Boris Pasternak ~ Viaggio in Italia

Boris Pasternak

 

Capii, che la storia della civiltà è una catena di equazioni in immagini, che legano due a due l’incognita di turno con il dato noto, dove questa incognita, costante per tutta la serie, è la leggenda posta a fondamento della tradizione, mentre l’incognita ogni volta nuova è l’attuale momento della civiltà in corso.

 

 

Andrey Esionov, L’irrealtà di qualcun altro, 2017

 

E dunque: stazioni, stazioni, stazioni. Stazioni, come farfalle di pietra svolazzanti in coda al treno.

A Basilea imperava il silenzio della domenica, sicché si udiva come le rondini, volando su e giù, scalfivano con le ali i cornicioni. I muri fiammeggianti rotolavano come mele occhiute sotto le sporgenze dei tetti di embrici nero-ciliegia. L’intera città li serrava e li sollevava come ciglia. E con lo stesso incendio di terracotta di cui ardeva la vite selvatica nelle ville, ardeva anche l’oro da vasai dei primitivi nel lindo e fresco museo.

Zwei francs vierzig centimes,” pronuncia in modo incredibilmente puro nel negozio una contadina col costume del cantone, ma il punto di fusione dei due bacini linguistici non è ancora qui, bensì a destra di un tetto basso e pendente, a sud di esso, verso la calda azzurra pianura federale che si dilata liberamente ed è sempre un po’ in salita. In qualche punto sotto il San Gottardo, a notte fonda, parlano.

Ed io mi lasciai sfuggire quel luogo, immerso nel sonno, spossato dalle veglie notturne del viaggio di quarantotto ore! L’unica notte della vita in cui non si sarebbe dovuto dormire; quasi come un “Simone, tu dormi?”, ma sia perdonato. E comunque, a momenti mi destavo, come uno stoico accanto al finestrino, per pochi minuti vergognosamente corti, “giacché gli si erano fatti pesanti gli occhi”- E allora…

Intorno schiamazzava l’assemblea delle vette che si affollavano immobili. Ah, dunque mentre io sonnecchiavo, e noi ci avvitavamo con il fischio incessante della locomotiva di galleria in galleria, era riuscito ad accerchiarci il respiro che supera di tremila metri il nostro naturale respiro?

V’era la tenebra più impenetrabile, ma l’eco la riempiva con la scultura convessa dei suoni. Gli abissi conversavano a voce spudoratamente alta, tagliando i panni addosso alla terra. Da ogni dove, da ogni dove, da ogni dove i torrenti cicalavano, sparlavano, si lagnavano. Era facile intuire come essi fossero appesi ai pendii e calati come fili contorti giù per le valli. E dall’alto saltavano sul treno i pensili strapiombi, mettendosi a sedere sui tetti dei vagoni, e, gridando fra loro e dimenando le gambe, si abbandonavano a una corsa gratuita.

Ma il sonno mi vinceva e così caddi in un inammissibile torpore alla soglia delle nevi, sotto i ciechi scoiattoli d’Edipo delle Alpi, sulla cima della demonica perfezione del pianeta. Sulla vetta del bacio che esso depone qui narcisisticamente sulla propria spalla come la notte di Michelangelo.

Quando mi destai, il puro mattino delle Alpi guardava dentro i finestrini. Qualche ostacolo, forse una valanga, aveva fermato il treno. Ci invitarono a salire su un altro treno. Ci avviammo lungo i binari della linea di montagna. Il nastro del terrapieno si avvolgeva con panorami distinti uno dall’altro, come se nascondessero continuamente la strada in qualche angolino, similmente a refurtiva. Portava le mie cose un ragazzo italiano scalzo, identico a quelli dipinti sulla carta delle tavolette di cioccolata. Non lontano faceva musica il suo gregge. Il tintinnio dei campanelli cadeva in pigri scossoni e spintoni. La musica era risucchiata dai tafani. Probabilmente essa si sentiva venir la pelle d’oca. Olezzavano le margherite e mai per un istante cessava il vano cianciare delle acque che sciabordavano invisibili dappertutto.

Le conseguenze del sonno perduto non tardarono a farsi sentire. Rimasi a Milano mezza giornata e la città non mi lasciò alcun ricordo. Mi si impresse confusamente soltanto il Duomo, che mutava continuamente d’aspetto, mentre io camminavo alla sua volta per la città, apparendomi via via diverso ad ogni incrocio. Esso cresceva un po’ per volta come un Glaetscher in scioglimento nell’azzurro strapiombo della calura d’agosto e pareva alimentare d’acqua e di ghiaccio gli innumerevoli caffè di Milano. Quando, finalmente, la non ampia piazza mi collocò ai piedi del Duomo e io alzai la testa, esso discese su di me con tutto il coro e il fruscio dei suoi pilastri e delle sue torrette, come un ingorgo di neve nel gambale a gomito della grondaia.

