Julien Gracq ~ Le acque strette (2)

Julien Gracq sulla riva della Loira, Saint- Florent-le-Vieil, France (Photo by Raphael GAILLARDE/Gamma-Rapho via Getty Images)

 

…le vallon dormant de l’Èvre, petit affluent inconnu de la Loire qui débouche dans le fleuve à quinze cents mètres de Saint-Florent, enclot dans le paysage de mes années lointaines un canton privilégié…

 

Jacob van Ruysdaël, Le Coup de Soleil, 1665 ca.

 

Le acque strette (seconda parte)

 

Nessuna pittura più della pittura cinese – e soprattutto quella dei paesaggisti dell’epoca Song – è stata ossessionata dal tema, pure assai limitato, della barca solitaria che risale lungo una gola boschiva. Il fascino sempre vivo che è legato ad una tale immagine deriva senza dubbio dal contrasto fra l’idea di scalata, in ogni caso del duro sforzo fisico e del difficile cammino, evocata dalla ripidezza dei versanti, e la piattezza, la facilità irreale del percorso d’acqua che si insinua indefinitamente fra i dirupi: il sentimento di giubilo che nasce, nello spirito del sognatore, dalla soluzione incredibilmente facile delle contraddizioni propria del sogno qui si àncora concretamente alla realtà. I rami degli alberi sovrastanti sotto i quali si scivola, i rami del pino amico delle rocce che sporgono angolosi al di sopra dell’acqua nei disegni a china, accentuano la sensazione di calma ebbrezza e possono da un istante all’altro far seguire al capriccio di un nastro d’acqua circondato da precipizi l’intimità protetta, la seducente fuga delle volte degli alberi a coprire come un pergolato un canale che corre fino all’orizzonte. Con gli occhi chiusi ci si abbandona all’acqua che, inesauribilmente, apre il suo passaggio; nessuna escursione è più seducente di questa in cui il piacere proprio di ogni viaggio sul filo della corrente si accresce della magica sicurezza legata al filo d’Arianna. Così, per lunghi minuti, la barca procede in un silenzio lucente; insieme al sole, i dirupi scoscesi fan cessare anche il minimo soffio d’aria. Nel mezzo dell’escursione sull’Èvre, questi momenti di silenzio, nella mio ricordo, vengono a posarsi come il lungo prolungarsi di una nota musicale: è veramente il genius loci a dettare il silenzio – con un dito sulle labbra, dritto ed immobile, e come materializzato nelle cavità di questi canali pieni di presenze pagane.

Se c’è un elemento ricorrente nel mio reagire al succedersi dell’ombra e della luce che mutevolmente si distribuiscono lungo il corso di una giornata, è la sensazione di gioia e calore e, ancor più forse, la vaga promessa di un’altra gioia a venire, che per me è inseparabile per me da quello che – non ho mai trovato espressione migliore – sono solito chiamare la schiarita tardiva: la schiarita ad esempio delle lunghe giornate di pioggia che a sera inoltrata lasciano filtrare, sotto il coperchio finalmente sollevato delle nuvole, un raggio giallo che appare miracoloso nella sua limpidezza – la schiarita umida e nordica di certi cieli di Ruysdaël; oppure la schiarita crepuscolare sull’orlo dell’orizzonte, più luminosa e più calda, come quella che a volte vado a rivedere al Louvre in un piccolo quadro di Tiziano affascinante, La Madonna del coniglio. Un’impressione così netta di calore e di ristoro, più vigorosa forse solo per me che per altri in simili occasioni, ha qualcosa a che fare con un’immagine motrice rimasta impressa in noi da tempi molto lontani e probabilmente di natura religiosa: l’immagine di un’altra vita presentita che può mostrarsi in tutta la sua evidenza solo al di là di un certo « passaggio oscuro », luogo di esilio o valle di tenebre. E forse (non è l’immagine del giorno che volge al crepuscolo a raffigurare comunemente il corso della vita?) la suggestione ottimistica di un possibile arresto nel declino, persino di un’inversione del corso del tempo, prende forma interiormente da questa ripresa di nuova forza, da questo ringiovanimento del sole pomeridiano. Non ho dubbi tuttavia che vi sia in noi una memoria più alta, sensibilizzata per natura a ben altri segnali che non siano quelli del codice stradale, a farsi garante della realtà di queste promesse vaghe e insieme veementi che in ogni momento ci giungono dall’ora, dal tempo e dalla stagione[1]. Il sole già declinante, che la traversata delle gole strette aveva nascosto, riappare ora in tutta la sua forza; là dove tocca la superficie dell’acqua, quest’acqua, che fino a un istante fa era ancora così poco rassicurante, nella sua suggestione di profondità appare quasi opaca ai raggi, quasi fosse ricoperta da una pellicola di polvere. La luce filtra a fasci attraverso i rami dei frassini e dei salici; si scorre di nuovo attraverso un tenero ed arioso paesaggio estivo, pavesato dai colori del bel tempo stabile come se vi si schiudessero degli ombrelli.

