Una strage ~ 17. L’angelo dell’Abisso: uccisioni a Meleto

 

Alberto Burri, Combustione 1964

Alberto Burri, Combustione (1964), Plastica bruciata, acrilico e vinavil in cellotex 50 x 35 cm

 

 

… le cavallette somigliavano a cavalli pronti all’assalto: sulle loro teste portavano una specie di corona all’apparenza d’oro; le loro facce erano come facce di uomini. I loro capelli sembravano capelli di donne; i loro denti somigliavano a quelli dei leoni. Avevano corazze come corazze di ferro e il frastuono delle loro ali era come il fragore di carri con molti cavalli lanciati all’assalto. Avevano code simili a quelle degli scorpioni, con pungiglioni: nelle loro code risiedeva il potere di tormentare gli uomini per cinque mesi. Avevano come re l’angelo dell’Abisso, il cui nome in ebraico si chiama Distruzione e in greco Sterminatore
Apocalisse 9: 7-11
“Ne potete uccidere quanti volete, i vostri successori non saranno tra di loro”
Seneca

 

 

Gli spari e gli incendi a Masseto

 

ore 7,00

 

In assoluto le prime morti avvennero già attorno alle 7 del mattino nell’aia del Morelli, dove furono uccisi i due fratelli Morelli e Giuseppe Simonti. L’orario è attestato da Zelindo Cuccoli, il quale aveva assistito alla cattura del figlio Mario all’inizio dell’azione e a poche centinaia di metri, ma era rimasto nel campo a lavorare ignaro della tragedia imminente.[1]

 

… udii degli spari provenienti dalle parti di Meleto. Ero spaventato e lasciai il campo per tornare a casa, la quale è in linea d’aria a circa mezzo chilometro dal paese. Poi gli spari continuarono a intervalli frequenti, cosicché mi rifugiai con la mia famiglia in una capanna nell’aia.

Gli stessi spari sentì Erminia Simonti, fuggita da Masseto in direzione di Figline con le altre donne di casa, quando aveva superato la collina che le impediva la vista di Masseto. Subito dopo si alzò «una cappa nera di fumo» e la donna fu certa che stesse bruciando proprio la loro casa colonica.[2] Secondo Zelindo una medesima cappa di fumo iniziò ad alzarsi anche da Meleto attorno alle nove. L’uomo rimase nascosto tutto il giorno con la famiglia in una capanna perché «nelle vicinanze si notava la presenza dei soldati tedeschi». Non rivide mai più suo figlio né poté recuperare il corpo «per la paura che fossero ancora presenti dei soldati» e non fece ritorno in paese per lungo tempo.[3]

I fratelli Giovan Batta e Mario Morelli furono uccisi insieme a Giuseppe Simonti di fronte ad un pagliaio in fiamme e gettati nel fuoco. Poco prima di essere uccisi gli stessi soldati avevano sparato verso il Casalone da una distanza di cento metri a Agostino Mariottini, il quale fu colpito al basso ventre e iniziò a perdere sangue; riuscì a trascinarsi in casa, dove la moglie Gesuina inizierà una lunghissima e vana assistenza.

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Una strage ~ 16. Massa dei Sabbioni: «un apostolo senza paura»

 

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

 

Mentre per tutti gli altri paesi coinvolti nelle stragi del luglio 1944, non sempre le testimonianze raccolte dal Sergente Maggiore Crawley hanno fugato dubbi sulla sua ricostruzione dei fatti, per Massa dei Sabbioni, gruppo di case che si trova sulla direzione dei monti del Chianti poco sopra Castelnuovo, si ha un quadro esaustivo e molto ricco di particolari. Crawley visitò il paese il 25 settembre e il giorno successivo era a Figline per interrogare la moglie di un ucciso di Castelnuovo, sfollato a Massa e catturato nella strada che separava i due paesi; nei due giorni successivi le testimonianze di pochi civili rimasti quel giorno nelle proprie case furono sufficienti a delineare il quadro preciso di ciò che era accaduto attorno a mezzogiorno. Milena Baldi, che fu costretta a far entrare nella propria casa il manipolo di soldati che giungeva da Castelnuovo, appunterà i suoi ricordi in un diario; Giuliano Pagliazzi, cugino di Dante, uno dei due uccisi, scriverà una memoria negli anni sessanta che rimarrà insieme alle “cronache” dei parroci uno dei pochi documenti scritti rimasti sui fatti.