Comunque, mi reggevo appena in piedi e la prima cosa che mi promisi di fare arrivando a Venezia fu di dormire a sazietà.

 

Andrey Esionov, Femminismo Vecchio Testamento

 

Quando uscii dall’edificio della stazione con una tettoia di provincia in so quale stile daziario-fiscale, qualcosa di fluido mi scivolò silenziosamente sotto i piedi. Qualcosa di perniciosamente oscuro, come acqua di risciacquatura, e mosso da due o tre lustrini di stelle. Esso si abbassava e si sollevava in modo che quasi non si poteva avvertire ed era simile a una pittura annerita dal tempo in una cornice oscillante. Non subito compresi che quella figura di Venezia era appunto Venezia. Che io ero in essa, che non sognavo.

Il canale davanti alla stazione scompariva come un intestino cieco dietro un angolo, verso altri prodigi di quella galleria d’arte galleggiante su una cloaca. Mi affrettai all’imbarcadero dei vaporetti che sostituiscono i tram.

Il motoscafo sudava e ansava, si tergeva il naso e affogava, e, su quella stessa imperturbabile superficie sulla quale si trascinavano i baffi del motoscafo, nuotavano a semicerchio, restando a poco a poco indietro, i palazzi del Canal Grande. Li chiamano palazzi e potrebbero anche chiamarli sale, ma non esistono parole capaci di dare un’idea dei tappeti di marmo colorato che penzolano verticalmente sulla laguna notturna, come sull’arena di un torneo medioevale.

C’è un particolare oriente sdolcinato, l’oriente dei preraffaelliti. C’è l’immagine della notte stellata secondo la leggenda dell’adorazione dei Re Magi. C’è un oggetto natalizio antico come il mondo: la superficie di una noce greca dorata e spruzzata di paraffina blu. Esistono le parole: chalvà e Caldea, maghi e magnesio, India e indaco. A tutto ciò occorre riferire la tinta di Venezia di notte e dei suoi riflessi nell’acqua.

Come per affermare più saldamente nell’orecchio russo la sua gamma di noce, sul motoscafo che approda ora a una riva, ora all’altra, gridano a informazione dei passeggeri: “Fondaco dei Turchi! Fondaco dei Tedeschi!” Ma, naturalmente, i nomi dei quartieri non hanno nulla in comune con i fondachi, e racchiudono invece il ricordo dei caravanserragli, fondati qui un tempo dai turchi e dai mercanti tedeschi.

Non ricordo davanti a quale precisamente di quegli innumerevoli Vendramin, Grimani, Corner, Foscari e Loredan, io abbia visto la prima gondola o la prima che mi colpisse. Ma ciò accadeva già dall’altra parte di Rialto. Essa uscì silenziosa sul canale da un vicolo adiacente e, mettendosi di traverso, andò a ormeggiarsi al portone di un palazzo vicino. Era come se dal cortile l’avessero servita davanti all’ingresso padronale sul rotondo peritoneo di un’onda che rotolava lenta. Dietro di essa, era rimasta sull’acqua una fenditura nera, colma di topi morti e di danzanti scorze d’anguria. Davanti ad essa, fuggiva il deserto lunare della larga strada acquea. Essa era femminilmente enorme, come è enorme quanto è perfetto di forme e incommensurabile con il posto occupato dal suo corpo nello spazio. La sua luminosa alabarda crestata volava con leggerezza nel cielo, recata in alto dalla tonda nuca dell’acqua. Con la medesima leggerezza volava sulle stelle la nera sagoma del gondoliere. E il cappuccio della cabina scompariva, come premuto sull’acqua nella sella fra la poppa e la prua.

Già in precedenza, basandomi su quel che di Venezia mi aveva raccontato G-v, avevo deciso che la cosa migliore era stabilirsi nel quartiere presso l’Accademia. E qui sbarcai. Non ricordo se attraversai il ponte passando sulla riva sinistra o se restai sulla destra. Ricordo una minuscola piazza. L’assediavano palazzi eguali a quelli del canale, ma più grigi e severi. Ed essi si appoggiavano sulla terraferma.

Sulla piazza inondata dalla luna c’era gente che passeggiava, che stava ferma in piedi e che giaceva in terra quasi coricata. La gente non era molta e drappeggiava la piazza con corpi in movimento, immobili o quasi. Era una sera straordinariamente quieta. Mi saltò agli occhi una coppia. Senza volgere la testa l’uno verso l’altro e godendo del comune silenzio, quei due fissavano intensamente la lontananza della riva antistante. Si trattava con ogni probabilità di servitori del palazzo che ora riposavano. Dapprima mi attrasse il tranquillo portamento del servitore, la sua canizie rasa, il colore grigio della sua giubba. C’era in questo qualcosa di non italiano, che arieggiava al nord. Poi vidi il suo viso. Esso mi parve un volto già visto chi sa dove, soltanto non potevo ricordare dove ciò fosse accaduto.

