Isola d'Elba ~ Ferdinand Gregorovius

 

Non si ha quella sterile confusione di Livorno, dove fra barcaioli e facchini non si è nemmeno sicuri della proprio vita. Qui, al contrario, tutto è tranquillo, quieto, felice. Oltrepassata la Porta si entra in una strada dove si svolge il mercato dei pesci e dei legumi, e da qui si arriva ad una piazza lunga e stretta, la Piazza d’armi, all’estremità della quale sorge la chiesa principale della città. Vi regnava il profondo silenzio della domenica; tutto rivelava la quiete, ed il benessere di una vita tranquilla. Le case pulitissime sono rallegrate dalla presenza di fiori alle finestre, sui balconi; le botteghe e i caffè piccoli, la modesta locanda l’Ape d’oro, sono la prova degli scarsi bisogni degli abitanti. Con il mio compagno di viaggio entrammo nella locanda, dove in una sala da pranzo semplicissima, trovammo altri due ospiti modesti e taciturni, un pranzo scarso, il vino discreto dell’isola ed un albergatore cortese.

 

Isola d’Elba (1852)

 

D’estate il battello a vapore del governo toscano, il Giglio, si reca una volta a settimana nell’isola d’Elba per portare corrispondenza governativa e passeggeri. La durata del tragitto da Livorno è di cinque ore, perché fa una breve fermata a Piombino.

Corre sempre lungo la costa toscana, da cui si gode la vista dell’ampia e verdeggiante Maremma, la quale, circoscritta all’orizzonte dai monti dove sorge Volterra, digrada lentamente verso il mare. Ad ogni punto di sbarco in piccole insenature si scorgono torri antiche, mentre alcuni fabbricati e case di campagna interrompono la monotonia della vasta pianura, popolata di arbusti e cespugli di mirto, dove un’abbondante selvaggina trova ricovero.

Ai tempi degli Etruschi sorgevano su questa riviera grandi e popolose città, rinomate per la loro civiltà, da Volterra fin verso Cere e Veio, nella campagna di Roma. Si passa davanti alla antica Cecina, vicino alla costa, dove ancora oggi un paese porta lo stesso nome. Ancora più a sud si trova l’antica Vetulonia, in seguito chiamata Populonia, che fu una delle città etrusche più potenti, governando tutte le isole del mare toscano. Durante la guerra civile fra Mario e Silla fu distrutta al punto che già Strabone parla solo di un’antica torre, alcuni ruderi di templi e poche mura: sul promontorio di una piccola penisola, staccata dalla riva e ricoperta di siepi e cespugli, si scorge ancora un piccolo forte. La riva è deserta, e da lì velocemente si arriva nel porto di Piombino.

[In] questa piccola città di appena mille e duecento abitanti, (…)   le strette vie con le sue case colorate in giallo, il castello principesco su un’altura, le nere mura e una torre in rovina sopra un ripido scoglio vicino al porto, si specchiano nelle onde, solitarie e come divise dal mondo. La vista è stupenda, spaziando sopra un vero e proprio arcipelago di isole, che emergono dai flutti azzurri del Mediterraneo: il Giglio, Cerboli, Palmarola, l’Elba e, più lontano, la Corsica. A mezz’ora di distanza l’Elba mostra le sue rupi imponenti, mentre Cerboli e Palmarola le torri da cui sono coronate.

Nell’avvicinarsi all’Elba i suoi scogli ci appaiono ancor più severi e selvaggi e, ad eccezione di un piccolo porto a sinistra, non c’è traccia di alcun sito abitato. Il monte, ripido e scosceso, scende severamente maestoso in mare. Sulla sommità si staglia una antica torre grigia, chiamata comunemente Torre di Giove, nome adatto a quest’isola di Napoleone, verso la quale ora il battello punta la prora.