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Una strage ~ 15. Castelnuovo dei Sabbioni: le catture (seconda parte)

 

 

Armando Pizzinato, Bracciante ucciso, 1949

Armando Pizzinato, Bracciante ucciso, 1949

 

 

Ricostruire la vicenda di Castelnuovo presenta difficoltà maggiori rispetto a Meleto, Massa dei Sabbioni e le stesse Le Màtole. Chi visita oggi questi ultimi abitati, nonostante siano trascorsi settanta anni, può “vedere” ancora la scena dell’eccidio: la struttura topografica dei paesi infatti è rimasta inalterata. Diversa è invece la situazione di Castelnuovo dei Sabbioni. Il paese non esiste più, se non nelle rovine delle case abbandonate negli anni 70 a causa dell’attività estrattiva delle miniere. Di per sé Castelnuovo era un intrico di vie che salivano attorno alle case verso la chiesa, posta nell’apice del piccolo colle: vi si giungeva dal basso, dalla strada che proveniva da San Giovanni attraverso Santa Barbara e proseguiva verso Cavriglia per una vecchia strada o, entrando fino a metà del paese, attraverso quella che si chiamava Via Nuova. La parte alta del paese era di per sé una trappola, da cui si poteva uscire scendendo verso quelle strade o entrando nella campagna che saliva verso i boschi oppure gettandosi in un dirupo che costeggiava il retro del paese. L’erta collina di Castelnuovo sta dirimpetto ad un’altra collinetta, un po’ più rialzata, San Michele in Colle, da dove alcuni testimoni poterono vedere, con la vista oscurata in parte dalle piante, le uccisioni in piazza IV Novembre. Nei pressi vi erano degli edifici residenziali di architettura fascista che erano le abitazioni del ceto dirigente della Società mineraria. Tra i due colli vi era un dirupo con una piccola diga in basso ad uso della centrale delle miniere: alcuni uomini tentarono di salvarsi gettandosi in basso, alcuni furono uccisi dall’alto, altri scamparono miracolosamente.
Nel capitolo precedente abbiamo trattato le catture dei civili catturati nella parte bassa del paese che vennero trattenuti per un piccolo lasso di tempo a ridosso del paese vecchio per poi essere condotti nella piazza sottostante la chiesa e lì uccisi. Abbiamo ipotizzato che non fu un numero prestabilito di uccisioni ad aver dettato la modalità di strage (questa “gentilezza ragionieristica” era d’altronde insignificante per i tedeschi e superata dall’imbarbarimento della guerra ai civili nell’avvicinarsi del fronte), quanto l’esigenza operativo militare stessa: se i Tedeschi avessero attuato la modalità usata a Civitella, con uccisioni diffuse e quasi casa per casa, la strage avrebbe avuto un bilancio impressionante. L’obiettivo militare tedesco comprendeva anche la distruzione delle miniere, della Centrale elettrica e del paese stesso: l’azione quindi era articolata e presupponeva una gestione complessa con un dispiegamento di forze notevole (Alarmkompanie, reparto di genieri, Feldgendarmerie e sicuramente piccole compagnie di artiglieri e granatieri). Al confronto l’operazione di Meleto fu poco più che un rastrellamento. Tuttavia, la strage di Castelnuovo (minore nel numero degli uccisi in piazza e nei dintorni rispetto a Meleto) ebbe una terrificante coda: i 68 uccisi nella piazza IV Novembre furono infatti bruciati in quella che il Sergente Maggiore Crawley chiamò un’unica e «orrenda funebre pira», il cui fuoco per tutta la giornata dovette essere alimentato di continuo con mobili e legname preso dalle case.

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Una strage – 13. Tre donne sedute in piazza

 

P. Picasso - Tre donne alla fontana (1921) - olio su tela - Museum of Modern Art, New York

P. Picasso – Tre donne alla fontana (1921) – olio su tela – Museum of Modern Art, New York

 

 

anche se fossimo feriti, dilaniati, distrutti, sarebbero i nostri racconti a rimetterci in piedi. Sono il cantastorie, il creatore di sogni e il costruttore di miti, cioè la nostra fenice, a rappresentare la parte migliore di noi, quella più creativa.
DORIS LESSING
Dovete guardare al di là del vostro villaggio
da Terra e libertà di KEN LOACH

 

 

 

Ho impiegato molto tempo a capire le complesse parentele delle famiglie di un caseggiato posto al centro dell’unica via che attraversava il paese. Per un periodo altrettanto lungo non sapevo neppure che i nomi di alcune donne che vi abitavano erano fittizi e tuttora non conosco da dove derivi il nome “Fagiolo”, così strano e buffo, con cui veniva chiamata quella casa. In nessuno dei racconti di strage ritornano questi appellativi. Un tempo il nome usato per riconoscere una persona poteva essere anche un secondo nome, mentre quello anagrafico come un vero e proprio abito della domenica era usato solo nelle occasioni ufficiali; per di più un altro nomignolo poteva diventare una terza identità affettuosa. In quell’edificio gli uomini erano pochi e nessuno di loro pareva dominare la scena. Al contrario le donne mostravano una compattezza e una forza solidale che dava loro un’autorità indiscussa ed esclusiva. Ho ancora il ricordo del loro quotidiano ritrovarsi sedute nelle panche di legno poste nello spiazzo davanti casa, dove la strada le divideva dal giardino del Monumento e dalla scuola elementare. Anche dopo aver conosciuto la loro storia, non mi è rimasto un ricordo di dolore o di cupa compagnia, a dimostrazione che si può evitare l’autocommiserazione anche di fronte ad un lutto complesso e forte. La forte e pronunciata loquacità faceva di quel luogo un palco privilegiato di osservazione della vita del paese, quasi un tribunale dove si aveva titolo a giudicare. È per questo insieme di motivi che, rileggendo la testimonianza collettiva di tre donne di quel palazzo, fortemente colpite dalla strage, ho come la sensazione di essere ancora nello spazio aperto, seduto in un angolo ad ascoltare le loro forti sentenze, riuscendo persino a sorridere di un idioma colorito e pieno di ruvidi toscanismi. Se di Armida riconosco il sarcasmo dissacrante e l’ironia sottile, mi sembra singolare che non ci sia più la sonora risata di Attilia che accompagnava i suoi taglienti e insindacabili giudizi.

