Siena ~ Guido Piovene

Milo Manara, Drappellone del Palio, 16 agosto 2019

Mi ricorderò una serata in una villa del Senese; la luna soffusa di rosso sulla campagna in cui la creta traspare biancastra dal verde; la terrazza coi vasi di limoni; le stanze in cui le lampadine, anziché illuminare, dànno un battito fioco; nella penombra la padrona di casa che, fingendo l’elogio, dice cattiverie melliflue; ed ogni cosa nominata in diminutivo, la casina, la frittatina. Un soffio di tristezza, di segreto, e il canto degli usignoli alla luna. La Toscana nasconde nelle sue pieghe questi angoli quasi spettrali, da seduta spiritica, in cui la stessa gente viva prende la faccia dei fantasmi, ed in cui, come per un improvviso scandaglio, viene a galla una sotterranea nevrastenia.

 

Siena (1955)

Siena, città misteriosa perché fatta a chiocciola, con le vie attorcigliate l’una sull’altra, ci attende sotto le torri e una luna enorme. È la città d’Italia rimasta più intera: una città del Medio Evo. «Un’opera d’arte unica, che non ha paragone nel nostro mondo occidentale… un solo animale completo, con testa, cuore, arterie, zampe, di cui rimane lo scheletro quasi intatto, depositato su tre colli…»; così Siena mi fu definita da Bernard Berenson. E per quanto io faccia, non riesco a trovare una definizione migliore di questa. Malgrado alcune violenze dei deturpatori, tanto più gravi perché perpetrate a danno di una città coerente come un corpo o un racconto, i motivi di meraviglia rimangono sempre gli stessi. Firenze è una città medievale rivestita dal Rinascimento; e forse, nell’immagine complessiva, prevale la rivestitura, dovuta a prìncipi munifici, a banchieri e a grandi mercanti. Ma Siena resta medievale e quasi immobilizzata nel tempo. La meraviglia nasce dalla visione di uno scheletro intatto di città medievale, che non ha nulla di archeologico. La vita d’oggi con le sue accese passioni vi ribolle quasi con furia; mai, nemmeno per un istante, si ha l’impressione di vivere in un anacronismo. A Siena si hanno quei momenti perfetti, in cui il passato più lontano risale a galla fino a noi, confondendosi col presente, diventandogli contemporaneo. Non potrò dimenticare una sera, in cui sedevo nella piazza del Campo, quella in cui si corre il Palio. Davanti a me la luna piena sembrava veramente salire dai merli gotici del Palazzo Pubblico, lungo il filo della torre del Mangia, per poi librarsi sopra l’ultimo ballatoio; che diveniva allora l’ultima tappa di una salita alla luna, in un Medio Evo astrologico. Ma il popolo passeggiava e i bambini giocavano, lungo il perimetro e nel centro incavato della stupenda piazza fatta a forma di valva; il passato e il presente, il vicino e l’astrale, sembravano far parte di un medesimo tempo.

Sinta Tantra, Drappellone del Palio, 16 agosto 2017

Il mistero della città viene dalle sue strade, strette, curve, girate le une sulle altre, a forma di spirale o di chiocciola; o, se vogliamo prendere il paragone più vieto, dei petali d’una rosa che si coprono con i loro strati. Infilando una strada si ha l’impressione di costeggiare, senza vederla, una strada più interna; e di compiere il giro della città, pure in uno spazio ristretto, seguendo un numero infinito di itinerari. Così ogni strada ha un doppio fondo, un segreto, e quasi un retroscena che l’accompagna. È questo i primo e il più grande incanto di Siena. Vi si scoprono palazzi e chiese, chiusi nel ghirigoro della città medievale, o svettanti fuori di essa, come il famoso Duomo di marmo bianco e nero in cima ad uno dei tre colli. La visita ai tesori d’arte, il pergamo di Niccolò Pisano nel Duomo, o il fonte battesimale di Jacopo della Quercia, o gli affreschi di Simone Martini e di Ambrogio Lorenzetti nel palazzo del Comune, o gli avanzi della Fonte Gaia, o la Libreria Piccolòmini con gli ameni racconti murali del Pinturicchio, o la Maestà di Duccio di Boninsegna, forse la più illustre delle nostre pitture su tavola, per citarne soltanto alcuni, fa parte delle avventure di Siena: mura, usanze e persone. Benché la pittura senese sia oggi sparsa in tutti i musei, italiani e stranieri, si può comprenderla pienamente soltanto qui, nei suoi palazzi, nella splendida pinacoteca, il cui direttore, Carli, è tra i giovani competenti di arte senese il più profondo.