Ma ecco che, svoltato uno scuro promontorio, lo scenario d’improvviso muta e si apre al vasto golfo di Portoferraio, uno stupendo semicerchio di monti disposti come un anfiteatro, le cui pendici sono ricoperte fino al mare di giardini, ville, fattorie, piccole cappelle, boschi magnifichi di cipressi, di aloe in fioritura e ricche piantagioni di gelsi di un verde cupo. Il golfo termina a diritto in una stretta penisola su cui sorge in bella posizione con il suo porto la città di Portoferraio, anticamente detta Argo, e più tardi Cosmopoli, nome degno delle fortune di Cosimo I dei Medici e della prigionia di Napoleone.

Mi parve di entrare in un luogo storico ideale. Le linee grandiose ed imponenti del golfo hanno un non so che di solenne e maestosamente tranquillo, mentre la città sulla sua piccola penisola con il suo grazioso aspetto propriamente toscano, appare pittoresca, solitaria, del tutto lontana dal tumulto e i rumori dei mondo.

Le strade sembrano addossate le une alle altre, rimangono visibili; le piccole piazze e i giardini di agrumi che si dispongono a terrazze sui monti, sono un invito a prendere dimora. Tutta la città è di un caldo colore giallo, che si associa meravigliosamente al verde degli alberi e all’azzurro del mare. Un vero soggiorno per un principe spodestato, dove scrivere le proprie memorie!

Le torri stesse ed i tre forti della Stella, del Falcone, e del Castello Inglese, non hanno punto aspetto severo. Ai piedi di questi giace il porto, bello e sicuro, circondato da calate di buona costruzione, opera di Cosimo dei Medici. Il fortunato Cosimo, d’altronde, qui ha fatto tutto: chiese, mura, cittadella, case, porto, non lasciando niente a Napoleone da costruire, fuorché la casa di villeggiatura del suo nuovo impero.

Il battello tocca ormai quella scala da dove quest’ultimo s’imbarcò alla volta della Francia con la sua guardia, scena che si è immaginata così tante volte e che ovunque fu riprodotta in pittura, col titolo di Partenza di Napoleone dall’isola d’Elba. Così, lo sguardo non riesce a staccarsi da questa graziosa cittadina, cercando, come fosse la sua unica meraviglia, la casa abitata dall’esule imperatore.

(…)

Una barca ci porta sulla calata, dove sono accorsi i pacifici abitanti della città, ansiosi di ricevere notizie.

Non si ha quella sterile confusione di Livorno, dove fra barcaioli e facchini non si è nemmeno sicuri della vita. Qui, al contrario, tutto è tranquillo, quieto, felice. Oltrepassata la Porta si entra in una strada dove si svolge il mercato dei pesci e dei legumi, e da qui si arriva ad una piazza lunga e stretta, la Piazza d’armi, all’estremità della quale sorge la chiesa principale della città. Vi regnava il profondo silenzio della domenica; tutto rivelava la quiete, ed il benessere di una vita tranquilla. Le case pulitissime sono rallegrate dalla presenza di fiori alle finestre, sui balconi; le botteghe e i caffè piccoli, la modesta locanda l’Ape d’oro, sono la prova degli scarsi bisogni degli abitanti. Con il mio compagno di viaggio entrammo nella locanda, dove in una sala da pranzo semplicissima, trovammo altri due ospiti modesti e taciturni, un pranzo scarso, il vino discreto dell’isola ed un albergatore cortese.

