Una strage ~ 9. L’eccezione e la regola: monti e carte topografiche

 

 

                L’eccezione spiega il generale e se stessa. E se si vuole studiare correttamente il generale bisogna darsi da fare intorno a una reale eccezione.
Søren Kierkegaard

 

 L’eccezione San Martino

 

Castello di Pianfranzese, prima della sua demolizione

Castello di Pianfranzese, prima della sua demolizione

 

Si è soliti a questo punto proseguire il racconto con il Sabelli che, dopo aver lasciato la sera precedente il Maresciallo Fräulein nell’appartamento accanto al suo, la mattina molto presto viene svegliato dalla mobilitazione dei soldati. Infatti, con la loro partenza verso i paesi della strage si entra definitivamente nel cerchio tragico delle uccisioni e i destini si imprimono nelle carte topografiche consegnate ai Marescialli che comandano quattro automezzi carichi di soldati. La cronaca tuttavia obbliga a ritardare questo racconto perché il Tenente Danisch a quell’ora ha già iniziato il suo oscuro lavoro e si è diretto sulla sua piccola automobile Fiat e uno dei suoi camion con la mitragliatrice montata sul retro verso i pericolosi monti e in particolare a San Martino di Pianfranzese. Qui, a poche centinaia di metri, la IV Compagnia “Castellani” ha la sua base attorno alle mura di una fortezza abbandonata in località Monte Domenici. La macchina della strage doveva essere in moto in tutto il territorio circostante ben prima dell’alba, perché prima i paesi venivano accerchiati per permettere poi ad altri di effettuare nelle case i rastrellamenti. Tuttavia il Tenente Danisch non solo fece partire la sua azione ancor più in anticipo ma mise anche in atto un comportamento apparentemente incomprensibile. L’immagine che ne diede il parroco del piccolo abitato come quella di un imperscrutabile Ufficiale rivolto verso i rifugi Partigiani e con le spalle ai paesi che nella vallata iniziano ad essere saccheggiati, esprime bene la sua sorda ambiguità. In realtà, con silenziosa complicità e come stesse svolgendo un sopralluogo autonomo e inconsapevole, quando giunge a San Martino una parte dei suoi uomini si diresse a piedi a Masseto sotto il paese di Meleto, così come probabilmente la Feldgendarmerie, che alloggiava a San Cipriano insieme alla sua Wachkompanie, si diresse nella parte bassa di Castelnuovo.

San Martino di Pianfranzese nonostante le dimensioni piccolissime aveva una storia ben importante e il “Castello” di Pianfranzese poco distante non era che una villa fortificata con una torre e alte mura che aveva dominato nei secoli una serie di pievi e abitati nella piana sottostante. Al di là della tenuta di Pianfranzese, all’epoca una vera e propria comunità agricola assai attiva e relativamente autosufficiente con fattoria, cantine e frantoio di proprietà della Società Agricola delle Miniere, a poche centinaia di metri vi era un agglomerato di case di contadini riunite attorno ad una chiesa. Oltre il paese i boschi portavano nel Chianti. Attualmente, a seguito della distruzione del territorio da parte delle escavazioni di lignite, San Martino e il Castello sono letteralmente scomparsi, ma durante la guerra la posizione protetta e al limitare dei monti erano un naturale rifugio per molti sfollati di Firenze e per i dirigenti della Società Mineraria, fra i quali il Direttore generale, l’ingegnere Civita. Oltretutto Pianfranzese, così come il villaggio residenziale della dirigenza mineraria dei Villini, appena fuori Castelnuovo, era collegato da linee telefoniche private che facevano capo ad un Centralino situato nei pressi della Direzione delle Miniere. Tramite il Centralino si poteva comunicare con l’esterno usando la linea telefonica della Soc. Elettrica del Valdarno, che era peraltro l’unica rimasta attiva.

Secondo i fratelli Pierluigi e Giorgio Grassi, che abitavano a San Martino, nella mattina quei telefoni furono usati dalla moglie dell’ingegnere Civita per comunicare «da Pianfranzese a Firenze» e ottenere la liberazione degli ostaggi.[1] Emma Bigazzi ricordava che la donna sarebbe giunta dal Castello proprio quando la situazione sembrava precipitare:

Mentre stavano per sparare arrivò la moglie del dott. Civita, che era sfollata al castello di Pianfranzese; lei parlava il tedesco e spiegò ai tedeschi che questi uomini non erano Partigiani e che non c’entravano nulla con il partigianato, così li rilasciarono; questi uomini scapparono per il bosco.[2]

Nell’Inchiesta inglese non si percepisce mai il momento di un’imminente fucilazione, ma una qualche conferma si ha nel racconto di Guelfo Billi, comandante dei Partigiani della Castellani, che osservò da distanza quanto stava succedendo e, con disarmante ingenuità, parlò di una strana trattativa.

I tedeschi, guidati da un Ufficiale, erano pochi. Tutti i civili furono fatti entrare nella chiesa. Uscì l’ufficiale col parroco e ad essi si unirono altri civili usciti dalle abitazioni. Dopo un parlottare e gesticolare si staccarono dal gruppo due persone. Un uomo ed una donna. La signora era da noi conosciuta per essere la moglie del fattore di Pianfranzese, a cui dovevamo infinita riconoscenza per gli aiuti che ci dava. Essi si avvicinarono alle nostre postazioni e ci dissero di essere latori di un messaggio: l’Ufficiale tedesco era consapevole [di essere] sotto il tiro delle nostre armi e chiedeva, pena il massacro dei civili, che gli venisse consentito il ritiro di due suini. Poi se ne sarebbe andato.[3]

Stranamente di questa vicenda non proprio insignificante non fu fatto parola dai numerosi testimoni interrogati da Crawley a San Martino. Gli Inglesi d’altronde tennero completamente fuori gli abitanti del Castello di Pianfranzese dalla loro Inchiesta, nonostante testimonianze successive parlino di molti tedeschi nella tenuta e Danisch abbia fatto lì più di una decina di ostaggi, un numero maggiore di quelli di Meleto e di San Martino stesso. È vero che nel Castello fu ascoltato il Direttore Amministrativo delle Miniere, Giuseppe Bruno, ma solo perché era stato fatto ostaggio a San Martino dove aveva vissuto fino alla fine di luglio. Questo fatto è in un certo qual modo poco chiaro se si pensa alla testarda e scrupolosa volontà investigativa del Sergente Maggiore Crawley. Perché si rinunciò alla testimonianza dei dirigenti della Mineraria? Perché non fu ascoltato nessun ostaggio di Pianfranzese e nessuno parlò agli Inglesi della moglie dell’ingegnere Civita e della sua conoscenza della lingua tedesca che le aveva permesso di farsi da tramite con i tedeschi affinché gli uomini fossero rilasciati? Infine, qual’era la vera natura della trattativa con i Partigiani?