Avvicinandomi a lui con la valigia, gli sciorinai la mia preoccupazione di trovare un asilo in un gergo inesistente, che mi ero formato dopo i miei vecchi tentativi di leggere Dante nell’originale. Egli mi ascoltò con cortesia, rifletté un momento e domandò qualcosa alla cameriera che gli stava accanto. Quella crollò il capo in segno di diniego. Egli allora estrasse un orologio con il coperchio, guardò l’ora, richiuse il coperchio, con un cenno del capo mi invitò a seguirlo. Svoltammo dietro la facciata invasa dalla luna in un angolo dov’era tenebra completa.

Camminammo per vicoletti di pietra non più larghi di un corridoio d’appartamento. Di tempo in tempo ci sollevavamo su brevi ponti di pietra ingobbita. Allora, a entrambi i lati, si allungavano le sudicie maniche della laguna, dove l’acqua stagnava in una tale strettezza che pareva un tappeto persiano arrotolato e cacciato a fatica in fondo a un cassetto storto.

Sui ponti ingobbiti incontravamo persone che andavano in senso contrario, e molto prima di apparire alla nostra vista, le veneziane annunciavano il proprio avvicinarsi con il frequente ticchettio delle loro scarpe sulle lastre di pietra del quartiere.

In alto, trasversalmente rispetto alle fessure nere come il catrame dentro cui noi si vagava, splendeva il cielo notturno e si allontanava in continuazione chi sa dove. Come se lungo tutta la Via Lattea si stendesse la lanugine di un soffione in fiore e come se i vicoli si tirassero indietro, talvolta formando piazze e incroci, soltanto per lasciar passare una colonna dopo l’altra di quella luce in movimento. E, meravigliandomi della strana impressione di conoscere il mio accompagnatore, io conversavo con lui in un gergo inesistente e passavo barcollando dalla lanugine al catrame, dal catrame alla lanugine, cercando con il suo aiuto un luogo dove pernottare al minor prezzo possibile.

Ma sulle rive, presso gli sbocchi sull’acqua larga, regnavano altri colori e al silenzio subentrava il trambusto. Sui motoscafi che approdavano e partivano si affollavano i passeggeri e l’acqua nera e oleosa si accendeva di polvere di neve, come marmo tritato, frangendosi nei mortai delle macchine che lavoravano febbrili o bruscamente frenavano. E, prossimi al suo gorgoglio, ronzavano fulgenti i becchi a gas delle bancarelle dei fruttivendoli, lavoravano le lingue e i frutti si urtavano e saltellavano in assurde colonne di chi sa qual compôte che non aveva finito di cuocere.

Nel locale degli sguatteri di uno dei ristoranti sulla riva ci diedero un’informazione utile. L’indirizzo indicato ci faceva tornare all’inizio della nostra peregrinazione. Dirigendoci colà, rifacemmo tutto il nostro cammino in senso inverso. Sicché, quando la mia guida mi installò in uno degli alberghi presso Campo Morosini, avevo l’impressione di aver appena solcato una distanza pari al cielo stellato di Venezia ma in direzione contraria al suo movimento. Se allora mi avessero domandato che cosa sia Venezia, avrei detto : “Notti luminose, piazze minuscole e gente tranquilla, che sembra stranamente di conoscere.”

“Ebbene, amico”, mi ruggì rumorosamente, come se io fossi sordo, il padrone, un robusto vecchio sulla sessantina con una camicia sporca e sbottonata, “vi sistemerò come un parente.” Si iniettò di sangue, mi squadrò con uno sguardo di traverso e, infilando le mani sotto le fibbie delle bretelle, tambureggiò le dita sul petto villoso. “Volete del vitello freddo?” ringhiò, senza addolcire lo sguardo e senza curarsi affatto della mia risposta.

Probabilmente era un bonaccione, che si atteggiava a spauracchio con i suoi mustacchi à la Radetzki. Egli ricordava ancora la dominazione austriaca, e, come si scoperse ben presto, parlava un poò il tedesco. Ma, poiché questa lingua era per lui prevalentemente la lingua degli Unterdalmati, la mia pronuncia spedita lo induceva a tristi pensieri sulla decadenza della lingua tedesca rispetto all’epoca in cui era stato soldato. Oltre a ciò, probabilmente soffriva di pirosi

Sollevandosi dietro il banco come se fosse sulle staffe, egli urlò ferocemente e scappò giù come una molle nel cortiletto dov’era avvenuta la nostra conoscenza. Qui c’erano alcuni tavolini con sudicie tovaglie. “Ho provato subito simpatia per voi non appena siete entrato,” ringhiò fra i denti con un ghigno e mi invitò con un gesto della mano a sedere; poi si lasciò cadere su una sedia che altre due o tre sedie separavano dalla mia. Mi portarono della birra e della carne.