Non avemmo pace fino a che non salimmo in quella che era stata la dimora di Napoleone. Questa si trova in alto fra i forti della Stella e del Falcone e ha di fronte il golfo, mentre da dietro gode della bella vista sul mare verso Piombino: sicuramente, per un imperatore in esilio, questa vista sull’ampio mare e sulla costa attraente d’Italia, doveva essere una vera tentazione. La casa ha un corpo centrale a due piani, con quattro finestre e un tetto a forma di terrazzo, con due piccole ali più piccole ai lati, da dove si accede all’interno. Il piccolo giardino nel quale Napoleone era solito passeggiare il mattino e la sera, è circondato da un muro. Alcune piante di aranci, pochi fiori, due busti di marmo verde, questa è tutta la ricchezza del giardino imperiale dell’isola d’Elba. Fu Napoleone stesso a progettarlo e volle che fossero piantate alcune acacie. Singolare è la presenza nel giardino di cannoni, (…) i quali, essendo sicuramente in mezzo ai fiori fin dal tempo dell’esilio dell’imperatore, saranno stati probabilmente le piante predilette, ricevendo maggiore attenzione che alle rose o ai fiori di arancio. Me lo immagino intento a passeggiare pensieroso nel piccolo giardino, o seduto taciturno sopra un mortaio, facendo progetti o gettando lo sguardo indagatore sul mare, verso le coste d’Italia visibili all’orizzonte, come per cercare quel teatro di gloria, che ricorda le sue gesta e gli rimprovera la sua inazione, tormentandolo di continuo al grido: «Cesare, tu dormi!»

(…)

Forse fu una grande ingenuità quella delle grandi potenze nel 1814, quando gli assegnarono per soggiorno l’isola d’Elba, tanto che si sarebbe tentati di qualificare l’intenzione dei più grandi politici d’Europa, come un forma di aberrazione romantico-poetica. L’unica spiegazione che ho saputo trovare, mi sorse tutto ad un tratto visitando le miniere di ferro di Rio, allorché il confino di Napoleone, eroe di cento battaglie, in questa isola del ferro, mi parve un pensiero grandemente poetico dell’alta diplomazia del 1814. Dalle viscere inesauribili di questi monti, infatti, i popoli trassero per oltre venti secoli il ferro per le loro armi, e Roma aveva imposto a Porsenna, re di quegli Etruschi che per primi avevano sfruttato le miniere dell’Elba, la condizione di usare il ferro solo nei lavori della agricoltura.

(…)

Un giorno Napoleone gettò lo sguardo sullo scoglio di Palmarola e così mandò quattordici guardie a prendere possesso dell’isoletta che nessuno pensò di contendergli dal momento che era del tutto disabitata. Le guardie innalzarono una torre, ampliando i confini del suo impero.

Napoleone fece pure occupare e fortificare la piccola e deserta isola di Pianosa, dove Augusto aveva mandato in esilio il suo nipote Agrippa Postumo, che Tiberio non tardò a far uccidere tramite un sicario. Chissà se sarà stato l’orgoglioso ricordo imperiale o il timore della sorte toccata ad Agrippa, che avrebbe potuto essere anche la sua.

Costruì magazzini, calate, scuderie, un lazzaretto, e perfino il piccolo teatro di Portoferraio, dove aveva un palco imperiale, nemmeno fosse Parigi. Si scelse pure una casa di campagna: una strada da lui aperta davanti al golfo porta a questa Versailles dell’Elba. L’imperatore vi si recava spesso a piedi o a cavallo, fermandosi a conversare con i contadini che trovava per strada, spingendo i loro ciuchi carichi dei prodotti della terra. La valle dove sta la villa di S. Martino, dove già Scipione Nasica aveva posseduto a suo tempo un bellissimo palazzo, si apre fra le imponenti montagne dal lato da cui si vede la Corsica. La attraversa un fiumiciattolo profondamente incassato, dove crescono sulle sponde numerose e folte piantagioni; vi si scorgono molte abitazioni nascoste in parte dalle fronde degli alberi, e dove la vista è libera, si vedono lunghi filari di vigne, che ricordano la Campania felice di Napoli. Chi avesse l’animo tranquillo, potrebbe vivere qui giorni lieti e sereni. Le rose vi fioriscono tutto l’anno, l’aria è temperata e balsamica, ed alla imboccatura della valle verso Portoferraio, si scorge il golfo ed il mare.