La loro testimonianza aiuta a tracciare la formazione della memoria storica di quei giorni e capire quanto siano esistite delle zone grigie non spiegate e lasciate lievitare in un racconto non verificato. Furono intervistate Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e sua figlia Gina Balsimelli. Alfonsina, detta Armida e figlia di Antonio Freccioni, aveva sposato Dino Camici, fratello maggiore di Luisa, e viveva con il suocero Silvio e il cognato Giulio. A sua volta Luisa, conosciuta come Attilia, aveva avuto tre figlie, tra cui Gina, da Guido Balsimelli. Quella mattina tutti questi uomini insieme al fratello di Silvio, Giovacchino Camici e il figlio Osvaldo e il genero Giuseppe Mugnai, furono uccisi. I Camici rappresentavano un nucleo consistente di famiglie cresciute attorno ai figli e alle figlie di vari fratelli e cugini e tutti, escluso il Balsimelli e il Freccioni, avevano vissuto nel grande edificio posto al centro del paese di fronte il Monumento ai Caduti. Per i rapporti familiari così estesi erano un gruppo in vista e un forte punto di riferimento per il paese con una posizione sociale ben riconosciuta dalla comunità. Significativamente, e fu un caso davvero unico, nell’Inchiesta inglese fu un’unica donna, Odilia, moglie di Osvaldo, a testimoniare per sei di questi uomini che pure al proprio interno rappresentavano tre nuclei familiari distinti [qui]. Nella dichiarazione della donna i congiunti furono elencati in ordine di parentela a partire dal marito sino a uno sfollato che abitava presso di loro. Così, se nel caso di Giovanbattista Melani o in quello di Gigliola Rossini si testimoniava per un nucleo familiare numeroso al proprio interno, Odilia rappresentò alla fine più famiglie unite da grado di parentela e situazione abitativa “condominiale”. In questa delega alla rappresentanza collettiva si può leggere il segno di una forte identità di gruppo ma forse anche una certa diffidenza verso l’indagine inglese.

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Una strage ~ 10. Le storie di Masseto

 

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«Ho vissuto a Meleto tutta la mia vita»

 

Nella metà del 1944, Meleto[1] è un paese che vive ai margini del comune di Cavriglia nel lembo estremo della provincia di Arezzo, abitato da circa 500 persone. A causa dei bombardamenti alleati su San Giovanni Valdarno, il centro più grande dei dintorni, ospita in quel periodo molti sfollati che occupano case di amici o affittate da abitanti del posto; altri sfollati vengono da città ancora più lontane, Firenze, Roma, Trieste, Livorno, ma tutti ovviamente hanno parenti o conoscenti nel paese. Anche un remoto e insignificante abitato nel tragico momento dell’approssimarsi del fronte diviene il concentrato delle storie più diverse, quasi un piccolo quadro della disperante condizione di una popolazione allo sbando, senza autorità statale, senza certezze abitative, precarietà di lavoro, incertezza massima sul futuro, paura della proverbiale durezza tedesca, divisione sulla lotta partigiana. Il paese tuttavia nell’insieme ha  sostenuto l’opposizione al regime, il parroco, unica figura di un’autorità riconoscibile, non ha mai aderito all’esperienza fascista, sostenendo in senso materiale con viveri ed altro gli stessi Partigiani. La brigata “Castellani”, che opera nei monti circostanti, assai numerosa e determinata, conta diversi uomini del paese.

Meleto nell’ultima tragica estate di guerra non ha cambiato il volto di un anonimo paese in massima parte contadino, con piccoli esercizi commerciali e le più comuni attività artigianali: tutti si conoscono e si ritrovano la domenica attorno al circolo ricreativo o al Monumento ai Caduti della Prima Guerra che attorno a disordinate piante ospita alcune panchine e lampioni; la Chiesa di Santa Cristina ristrutturata negli anni Venti domina il paese dalla piazza centrale; la scuola elementare ospita in quel momento alcuni sfollati e ha continuato la sua precaria attività educativa. La vita contadina arriva sin dentro il paese e i coloni occupano aie e case che segnano la topografia locale: entrando ed uscendo da Meleto si doveva passare o lambire gruppi di case che prendono nome dai contadini che le abitano, Melani, Benini, Sottani, Pasquini, Bigi, Pecci; le vie di uscita che si perdono nei campi si chiamano Dorce, Scarlino, Borramole, Le Coste, toponimi antichi che trovavano ragione nella vita quotidiana di un universo chiuso e autoreferenziale.

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