Il cortiletto fungeva da sala da pranzo. I pensionanti, se pur ve n’erano, dovevano aver mangiato da un pezzo e si erano ritirati a riposare, e soltanto nell’angolo estremo dell’arena dei banchetti sedeva uno smilzo vecchietto, che dava servilmente ragione in ogni cosa al padrone quando costui gli si rivolgeva.

Divorando il vitello, avevo già rivolto un paio di volte la mia attenzione alle strane sparizioni e riapparizioni su piatto delle sue umide e rosee fettine. Evidentemente stava vincendomi la sonnolenza. Le palpebre mi si incollavano.

Improvvisamente, come in una fiaba, presso la tavola apparve una simpatica magra vecchietta e il padrone la mise brevemente al corrente della sua fiera benevolenza nei miei confronti, e quindi, dopo esser salito con lei per una stretta scala, rimasi finalmente solo, tastai il letto e, senza ulteriori riflessioni, mi svestii nel buio e mi coricai.

Mi svegliai ch’era un chiaro mattino di sole dopo dieci ore di sonno veloce e senza interruzioni. L’irrealtà continuava. Mi trovavo a Venezia. I riflessi che sciamavano in luminosa minutaglia sul soffitto dicevano proprio questo, come nella cabina di un vapore fluviale, e dicevano anche che ora mi sarei alzato e sarei corso a veder Venezia.

Diedi un’occhiata al locale dove avevo dormito. Gonne e bluse erano appese su chiodi infissi in un tramezzo verniciato; c’erano un piumino e un battipanni, infilato nel chiodo fra gli interstizi del suo intreccio di vimini. Il davanzale era ingombro di scatole di lucido da scarpe. In una scatola di dolci c’era del gesso sudicio.

Dietro la tenda, tesa su tutta la larghezza della soffitta, si udiva battere e strofinare una spazzola da scarpe. Era già da un pezzo che la sentivo. Di certo pulivano le scarpe di tutto l’albergo. A quel rumore si mischiavano un bisbiglio femminile e un balbettio di bambino. Nella donna che bisbigliava riconobbi la vecchietta del giorno prima.

Era una lontana parente del padrone e lavorava da lui come economa. Egli mi aveva sistemato nel covile di lei, ma quando volli in qualche modo rimediare a questo fatto, ella stessa mi pregò con agitata preoccupazione di non immischiarmi nelle loro faccende familiari.

Prima di vestirmi, stiracchiandomi, contemplai ancora una volta tutto ciò che mi circondava, e, a un tratto, il fulmineo dono della veggenza mi illuminò le circostanze della giornata precedente. La mia guida della sera prima ricordava l’oberkellner di Marburgo, quello stesso che sperava di essermi ancora utile in qualcosa.

La probabile sfumatura d’imputazione contenuta nella sua preghiera aveva potuto ulteriormente accrescere questa somiglianza. E questa era stata la causa dell’istintiva referenza che avevo accordato a lui fra tutte le persone che si trovavano nella piazza.

Questa scoperta non mi stupì. In questo non c’è nulla di prodigioso. I nostri più innocenti “buon giorno” e “addio” non avrebbero alcun significato se il tempo non fosse intriso dell’unità degli accadimenti della vita, ossia dalle azioni incrociate dell’ipnosi quotidiana.

 

Andrey Esionov, Ripetizione triste, 2018

 

Sicché, anch’io ero stato toccato da questa felicità. E avevo avuto la fortuna di imparare, che si può di giorno in giorno correre all’appuntamento con un frammento di spazio come con una persona vivente.

Da qualunque parte si arrivi in Piazza S. Marco, su tutti gli accessi sta in agguato un istante in cui il respiro si fa più frequente e, accelerando il passo, le gambe stesse cominciano a portarti verso l’incontro con essa. Sia dalla parte delle Mercerie, sia da quella del telegrafo, la strada in un certo momento diventa una parvenza di vestibolo, e la piazza, distendendo il proprio universo ampiamente tratteggiato, fa uscire come a un ricevimento il Campanile, la Basilica e il Palazzo Ducale.

Affezionandoti gradualmente a lei, sei incline alla sensazione che Venezia sia una città abitata da edifici, dai quattro che ho enumerato e da qualcun altro del genere. In quest’affermazione non c’è nulla di figurato. La parola detta nella pietra dagli architetti è così alta, che nessuna retorica può raggiungere la sua altezza. Oltre a ciò, essa s’è incrostata come di conchiglie dei secolari entusiasmi dei viaggiatori. Quest’ammirazione crescente ha scacciato da Venezia l’ultima traccia di declamazione. Nei vuoti palazzi non è rimasto il minimo spazio vuoto. Tutto è occupato dalla bellezza.

Quando, prima di salire sulla gondola che li porta alla stazione, gli inglesi si trattengono per l’ultima volta sulla piazzetta in pose che sarebbero naturali per il congedo da un essere vivente, la piazza è tanto più acutamente gelosa di loro in quanto, com’è noto, nessuna delle culture europee è così congeniale all’Italia come quella inglese.