(…)

Dato a Cesare quanto spetta a Cesare; darò agli Elbani quanto loro tocca. Sono dessi circa ventimila, popolo pacifico, interamente toscano per usanze, costumi, dialetto, senza nessuna particolarità nazionale. L’isola è troppo piccola (misura poco più di sette miglia quadrate) e troppo vicina alle coste della Toscana, perché si sia potuto sviluppare un vero e proprio carattere nazionale. Non esistono costumi Còrsi, sebbene si sia molto vicini a quell’isola: fui rassicurato che, a differenza di un tempo andato quando ancora si verificavano episodi di vendetta così comuni in Corsica, oggi non se ne sente più parlare. (…) Le due isole hanno però un pregio comune, l’ospitalità.

Gli abitati dell’Elba sono i seguenti: Portoferrario, la fortezza di Longone con la marina di Porto Longone, Marciana con la sua marina, Poggio, Campo Portoliveri, Pila, Sampiero, Rio e la sua marina, e Sant’Ilario.

Le case hanno un’aspetto oscuro, simili a quelle còrse, dal momento che sono costruite con pietre nere locali. Gli abitati sorgono in generale sulle alture a protezione dei corsari Barbareschi, e sono protetti da torri. Quelli vicino al mare hanno piccole insenature naturali che fungono da porto, e sono chiamate “marine”. Fertile e bella è la valle che scendendo dai monti di Marciana di fronte al golfo principale fino a Porto Longone (Porto Azzurro), attraversa diagonalmente gran parte dell’isola, mostrando un magnifico contrasto tra la natura grandiosamente selvaggia dei monti imponenti, ripidi, scoscesi e il monte Cavanna (Capanne) presso Marciana, il più elevato di tutti, alto quanto il Vesuvio. L’isola poi si abbassa verso la costa italiana. Se la si vede dalle spiagge della Corsica, l’Elba presenta l’aspetto di una rupe gigantesca a forma di due piramidi, perché i monti presso Marciana si dividono: la parte di fronte alla costa d’Italia e Piombino è più bassa e ricca per le sue miniere di ferro ed i frutti. Al contrario, i monti di Marciana sono ricchi di stupendo granito, di marmo, alabastro, cristalli e altri minerali. Marciana produce ottime castagne, mentre gli olivi sono pochi e di bassa qualità; in tutta l’isola infine scarseggia il combustibile. I limoni crescono dovunque, e sono ricercati, in particolar modo quelli di Campo. Il vino ha una abbondante produzione e il migliore è quello di Capoliveri dove si coltiva l’aleatico, che per bontà compete con quello toscano. Nelle valli più ampie si coltiva largamente il granoturco, cosicché non manca niente a quella gente popolazioni per vivere felicemente in quel clima mite e dolce, perché oltre ai frutti preziosi dei giardini e dei campi, la terra intorno a Rio fornisce loro in quantità inesauribile il ferro, e il mare, il sale e il pesce. Fin dai tempi degli Etruschi e dei Romani si pescavano presso Portoferraio le sardelle e i tonni i quali vi affluiscono in grande quantità. I pesci ed il ferro attirarono fin dall’antichità all’Elba i popoli marinari, e l’isola, così come la Corsica, fu visitata dai Fenici, dai Cartaginesi, dai Tirreni e dai Romani. Nella antichità fu chiamata Etalia, più tardi Iloa, nel medio evo Ilva e finalmente Elba.

Una buona strada carrozzabile porta traversando diagonalmente l’isola per Capoliveri e da qui verso Longone, sulla sponda del mare. Si gira il golfo fin presso S. Giovanni, piccolo villaggio dei pescatori con una cappella, da dove le barche vanno a Portoferraio. Prendemmo posto in una di quelle barche, e a vele spiegate, con vento favorevole, traversammo rapidamente il golfo giungendo a S. Giovanni. Qui si sale un’altura sulla quale si scorgono ruderi di costruzione romane, e da qui per una valle si scende nella parte opposta del golfo.