Otello Chiti, Drappellone del Palio, 2 luglio 1987

Intonati con Siena medievale erano perfino i ragazzini cattivi, simili a piccoli arcieri, che guardavo di notte da una finestra del mio albergo: rompevano bottiglie sul selciato della via stretta, tra le mura di sasso, spargendone poi i frantumi perché bucassero i pneumatici delle automobili. In questo scheletro di una città medievale, direi che anche i sentimenti sono asciutti, ridotti all’osso, e animati da uno spirito di antagonismo innato. La stessa carità qui è agonistica. Il maggiore e più benemerito pio istituto di Siena è l’antica Arciconfraternita di Misericordia. Ad essa possono iscriversi tutti i cattolici per l’esercizio delle opere di carità. Oltre ad assistere gli infermi poveri e le famiglie, quest’ammirevole istituto trasporta gli infermi da casa a casa, o dalla casa e della via all’ospedale; raccoglie e trasporta i cadaveri di coloro che muoiono in luogo pubblico per infortunio. Dove l’infortunio è accaduto, subito la barella dell’Arciconfraternita di Misericordia accorre. Raccontano le cronache che la rivalità tra la Misericordia e l’Assistenza pubblica fu vivace. Si trattava di «piantar bandiera», secondo l’espressione colorita del gergo, prima del concorrente sull’infermo o sul morto. La gara è ancora aperta, anche se non termina più, come talvolta nel passato, in uno scontro a pugni. Tuttavia l’istituto, del quale ho visitato la bella sede, è opera caritativa stupenda, quale può sorgere dal fondo acceso di una città libertaria. Ma ci dobbiamo soffermare sul Palio, passione cittadina perpetua. È un’istituzione collaudata dai secoli per dare uno sfogo continuo e innocuo allo spirito di violenza e competizione; si direbbe una valvola che allevia la pressione interna di un popolo «bizzarro e scapigliato, manesco e mistico»; una competizione che l’impegna tutto, non essendo soltanto di destrezza e di forza, ma anche di scaltrezza e di diplomazia.