 

Andrey Esionov

 

Una volta sotto questi stessi alberi di navi si intrecciavano le generazioni come fili d’oro, si affollavano tre secoli stupendamente infissi l’uno nell’altro, la flotta di questi secoli sonnecchiava con l’immobile fitto bosco delle navi non lontano dalla piazza. Essa in un certo senso continuava la pianta della città. Le sartie spuntavano dalle soffitte, le galere scrutavano; sulla terra e sulle navi ci si muoveva nello stesso modo. In una notte di luna, un veliero a tre ponti, mettendosi di fianco alla strada, la inchiodava tutta con la morta minaccia del suo impeto staticamente scatenato. E con quella stessa funebre grandezza stavano ancora all’ancora le fregate, contemplando dalla rada le sale più silenziose e profonde.

Per quei tempi era una flotta assai forte, che sbalordiva per il numero delle sue navi. Già nel quindicesimo secolo essa ammontava a tremilacinquecento navi mercantili, senza contare quelle da guerra, con circa settantamila marinai e operai navali.

Questa flotta era la non inventata presenza reale di Venezia, il retroscena prosaico della sua presenza fiabesca. A titolo di paradosso si può dire che il suo tonnellaggio beccheggiante costituiva il terreno solido della città, il suo fondo terriero e il suo sotterraneo mercantile e carcerario. Fra i calappi delle sartie soffriva l’aria prigioniera. La flotta opprimeva e faceva penare. Ma, come in due recipienti comunicanti, dalla riva, pareggiando la pressione della flotta, si sollevava una risposta che redimeva. Comprendere questo significa comprendere come l’arte inganni il proprio committente.

È curiosa l’origine della parola “pantaloni”. un tempo, prima del suo più tardo significato di calzoni, essa designava un personaggio della commedia italiana. Ma ancor prima, nel suo significato originario, “pianta leone” esprimeva l’idea dell’invincibilità di Venezia e significava: colei che pianta il leone (sulla bandiera), cioè, in altri termini: Venezia conquistatrice. Di ciò parla anche Byron ne Childe Harold:

Her very byword sprung from victory,
The “Planter of the Lion”, which through fire
And blood she bore subject earth and sea.

Ed è indicativo come degenerino i concetti. Quando ci si abitua agli orrori, essi diventano la base del buon gusto. Capiremo mai in qual modo la ghigliottina abbia potuto diventare in una certa epoca la forma delle spille delle signore?

L’emblema del leone figurava in Venezia in molte varianti. Così, anche la fessura dove s’infilavano le denunce segrete, non lontano dagli affreschi del Veronese e del Tintoretto, sulla scalinata dei censori, era scolpita in forma di fauci di leone. È noto quale terrore incutesse quella “bocca di leone” ai contemporanei e come a poco a poco divenisse segno di cattiva educazione menzionare le persone che erano misteriosamente scomparse nella fessura stupendamente scolpita, quando il potere non manifestava alcun rammarico sul loro conto.

Quando l’arte erigeva palazzi per gli oppressori, le credevano. Pensavano che essa condividesse le concezioni comuni e in avvenire avrebbe condiviso il comune destino. Ma fu proprio questo che non avvenne. Il linguaggio dei palazzi fu il linguaggio dell’oblio e non quel linguaggio dei pantaloni che erroneamente si attribuiva ai palazzi. Le finalità dei pantaloni si ridussero in polvere, i palazzi rimasero.

E rimase la pittura di Venezia. Sin da bambino conoscevo già dalle riproduzioni il suo gusto delle fonti ardenti, ma bisognava arrivare ne suo luogo di nascita per vedere, a differenza dei singoli quadri, la pittura stessa, come pantano d’oro, come uno dei gorghi primordiali della creazione.

 

Andrey Esionov, Voce assoluta, 2018

 

Contemplai questo spettacolo in modo più profondo e più indefinibile di quanto ora manifestino le mie formulazioni. Non cercavo di prender coscienza di quanto avevo veduto nella direzione in cui lo interpreto ora. Ma le impressioni mi si depositarono in analogo modo nel corso degli anni e in questa mia concisa conclusione non mi allontano dalla verità.

Vidi quale osservazione colpisca per primo l’istinto pittorico. Come a un tratto si concepisca, che cosa diventi visibile, quando comincino a vederlo. Una volta còlta nell’osservazione, la natura si apre con l’obbediente spazio del racconto e in questa sua condizione, come addormentata, la depongono silenziosamente sulla tela. Occorre vedere il Carpaccio e il Bellini per capire che cosa sia la raffigurazione.

Ho imparato più tardi quale sincretismo accompagni il fiorire della maestria artistica, quando nella raggiunta identità dell’artista e dell’elemento della pittura, diventa impossibile dire quale dei tre si manifesterà più efficacemente sulla tela e a vantaggio di chi: l’esecutore, l’eseguito o l’oggetto dell’esecuzione. Occorre vedere il Veronese e il Tintoretto per capire che cosa sia l’arte.