La storia di San Martino così rimase un’anomalia narrativa per gli abitanti del posto che non capirono tutta l’azione complessiva iniziata prestissimo la mattina e divenuta tragedia solo nel primo pomeriggio, quando Meleto e Castelnuovo erano già stati decimati. Non si colse che quanto avviene sotto gli occhi dei Partigiani non è la ripetizione in piccola scala degli eccidi di Meleto e Castelnuovo ma l’eccezione che alla fine avrebbe potuto far comprendere la regola “generale” di tutta l’operazione circostante e conoscere il livello più contiguo alle intenzioni tedesche toccato dagli Italiani. Evidentemente se Crawley non indagò, fu perché una rete di persone che aveva vissuto attorno a Pianfranzese richiese e ottenne il silenzio su ciò che era avvenuto quella mattina e che coinvolgeva sia la dirigenza mineraria sia i Partigiani. L’assenza di qualsiasi documentazione su Pianfranzese pone interrogativi proprio sulla volontà ricostruttiva di coloro che accusarono di immobilismo i Partigiani ma si guardarono bene dal chiedersi quale sia stato il ruolo della dirigenza mineraria che, in una strage di popolazione accompagnata dalla distruzione delle infrastrutture produttive, continuò ad essere considerata come un corpo super partes a cui non poteva venire richiesto quali informazioni dovettero pur dare ai Tedeschi o quali relazioni ebbero con loro. In realtà lo stesso Ingegnere Civita accusato non a caso dai Partigiani di aver praticato un doppio gioco con i ribelli e i Tedeschi fu fatto prigioniero dagli alleati e internato prima in un campo di concentramento e poi spedito a Castel Baronia in provincia di Avellino per essere rilasciato nel giugno del 1945. Anche se nel febbraio del 1946 la Corte di Assise Straordinaria di Arezzo dispose l’archiviazione degli Atti per il Direttore Generale della Società delle Miniere, ci sembra strano che non si sia sentito l’esigenza di interrogarlo sui fatti di strage o sui rapporti obbligati che aveva tenuto con i Tedeschi.  Per di più Civita e Ivario V. condivisero il soggiorno obbligato in regime di semilibertà nel medesimo paese campano, dove Crawley andò per interrogare il giovane parrucchiere dei Partigiani.

 

Chiesa di San Martino, demolita nel 1983, sotto il cui muro furono tenuti gli ostaggi

Chiesa di San Martino, demolita nel 1983, sotto il cui muro furono tenuti gli ostaggi

 

Riguardo la ricostruzione “senza senso” che gli abitanti del piccolo paese dovettero fare, confrontare la testimonianza lucida e drammatica dei fratelli Pierluigi e Giorgio Grassi, allora poco più che bambini, con le dichiarazioni rilasciate agli inglesi ci fa capire quanto uno dei racconti più straordinari raccolti su quella giornata acquisti coerenza narrativa proprio grazie all’Inchiesta. Come ricorda Giorgio Grassi, San Martino fu messo in subbuglio dalle grida di Pasquale Borgheresi che invitava il figliastro “Beppe” a uscire di casa e fuggire perché due camion pieni di tedeschi stavano salendo verso il paese. «Beppe, alzati e scappa, perché ci sono due camion tedeschi: li ho visti sopra il Ponte Fano nuovo, nelle curve …» racconterà nel 1994 il dodicenne di allora (PMNSC: 248). Beppe, ovvero Giuseppe Giannetti, agli inglesi aveva detto di aver fatto appena in tempo a nascondersi in un bosco vicino.[4] Per la precisione il parroco del paese vide arrancare per la strada che saliva dal paese di Bomba «una piccola automobile chiusa (… e) un camion scoperto con una mitragliatrice montata sul retro (… ambedue) pieni di uomini in uniforme tedesca».[5] Con queste forze Danisch andava a frapporsi tra i pericolosi «nascondigli dei Partigiani sui monti», la cui ubicazione sembrava avesse chiesto inutilmente al Lombardini proprio il giorno prima, e Meleto e Castelnuovo dove di lì a poco sarebbero iniziate a esplodere bombe a mano per stanare gli uomini, colpi di mitraglia per le prime isolate uccisioni e i fuochi dei pagliai e delle abitazioni. Se oltretutto la percezione delle forze ribelli da parte tedesca, come a volte si è detto, fosse stata anche amplificata, il Tenente Danisch avrebbe mostrato un certo coraggio perché presto i segnali di devastazione potevano mettere in allerta i Partigiani. Diversamente doveva sentirsi ben protetto per affrontare con tanta esuberanza un nemico invisibile e riparato nel bosco. A dire il vero secondo un’altra testimonianza due Partigiani di guardia a San Martino già attorno alle 5 avevano visto salire i tedeschi e avevano ripiegato in tutta fretta verso la base di Monte Domenichi, mentre Fulvio Pasquini, che da Meleto era giunto a piedi molto presto per mettere in salvo il proprio bestiame, da parte sua testimoniò la presenza diffusa di soldati in gran parte delle zone circostanti: quando nel corso della mattinata giungerà a Pianfranzese vi troverà «una decina di automezzi: camioncini, automobili, jeep», ovvero qualcosa di più di tutte le forze disponibili di Danisch.[6]

In realtà ciò che d’ora in poi gli abitanti di San Martino crederanno di vedere è una storia parziale, deformata da intenti subdoli e illogici, fatta di attese estenuanti e improvvise liberazioni, passaggi dalla detenzione tedesca alla protezione partigiana, il tutto mentre gli incendi iniziano a divampare soprattutto dalla parte di Meleto. Il parroco all’arrivo dei tedeschi era in procinto di andare proprio a San Cipriano dove avrebbe dovuto incontrare per una funzione religiosa anche don Giovanni Fondelli, prete di Meleto. Subito ha dato l’allarme ai familiari e ad alcuni sfollati, poi ha tentato inutilmente di rimettersi in cammino. Gli uomini di Danisch però hanno iniziato a fare uscire gli uomini dalle case e li stanno riunendo in uno spiazzo sotto la chiesa. Alla fine gli ostaggi erano poco più di una decina tra sfollati e abitanti del posto, compreso il prete. Tra di loro tre uomini di San Martino, boscaioli e contadini di età compresa tra i 55 e i 63 anni, sono catturati mentre sono già al lavoro.[7] Gli altri erano tutti sfollati ma legati all’attività delle Miniere: si trattava di Giuseppe Bruno, Direttore Amministrativo, il quale continuò «a pensare che i Tedeschi [fossero in realtà] alla ricerca dei Partigiani»,[8] Giuseppe Innocenti, caposquadra in miniera,[9] Derlindo Bucchi, minatore sfollato da Santa Barbara[10] e Giorgio Capitani, studente di Economia, sfollato da San Giovanni e catturato con il padre.[11] In una memoria successiva il parroco scrisse anche i nomi di quelli che dopo saranno rilasciati: tra loro c’era il fattore di Pianfranzese, Vincenzo Sonati e Giuseppe Ciapi che ad un certo momento eluse la sorveglianza dei Tedeschi e riuscì a fuggire.[12] Attorno alle 6 tutti questi uomini erano già sotto il controllo di quattro o cinque soldati, mentre l’Ufficiale se ne «stava in piedi un po’ in disparte», irraggiungibile come al solito.