Alison Roux, Drappellone del Palio, 2 luglio 1990

Il Palio , come tutti sanno, è una gara di dieci cavalli, chiamati «barberi», che si ripete due volte nei mesi estivi. Meglio si potrebbe dire che dura tutti i giorni dell’anno. Esso non ha niente in comune con le riesumazioni turistiche e folcloristiche; prima che per noi forestieri, è fatto per la città, di cui mette in luce il carattere. La descrizione dei momenti finali è così divulgata, che occorre appena accennarvi. Il Palio si corre il 2 luglio e il 16 agosto, date sacre alla Vergine. Nelle ore precedenti la corsa, le comparse delle contrade girano lungamente per la città, esibendosi in giochi, facendo rullare i tamburi, schernendo i rivali, salendo la mattina al Duomo dove l’arcivescovo stesso benedice i cavalli. Il popolo si comprime nel centro cavo della piazza del Campo, intorno è la pista sassosa; la chiude un secondo anello di popolo, che si assiepa agli sbocchi, gremisce i palchi, le finestre e i tetti. Sfila nella pista il corteo delle dieci contrade che disputeranno il Palio, tra le 17 contrade in cui Siena è divisa. Sette contrade corrono di diritto, alternandosi; tre sono tirate a sorte. Anche le temporanee escluse hanno però la loro rappresentanza nel corteo, e vi è la rappresentanza simbolica delle sei contrade scomparse. Diciamo tutti i nomi delle contrade vive, giacché sono realtà cittadine fondamentali: Oca, Torre, Tartùca, Chiocciola, Onda, Giraffa, Nicchio, Pantera, Lupa, Aquila, Montone, Istrice, Leocorno, Civetta, Bruco, Drago, Selva. Il corteo, negli antichi variopinti costumi, con i suoi tamburini, i valletti, il duce e gli alfieri, i mazzieri ed i vessilliferi, i giochi di bandiere con cui è messa alla prova l’abilità dei giovani delle contrade, è una tra le illustrazioni della vita italiana più famose nel mondo. Alla fine di esso si schierano i dieci cavalli, ed al via compiono tre giri. Non è corsa di purosangue delicati e focosi. Un cavallo troppo veloce, che stravincerebbe in pista, sarebbe proiettato qui nelle svolte angolose contro le mura della piazza, come non di rado accade. La stessa scelta del cavallo è dunque opera di accortezza e diplomazia. È permesso ai fantini, che montano senza sella, ostacolare nella corsa i rivali, percuoterli col nerbo, cercare di disarcionarli, tra le grida d’incitamento o di sgomento della folla. Il turista è curioso dell’inconsueto spettacolo; il popolo senese soffre il Palio fino allo spasimo. Tutta Siena è presente, ma con qualche eccezione. Mancano i più fanatici, quelli che soffrono di più e temono di morire di gioia o di disperazione. Essi restano nelle contrade, trepidando e pregando, di fronte all’immagine del santo patrono. Di questa razza è un sacerdote che non andava alla corsa «per non morire»; e che fu sospeso a divinis perché, nel discorsetto alle esequie di un parrocchiano, anziché chiedere la salvezza della sua anima, chiese a Dio la sconfitta della Torre. Come per un telegrafo senza fili, giunge nelle contrade semideserte la notizia di quello che avviene in piazza mentre ancora si corre; frasi come: è in testa il Nicchio, il fantino è caduto, sono fulminei brividi che percorrono tutta Siena. Si dà il caso di proprietari del barbero vincitore che accolgono il fantino al rientro con uno schiaffo. A un fantino, che protestò: «Come? Ho vinto, e lei mi schiaffeggia?» il proprietario ribatté: «E la paura che ho avuto, chi me la paga?»

Mimmo Paladino, Drappellone del Palio, 16 agosto 1992

Pure, la corsa è solo una parte del Palio. E nemmeno basta a capirlo lo spettacolo che molti riti tra il profano e il sacro, tra il cristiano e il pagano, che circondano la competizione. Il cavallo portato nella chiesa della contrada per essere benedetto davanti al santo patrono; il pranzo propiziatorio in ogni contrada; il barbero custodito con l’immagine del patrono davanti alla quale arde un lume sopra la mangiatoia. Insieme col cavallo è custodito anche il fantino, che ha soprannomi popolari, Pipistrello, Gobbo, Ganascia, perché non si lasci corrompere; i giovani della contrada, a turno gli dormono accanto. Oppure, il grande pranzo all’aperto della contrada vincitrice, con il cavallo a capotavola. Ma per capire il Palio bisogna capire Siena, e la persistente realtà della contrada senese, che credo unica nel mondo. Le contrade senesi furono istituzioni dell’età comunale. In esse le libertà comunali furono, per così dire, portate all’oltranza. Si rassodarono nella forma di oggi, coi medesimi simboli, alla metà del Quattrocento; e tuttora raccolgono i sentimenti più vivaci della città. Con un Consiglio generale ciascuna, cui presiede un priore, e, carica preminente, un capitano addetto agli affari del Palio, conservano una struttura di piccoli Stati a sé, con una loro chiesa, feste, funzioni sacre, mutuo soccorso. Ho assistito a una festa di contrada. Raccolto nel sagrato davanti alla chiesa, vedevo questo popolo che in tutta Italia è il più pittorico, nel senso che ogni individuo, bello o brutto che sia, ha una bellezza pittoresca, anche i deformi; tutti precisi, come incisi, e quasi ricavati dai modelli dell’arte. Nei canti, nei giochi, nell’allegria e nelle mangiate all’aperto tutti assumono naturalmente lo stile dell’aristocrazia popolaresca. La lunga storia ha stabilito tra contrada e contrada amicizie ed inimicizie, fissate oggi nel Palio: nemiche per esempio tra loro la Lupa e l’Istrice, la Tartùca e la Chiocciola, l’Oca e la Torre. Siena, per molti lati, considera se stessa l’antitesi di Firenze, e l’antitesi ha qualche cosa di vero. Non soltanto perché in Siena si ritrova una tendenza libertaria più acuta, attenuata a Firenze dal principato, dai commerci internazionali, dall’ufficio metropolitano; ma per altri fatti su cui vorrei fissare l’attenzione del lettore. Firenze fu divisa per corporazioni e per arti, cioè per categorie di persone associate senza nessun riguardo alla loro nascita in questo o in quel quartiere. La divisione fondamentale di Siena fu invece topografica, per contrade. L’attaccamento alla contrada non ha nulla a che fare con le idee, col partito politico, con gli interessi. Dipende in modo esclusivo dal luogo di nascita, dall’atavicità, da tutto quello insomma che è prenatale; non è pensiero, ma passione contratta con il semplice venire al mondo. L’uomo di Siena sente, più profondo di tutto, di fronte alla propria contrada, quello che fu chiamato «il demone dell’appartenenza». Il Palio, che ha sostituito, l’anno prossimo da tre secoli, altre gare talvolta innocue, talvolta cruente, concentra in modo stabile lo spirito competitivo. Non ci stupiremo perciò se, come mi è stato detto, la vita di Siena è, sotto sotto, determinata soprattutto dal Palio; se il Palio è uno dei principali argomenti che si trattano nel Comune. Marito e moglie appartenenti a contrade avversarie si separano spesso, di mutuo accordo, nei giorni precedenti il Palio, e la sposa ritorna fino a dopo la corsa nella casa dei genitori. Si narra di un soldato, nato nel Drago, che rifiutò non so che medaglia al valore, perché portava impresso san Giorgio che abbatte il dragone. E una signora, aristocratica questa, mi diceva nel suo palazzo: «È una malattia invincibile; ci sono stata dentro fin da bambina. Tante volte ho creduto di aver superato il Palio intellettualmente. Ma quando, negli ultimi giorni, sento i tamburi che passano nelle strade, e so che la Lupa corre, divento pallida, è più forte di me». Come i primi giocattoli dati alla monaca di Monza furono immagini devote, qui i primi giocattoli dati ai bambini sono bandiere coi colori della contrada.