Infine, pur valutando a quel tempo in modo sufficiente queste impressioni, imparai quanto poco occorra al genio per esplodere.

Chi vi crederà? L’identità del raffigurato, del raffigurante e dell’oggetto della raffigurazione, o, più generalmente: l’indifferenza per la verità immediata, ecco che cosa lo porta al furore. Come se questa persona fosse uno schiaffo dato all’umanità nella sua persona. Occorre vedere il Michelangelo di Venezia, il Tintoretto, per capire che cosa sia il genio, ovvero l’artista.

 

Andrey Esionov, Treble Clef, 2016

 

In quei giorni tuttavia io non entravo in simili sottigliezze. Allora, a Venezia, e ancor di più a Firenze, oppure, per essere definitivamente esatto, negli inverni successivi al viaggio, a Mosca, mi venivano in mente altri pensieri più particolari.

La cosa più importante che ognuno ritrae dall’incontro con l’arte italiana è la sensazione della tangibile unità della nostra cultura, in checché egli la veda e comunque la definisca.

Quanto s’è parlato, per esempio, della paganità degli umanisti e in quanti modi diversi, come d’una corrente legittima e illegittima. Ed è vero: l’urto della fede nella resurrezione con il secolo del Rinascimento è un fenomeno straordinario e centrale per tutta la cultura europea. Chi poi non ha notato un anacronismo, spesso immorale, nelle trattazioni dei temi canonici da parte di tutte quelle “Presentazioni”, “Ascensioni”, “Nozze di Canaan” e “Ultime Cene” con la loro sfrenata sontuosità mondana?

Ed ecco, precisamente in questo contrasto mi si rivelò la millenaria peculiarità della nostra cultura.

L’Italia aveva cristallizzato per me ciò di cui noi respiriamo inconsciamente sin dalla culla. La sua pittura da sola aveva fatto ciò che io dovevo meditare a proposito di essa, e, mentre io trascorrevo le giornate da una collezione all’altra, essa gettava pronta ai miei piedi un’osservazione giunta nel colore a un punto perfetto di cottura.

Capii, per esempio, che la Bibbia non è tanto un libro con un testo preciso, quanto un quaderno di note dell’umanità e che tale è ogni cosa eterna. Che essa non vitale quando è infallibile, ma quando è recettibile per tutti gli adattamenti con i quali si voltano a guardarla i secoli che se ne irradiano. Capii, che la storia della civiltà è una catena di equazioni in immagini, che legano a due a due l’incognita di turno con il dato noto, dove questa incognita, costante per tutta la serie, è la leggenda posta a fondamento della tradizione, mentre l’incognita ogni volta nuova è l’attuale momento della civiltà in corso.

Ecco di che cosa mi interessavo allora; che cosa capivo e amavo.

Amavo la vivente essenza del simbolismo storico, o, detto altrimenti, l’istinto grazie al quale noi abbiamo costruito il mondo, come rondini: l’enorme nido impastato di terra e di cielo, di vita e di morte, e di due ordini di tempo, il presente e l’assente. Capivo che ciò che gli impedisce di sgretolarsi è la forza di coesione racchiusa nella metaforicità continua di tutte le sue particelle.

Ma ero giovane e non sapevo che ciò non abbraccia il destino del genio e della sua natura. Non sapevo che la sua essenza giace nell’esperienza di una biografia reale e non in un simbolismo frantumato di immagini. Non sapevo che, a differenza dei primitivi, le sue radici giacciono nella violenta immediatezza del fiuto morale. È indicativa una sua peculiarità. Benché tutte le esplosioni dell’emozione morale si scatenino all’interno della civiltà, il ribelle ha sempre l’impressione che la sua rivolta si svolga nella strada, al di là dei confini della civiltà. Io non sapevo, che le immagini più durevoli nei secoli sono quelle lasciate dall’iconoclasta in quei rari casi in cui egli non nasce con le mani vuote.

Quando il papa Giulio II si dichiarò scontento della povertà cromatica del soffitto della Cappella Sistina, e ciò a proposito del soffitto che rappresenta la creazione del mondo con le figure che l’accompagnano, Michelangelo si giustificò osservando: “In quei tempi non si vestivano d’oro. Le persone qui raffigurate erano gente povera.” Ecco il linguaggio simile al tuono e all’infanzia di quell’uomo.

Raggiunge i vertici della civiltà l’uomo che cela in sé un Savonarola domato. Un Savonarola indomito la distrugge.