Vicino al mare c’è una casa di campagna, proprietà di un agente del principe Demidoff, così deliziosa e solitaria come non ho visto mai. Piacevole e circondata da un giardino con fiori e piante di agrumi, è addossata alla collina coltivata a viti, e si affaccia sul golfo verso Portoferraio, che da lì sembra un posto bellissimo. Scendendo nella valle è tutto un giardino ed il paesaggio è talmente ricco e ameno, che sorge il desiderio di stare qui a lungo: ovunque campi fertilissimi, monti verdeggianti, cespugli in fiore, e qua e là a sprazzi il mare che scintilla.

Un’improvviso acquazzone ci costrinse, nella valle di Capoliveri, a cercare rifugio nella casa di un contadino, dove in numerosa compagnia, uomini e donne erano occupati a far seccar i fichi. Subito si affrettarono a di offrirci pane, uva e vino nuovo, ma siccome questo non era di nostro gradimento, un anziano arrivò con un grosso fiasco di vino nero, che era un eccellente aleatico raccolto sul luogo.

Ricomparso poco dopo il sole splendido di settembre, proseguimmo la nostra strada verso Porto Longone, dove arrivammo verso mezzogiorno. Questa seconda città dell’isola è posta in vicinanza di una piccola insenatura del mare, appoggiata alla rupe scoscesa su cui imponente si erge la fortezza. Due strade ripide scendono sulla spiaggia, dove le onde giungono fin vicino alle case. La spiaggia poi è tranquilla e pressoché deserta; alcune barche dondolano sulle onde e pochi pescatori e marinai sono occupati a ripararne altre malandate, mentre intonano una canzone monotona. Tutti i balconi e le finestre sono occupate da vasi di fiori, e tutte le case hanno giardini ricchi di vegetazione come quelli dell’isola di Procida. Il clima è già più meridionale rispetto a quello di Portoferraio. L’aloe cresce ovunque creando stupore: la strada, che dal porto sale sull’altura dove sorge Longone, è fiancheggiata ai due lati da quelle piante. Era il momento della fioritura e i loro steli si alzavano diritti come una stupenda fila di candelabri. Neppure nelle località più meridionali della Corsica ne avevo visti così tanti e belli: forse solo in Sicilia avrei visto un viale di queste piante, cresciute senza regola secondo i capricci della natura, verso il tempio solitario di Segesta. Oltre gli aloe crescono pure le palme.

Per un ripido sentiero si sale alla fortezza di Longone. Sorge questa sopra l’altipiano di una rupe imponente, e colle sue mura e colle sue torri, in parte diroccate, compare antica e maestosa. La costruirono gli Spagnoli ai tempi di Filippo IV e di Filippo V. È strano che un’isola così piccola sia appartenuta un tempo contemporaneamente a tre diversi padroni, in quanto mentre il principe di Piombino possedeva l’isola, Portoferraio nel 1537 passò sotto la giurisdizione di Cosimo de’ Medici, mentre il re delle due Sicilie occupava Porto Longone. Nel 1736 l’Elba e Piombino furono annessi al regno di Napoli; nel 1801 l’isola fece parte del regno di Etruria, e finalmente nel 1805 venne riunita all’impero francese.

La fortezza deve essere stata molto solida, non essendo possibile per la sua posizione conquistarla da nessuna parte. Sorge all’estremità della città propriamente detta, vera immagine di distruzione, di rovina e di abbandono. Buona parte della fortificazione furono fatte saltare in aria nel 1815 per ordine di Napoleone, dopo che ebbe abbandonata l’isola. Del resto la fortezza aveva retto a parecchi assalti durante le guerre tra Francia e Spagna, ai tempi di Lodovico XIV. Un ufficiale della guarnigione toscana, che ci diede ospitalità per un giorno, ci fece da guida. (…) Nella fortezza trovammo un pugno di veterani toscani, alcuni dei quali tuttora dell’era napoleonica conoscevano la Germania, e ne vantavano la bellezza delle campagne, e la pulizia delle città. Tutto quanto ci fece vedere il nostro ospite dell’ordinamento della sua compagnia, del suo trattamento, nel suo codice penale, era un vero modello di rettitudine militare e di ordine; tutto vi era previsto, ed ogni cosa perfino i ferri lunghi, ed i ferri corti, ed il fatale bastone avevano il loro sito determinato.