Leo Lionni, Drappellone del Palio, 2 luglio 1994

Lo spirito competitivo non si concentrerebbe tutto nel Palio, se il Palio fosse una corsa qualunque. L’accordo preventivo qui invece è ammesso e lecito, nel medesimo limite del gioco d’alleanze tra Stato e Stato. L’esito della corsa dipende qualche volta da patti segreti tra contrada e contrada, a cui il denaro non è estraneo; e la preparazione e le trattative durano tutto l’anno tra i maggiorenti. Vince anche chi sa fare diplomazia migliore, chi sa spendere meglio e cautelarsi dall’inganno. Il Palio dunque è una vera guerra simbolica, in cui alla vittoria concorrono la forza, la diplomazia e la ricchezza. Incertezza, passione di contrada, diplomazia cui tutta la città partecipa almeno per sentito dire, spiegano lo straordinario finale. Nei giorni della corsa tutto è sospeso, l’appetito come l’amore e l’amministrazione pubblica. I cortei trascinano dietro, nella calca, il frate col saio, la donna incinta ed il bambino nel vestito da prima Comunione, che poi ritroveremo tutti a vociare in piazza. La sera, vi sono due Siene. Luce, vino e tripudio nella contrada vincitrice e nelle alleate. Ma se si sbircia dentro la contrada nemica, si crede d’essere in una città abbandonata; le finestre e gli usci sprangati, buio, silenzio e lutto.