Jacob van Ruysdaël, Paesaggio con cascata, 1660-1670 ca.

 

Ciò che adesso progressivamente si scopre delle due sponde del fiume è un paesaggio che l’ovest ripresenta fino all’ossessione fra Bas-Maine e Finistère. Non più una gola, ma semplicemente una valle stretta e incassata, dai versanti ripidi, in cui la roccia affiora, rompe dappertutto l’humus esangue e dove la foresta non trova più dove aggrapparsi. Non vi si vedono che delle feltrature di aridi cespugli di erica, dei germogli nani di castagno, delle felci sui pendii ombreggiati e soprattutto, all’epoca della fioritura, le due sfumature del giallo – sottilmente differenti ma ambedue irrimediabilmente associate alla tristezza – della ginestra color zafferano e del ginestrone color vespa: la prima di una tinta più solforosa, più viva, più consona alla gamma acida della primavera, il secondo più maturo, insieme concentrato e smorto come un vino vecchio, risplendente nei cespugli verde scuro come il fuoco di sterpaglie sulle spine secche. Amo, ho sempre amato di una vera predilezione (sia pure senza gioia) questi pendii spruzzati di un giallo morto rotti dalle protuberanze di granito mangiato dai licheni: vedova primavera, dal gusto della stagione avanzata e con già addosso il colore delle bacche d’autunno – giallo triste e sfiorito al quale, più che alla tinta dell’erica, si accorda, per me, il declinante rimuginare lamentoso e freddoloso del flauto del pastore nel Tristano[2]. Un pomeriggio ero partito a piedi dal sordido piccolo villaggio di Tréhorenteuc con le sue stradine incrostate di sterco di vacca: uno di quei luoghi impantanati e senza sbocco della Bretagna più interna al di là dei quali sembra non esserci niente se non paludi fra le ginestre, solitudine, silenzio, pioggia. Avevo appena preso il sentiero fangoso ed ecco che il cielo si schiarì: in Bretagna si scopre sempre un angolo di cielo così terso e tenero; poi il sentiero che saliva fra le rocce e i ciuffi di bosso si fece più asciutto e piacevole da percorrere; ora attraversava boschetti di querce nane, pendii coperti di felci, radure lastricate di rocce sporgenti che sembravano preparate per qualche megalite. Verso destra, oltre i boschetti di lecci e di giovani pini, si apriva la vista: attraverso il calare del sole e le ombre delle nuvole che lo animano abbraccio con un solo sguardo il paesaggio che sono venuto a cercare in fondo a questi sentieri sperduti, prestando fede solo ad un magico nome.

La Val sans Retour[3] non assomiglia a niente che si possa immaginare: né alla fenditura di un colpo di sciabola che dà accesso ad una gola malfamata, né ai bassifondi di vegetazioni oscure, soffocati dagli alberi i cui rami lasciano piovere il sonno come quelli della mancinella. È soltanto un burrone abbastanza profondo ma ampiamente svasato, che seguendo un tracciato sinuoso si incassa entro un altopiano di terreni incolti e di erica, prolungamento verso ovest della foresta di Paimpont, di cui si scorge nell’estremo della prospettiva la cima degli ultimi alberi, come vessilli sparsi di una retroguardia che sprofonda oltre l’orizzonte. Dall’alto del versante, quando si scopre il panorama della valle, lo sguardo è colpito dalla piattezza assoluta di questa linea d’orizzonte: uno zoccolo consumato, un blocco piallato nel quale sprofonda l’incisione chiusa e digitata della valle, con le sue corte gole affluenti, disposte come le nervature di una foglia. L’ossatura rocciosa affiora ad ogni istante lungo i pendii in morbide protuberanze, rivestite di licheni di quel bianco opaco e smorto che è uno dei colori ossessivi della Bretagna. Una vegetazione aspra e rada occupa tutti gli intervalli: file di giunchi secchi, cespugli bassi, di un verde più scuro, di ginestre e ginestroni che si estendono in macchie squamose, querce stente, abetaie che calano in nere colate verso il fondo del burrone. Là dove il punto più alto dei versanti confina col pianoro, e dove il pendio diminuisce, dei tronchetti di castagni si abbarbicano da ogni parte, radicati e duri come una nuca tosata a spazzola; d’inverno un intrico di betulle spoglie dagli esili ramoscelli riempie il fondo del burrone di una lanugine grigio topo, così tenue che la si confonde col primo levarsi della nebbia.