La lunga permanenza degli Spagnoli in Porto-Longone, vi ha lasciata tuttora traccia delle loro costumanze, e nelle conversazioni vi è tuttora in uso il Don.

(…)

Di fronte a Longone sorge il piccolo forte di Fucardo, con un faro per i naviganti. La riva è grandiosa e pittoresca, mentre i monti che vi scendono selvaggi a momenti ricordano gli scogli di Capri, pur non possedendo quel colore caldo tipico del sud. In queste gole selvagge, vicino alla strada che porta alle miniere di ferro di Rio, sta nascosto fra i cipressi e gli arbusti l’eremo di Monserrato fondato dagli Spagnoli. È impossibile immaginare un sito più severo e montano. Scendemmo col nostro ospite la rupe per arrivare a Rio. La strada corre in una zona deserta ricca di cespugli e di acque, che mantengono la vegetazione lussureggiante. Una di quelle fonti porta il nome di Barbarossa, non tanto a memoria dell’imperatore tedesco, quanto del famoso corsaro, che saccheggiò Porto Longone nel 1544. Tuttora nella maggiore parte delle isole del Mediterraneo, se non in tutte, c’è memoria del suo nome, perché non ve ne fu forse una dove non sia penetrato quel pirata ardito.

Proseguimmo la nostra strada sempre fra le piante e le colline sassose, alternando la vista dei monti, della campagna e del mare fino a Rio. Qui scende impetuoso per gettarsi in mare un rio, che ha dato il suo nome alla località. Esiste una leggenda secondo la quale questo corso d’acqua, il più antico dell’isola, abbia origine non dai monti, ma giunga per mezzo di un canale sottomarino dalla Corsica, e le foglie e i rami delle piante che il rio porta con sé, sembrano avere un’origine còrsa. In questa novella Aretusa, sembra riassumersi poeticamente la sorte di Napoleone.

Altro ricordo della Corsica si trova nelle miniere di ferro di Rio dove trovò rifugio Pietro Cirnèo, così chiamato perché nel secolo XV fu l’annalista più elegante della Corsica, e la cui vita sembra un romanzo. Fuggito dalla casa del suo patrigno, giunse a Rio da ragazzo, guadagnandosi la vita a guidare gli asini che trasportavano i carichi di minerale al porto.

Il colore rossiccio del suolo che calpestiamo ci dice che ci troviamo su una terra ricca di ferro; ovunque vi è questa polvere di ferro, tanto che sono rosse le colline piene di aloe, le cui foglie ruvide e di color bruno acciaio, danno l’idea di fasci, di daghe e di spalle. Tutto, gli abiti, il volto, le mani degli operai di Rio, perfino gli stessi cani, che ci venivano incontro abbaiando, hanno questo colore rossiccio. Anche il porto su cui scendemmo ha il medesimo colore e sulla spiaggia trovammo grandi cumuli di minerale in attesa di essere caricato nelle barche.

Andammo in cerca del direttore delle miniere, che avevo saputo con piacere essere un Tedesco. Fra tutti i popoli quello tedesco è il vero minatore, perché sa inoltrarsi con intelligenza nelle viscere della terra, e spiare il senso dei territori più nascosti della natura. Egli sa scavare con bramosia alla ricerca di una buona vena, e dimenticando sé stesso, dimentica anche il piacere dell’aria libera e la bellezza della primavera. A volte dorme nella miniera come fosse Epimenide, o come l’imperatore Barbarossa nel Kiffhäuser, quel vecchio minatore tedesco dalla corona d’oro e la lunga barba cresciuta attraverso il tavolo, o come il Tannhauser nel monte di Venere.