Il tempo appare fermo e dilatato e gli episodi che scandiscono la mattina sono intervallati da lunghe ore. Sebbene vi fosse molta tensione, le donne potevano in qualche modo avvicinarsi ai propri uomini e parlare con loro tanto che Maddalena Ermini dirà: «ebbi modo di rivedere mio marito (…), quando gli portai un po’ di caffè. Mio marito mi disse che aveva molta paura dei Tedeschi».[13] Secondo Giorgio Grassi erano circa le nove, ovvero tre ore dopo la cattura degli ostaggi, quando Danisch ordinò al soldato sulla mitragliatrice di sparare ad un uomo che passava tra i campi. Nel racconto di Don Cicali questa azione dopo una lunga attesa sembrerebbe volta più a destare l’attenzione dei Partigiani, quasi a provocare una reazione o stabilire un contatto.

La mitragliatrice era puntata verso i boschi vicini e vidi l’Ufficiale che osservava questi boschi per mezzo di un binocolo. Egli, evidentemente, avrà visto lì qualche movimento poiché gridò un ordine in tedesco, al che il mitragliere diresse parecchie raffiche di colpi dentro il bosco. Questi boschi, in quel periodo, erano pieni di Partigiani e l’Ufficiale aveva, senza dubbio, visto qualcuno di loro che si muoveva intorno.[14]

A seguito di ciò Danisch lascia improvvisamente il paese a bordo della macchina con il suo autista Casuski. Probabilmente non fece molta strada, giungendo forse solo al Castello, se dopo poco tempo la stessa macchina fece ritorno nel paese senza il Tenente e con un altro soldato, per l’identità del quale don Cicali e Giuseppe Bruno si dissero del tutto convinti fosse stata quella di un Ita­liano in uniforme tedesca «senza dubbio nativo dell’Italia meridionale». Fu addirittura l’autista a questo punto a scegliere quattro uomini come ostaggi lasciando liberi tutti gli altri. Perché non l’ha fatto Danisch stesso quand’era a San Martino e ordinò di farlo poco dopo al suo autista? Sapendo di essere sotto il tiro dei Partigiani ha temuto per la propria incolumità personale o ha dovuto prendere al Castello di Pianfranzese un’improvvisa e nuova decisione? Ha valutato eccessivo il numero di tutti i civili catturati, compresi quelli radunati nel frattempo al Castello, per il ritorno a San Cipriano? Quando gli ostaggi di Meleto vedranno arrivare quella mattina il camion con circa venti civili, di Danisch e della sua macchina non si parla, perché il Tenente evidentemente era rimasto a Pianfranzese o nella zona circostante. Danisch infatti partecipò alla strana trattativa con i Partigiani e con i parenti dei dirigenti della Mineraria, di cui parlò il Comandante della “Castellani” e che a novembre sarà taciuta agli Inglesi. Chissà se fu in questo frangente che ricevette proprio quell’informazione di cui l’indomani si disse essere «compiaciuto».

In realtà quando tutto questo avvenne, attorno a mezzogiorno, la tragedia della strage era già stata consumata.

 

Carte topografiche

 

Quello che era avvenuto a Santa Barbara, poco dopo l’arrivo di Danisch a San Martino, fu riportato nel Report inglese ricalcando la dinamica descritta dal Sabelli. Questi, poco prima le 6, nel loggiato dell’edificio dove soldati della Hermann Göring erano giunti la sera precedente, fu avvicinato da un Maresciallo e invitato dentro un appartamento usato presumibilmente come fureria. All’interno di una delle stanze un soldato disegnatore di carte topografiche stava esaminando con attenzione una mappa. Il Maresciallo invitò Sabelli a dare uno sguardo alla mappa. Secondo il racconto del sorvegliante

(…) quella era una carta italiana, in scala 1:100.000, che mostrava i paesi di Castelnuovo dei Sabbioni, Meleto, Massa e San Mar­tino. Meleto era sul margine destro della carta e a dire il vero erano rappresentate soltanto due o tre case. Questo fatto sembrava rendere perplesso il disegnatore che mi chiese di dirgli quante case c’erano a Meleto.[15]

«Non pensando neppure per un istante per quale atroce uso stava per essere usata la sua informazione», annota Crawley, Sabelli diede la descrizione migliore possibile, così il disegnatore fece alcune copie molto approssimative della mappa che mostrava quei paesi e le dette al Maresciallo. Fuori i camion pieni di soldati erano in attesa di partire. Il Maresciallo distribuì le copie delle mappe al soldato responsabile di ciascun veicolo, uno dei quali Sabelli riconobbe come Rudolf Fräulein. Quindi i veicoli partirono, prendendo la strada per Meleto, Castelnuovo dei Sabbioni, Massa e San Martino. In quel momento erano le ore 6 – 6,30. «Tutto ciò appare l’inizio di una premeditata, preordinata e atroce incursione di rappresaglia su larga scala contro gli uomini dei suddetti paesi, a causa di quanto la banda dei Partigiani della III Compagnia Chiatti aveva fatto», concluse Crawley (PRO: 5).

La testimonianza del sorvegliante sembra fornirci dati molto precisi: le mappe disegnate per i comandanti delle azioni stragiste avrebbero riguardato tutti i paesi coinvolti, da Santa Barbara sarebbe partita la maggior parte dei soldati in unità motorizzate e i quattro camion si sarebbero diretti ognuno in un paese successivamente teatro di strage. Forse, sapere di essere stato il solo uomo ad aver avvicinato gli autori materiali delle stragi conferì a Bruno Sabelli un ruolo di protagonista un po’ sviante nella ricostruzione della vicenda. È chiaro che una mappa di 1:100000, con Meleto appena visibile sul margine destro, contiene anche gli altri paesi indicati ma il Sabelli non disse, ad esempio, se sulla carta quei paesi erano in qualche modo evidenziati come obiettivi dell’azione da compiere o se questa fosse piuttosto una deduzione tutta sua post factum. Il dubbio nasce anche alla luce di quello che successe a Massa e a San Martino, paesi che in realtà sembrano toccati dall’azione stragista più nella “casualità” di un rastrellamento partito da Castelnuovo.[16] Soprattutto a San Martino, se questi erano i loro piani, l’azione di Danisch in quel momento avrebbe messo a repentaglio il piano stragista, perché chi sarà ucciso nel pomeriggio era stato fatto prigioniero nel primo mattino e poi lasciato libero.