A parte la maculatura irregolare che quasi in ogni stagione vi spruzza sopra tutte le sfumature del verde, niente attrae lo sguardo di questo paesaggio che le brughiere dell’ovest riproducono quasi a sazietà. Ma come si spiega che l’occhio si fissi, si soffermi, rimanga quasi prigioniero del solco incavato, che non è mai ridente né triste, e che non muta neppure con le stagioni? Come si spiega che esso resti associato per me a un cielo pomeridiano pieno di nuvole, le cui ombre in continuo movimento risalgono i dirupi per essere mangiate d’un solo colpo dalla linea pesante dell’orizzonte? Mi ritorna alla mente il titolo di un racconto di Noël Devaulx di cui mi piace la suggestione di libertà combinata col superamento di certi confini addormentati della terra, « En marge du cadastre[4]». L’idea di una plaga, sia pure esigua, del pianeta per la quale un colpo di bacchetta magica ha sospeso il corso del tempo, bloccato la vita, appassito la vegetazione, fermato al volo i gesti sospesi, conserva una sua presa sull’immaginazione, ben oltre il regno delle fiabe; la presa sta nel fatto che la finzione in questo caso è confermata dall’esperienza, che se interroghiamo la nostra memoria profonda sappiamo che quei castelli addormentati nel bosco e quelle terre devastate noi li abbiamo incontrati almeno una volta in qualche angolo della nostra vita. Lo sguardo torna a fissarsi nella cavità della valle chiusa e si insinua lungo i pendii deserti. Nessuna traccia dell’uomo è visibile qui, non una casa, non un campo, non un sentiero, e neanche del fumo. Un pesante torpore cade dal cielo coperto; non si ode rumore di fonte né canto di uccello. A far gravare sul vallone morto una minaccia imprecisa, non è tanto l’impronta di un passato favoloso, quanto piuttosto un senso di distrazione totale rispetto al ritmo della vita ordinaria. Qui nulla si è mosso: i secoli vi scivolano senza traccia e senza significato come l’ombra delle nuvole: molto più che il segno di un’antica leggenda, ciò che rende stregata questa valle in abbandono, queste terre per sempre incolte, è la sensazione immediata che qui regni tuttora e con tutta la sua forza il sortilegio fondamentale che è la reversibilità del Tempo. Quando mi trovo di fronte a quegli ingrati burroni della brughiera occidentale che il giallo smorto dei ginestroni macchia senza ravvivarli, stento a distaccarmene: mi sembra che potrei percorrerli per l’intera giornata: burroni di la Hague, che scendono fino al fondo umido dei pendii turgidi e rotondi, come un solco fra i seni, verso il mare color lillà – burroni coperti di erica della montagna del Limosino, invasi dal tintinnio dell’acqua e dei campanacci delle vacche, macchiati di rosa e di giallo violento come in quei tappeti che in Oriente si stendono ad asciugare in assoluta solitudine, sulle rocce del guado. Non è una traccia favolosa quella che io vengo a cercare nelle brughiere senza memoria: è piuttosto la vita che su questi terreni incolti senza età e senza sentiero allenta i suoi punti di riferimento e il suo ancoraggio e diventa essa stessa una leggenda anonima e brumosa. Il falsificatore di Ossian, senza saperlo, vi si ritrova poeta. Là dove hanno termine il sentiero, la chiusa e lo steccato, là dove non hanno mai potuto far presa sulla vegetazione selvaggia, anche la mente si scioglie dal morso e dalla briglia: il senso della libertà vera del pensiero non è mai interamente dissociabile per me da quello della terra in abbandono[5].