Emanuele Luzzati, Drappellone del Palio, 2 luglio 2004

La provincia di Siena è agricola. Il capoluogo ha un’unica industria importante, l’Istituto sieroterapico e vaccinogeno Sclavo. Vi sono le industrie piccole ma famose, di dolci. Industria d’altra specie, ma di primo piano, il turismo. Dopo Roma, Firenze, Venezia e Napoli, Siena è la prima in assoluto tra le nostre città per affluenza di turisti, e occupa il primo posto, contesole da Perugia, tra le città minori. La sua provincia è tra le più rosse d’Italia. Uno solo dei suoi Comuni non appartiene all’estrema sinistra. L’estremismo della campagna toscana culmina nel Senese, con caratteristiche molto diverse da quelle emiliane. Rientra nel quadro delle passioni, insieme violente e fredde, che abbiamo ora tracciato, in quello sfondo comunale, in quell’urto d’impulsi e interessi scarnificati. Pure in un quadro simile l’aristocrazia trova posto, e non potrebbe essere assente la nota principesca. Credo che anche l’Accademia musicale Chigiana sia un caso senza eguali nel mondo d’oggi. Questa scuola di musica, di fama internazionale, su cui non mi soffermo perché la conoscono tutti, è dovuta alla munificenza privata; ed è affiancata da concerti che si tengono «nel palazzo». Accademia e concerti hanno avuto importanza per gli studi, specie nel riesumare ed eseguire musica antica, soprattutto italiana, e ricorderò fra le tante le musiche di Vivaldi e di Benedetto Marcello. Il palazzo di cui parlavo è quello gotico dove abita il conte Guido Chigi; ed accennerò di passaggio che contiene forse i più bei Sassetta esistenti. Bisogna partire dal proprietario, giacché l’Accademia è lui. Alto, magro, il naso aquilino, i capelli grigi setosi genialmente ondulati, squisitamente vestito, quando l’ho visto, con calzini di seta d’un colore violaceo e gli scarpini a punta sul piede già stretto e lungo, Guido Chigi Saracini è un signore di gran razza, e dell’antica razza ha lo stile e il capriccio. Egli sostiene, con grande spesa, l’Accademia che ne porta il nome, e la ritiene cosa sua, nel senso regale; il governo non deve entrarci. Se ben capisco dagli accenni, i suoi rapporti con la lontana burocrazia (non coi poteri cittadini) sono spesso agitati. Si parla di una chiusura dell’Accademia per atto di protesta, dopo anni di rapporti poco cordiali: giacché, a differenza di altri paesi, il fisco italiano è poco propenso ad agevolare le iniziative dei privati nella cultura. Guido Chigi non è mai uscito da Siena, se non da giovanotto per andare in Svizzera, poi per recarsi qualche volta a Firenze e, molto raramente, a Roma. Sente la sua città come antitesi di Firenze. Dalle sue parole emana l’orgoglio di rappresentare, in funzione di principe, la città ed i suoi antagonismi. Ritrovo in lui lo spirito municipale, che a Siena tocca il vertice; lo stesso, sebbene in diversa forma, di quello che ribolle nelle contrade. Lo spirito, ed il capriccio: Chigi non tollera né Beethoven, né Bach. Ho assistito ad un concerto di antica musica nell’auditorio del palazzo. Vedevo i concertisti, dal palco, inchinarsi ad un punto della sala, dove non sedeva nessuno, quasi ossequiassero un fantasma che il pubblico non vedeva. Mi accorsi finalmente che il conte Chigi assisteva al concerto, recondito in una saletta da cui vedeva il palco senza essere scorto dal pubblico, come fanno le monache di clausura per le funzioni; la sua presenza era rivelata però dalla sua figura riflessa in uno specchio attraverso la porta. Scesero in questa sala i concertisti più famosi del mondo; e furono certo attratti anche dall’occasione inconsueta di suonare, come nella cornice di una piccola corte, in questo palazzo privato dalle trifore trecentesche. Era un felice anacronismo, che portò in una piccola città uomini disputati dalle città maggiori. Il nostro augurio è che l’anacronismo perduri.

Igor Mitoraj, Drappellone del Palio, 16 agosto 2004

Se si vuole frugare ancora nello scrigno di Siena, bisognerà soffermarsi un istante in un altro palazzo patrizio, quello di Marga Marmoross Sergardi. Esisteva a Siena una forte tradizione teatrale, specialmente affidata a tre accademie, degli Intronati, dei Rozzi e dei Rinnovati. Questa tradizione languiva. Marta Sergardi si propose di ridestarla, prima nel 1940 riunendo i giovani coloni del circondario e insegnando loro la recitazione. È uno di quegli incontri di popolare e aristocratico, così sentiti in questa città poco borghese. Dal teatro di Campagna, otto anni dopo, prese avvio il Piccolo Teatro della Città di Siena: scuola di recitazione, di danza classica, di ginnastica ritmica, di canto corale, di scenografia; con attori, un teatrino, quello dei Rinnovati; ma elaborato anch’esso nelle penombre di un palazzo. Il teatro dà spettacoli raffinati, con speciale riguardo per un genere trascurato in Italia, la fiaba. E molto della fiaba ha per se stesso il Palazzo Sergardi, casa privata ed insieme laboratorio teatrale; i grandi armadi allineano ottocento costumi, giacche di seta scintillanti di pietre; la guardaroba del palazzo, in cui le donne lavorano a fare i costumi, è favolosa e casalinga, come devono essere le fiabe. La giovane padrona e fondatrice del teatro esile e bionda, le sorveglia.