Abbiamo già detto che le truppe di Santa Barbara potevano essere l’Alarmkompanie di Terranuova o un’Unità formata ad hoc con soldati provenienti da più reparti, tra cui sicuramente i Pionieren. Se fosse stata la sola Alarmkompanie, essendo una compagnia di pronto intervento antipartigiano giunta qui al completo della sua decina di camions, risulta illogico che sia stata utilizzata solo in parte per compiere un’azione di queste proporzioni. Se invece fosse stata un’Unità composita allora i quattro camion potevano essere solo quella parte “delegata” a compiti specifici di penetrazione dei paesi, mentre gli altri rimasti avrebbero avuto il compito di minare la Centrale e Castelnuovo. In questo caso le truppe di Santa Barbara avrebbero potuto far parte anche della sola Fallschirm-Panzer-Pionier HG e l’Alarmkompanie Vesuv avrebbe alloggiato in un’altra località, partecipando, come lo stesso Groner confessò, all’eccidio di Castelnuovo. La Vesuv d’altronde poteva far conto su Bagno a Ripoli come base su cui ripiegare. Le domande del disegnatore di mappe al Sabelli ci danno d’altronde la sola certezza che l’obiettivo dei quattro camions era di certo per lo meno Meleto mentre possiamo solo supporre che sia stato anche Castelnuovo. Questa ipotesi trova conferma nel racconto dello stesso Sabelli il quale descrisse così il ritorno degli stessi soldati a Santa Barbara:

Verso le ore 18,30 dello stesso giorno, udii il rumore di alcuni automezzi pesanti che passavano nei pressi di questo edificio, ma non guardai fuori dalla finestra né uscii dal mio appartamento, di modo che non posso dire se essi erano o no i quattro camion contenenti soldati che avevo visto lasciare il villaggio quella mattina.

Nella dichiarazione del sorvegliante delle miniere anche riguardo al ritorno dei camions si parla solo di una parte delle forze complessive presenti nel villaggio minatori e il Maresciallo Fräulein poco più tardi, quando gli confida l’uccisione di ottanta uomini innocenti di Meleto, aggiunge Castelnuovo, Massa e San Martino solo dopo aver avuto da un suo sergente l’informazione che anche in quei luoghi erano state compiute stragi.

Alla fine il ruolo di Santa Barbara sembra in parte sovradimensionato, se viene vista come la base dove tutte le truppe coinvolte vi fossero convenute per poi da qui ripartire. Che senso avrebbe avuto ad esempio per le «sezioni» del Maggiore Seiler fare spola tra Santa Barbara e Montegonzi? Forse erano loro le Fallschirm Panzer Pionier HG, che si ricostituiranno tutte insieme il giorno successivo nel villaggio minatori? Che rapporti ebbe l’Alarmkompanie con il Genio divisionale presente a Santa Barbara? Il villaggio dei minatori evidentemente fu una località importante nell’attuazione della strage ma non esclusiva e alla fine rimane molta indeterminatezza sulle forze coinvolte per tutti i paesi.

 

note:

 

[1] Intervista di Emilio Polverini a Giorgio e Pierluigi Grassi del 22 febbraio 1994 (AEP).
[2] Testimonianza n. 17 in R4L1994.
[3] Testimonianza n. 31 in R4L1994.
[4] Dichiarazione del 4 Ottobre 1944 di Giuseppe Giannetti, che testimoniò per il patrigno Pasquale Borgheresi, in PRO: 333-334.
[5] Dichiarazione del 27 Novembre 1944 di don Giuseppe Cicali, in PRO: 315-317.
[6] Testimonianze 17 di Emma Bigazzi e 29 di Fulvio Pasquini in R4L1944.
[7] Oltre a Pasquale Borgheresi che per primo aveva visto arrivare i tedeschi, c’era Amedeo Ermini e Giovan Battista Cappelli. Vedi Dichiarazione del 4 Ottobre 1944 di Maddalena Ermini in PRO: 331-332 e Dichiarazione del 5 Ottobre 1944 di Renata Dalbi in PRO: 329-330.
[8] Dichiarazione del 28 Novembre 1944 di Giuseppe Bruno in PRO: 319-321.
[9] Dichiarazione di Giuseppe Innocenti cit.. Qui è chiamato Izia, che forse sta per Isaia; Giuseppe dovrebbe essere il suo secondo nome.
[10] Dichiarazione di Derlindo Bucchi cit., dove è chiamato D’Erlindo.
[11] Dichiarazione del 29 Novembre 1944 di Giorgio Capitani, in PRO: 322-324.
[12] La memoria di don Giuseppe Cicali si trova in Relazione dal 16 Maggio 1943 al 16 Luglio 1948 (AVF, XXVI, 488/E, fasc. 19, pp. 11 mss). Per la fuga del Ciapi vedi Giorgio Grassi in PMNSC: 249.
[13] Dichiarazione di Maddalena Ermini cit..
[14] Dichiarazione di don Giuseppe Cicali cit..
[15] Dichiarazione di Bruno Sabelli cit.. Crawley credé di identificare nel Maresciallo accanto al disegnatore delle mappe uno dei Marescialli sottoposti al Maggiore Seiler che era giunto a Montegonzi (PRO: 34-35).
[16] Si può ragionevolmente ipotizzare che una piccola compagnia di soldati abbia risalito da Castelnuovo verso i monti uccidendo a il Colto Sabatino Pieralli, incendiando e devastando le case sulla strada per Massa. Qui i soldati “riposano” e sono interrotti da un’incursione aerea inglese, dopo la quale uccidono il parroco e un giovane. Infine possono essere risaliti a San Martino, ma quest’ultima rimane pur sempre un’ipotesi.

 

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 1. Il racconto immaginato

 

All’origine del racconto che segue, fatto attraverso gli occhi della propria maestra di scuola elementare, vi è stata la pura curiosità di un bambino di ricostruire una storia che nessuno sapeva raccontare, dove in mancanza di una traccia certa l’immaginazione ha sostituito la testimonianza di chi non aveva potuto testimoniare e il silenzio di chi percepiva nel narrare un tabù storico. Quell’apprensione infantile nel tempo si è trasformata in una narrazione tratta dalla conoscenza delle persone coinvolte negli eventi stragisti e da fonti testimoniali certe, in un testo che, seppure la sua traduzione narrativa non abbia fatto uso di alcun elemento d’invenzione, è comunque diversa da un’esposizione storica o dalla trascrizione di una memoria, perché restituisce una rappresentazione di verità nella forma di un esercizio letterario. D’altronde, per giungere a ricostruire in modo plausibile le vicende dell’eccidio, oltre che attraverso la progressiva consapevolezza storica e l’acquisizione dei documenti prodotti nel tempo, si deve passare sempre per delle vere e proprie riproduzioni immaginarie della scena di quei giorni. Ciò è determinato prima di tutto dalle caratteristiche dell’evento che per il suo improvviso verificarsi, la sua incomprensibile efferatezza e l’incerta presenza di testimoni oculari, ha dovuto essere ricostruito anche attraverso la forza immaginativa del racconto.