Ora ci venne incontro il signor Ulrich, un vero e franco Tedesco di buona lega, dalla stretta di mano ferrea, il parlare tronco e positivo e la voce vibrante. Ci offrì l’ospitalità sincera che si riserva ai concittadini, facendoci conoscere le attività di estrazione e spiegandoci la natura e le condizioni di lavoro. Le miniere dell’Elba, coltivate da una compagnia toscana, sono da poco tempo sotto la sua direzione. Le aveva trovate in pessime condizioni, ma in pochi mesi seppe migliorarle al punto di ricavare trentacinquemila tonnellate in anno, a fronte delle ventiduemila precedenti. Si estraggono cento ventimila libbra di minerale al giorno, anche se nell’estate i lavori rallentano, perché l’agricoltura chiama a sé gli operai che in massima parte sono paesani di Rio. Al contrario in inverno si lavora molto attivamente.

Queste miniere sono coltivate dai tempi più remoti, senza che mai il minerale sia sembrato esaurirsi; infatti un monte di circa cinquecento piedi di altezza è tutto ferro. Nelle vicinanze vi sono altre miniere quali quelle di Ferranera, di Rio Albano, e la Calamita un vero monte di magnete. Queste miniere erano coltivate fin dai tempi degli Etruschi, che trasportavano il materiale a Populonia, da cui l’isola dipendeva, ed estraevano il ferro tramite fusione. A causa della mancanza di combustibile è impossibile in loco la fusione del ferro, e tuttora il minerale viene fuso in forni che sorgono presso l’antica Populonia e condotto poi via mare a Napoli, Genova, Marsiglia e Bastia.

(…)

Gettai uno sguardo sui dintorni: sono deserti e malinconici, e la collina stessa, con il suo suolo tutto rossiccio, ferruginoso, ha un aspetto di tristezza e desolazione, come i dintorni di un vulcano ricoperti di lava e cenere. Una piccola fortezza, o piuttosto una torre rovinata, di colore bruno, sorge in cima ad una rupe propriamente di fronte alle miniere. È questa la torre di Giove. Di fronte a queste miniere terribili, da cui si sono ricavate tante e tante spade, lance e palle di cannone per il furore della guerra, e da dove pare sia sorta l’età del ferro – come ha cantato il poeta, si dovrebbe innalzare un monumento a Napoleone, un uomo tutto di ferro; un colosso dell’Elba, sul cui piedistallo si dovrebbe incidere l’ordine di Porsenna, re degli Etruschi: «d’ora in poi il ferro non serva a nient’altro che all’uso che se ne fa in agricoltura e in industria.»

Queste parole, le più umane della ferrea Roma, mi richiamano alla memoria un fatto analogo e di un’altra condizione di pace dell’antichità greca. Quando Gelone di Siracusa dettò la pace ai Cartaginesi dopo la battaglia di Imera, pose per condizione che si ponga fine al sacrificare vittime umane al Moloch, condizione che dovrebbe essere scolpito sul piedistallo del colosso progettato per l’isola d’Elba.

Ma non so se quest’era pacifica stia per sorgere, e se l’olivo di Elihu Burritt stia mettendo radici, perché i popoli non mi paiono diventati più morali, né più saggi dei tempi di Porsenna e di Gelone di Siracusa. Le nazioni continuano oggi come per il passato a sacrificare vittime al Moloch politico e religioso dell’onore, e a lasciare spegnere dal ferro il fiore delle loro generazioni, quasi la umanità possedesse come l’idra cento teste, e fosse capace centuplicarsi di continuo.

Congediamoci così dall’isola del ferro, e se non con una accusa alla umanità, almeno con un sorriso ironico verso i cantori entusiasti dell’era nostra, col grido per lo meno di Porsenna. «Non più spade, non più lance, non più sacrifici umani a qualsiasi Moloch.»

 

Tratto da:

Ferdinand Gregorovius, Wanderjahre in Italien ; Leipzig : F. A. Brockhaus, 1870-1877

edizione italiana di riferimento
Id., Ricordi storici e pittorici d’Italia ; traduzione dal tedesco di Augusto di Cossilla · Milano : Manini

 

Illustrazioni di Italo Bolano

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