Tullio Pericoli, Drappellone del Palio, 2 luglio 2011

Siamo, con Siena e col Senese, penetrati nell’intimo della Toscana più autoctona e, direi, terrigena; popolaresca ed aristocratica anche nei suoi moti rivoluzionari; mentre Firenze ha tradizioni di metropoli cosmopolita e culturale. E, più si scende nell’intimo della Toscana, più vi si scorgono due serie di immagini in contrappunto: la prima testimonia una Toscana tutta punta, acre e spavalda; l’altra una Toscana vecchia, che si ripiega su se stessa con avarizia, e parla per diminutivi. Vedi, andando per i villaggi, l’osteria col vino che scorre, con le discussioni accese, in un peculiare miscuglio di dialettica e di veemenza; accanto, il muro con le scritte sportive, il martello e la falce; ma contro quello stesso muro, siede una fila di vecchine, quelle vecchine lise, che si direbbe riesumate da antiche tombe, e si vedono solo qui. Se si penetra nelle ville, sembra talvolta di piombare in un pozzo di solitudine. Mi ricorderò una serata in una villa del Senese; la luna soffusa di rosso sulla campagna in cui la creta traspare biancastra dal verde; la terrazza coi vasi di limoni; le stanze in cui le lampadine, anziché illuminare, dànno un battito fioco; nella penombra la padrona di casa che, fingendo l’elogio, dice cattiverie melliflue; ed ogni cosa nominata in diminutivo, la casina, la frittatina. Un soffio di tristezza, di segreto, e il canto degli usignoli alla luna. La Toscana nasconde nelle sue pieghe questi angoli quasi spettrali, da seduta spiritica, in cui la stessa gente viva prende la faccia dei fantasmi, ed in cui, come per un improvviso scandaglio, viene a galla una sotterranea nevrastenia.

Claudio Carli, Drappellone del Palio, 2 luglio 2012

Lasciata Siena, ci dovremo fermare nella sua provincia. E girare in questo paesaggio, dove l’amenità toscana è ridotta ad un velo, perché la creta vi mette un riverbero livido; e a tratti diviene scoperta, quando la vegetazione muore. È quel balenio bianco, che domina nelle opere dei pittori senesi, non appena dipingono i dintorni della città; e che già a Siena si è imparato a conoscere nel Palazzo Pubblico dietro la figura a cavallo di Guidoriccio da Fogliano, negli sfondi del Lorenzetti. Uno dei punti più tesi di questo paesaggio è monte Oliveto Maggiore, dove sorge il grande convento benedettino ritornato nel nostro secolo, dopo la lunga decadenza, a piena vita monacale. Qui fra Giovanni da Verona eseguì le più belle tarsìe, e vi ideò la biblioteca, tra le più splendide biblioteche conventuali Luca Signorelli e il Sodoma vi dipinsero il chiostro con un ciclo di affreschi. E non è raro, entrando nella chiesa deserta, trovarvi un monaco solo che si esercita all’organo. Il paesaggio dietro il convento, a monticelli, costole, spacchi bianchi, già appartenente all’arte. Sembra lo scenario approntato dalla natura stessa per recitarvi il dramma sacro della lotta tra Dio e il demonio tentatore. Il pensiero ritorna ad un affresco del Signorelli, nel chiostro, in cui il diavolo appare sotto le spoglie di un innocuo viandante incontrato per caso, col volto del primo che passa.

Fernando Botero, Drappellone del Palio, 16 agosto 2002

 

Tratto da:

Guido Piovene, Viaggio in Italia ; Milano : A. Mondadori, 1957

 

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