 

Meleto - Lapide commemorativa nel rifacimento del 1974

Meleto – Lapide commemorativa nel rifacimento del 1974

 

Le lenzuola bianche

I primi racconti sulle stragi di civili che coinvolsero alcuni paesi sul versante del Valdarno Aretino dei monti del Chianti tra il 4 e l’11 luglio del 1944 mi giunsero da una medesima distanza ma da due prospettive separate. Quelli che sarebbero stati i miei genitori ancora non si conoscevano e solo cinque anni più tardi andarono ad abitare a Meleto, uno dei paesi decimati dalla violenza tedesca. La visione d’isolati paesi dati a fuoco e fiamme era stata un’immagine ricorrente nel periodo poco precedente la Liberazione ed entrambi avevano visto dal versante opposto della vallata quella che in modo inequivocabile apparve loro una distruzione assai estesa (1). Il loro punto di vista tuttavia era diverso: per l’una, il fumo nero che si era alzato all’orizzonte ed era durato a lungo per tutto il giorno rappresentava lo “spettacolo di orrore” che la storia mostrava; per l’altro, i cupi e silenziosi segnali di devastazione, vicini al paese natio di San Cipriano, determinavano il connubio particolare tra l’investimento emozionale e l’evento colto proprio nel momento in cui diveniva fatto storico. Questa differenza, apparentemente soggettiva, in realtà segna da subito per chi affronta la tematica stragista una difficoltà che, come uno sbarramento, impedisce ai “non coinvolti” di penetrare nei fatti veri e propri e nel “diritto” a parlarne. Questa consapevolezza di percepire e partecipare a un evento che permette di entrare a pieno titolo nella Storia universale si oppone al mero prodotto della facoltà immaginativa. A me, ancora dopo molti anni quell’oscura e disumana vicenda procurava due sentimenti paralleli: la rassicurazione che la mia famiglia non era stata toccata dalla strage e l’apprensione immaginativa che l’indeterminatezza della scena provocava. Nella mia mente “quello che potevo aver visto se fossi stato là presente” diveniva “quello che io conosco può esistere solo attraverso la mia immaginazione”.

In questa storia, sebbene razionalità e gioco della mente abbiano lavorato sullo stesso materiale, vi è sempre qualcosa che mantiene ai margini, dal momento che è sembrato aver titolo alla parola solo chi abbia attraversato per intero l’esperienza diretta. Tuttavia, poiché tutto attorno, a volte anche tacendo, parlava fortemente di lei, mi sono sentito sempre destinato a ritornarvi facendo ricorso anche all’immaginazione. Con una certa esitazione più tardi avrei cercato in territori imprevisti il frutto di quel lavoro della mente, scoprendo che tutto ciò che accresce il cosiddetto reale del passato distorce il vero ma produce, comunque e suo malgrado, una memoria ed è una memoria feconda. Ciò nonostante questa rappresentazione, insieme testimonianza e ricordo, non assumerà mai valore storico e ognuno dovrà cercare da solo la propria riconciliazione con la Storia.

§

Per un bambino che non aveva parenti tra gli uomini uccisi in quel giorno del 1944, le domande si perdevano presto dietro i silenzi di un paese altrimenti normale. Una piccola scalinata dietro la chiesa, dove le donne tenevano delle piante in vaso che delimitavano uno spazio interdetto ai giochi di noi ragazzi, portava a una lapide sovrastata dall’immagine sacra di una Madonna che piange il figlio morto. Nell’ingenuo e pulito naturalismo delle figure ritratte, quella del Cristo, con le ginocchia e la testa sollevate senza un appoggio e in una posa anomala, sembra trasfigurare, depurandola dall’orrore, la posizione rattrappita che assumono i corpi bruciati dalle fiamme. In qualche modo quella raffigurazione religiosa vuole sublimare e confondere l’enorme tributo del paese alla guerra. Dal 1974, nel luogo dove gli uomini erano stati raccolti dopo il rastrellamento è rimasto solo questo affresco, mentre la lapide commemorativa è stata sostituita poco più distante da una in metallo in una costruzione in cemento armato che disegna una cappella stilizzata e dilata impropriamente la sacralità del posto. Nel mio ricordo d’infanzia, quando le vittorie e le sconfitte contano, il centro del disordinato giardino circostante rimane a dire il vero la statua di un soldato della Grande Guerra con la bandiera sollevata di fronte al nemico, da cui il luogo prende il nome di Monumento. La lapide coi nomi di un colore rosso vivo incisi sulla pietra richiamava invece un conflitto più strano e tra i nomi di famiglie conosciute si parlava di «belve teutoniche», dove l’espressione appariva più consona al passaggio di un’orda barbarica che alla morte in battaglia e assumeva un significato ancora più negativo, ai limiti della dicibilità.

Non tutti i novantasette uomini ricordati erano stati addossati al piccolo contrafforte perché in quella lista vi sono aggiunti anche gli uccisi di Masseto e quelli di San Martino di Pianfranzese, due piccoli abitati posti l’uno nella parte bassa del paese e l’altro a una distanza di alcuni chilometri, nella prosecuzione naturale della collina che s’innalzava verso le montagne del Chianti. Poco più lontano, nelle stesse ore e nella medesima operazione militare, a Castelnuovo dei Sabbioni furono uccisi altri settantaquattro uomini. Dal 1945 le stragi furono sempre commemorate in due cerimonie separate anche se «l’orrenda pira» di tutti gli uomini accatastati e bruciati nella piazza di Castelnuovo divenne il terribile suggello immaginale di un’unica vicenda. In seguito l’escavazione delle miniere di lignite a cielo aperto ha profondamente cambiato il paesaggio circostante, al punto che la completa ricostruzione di quei fatti può essere compiuta ormai solo sulle carte topografiche dell’epoca. Nei libri di storia questo evento è ricordato come “strage di Cavriglia”, comune capoluogo, ma più correttamente andrebbe chiamata “strage di Meleto e di Castelnuovo dei Sabbioni”, paesi decimati nella propria popolazione maschile e a cui facevano capo due distinte brigate partigiane.

L’estraneità della mia famiglia al paese rendeva normale che quel racconto non mi appartenesse e dovesse essere ricostruito nell’immaginazione. Credevo così che il fumo nero, di cui la mamma parlava, fosse causato dagli uomini uccisi tra gli alberi del Monumento, mentre in realtà ciò che si vedeva bruciare a tanta distanza erano i fienili e le case del paese. Da parte sua, attraverso un silenzio evasivo e selettivo, il babbo aumentava il senso di mistero e la mia curiosità. Amico del parroco di San Cipriano che il giorno successivo si era fatto coraggio entrando nel paese morto, sicuramente avrà saputo più cose di quello che raccontava e il suo atteggiamento così mi faceva pensare che si potesse essere in qualche modo imparziali, come se esistesse una verità oggettiva, intermedia e comprensiva di tutte le sfaccettature. A complicare questi racconti lacunosi uno zio, frate francescano, con lo sguardo severo sussurrava come fra i Tedeschi fossero presenti i «Fascisti». Avrei potuto pensare che lui conoscesse la verità dei fatti grazie a segreti svelati dal Vescovo di Fiesole il quale, giunto a piedi in paese pochi giorni dopo la strage, aveva dormito nella stessa aula della scuola elementare che frequentavo. Sicuramente il viaggio dell’uomo di Chiesa, che nel mezzo della temperie stragista s’inoltra a ritroso verso la profondità del male, si presta al racconto del testimone eroico, ma le parole dello zio avevano origine più semplicemente dalle confidenze della bottegaia del paese che quel giorno aveva perso tutti gli uomini di famiglia, commercianti benestanti, alcuni dei quali erano stati iscritti al PNF ma in seguito incolpati di aver messo a repentaglio il paese per «aver fatto il pane» ai Partigiani (2).