Jacob van Ruysdaël, Panorama dell’entroterra dalle dune costiere, 1675 ca.

 

Intanto il pendio dei costoni si fa più lieve e il sole, che pure è al declino, riempie di nuovo tutta la vallata di una luce più gialla e come succosa, introducendo nel corso ormai uniforme della passeggiata quel movimento di puro teatro che è il ritorno alla calma dopo il culmine della scena drammatica. Ancora una curva del fiume, ed ecco la fine del tronco navigabile, nell’aspetto più ridente, quasi un quadretto, che possa offrire la rappresentazione del mulino ad acqua: il torrente esiguo e sonnolento con le sue palizzate di giunchi – che qui sono le stiance decorative dalle alte spighe grevi – le ninfee semiaperte nell’ombra cupa della sponda – il fabbricato sulla riva dell’acqua, ricoperto di edera e sepolto nella penombra degli alberi – la chiusa sommersa al di sopra della quale le acque saltano fra il rumore assordante e la frescura, con l’arco svelto ed argentato della trota. Quanto la chiusa a valle fra i terrazzamenti di erba scura è silenziosa e immersa dal suo alto argine in un’ombra venefica, tanto la chiusa a monte è allegra e solare; l’occhio insegue ancora con piacere, ma senza rimpianto, oltre la diga la curva allettante della vallata e si arresta sazio davanti a quella barriera simbolica varcata dal salto di un pesce.

Così si ritorna indietro, dopo aver ormeggiato la barca in una apertura del canneto ed essersi distesi un momento sull’erba della riva. Il sole riscalda ancora l’avvallamento con tutto il suo vigore; non c’è un filo d’aria, ma una fascia di frescura si allunga già ai piedi di ogni albero sui due lati del fiume, distinta come un’ombra. Spesso ho sentito cantare nelle barche di ritorno da Coulènes; come l’acqua liscia sopra la cresta della chiusa, ciò che si espandeva in quel canto era un’eccedenza tranquilla; era solo ciò che debordava, alla fine senza violenza, delle sensazioni immagazzinate in una giornata senza nuvole. Le voci, che la sera isola e rende più liquide, fanno risuonare al ritorno l’eco della Roche qui boit; finalmente si vede spuntare sopra i canneti la torre quadrangolare della cappella; il bronzo della campana che scandisce languidamente le ore rintocca più vicino di quanto ci si aspettava e sembra allargare sull’acqua, attutire senza fretta le sue vibrazioni come un sasso che cade in uno stagno. Visto da qui, incorniciato dai ciuffi piumosi delle canne, riflesso sull’acqua tremolante e rotto come mosaico dalle foglie delle castagne d’acqua e delle ninfee, questo rozzo asilo per pellegrini non pare indegno di uno sguardo e merita il nome segreto che gli serbo nel mio ricordo, nome rubato ad un povero borgo della Brière: la Chapelle-des-Marais. A questo nome e a questa immagine si è sempre associata una sensazione di sicurezza, senza che ne sappia la ragione: sarà forse perché la rappresentazione dello stagno, molto più di quella della terra o del mare, per me è di natura materna e inesauribilmente germinale, e l’immagine di una torre che lo domina e gli fa equilibrio come una figura tutelare più virile riconcilia e rassicura nella sua veglia di sentinella qualcosa dentro di me che il formicolio della vita riempie sempre di angoscia?