 

Andrey Esionov, Nessun destino, 2015

 

La sera della vigilia della mia partenza, in Piazza S. Marco si teneva un concerto con illuminazione, come vi aveva luogo sovente. Le facciate che delimitano la piazza si erano rivestite dall’alto in basso di lampadine. Su tre lati la piazza era illuminata da uno striscione bianconero. Le facce degli ascoltatori sotto il cielo aperto erano lucide d’un vapore di bagno, come in un locale chiuso e sontuosamente illuminato. D’improvviso, dal soffitto di quell’immaginaria sala da ballo cominciò leggermente a piovigginare. Il riflesso dell’illuminazione ribolliva sopra la piazza come una bruma colorata. Il campanile di S. Marco s’infiggeva come un razzo di marmo rosso nella rosea nebbia che avvolgeva sino a metà la sua vetta. Un po’ più distante salivano in spirale vapori d’un oliva scuro e in essi si celava fiabescamente lo scheletro a cinque teste della cattedrale. Quell’estremità della piazza sembrava un regno subacqueo. Sul portico della cattedrale giocava con l’oro la quadriglia di cavalli, giunti al galoppo dalla Grecia antica e qui arrestatisi, come sull’orlo d’un burrone.

Quando il concerto finì, si cominciò a sentire la macina del monotono scalpiccio che si strascicava nel cerchio delle gallerie, ma che prima veniva soffocato dalla musica. Era l’anello dei bighelloni, i cui passi risuonavano e si fondevano similmente al fruscio dei pattini nella tazza di ghiaccio del pattinatoio.

Fra quella gente a passeggio passavano rapide e irose donne che sembravano piuttosto minacciare anziché seminare seduzione. Esse si voltavano indietro mentre camminavano, esattamente come se volessero respingere e distruggere. Dimenando la vita in modo provocante, scomparivano poi rapidamente sotto i portici. Quando si voltavano a guardarvi, su di voi si fissava il volto mortalmente truccato della nera mantiglia veneziana. La loro andatura rapida su un tempo allegro-irato corrispondeva stranamente al nero tremito dell’illuminazione nelle bianche scalfitture delle piccole luci adamantine.

Ho provato due volte a esprimere in versi la sensazione che in me si è legata per sempre con Venezia. Di notte, prima di partire mi svegliai nell’albergo per un arpeggio di chitarra che s’interruppe proprio nel momento del mio risveglio. Mi affrettai alla finestra, sotto la quale sciabordava l’acqua, e cominciai a scrutare lo spazio del cielo notturno così attentamente come se fosse potuta rimanervi l’orma di quel suono che s’era istantaneamente taciuto. A giudicare dal mio sguardo, un estraneo avrebbe detto che esploravo nel dormiveglia se per caso non fosse sorta sopra Venezia una nuova costellazione, già avendo in me un’immagine confusamente pronta di essa come della Costellazione della Chitarra.

1931

Traduzione di Pietro Zveteremich

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Boris Pasternak nelle edizioni italiane:

Il dottor Živago ;
-traduzione di Pietro Zveteremich ; Milano : G. G. Feltrinelli, 1957
[dal 1963 edizione riveduta da Mario Socrate, Maria Olsoufieva, Pietro Zveteremich ;
con una prefazione di Eugenio Montale , Torino : Einaudi, 1964
a cura di Mario Visani ; Firenze : La nuova Italia, 1967
a cura di Ettore Lo Gatto in Boris Pasternak; Torino : Utet, 1968
Novara : Istituto geografico De Agostini, 1985
a cura di Carmen D’Eletto e Lucrezia Tesè ; Torino : Loescher, 1988
con introduzione di Vittorio Strada in Opere narrative ; Milano : A. Mondadori, 1994]
nuova traduzione di Serena Prina ; Milano : Feltrinelli, 2007

Racconti e romanzi brevi

L’ ultima estate ; traduzione di Dimitri Erikeev e Adalberto Pace ; Milano : Lerici, 1959 (poi Salerno: Ripostes, 1991)
L’ infanzia di Zenja Ljuvers e altri racconti ; introduzione di Angelo Maria Ripellino ; traduzione di Clara Coisson ; Torino : G. Einaudi, 1960
Il salvacondotto ;
traduzione di Giorgio Kraiski ; Roma : Editori riuniti, 1963
traduzione di Giovanni Crino ; Roma : I Nobel letterari, 1971 (poi Firenze : Passigli, 1990)
Zoo ; illustrazioni di Emilio Tadini ; traduzione di Gabriella Schiaffino e Giulia Niccolai ; Milano : Emme, 1973 ( poi Milano : Archinto, 2002)
Disamore e altri racconti ; (contiene Disamore; Inizio d’un romanzo su Patrik ; Storia di una controttava) ; Milano : Feltrinelli, 1976
Storia di una controttava e altri racconti (contiene La fanciullezza di Zenja Ljuvers – Il tratto di Apelle. – Lettere da Tula) ; a cura di Ljiljana Avirovic Rupeni ; Pordenone : Studio Tesi, 1987
L’ infanzia di Zenja Ljuvers e altri racconti ; (Contiene: Il tratto di Apelle ; Lettere da Tula ; Disamore ; L’infanzia di Ženja Liuvers ; Le vie aeree) ; postfazione di Vittorio Strada ; Milano : Mondadori, 1988
La fanciullezza di Zenija Ljuvers ; a cura di Ljiljana Avirovic – Pordenone : Studio tesi, 1993
Disamore ; (Contiene anche: I solchi delle vie aeree) ; introduzione e traduzione di Ljiljana Avirović ; Milano : Hefti, 1995
La stella di Natale ; Cinisello Balsamo (MI) : San Paolo, 2017
La bellezza cieca ; traduzione di Angelica Dongo, in “Il dramma : rivista mensile di commedie di grande successo”, marzo 1969