Quando udivo queste frasi, accompagnate sempre da gesti di fastidiosa insofferenza, non conoscevo l’ambigua distinzione tra fascisti e repubblichini, che voleva separare un prima spensierato e obbligato da un dopo tragico e volontariamente scelto. Con la caduta del paradigma antifascista nell’opinione corrente, infatti, prese sopravvento una chiave di lettura, parziale e perfida come una malattia, secondo la quale vi era un prima indistinto dove ognuno, «chi più e chi meno», era stato fascista e un dopo consapevole dove le vie si erano divaricate tra gli impenitenti assetati della «bella morte» e gli opportunisti che si sarebbero dati alla macchia. Nel mezzo si sarebbero posti tutti gli altri, una massa indefinita di attendisti, a tanti dei quali si addiceva una definizione di doppia negazione, i «non antifascisti». Nelle ricostruzioni storiche delle stragi più controverse, dove erano coinvolti italiani tra le fila dei tedeschi e le azioni dei Partigiani avevano preceduto le rappresaglie, il problema della responsabilità e quello relativo della colpa ha portato ad un vicolo cieco, dove, smascherando o giustificando questi due posizionamenti come fossero un vissuto prospettico privilegiato, si finiva per rimanere prigionieri dei protagonisti di un tempo. È evidente che una differenza ancora rimane: la prospettiva repubblichina, così come quella tedesca rinchiusa nella gabbia «nazista», è sempre stata indiretta e ostinatamente taciuta dai soggetti di allora, mentre la narrazione partigiana, a dispetto del gran parlare avverso che oggi si fa della «mitologia antifascista», è stata condotta in prima persona, magari nella difensiva. se ne ebbe riprova anche nel processo su Civitella dove i Partigiani, chiamati a testimoniare, sembravano quasi doversi giustificare.

 

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Proprio di fronte alla porta della mia casa c’era un’altra lapide, bianca e dai caratteri aguzzi con i nomi di tre «caduti nella lotta di Liberazione», molto più piccola di quella coi nomi colore rosso vivo. I due elenchi erano distanti tra loro e sproporzionati nel numero, come se si fossero combattute due diverse guerre. Quella separazione però non riusciva a nascondere che tra i Partigiani e la strage vi potesse essere un legame irrisolto, una causa indiretta o brutalmente lineare. Perché i Partigiani non erano nell’elenco dei morti del Monumento? La presenza degli uni era la causa della fine degli altri? Quel giorno la loro assenza era stata il riconoscimento di una velleitaria debolezza o l’impossibilità tragica di dare aiuto? Fino alla domanda più difficile: quello dei Partigiani fu un atto di mancato coraggio? Solo in seguito mi fu chiaro che non esisteva alcun mistero a nascondere la “verità dei fatti”, così come non era difficile capire perché nessuno parlava liberamente. Ognuno, infatti, secondo una convinzione ora rabbiosa ora fatalistica, rimandava a una storia diversa, dove le cause divenivano colpe e le necessità storiche si trasformavano in destini.

 

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Grenadier della HG in tuta mimetica

Soldato della HG in tuta mimetica

 

La riprova più dura nella sua cruda evidenza fu il drammatico confronto nella scuola tra la maestra Ida M. e il figlio di un ex partigiano. Dell’attività del padre nelle formazioni partigiane che operavano nei monti circostanti rimane nei documenti scritti solo la sua partecipazione a uno scontro a fuoco con i tedeschi terminato senza morti e feriti. La maestra invece m’insegnò durante le elementari e con lei sostenni un esame a sei anni per entrare direttamente nella seconda classe, perché ero l’unico nel paese a essere nato nel 1956. In quell’estate frequentai la sua casa per prepararmi agli esami di ammissione. Nel ricordo della cucina dove imparai a scrivere le prime parole non vi è nessun gesto di affetto. Ida era una donna molto severa e triste, che sembrava non sorridere mai, con una voce dal timbro stentoreo. Il racconto del 4 luglio le fu richiesto a più riprese nel corso del tempo, ma un sordo riserbo e un’orgogliosa solitudine le impedivano di mettersi in mostra. Ho ascoltato e letto molti racconti sulle stragi in Toscana, ma quello della maestra mi è sempre parso rassegnato, in parte freddo e reticente, mai completamente drammatico.

A quel tempo Ida viveva con i genitori in una villetta con un giardino dove ancora spiccano due palme esotiche di fronte alle scale. Dopo un corridoio a piano terra si salivano delle scale interrotte da una porta a vetri che introduceva all’appartamento vero e proprio. Quella mattina verso le 6,30 Ida, che ha venti anni, è svegliata da forti colpi alla porta. Quando si alza, la madre ha già fatto entrare dei soldati tedeschi che irrompono nella camera dei genitori, intimando al padre Numa in un cattivo italiano di uscire da casa. L’uomo, impiegato cassiere alla Società Elettrica Valdarno a Montevarchi, dove tutte le mattine si reca in treno dopo aver raggiunto a piedi San Giovanni, s’infila sicuramente la giacca con la custodia degli occhiali e un lapis giallo, oggetti che l’indomani permetteranno di riconoscere il suo cadavere bruciato. A quell’ora di mattina già dovrebbe essere in viaggio, ma per sua sfortuna e per motivi a noi sconosciuti non è andato al lavoro. Mentre Numa esce accompagnato dai soldati, le due donne sono sollecitate a scappare, perché il paese sarebbe stato bruciato. A Ida rimarrà solo il ricordo di un soldato di carnagione scura con tuta mimetica e «stivaloni». Senza capire cosa sta succedendo, si ritrovano in un rifugio nelle vicinanze del vecchio cimitero. Lì giungono gran parte delle donne e dei bambini costretti dai soldati ad abbandonare il paese. Attraversando la via principale Ida ha rivisto il babbo assieme ad altri uomini tenuti sotto il controllo di due mitragliatrici proprio nel giardino pubblico del Monumento. «Andate, andate» sono le ultime parole dell’uomo che ricorderanno. (3)

Nella maestra mi sembrava di cogliere verso il figlio del partigiano una certa intolleranza pregiudiziale quanto spontanea era la mia simpatia per lui. Un giorno vi fu un esplosione di rabbia che colpì tutta la classe: di fronte ad una risposta forse inadeguata del ragazzo, non so come, la maestra finì per accusare i Partigiani di aver «provocato i Tedeschi». Se la percezione del tempo storico è una tarda acquisizione e il peso del passato è un affare proprio degli adulti, quel giorno avvertii vagamente quanto dopo vent’anni potesse ancora esistere un nodo da sciogliere, un enigma irrisolto. La sera, interrogati i genitori sull’oscuro accenno, seppi che in paese si vociferava che in giorni imprecisati antecedenti gli eccidi erano stati uccisi «alcuni» soldati tedeschi. Tutto quello che appariva sottinteso sembrava ogni volta dovesse essere svelato in una resa dei conti finale, ma in realtà dopo un po’ tutto tornava a essere taciuto.