La barca è ormeggiata di nuovo alla riva, lo scatto familiare del lucchetto è, come il fermaglio della giornata chiusa, una giornata al di fuori dei giorni. Il presente e l’imperfetto, inestricabilmente si mescolano nella sfilata di immagini di questa escursione che ho già fatto una ventina di volte, e che nulla mi vieterebbe di rifare ancora oggi. Non deve essere cambiato nulla lungo l’Èvre, se non forse qualche insediamento di canne oggi falciate, il completo saccheggio delle verdi colonie di castagne d’acqua e il naufragio finale – lo sento – dell’enigmatica barca-lavatoio. Niente o quasi niente è cambiato nel borgo del Marillais che attraverso d’estate quasi ogni settimana; è comparso lungo la strada soltanto un nuovo garage; da quasi mezzo secolo il negozio infossato e buio dove una vecchia con la cuffia a cannoncini vendeva focacce ai pellegrini ha chiuso i battenti. L’interdetto che mi blocca al momento di imbarcarmi di nuovo sullo stretto corso d’acqua immobile non viene dal timore di perdere l’incanto di un ricordo. È legato piuttosto al sentimento di impotenza che si prova all’idea, se non di rianimare un sogno, di ritrovare almeno nello stato di veglia la sua luce senza fuoco e il suo ritmo, che non smette di mutare, pur non avendo alcun rapporto con la velocità e con la lentezza. I regni di Arnheim esistono e ognuno di noi li ha incontrati almeno una volta nella vita – ma l’inesplicabile corrente che afferra e sostiene sull’acqua il battello incurvato come una falce di luna, è il battito del sangue giovane e come un palpitare ininterrotto di avvenire. Ciascuna delle immagini dispiegate da un viaggio iniziatico rinvia enigmaticamente ad un incontro prefigurato che esse fanno presentire e che le realizzerà; la fascinazione delle escursioni magiche, quale è stata per me questa sull’Èvre, trae la sua forza dal fatto che sono tutte, ciascuna a suo modo, dei sentieri di vita e che ne figurano oscuramente in anticipo i climi e le tappe. Il prestigio esteriore che attribuisco all’Èvre non è tutto immaginario, e forse lo potrei trovare ancora intatto lungo questa passeggiata retrospettiva che qualche volta mi propongo di fare. Ma tutto ciò che ha il colore del sogno è, per natura, profetico e volto verso l’avvenire, e gli incantesimi che un tempo mi aprivano le strade non avrebbero più virtù né vigore: oggi nessuna di queste immagini mi può convocare verso qualche cosa e tutti gli appuntamenti che ancora l’Èvre potrebbe darmi, non è più il momento per me di rispettarli.


[1] Della garanzia di queste promesse, il prologo di Un beaux ténébreux raffigura, in senso musicale, l’interpretazione: « In queste giornate scivolose, fuggevoli, dell’autunno inoltrato, ricordo con particolare predilezione i viali di questa piccola zona, nel declino della stagione d’improvviso invasi singolarmente dal silenzio ».

[2] Al terzo atto del Tristano e Isotta di Richard Wagner, il sipario si alza sulle terre desolate del Karéol, al bordo dell’oceano. Tristano è disteso sotto un tiglio, assorto nel ricordo d’Isotta. Un pastore suona con il suo zufolo qualche nota lamentosa e semplice la cui ripresa sveglierà Tristano: il canto dello zigrino.

[3] La Val sans Retour è un luogo della foresta di Brocéliande (oggi foresta di Paimpont en Ille-et-Vilaine, vicino al villaggio di Tréhorenteuc). Si tratta di una piccola vallata scavata nello scisto dal ruscello di Rauco. La leggenda d’Artù, in Lancelot en prose (XIII secolo, anonimo), racconta che, creata dalla Fata Morgana, la Valle era incantata e raccoglieva tutti i cavalieri infedeli; solo Lancillotto potette rompere l’incantesimo e liberare tutti i cavalieri che vi erano tenuti prigionieri. In Letterine, 1, trad. it. p. 49, Gracq associa alla Val sans Retour « il magnifico fondovalle di Valfroide (nel dipartimento delle Hautes-Alpes), una specie di valle di Giosafatte dalle pareti color dell’ombra, solcata dal luccichio di un torrente – vicolo malfamato dove neppure le pietre sono rassicuranti (…) ».

[4] Questo racconto appartiene all’opera di Noël Devaulx, L’Auberge Parpillon, Gallimard, 1945.

[5] Luogo per eccellenza dell’immaginario di Julien Gracq, l’area fabbricabile lasciata in abbandono, nella continuità dei margini, è uno dei momenti ricorrenti dell’opera, di cui La Forme d’une ville precisa l’origine il valore: « E il nome delle terre in abbandono […] ricopre qui per me un desiderio oltreché un’immagine amata: la confusione che avvolge come nebbia a tratti questi margini delle città rendendoli spazi di sogno e al tempo stesso zone di libero vagabondaggio ».


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