Opera poetica:

Poesie ; introduzione, traduzione e note di Angelo Maria Ripellino ; Torino : Einaudi, 1957
Autobiografia e nuovi versi ; traduzione di Sergio D’Angelo ; Milano : Feltrinelli, 1958
Poesie ; dette da Giorgio Albertazzi , traduzioni di Bruno Meriggi ; Milano : Nuova Accademia, 1961
Poesie inedite ; con un saggio critico di Andrej Sinjavskij , traduzioni di Pietro Zveteremich ; Milano : Rizzoli, 1966
Tutti i poemi ; a cura di Bruno Meriggi ; Milano : Sansoni-Accademia, 1968 [1973, con il titolo Fraternità delle cose]
Poesie ; a cura di Bruno Carnevali ; Roma : Newton Compton, 1978
Poesie d’amore ; Scelta e introduzione di Eugenj Evtusenko ; Traduzione di Evelina Pascucci ; Roma : Newton Compton, 1988
Mia sorella la vita : estate 1917 ; a cura di Nadia Cicognini ; Milano : Leonardo, 1996 (poi Milano : Mondadori, 1999)
30 poesie; traduzione e nota bio-bibliografica di Paolo Statuti ; prefazione di Claudia Scandura ; Piateda (Sondrio) : CFR, 2014
Anch’io ho conosciuto l’amore : poesie 1913-1956 ; a cura di Marilena Rea ; Bagno a Ripoli : Passigli, 2015
La notte bianca : le poesie di Živago ; traduzione e introduzione di Paolo Ruffilli ; Castelfranco Veneto : Biblioteca dei leoni, 2016
Le poesie di Jurij Živago ; a cura di Clara Strada Janovic ; Milano : Feltrinelli, 2018
Temi e variazioni ; a cura di Paola Ferretti ; Bagno a Ripoli : Passigli, 2018
Sui treni del mattino ; a cura di Elisa Baglioni ; Firenze : Passigli, 2019

Epistolari e autobiografia:

Lettere agli amici georgiani ; raccolte da Georgij Margvelašvili ; traduzione di Clara Coïsson ; Torino : Einaudi, 1967
Epistolario inedito : 1912-1956 ; prefazione di Elena Vladimirovna Pasternak ; Roma : Napoleone, 1973
– Cvetaeva, Marina Ivanovna – Rilke, Rainer Maria – Pasternak, Boris Leonidovič, Il settimo sogno : lettere 1926 ; edizione italiana a cura di Serena Vitale ; Roma : Editori riuniti, 1980
Lettere ; con un saggio di Jurij Malcev ; Brescia : Morcelliana, 1983
– Boris Pasternak – Olʹga Mihajlovna Frejdenberg, Le barriere dell’anima : corrispondenza con Olʼga Fréjdenberg, 1910-1954 ; a cura di Luigi Vittorio Nadai ; Milano : Garzanti, 1987
– Ariadna Efron, Boris Pasternak, Le tue lettere hanno occhi ; A cura di Claudia Sugliano e Bruno Mozzone ; Milano : Rosellina Archinto, 1987
Poesia e vita : lettere a scrittori, poeti, uomini di cultura ed alla moglie Zinaida Nejgauz ; a cura di Giovanna Spendel ; Roma : Lucarini, 1990
Parole salvate dalle fiamme : lettere 1952-1956 ; a cura di Luciana Montagnani ; Milano : R. Archinto, 1993
Il soffio della vita : corrispondenza con Evgenija (1921-1931) ; prefazione di Evgenij Pasternak ; cura di Daša Šilhankova Di Simplicio ; Milano : Feltrinelli, 2001
– Boris Pasternak, Aleksandr Pasternak, Evgenij Pasternak, La nostra vita ; a cura di Ljiljana Avirovic ; Milano : Excelsior 1881, 2009
Lente d’ingrandimento : (diciotto lettere) ; traduzione di Giovanna Spendel, in “Nuovi Argomenti”, 29-30

Saggi

– La reazione di Wassermann : saggi e materiali sull’arte ; introduzione di Cesare G. De Michelis ; Padova : Marsilio, 1970 (1990, pubblicato con il titolo Quintessenza : saggi sulla letteratura e sull’arte )

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