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A fronte di una sospensione del tempo che si determinava durante tutto l’anno, le commemorazioni della strage erano per noi ragazzi un motivo di particolare e proibita «attrazione». La mattina, dopo una Messa celebrata con grande sfoggio di paramenti sacri di color nero, di canti sommessi e profumo d’incenso, tutto il paese si spostava di fronte alla lapide dai nomi in rosso vivo, dove giungeva un picchetto militare con fucili ed elmetti. Si ascoltavano allora i discorsi incomprensibili del Sindaco con la fascia tricolore e del rappresentante dell’Associazione delle Vittime, un uomo piccolo con baffi appena accennati e un cognome ebraico. Alcune donne portavano da casa una sedia per occupare un posto con composta dignità e ripararsi sotto le piante. Spuntavano anche volti a me sconosciuti e dietro i gonfaloni e le bandiere apparivano i fieri e duri Partigiani di un tempo con un fazzoletto rosso al collo. Percepivo un clima strano e confuso, sospeso tra la cerimonia religiosa e il ritrovo politico. L’attesa di noi ragazzi al contrario era per il trombettiere che suonava al presentatarm, quando finalmente ci sentivamo al centro di un grande evento nazionale. Tutto finiva abbastanza velocemente, i soldati partivano per Castelnuovo dei Sabbioni, dove si sarebbe ripetuto il rito con un altro prete, le stesse personalità e il medesimo discorso solenne. A dire il vero, dietro quelle celebrazioni separate in noi ragazzi s’insinuava una particolare competizione commemorativa, che era insieme terribile e ridicola. Al paese rimaneva una corona di alloro con le palline argentate come quelle dell’albero di Natale, ma più piccole. Il giorno dopo le avremmo rubate di nascosto per schiacciarle in mille pezzetti con colpevole soddisfazione chiudendo definitivamente ogni cerimonia. Finalmente l’estate poteva iniziare.

Ida è rimasta con la madre nel rifugio per tutta la giornata. Non è stata tra le prime coraggiose a rientrare nel paese e ad affrontare l’orrore della morte e della devastazione. Forse quel giorno avrà dovuto consolare la madre prima di interrogare il proprio dolore, decidendo di rimanere nascosta e ascoltando i racconti delle altre donne che facevano da spola tra il paese e il rifugio.
Ha passato la notte nel buio tra i lamenti e le consolazioni, i pianti dei bambini e l’incredulità delle donne anziane. Nella notte il paese visto dal rifugio era stato uno spettacolo di orrore, con gli incendi divampati in più luoghi, nell’aria vaghe e sinistre folate dell’odore acre della carne bruciata, senza nessuna luce e qualche urlo isolato. A poche centinaia di metri i Tedeschi hanno festeggiato e mangiato quanto razziato dalle case nelle capanne della Minierina.
Solo il mattino successivo, mentre la madre impietrita dalla paura rimane ancora nascosta nel rifugio, Ida rientra nel paese alla ricerca del babbo. Assieme alle altre donne vaga nelle aie e deve cercare un indizio, provare a riconoscere chi era insieme a lui al Monumento. All’inizio non le sembra di conoscere nessuno, poi vede spuntare un fazzolettino nel taschino di un cadavere. «Vidi la custodia dei suoi occhiali e quel lapis giallo che portava come il segno della sua cultura». Gli occhiali si erano fusi attorno alle orbite degli occhi.
Con una cugina ritorna nella casa che non è stata devastata come altre: riattraversa le scale, entra nella camera violata e ferma alla mattina precedente, il letto disfatto, i mobili sottosopra, i viveri portati via. Come hanno fatto altre donne, prende un lenzuolo per raccogliere il cadavere. Qualcuno ha usato una scala, chi il cassetto grande di un armadio, altri le ceste intrecciate con le cortecce di castagno, ogni cosa che potesse essere utile al trasporto dei resti carbonizzati. Attraversa il paese con il macabro involucro verso il cimitero: un percorso lungo mezzo chilometro, nel caldo e senza la fine pioggerellina del giorno precedente. D’improvviso compare, arrancando, un automezzo militare tedesco. Sono di nuovo «loro», venuti per scattare fotografie al lavoro fatto. C’è chi scappa, chi si scaglia contro strappando le armi e chiedendo di essere uccisa, perché non si ha più paura di niente. Ida e la cugina si gettano nel campo, lasciando il lenzuolo con i resti del babbo sul ciglio della strada. Alla fine raggiungono il cimitero e, ricomposto il corpo per terra in attesa che qualcuno scavi per loro una fossa, guardano la distesa di lenzuola bianche con i ricami e le iniziali in rilievo. La cugina raccoglie dei fiori gialli, si toglie la cintura con fiocchi rossi e legato il mazzolino lo depone come segno di riconoscimento sul corpo dell’uomo. «… Lo vedo sempre il cimitero, pieno di tutte queste lenzuola bianche!».
Passeranno alcuni giorni prima che Ida possa tornare dal rifugio nella casa disabitata: ha messo le sue piante su un’asse fuori la finestra della cucina. In paese sono già passati i soldati della 6th South African Armoured Division cannoneggiando verso i Tedeschi in fuga e ora sono arrivati gli Inglesi. Qualcuno le chiede di Firenze e le indirizza dei complimenti, ma ormai Ida non sorride.

 

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note:

 

(1) I morti per strage in Toscana furono circa 3700, di questi circa 500 riguardarono l’Aretino compreso tra l’alta Val di Chiana e il Valdarno superiore: questi si possono ricavare in Fulvetti, in Fulvetti e Pelini 2006: 85, Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945 Le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000: 183 sgg e Jona, Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane. Diciassette mesi di sofferenze e di eroismi, Anfim, Firenze 1992. Il neofascista Pisanò parlò di 1.113 per l’intero Aretino, addebitandoli tutti alla irresponsabilità dei Partigiani «comunisti» (G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, 3 voll., Edizioni fpe, Milano 1965: I, 381).
(2) La memoria divisa ha privilegiato sempre, accanto alla polarità ufficiale antifascista, il racconto di chi tendeva a sottolineare le responsabilità partigiane, non indagando la narrazione dal grande valore individuale e storico di coloro che, vissuti in vario modo «dentro il fascismo», nell’esperienza stragista scoprirono in persone note o semplicemente «italiane» il volto di un altro e certo più vero fascismo.
(3) Questo racconto è liberamente tratto da Polverini e Priore 1994: 215-8 (d’ora in poi abbreviato in PMNSC) e dalla Dichiarazione di Ida M. resa il 7 novembre 1944 agli Inglesi in Public Record Office, pp. 169-170 (d’ora in poi abbreviato in PRO). In seguito con Dichiarazione s’intenderà sempre lo Statement e con Testimonianza o Intervista tutte le altre dichiarazioni sui fatti di strage rilasciate successivamente o in altri contesti.

