del mondo, l’apprendistato culturale. E il capire che non basta ca-pi-re quando davvero si vuole capire. Ma l’obbligo, il dovere, di operare e renderne conto. Dal portone di Piazza San Marco, 52 anni fa…

 

(Dal discorso di ringraziamento pronunciato per il conferimento della laurea honoris causa, l’11 giugno 1983, a Vasco Pratolini e Romano Bilenchi dalla Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze.)

 

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