© Francesco Gavilli

4 luglio 1944

 

Questa storia, relativa ad una strage di civili effettuata dalle forze di occupazione tedesca in alcuni paesi del Valdarno aretino nel luglio 1944,  è tratta da un volume di prossima pubblicazione che viene qui rielaborata e depurata di tutta la parte di riflessione metodologico storica e avrà una cadenza periodica. È bene tenere presente che lo studio della formazione del racconto storico in relazione alla testimonianza del sopravvissuto o parente della vittima anche in questa versione semplificata ne costituisce il vero filo rosso. Va da sé che tutta la storia può essere riletta anche come una nuova cronaca dei fatti, pur non cedendo mai alla tentazione dello scoop storiografico o della rivelazione roboante di chissà quale “altra” verità. I testi riprodotti non mantengono la lineare disposizione del libro e sono opera di Francesco Gavilli che ne è interamente responsabile nel taglio e nel contenuto. (F. G.)

 

Fonte: Eccidi nazifascisti Regione Toscana

Fonte: Eccidi nazifascisti Regione Toscana

 

Un’introduzione

 

Nei primi giorni del luglio del 1944 reparti della Divisione Hermann Göring, poco prima che fosse trasferita nel fronte orientale a contrastare l’avanzata sovietica, consumarono a Meleto e a Castelnuovo dei Sabbioni, nella zona mineraria del Valdarno Superiore aretino, la loro ultima strage di civili italiani. Quasi duecento uomini furono fucilati e poi bruciati nelle aie e nelle piazze, a gruppi o addirittura, come per i sessantotto di Castelnuovo, in un unico assembramento.

A ridosso delle stragi di Civitella della Chiana e ad opera degli stessi reparti che attuarono un’unica e vasta azione di rappresaglia, nel Valdarno «ufficialmente» la memoria dei fatti si caratterizzò per un atteggiamento non smaccatamente antipartigiano, nonostante parte degli uccisi non fossero stati loro simpatizzanti e alcuni avessero a suo tempo aderito al PNF. In realtà a lungo le tensioni tra antifascisti e chi si era posto in una posizione attendista si mantennero in modo sotterraneo per trasformarsi alla fine in un reciproco e silenzioso riconoscimento. D’altronde se parte della popolazione che era stata fascista aveva riconosciuto tra gli esecutori alcuni «Italiani», le forze antifasciste dal canto loro accettarono progressivamente in modo implicito che la causa scatenante le rappresaglie fossero state le azioni partigiane del mese di giugno. Se i due ordini di eventi (forme di collaborazionismo fascista alle stragi e uccisioni di tedeschi in attentati e imboscate partigiane) avevano entrambi una propria verità, oggi sicuramente la loro rilevanza appare sovradimensionata. Infatti, la partecipazione «italiana» alla strage non ha raggiunto mai la prova certa che sia stata decisiva anche nella sua progettazione, mentre il «fine» tedesco delle uccisioni superava ampiamente la dimensione locale dell’evento.

In questo contesto tracciato sinteticamente, s’inserì la riscoperta di più di duecento dichiarazioni, che i testimoni dell’epoca avevano rilasciato agli Inglesi. Dopo essere state sepolte e dimenticate vennero subito lette con la speranza di trovare la soluzione di un dilemma irrisolto. Da allora sono state pubblicate diverse ricerche che avvalendosi di quelle «rivelazioni» ne hanno ricalcato la chiave interpretativa e condizionato la memoria storica come racconto giudiziario. Così, nel momento in cui il ricordo delle stragi si affievolisce e perde la propria urgenza politica e giudiziaria, la cornice disegnata dagli Inglesi è rimasta l’unica lettura dell’evento. In realtà il Report dell’Inchiesta non era e non poteva essere esente da lacune e contraddizioni, dovute alla ovvia non conoscenza tanto del territorio quanto della struttura e delle motivazioni della Wehrmacht. Ancora oggi tuttavia proprio la riconquistata «concordia civile» sembra impedire di affrontare i punti più controversi, quale la partecipazione dei fascisti, la «collaborazione» convinta, forzata o involontaria di alcuni italiani, il ruolo della dirigenza della Società Mineraria e quello che realmente fecero in quei giorni i Partigiani, che pure l’Inchiesta contribuiva a mettere in luce. Gli Inglesi d’altronde erano soggetti a quello che, visto il destino della loro indagine, doveva apparire un vero «pregiudizio storico»: per loro infatti l’azione partigiana, che sin lì avevano sostenuto, era legittima e allo stesso modo la collaborazione italiana alle forze di occupazione, a motivo della quale stavano combattendo contro i Fascismi in Europa, stava nell’ordine delle cose. Questa visione prospettica, se non si fosse deciso di tenerla nascosta per lunghi anni, avrebbe garantito per lo meno una certa terzietà, pur non potendo a lungo sottrarsi all’emergere di un insanabile contrasto interpretativo tra chi voleva sbarazzarsi di un compromettente passato e chi doveva fondare un lineare futuro.

Public Record Office

Public Record Office

 
 

Letture di riferimento

 

I seguenti titoli non sono la bibliografia sulla strage di Meleto e Castelnuovo ma i riferimenti necessari per l’approfondimento di ogni articolo
Baldissara, Luca e Pezzino, Paolo
2005 (a cura di) Giudicare e punire, l’ancora del mediterraneo, Napoli.
Belco, Victoria
2010 War, massacre, and recovery in Central Italy, 1943-1948, University of Toronto Press, Toronto.
Boni, Filippo
2007 Colpire la comunità. 4-11 luglio: le stragi naziste a Cavriglia, Consiglio Regionale della Toscana, Firenze. (CLC)
Fulvetti, Gianluca
2009 Uccidere i civili, Carocci, Roma.
Fulvetti, Gianluca e Pelini, Francesca
2006 (a cura di) La politica del massacro, l’ancora del mediterraneo, Napoli.
Gentile, Carlo
1998 Le stragi del 1944 in provincia di Arezzo e i loro perpetratori, in http://uni-koeln.academia.edu/CarloGentile/Papers.
Macucci, Romano
1994 Pane spezzato. Breve storia di tre preti eroici, Servizio Editoriale Fiesolano, Fiesole.
Nash, Maurice G.
2006 The Price of Innocence, Intype Libra, Wimbledon; trad. it. Il prezzo dell’innocenza, a cura di Emilio Polverini, edizione accresciuta, Comune di Cavriglia 2009.
Polverini, Emilio e Priore, Dante
1994 (a cura di) Perché la memoria non si cancelli. Gli eccidi del Luglio 1944 nel territorio di Cavriglia, Tipografia Valdarnese, San Giovanni Valdarno. (PMNSC)
Pondini, Ada
1999 (a cura di) Racconti del 4 luglio 1944, Associazione culturale “Meleto vuole ricordare”, Meleto Valdarno. (4L1944)
PRO
1945 Public Record Office, WO 204/11.477, War Crime – Atrocities committed by German Troops: – (1) In the Commune of Cavriglia, Arezzo on the 4, 8, 11 July 44 and (2) Reggello, Florence on 13 July 44. (PRO)
Secciani, Filippo
1999 4 luglio 1944. Un popolo nella più grande disperazione, Associazione culturale “Meleto vuole ricordare”, Meleto Valdarno.
Ventura, Andrea
1999 Luglio 1944: le stragi naziste in Valdarno, relatore I. Tognarini, Università degli studi di Siena, Siena 1997-1998, ora in «In/formazione», XVII, 32, 1999: 3-21.

© Francesco Gavilli